— Vero è — continuavo imperterrito — che oggi è necessario imparare

a vivere giorno per giorno, ma nello stesso tempo a contare sopra un

domani imperturbato e sicuro. Dicono che siamo in un fiero momento di

trapasso. Credo tuttavia che qualunque tempo, visto da vicino, dovè

parere agli uomini pensosi un fiero momento di trapasso.

Poichè entrambi tacevano, continuai:

— Forse lei vuole ricordarmi il nostro anteguerra...

— Noi viviamo — m'interruppe Laura — come fuori del mondo, da molti

anni. Come in un'isola ignota.

— L'isola di Irene! — esclamai, colpito improvvisamente dal singolare

ricordo. Non avevo mai più pensato ad Irene.

— Dov'è — domandò Laura con gentilezza-l'isola di Irene?

— Lontano.

— C'è stato?

— Sì.

— Quando?

— In un tempo irricordabile. Mi lasci pensare. Ci fui.... mio Dio! pare

fantastico, eppure è: c'ero sei giorni sono. È credibile?

Parlavo, così dicendo, più a me stesso che a quei due dissensati. Ma

non eran persone da maravigliarsi per sì poco. Laura consentì:

— Non è incredibile. I luoghi più lontani sono quelli da cui si ritorna

più rapidamente. Ma non si ritrovano mai più.

Così, brevissimamente, ella aveva risollevato il discorso nelle regioni

della pura pazzìa. Non feci altri sforzi per riportarlo alla saggezza.

Pensavo tra me se non avrei potuto precipitare ancor più la mia

partenza. Laura mi appariva, ogni volta ch'io la riguardavo, più bella.

Alla fine del pranzo Bruno s'accomiatò:

— Debbo fare qualche ultimo preparativo. Arivederla dunque a Milano.

Non contradissi, e scomparve.

Laura s'era messa in una poltrona a un lato d'un vecchio camino acceso.

Non ebbi la forza di andarmene. Sedetti nell'altra poltrona, all'altro

lato del camino.

Laura sorrise e mi disse:

— Non è una buona ragione per essere tanto crucciato con noi.

— Signorina — la implorai — mi dica qualche cosa di lei, mi dica che è

nata in un luogo, in un giorno, così, come nascono tutte le donne.

Sorrise ancora:

— Non abbia paura: sono nata in un luogo di questo mondo e in un giorno

del calendario; e sono nata proprio come tutte le donne, e anche tutti

gli uomini. Vuole di più? ho un po' freddo, sebbene siamo accanto

al fuoco. Ho freddo, capisce? credo che questo possa rassicurarla

completamente sul conto mio. E le propongo di fare ora la passeggiata

che non ha voluto fare oggi.

Perciò poco dopo camminavo al suo fianco lungo la riva del lago al

chiarore delle stelle. Ella teneva gli occhi a terra, chè la strada

era irregolare e sassosa. Ogni tanto la sua pelliccia sfiorava il mio

braccio. L'aria rigida, e qualcosa d'inumano che accompagnandosi a

noi ci vigilava, impedì le parole. Poi ella si fermò e senza levare lo

sguardo mi disse:

— Torniamo.

Ma, tornando, appoggiò la mano nel mio braccio, e così ve la tenne,

fino che fummo giunti alla nostra dimora, ove mi salutò, quasi senza

parole.

5.

La soglia.

Il giorno dopo la cameriera mi portò i saluti della signorina,

avvertendomi ch'ella era indisposta e non si sarebbe mossa di camera.

Quella giornata fu la più vacua, stizzosa e lunga di tutta la mia vita.

La mattina seguente, pronto per andarmene, mandai la stessa cameriera a

recarle i miei saluti. Mi riportò un biglietto di lei. V'era scritto:

_A rivederci per una volta ancora._

_Laura._

E partii.

Il viaggio mattutino — prima lungo la riva del lago che il freddo

colorava d'acciaio, poi traverso brughiere e boscaglie di brina e

di ghiaccioli — mi rischiarò. Quando scesi alla stazione di Milano

mi sentivo assai lontano dal luogo, dalle persone e dai giorni

trascorsi: li lasciavo dietro me quali un passato, che sentivo ben

chiuso, consacrato come in una irritrovabile lontananza. Soltanto

un senso di lassitudine, che parevami esserne rimasto in fondo a me,

dominava oscuramente il mio spirito: ma me ne riscossi, e m'immersi

con una specie di piacere fisico nella piccola folla che s'accalcava

all'uscita. Fuori, mentre guardavo intorno cercando una carrozza, mi

sentii chiamare da una voce che mi gelò di sorpresa e d'irragionevole

spavento. Mi voltai.

— Lei è stato puntuale — gridò Bruno venendomi incontro festosamente. —

Bravo. Venga con me.

Allora la forza ignota che domina spesso la mia vita e i miei atti —

e solo dopo la morte, concludendo le somme, potrò risolvere se mi fu

amorevole o maligna — mi spinse a non oppormi al suo desiderio. Bruno

aveva un'automobile. Poich'era mattino avanzato, disse:

— Andiamo a far colazione.

Mi condusse in una trattoria assai nota, rumorosa. Non riconoscevo

l'uomo. Era vivace e socievole. Spesso rideva. Io gli dissi:

— Rieccoci in piena vita moderna. Non pensavo che lei amasse tutte le

cose che qui ora ci vediamo intorno.

— Non le amo — rispose — Mi servono. Io vivo, per mio conto, nel secolo

ventesimo, come fossi un uomo di dieci secoli prima o di dieci secoli

più tardi. Il mio spirito e la mia consuetudine sono perfettamente

soli. Qualche volta penso che questi uomini e queste donne non mi

vedano neppure, tanto mi sento fatto d'una diversa sostanza. Ma me ne

valgo. Questa ansia verso la velocità — soppressione del tempo e della

lontananza — che è il carattere primo dell'epoca, è il materiale bruto

della mia creazione. Perciò costoro mi servono, e senza intenzione

forse io creando li servo.

— Così! — esclamai. — Sento in queste sue parole uno spirito fraterno.

Lei ha definito esattamente, mi perdoni se parlo un momento di me,

quello ch'io vorrei essere, se fossi un'artista: sol che la mia

creazione sarebbe fantastica, mentre la sua è pratica. Anch'io vorrei

operare su questa materia, come se l'amassi, senza amarla, e creando

giovarle senza intenzione ne' suoi piaceri o ne' suoi ozi: ma la mia

sostanza sentirsene estranea e lontana, più là o più qua, sola.

— Perciò lei è degno d'essere il primo che sperimenterà la mia

invenzione. Poco m'importerebbe che fosse anche l'ultimo.

— Dove andiamo?

— Non lontano.

Arrivammo a una via solitaria, in una piccola casa. E Bruno

m'introdusse in una stanza quasi nuda, mi fe' sedere, e parlò in questo

modo:

— Lei vede quella porta a muro. È simile a quella che lei ha visto in

fondo al mio studio laggiù.

A questa parola «laggiù» sentii il mio cuore accelerare stranamente i

suoi palpiti.

— È il gabinetto pantelestetico. Tutto l'ambiente ne è acusticamente

isolato, senza che occorra la cuffia. Di lì senz'altro lei sentirà

telefonicamente le parole del gabinetto lontano ch'è in comunicazione

con questo. E fin qui non abbiamo che un perfezionamento della

telefonia. Ma una delle pareti del gabinetto è uno specchio, uno

specchio allocatoptotrico, in cui si vede, distintamente, il luogo e la

persona con cui si parla: la si vede parlare e muoversi, vivere. Data

l'audizione e la visione, perfettissime entrambe, ogni distanza tra gli

uomini è con ciò pienamente abolita.

Una irrequietudine pungente sommergeva a tratti e intorbidava in me

l'interesse per l'esperienza prodigiosa. Bruno mi disse ancora:

— L'avverto che sarà in comunicazione soltanto quando sarà seduto sulla

poltrona.

Così dicendo eravamo presso la tragica porta. Bruno aperse, mi spinse

dentro, e rapidamente, dietro le mie spalle, richiuse.

6.

Convegno.

Piombato nel silenzio, volsi gli occhi attorno per la cabina, che

senz'aperture nè lampade era chiara d'una luce diurna. Riabbassando

lentamente lo sguardo dal soffitto alla parete in faccia a me,

d'un tratto agghiacciai. Quella parete era quasi tutta di specchio,

lucidissimo specchio, e in esso vedevo riprodursi esattamente le forme

del luogo ov'io ero — tre brevi pareti e nel mezzo una piccola poltrona

— ma nello specchio non c'era nessuno, non c'ero io.

Dalle radici alle cime mi squassò un brivido che parve squarciarmi;

credo che detti un urlo e che mi rivoltai per fuggire, ma seppi

dominarmi, e stringendomi con le mani le tempie chiusi gli occhi.

Allora nella sùbita oscurità anche l'immane silenzio mi parve

confortevole, o forse m'era di sicurezza sentire quelle stesse mie mani

tenagliarmi duramente la fronte. Così mi placai, riebbi la conoscenza

del luogo e delle cause. Tuttavia tenevo ancor serrati gli occhi: a

tentoni girai intorno alla poltrona e mi vi posi.

Sùbito il silenzio si tacque, s'animò di lontani susurri diffusi, voce

d'un'atmosfera che nuova m'avvolgeva. Così ebbi cuore di riaprire gli

occhi. E vidi che lo specchio davanti a me s'era annebbiato come di

veli grigi che tutto lo fluttuavano, e già diradavan dai lati verso il

centro; fin che il campo si sgomberò, e là in faccia a me era seduta

una forma umana, era la forma di Laura. L'immagine di Laura moveva il

capo con dolcezza, levava una mano verso me con un cenno. Anche le sue

labbra vidi agitarsi, e udii la voce che diceva:

— Sono io, sì, sono Laura.

Io fissavo quell'immagine negli occhi, ma non mi riusciva d'incontrarne

lo sguardo, che ancora vagava come disperso in un diverso etere. Allora

anch'io parlai, e dissi all'immagine:

— Perchè non mi guarda?

La figura di Laura rispose:

— Ancora non mi riesce. Tenga fermo il suo sguardo, la prego.

Io mi tesi con uno sforzo d'immobilità di tutto il mio essere. Vedevo

lo sguardo di lei in un contorcimento divincolarsi dalle lontananze che

lo trattenevano, fin che d'un tratto scattò sulla linea del mio: e ci

trovammo così, gli occhi fissi negli occhi, penetrandoci paurosamente

fin nel profondo delle anime, perduti di passione.

— Parla — mi implorò.

E poichè sgomento io tacevo:

— Ti avevo avvertito — mi disse come in un soffio — che ci saremmo

riveduti una volta ancora.

Il suo volto pallido s'invermigliò, ma gli occhi non si chinarono, neri

e fondi come li avevo visti un vespero in riva al lago gemente.

— S'io ti vedessi di là da un fiume — le dissi — penserei di passarlo

per venirti a parlare. Ma come posso parlarti così?

— Vedi come ti sono vicina.

Mi parve che alzasse una mano verso me.

— Laura — gridai, e irresistibilmente levatomi mi lanciai verso le sue

braccia. Ma d'improvviso a quel moto il campo dello specchio come in

un baleno si vuotò, e davanti a me non era più nulla: con le mani urtai

contro il vetro solido.

Ansando mi precipitai novamente a sedere. Lo specchio si scombuiò tutto

di nuvole, come poco innanzi; poi le nuvole vaporando vidi tornata la

figura di Laura, e il suo sguardo era ancora diritto nel mio. Laura ora

stava protesa verso me, e tremando pregava:

— Non mi abbandonare.

Muti allora, per un tempo che parve immenso, ci guardammo così

dolorosamente, abisso contro abisso; poi mormoravamo parole senza

forma; e le nostre forme e le nostre voci eran vicine, sì che a un

punto le anime crederono toccarsi; ma poichè le mani non potevano

raggiungersi e sentirsi stringere vive, d'un tratto anche le

nostre sostanze s'intesero disperatamente lontane: sentii lei più

infinitamente remota da me che se l'avessi pensata senza vederne gli

atti nè udirne la voce; e come nello spasimo di quell'assurdo ella a

un momento apparve tutta spingersi a me col volto pallido e la bocca

implorante, m'invase un così disperato e rabbioso furore che quasi

cieco e pazzo mi levai, sradicata la poltrona dal suolo la scagliai

contro il cristallo infernale che si sfranse col fragore di cento

scoppi, mi sbattei ululando contro le pareti e l'uscio della cabina,

ne fuggii non so come, distrussi non so che, precipitai invasato senza

più pensiero o memoria non so dove: appena ricordo che per giorni e

notti errai tremando le vie più paurose della città, come una bestia

inseguita in caccia, sconquassato, pavido d'ogni ombra e d'ogni luce,

scontroso a ogni forma apparente e mobile della vita; e solo dopo

assai tempo riuscii per la stanchezza a sedermi placato, a ritrovare la

mia casa e la consuetudine del mio pensiero e della mia vita: ma ivi

chiuso per più giorni ancora me ne stetti senza voler vedere persona,

macerato in un odio torvo contro ogni intelligenza dell'uomo, in un

sincero spasimo di desiderio verso l'indifferente inerzia delle cose

insensitive e dei bruti.

CAPITOLO OTTAVO

IL DÀIMONE NELL'ANTICAMERA

1.

Telefonico.

Ero appena disceso dal letto — s'era dunque, come è facile immaginare,

di mattina — quando strilla il campanello del telefono. Reggendomi non

so che con la sinistra, mi precipito di là e afferro con la destra

il ricevitore. — Pronto! — Una voce qualunque (maschile) m'investe

senz'altro, tutto d'un fiato, con le seguenti parole: — La prego, si

trovi tra un'ora al Bar del Commercio, che devo farle una comunicazione

importante. — Stavo per chiedere maggiori spiegazioni, ma un improvviso

fragore d'olio friggente scaturì dalle profonde viscere dell'ordigno e

per qualche minuto m'impedì di sentire o far sentire una sola parola.

Poi d'improvviso le lontananze ignote trasmisero lungo il mistero dei

fili sino al mio orecchio il più profondo glaciale universale silenzio.

Provai a sonare chiamare urlare fischiare guaire, — ma ai miei sforzi

più inumanamente rumorosi non rispondeva se non quel silenzio, così

totale e impassibile che a un certo punto lo sentii sacro, e preso

d'improvviso da un reverenziale timore di profanarlo riappoggiai piano

piano il ricevitore al suo posto, sostai un istante trattenendo il

respiro, poi in punta di piedi me ne tornai nella mia camera. Finii di

vestirmi, e uscii di casa.

2.

Patologico.

Andandomene a piedi (non ricordo il perchè: forse v'era sciopero di

tranvieri e altri trasportatori della persona umana) verso il bar

del Commercio, che era, ed è tuttora, al lato meridionale di piazza

del Duomo — andandomene dunque a piedi verso l'arcano dell'anonimo

convegno, mi avvenne un fatto alquanto singolare, cioè, ch'io non mi

sentivo abbastanza incuriosito di quell'arcano, nè della persona, non

ancora identificata, che m'aspettava laggiù.

La causa di questa mia condizione non va cercata in un superiore

disprezzo delle cose pratiche e mondane, ma in un fatto assolutamente

morboso. Io m'ero svegliato quella mattina con una frase in capo,

venutavi chi sa donde, ed era questa:

— La standardizzazione del ferro....

Certo i miei occhi dovevano aver letto quelle parole il giorno avanti

scorrendo in distrazione la rubrica industriale di qualche giornale. Ma

l'Antico Avversario s'era divertito a coglierle e metterle in serbo,

per poi ficcarmele nel cervello durante la notte, quando le scolte

dell'intelletto non vigilano alle porte.

— Che cosa, che cosa è mai la standardizzazione del ferro?

Così angosciosamente domandandomi camminavo. Non so se più m'irritava

l'ignorare il senso di quella locuzione, o la sua forma fonica,

fastidiosa d'imbarbarita civiltà. Invano cercavo una distrazione

nelle cento immagini che le strade operose offrono ai più preoccupati

passanti. A ogni insegna di ferro e a ogni rotaia di tranvai, mi

avveniva di domandarmi:

— Chi sa, mio Dio, se quel ferro è standardizzato!

Passavano creature fascinose, ma non valeva la loro vista a consolarmi.

E credo che se la più bella di esse m'avesse rapito e tratto a sè e

offertami la bocca, io su quella avrei languidamente mormorato una sola

parola:

— Standardizzarti....

E il mio stomaco era ancora digiuno.

In queste condizioni pietose giunsi alla mèta.

3.

Divagativo.

Uno scrupoloso esame mi convinse che in nessuna parte del bar si

trovavano ancora persone di mia conoscenza. E nessuno, vedendomi

passare e guardare, mi fe' cenno di riconoscermi nè mi abbordò con i

caratteristici fonemi che si usano verso gli arrivanti a un convegno.

Sedetti dunque, e poichè quella mattina non v'era latte e i biscotti

erano finiti, accettai con rassegnazione il consiglio, che un imperioso

cameriere mi rivolgeva, di ordinare un ponce. Cominciai desolatamente a

contemplare la macchina lucidissima che dall'alto del bancone di marmo

continuava, con grandi fremiti e sbuffi, a esprimere robustamente dalle

metalliche viscere negre spume di caffè, e ogni tanto, a un mezzo girar

di manubrio, si convolveva di nuvole come Zeus pronto a discendere sul

mondo.

Non c'era molta gente. M'incuriosirono, in piedi presso l'estremo del

bancone, tre o quattro giovanotti fatti tutti alla stessa maniera come

fossero stati colati in serie da uno stampo: cioè tutti erano alti e

stretti; portavano il cappello duro e piccolo, spinto assai indietro

sull'occipite: cappotti grigi a scacchi, aderentissimi sotto la schiena

con una larga martingala, abbasso assai corti e in alto compiuti da

folti baveri di pelo nero. Anche quei giovanotti bevevano il ponce, e

vidi che tutti avevano all'anulare destro un grosso anello.

Uno di quelli, volendo chiamare il cameriere, venne a battere sul piano

del mio tavolino col duro castone di quell'anello: di sotto alla gemma

osservai che sfuggivano due o tre setole nere. Il mio tavolino tremò

alquanto e un poco del liquido si versò nel sottocoppa, ma nella sua

semplicità e padronanza colui non vi fe' caso.

Quanto a me, proprio in quel momento m'avvidi che, distratto dalla

contemplazione del luogo e de' suoi indigeni, non avevo più pensato

alla standardizzazione del ferro.

Temei che, così avvedendomene ora, stesse per ricominciare

l'ossessione. Ma d'un tratto mi sentii dare un'affettuosa manata sulle

spalle.

Mi volto e scorgo un ilare viso di cui non ricordavo il nome.

— Era lei? — domandai.

— Che cosa? — rispose egli sedendo rumorosamente al mio fianco. E

senza aspettare spiegazioni continuò: — Bravo! era un pezzo che non ti

vedevo! Voglio pagarti un ponce.

Io ero mortificato d'aver dato del lei a uno che con tanta effusione

mi dava del tu, e invocai tra me un'occasione di farmi perdonare

e mostrargli il mio affetto. Perciò gli raccontai la mia avventura

telefonica.

Egli pronunciò: — Certamente quel signore aveva chiamato un altro

numero.

Guardai con ammirazione l'uomo prodigioso che a primo colpo aveva

risolto un intricatissimo problema. Egli intanto parlava con

abbondanza. Aveva cominciato col raccontarmi altri aneddoti telefonici

d'ogni genere, s'era interrotto per apostrofare piacevolmente due donne

che passavano, poi aveva ripreso a dissertare, non più di telefoni, ma

della situazione politica; a un certo punto mi costrinse ad accettare

un secondo ponce — e per me era il terzo —; mi domandò il prezzo del

mio vestito e mi fece solennemente promettere di servirmi d'ora innanzi

dal suo sarto; poi d'un tratto s'alzò come un vento, dicendo:

— Dieci minuti a mezzogiorno. Tu ora m'accompagni un momento alla

Succursale.

Uscimmo; i tre ponci dal mio stomaco digiuno si scontrarono

torbidamente col freddo intenso della strada, fumigarono con ira verso

le estreme regioni inferiori e superiori del mio corpo. Arrivati a una

delle vie interne del centro della città, il compagno, che aveva sempre

parlato, si fermò a un portone basso. Cercai di salutarlo ma egli

gridò:

— Sarebbe bella che tu mi piantassi qui a questo modo!

Salimmo a un secondo piano e accettammo l'invito d'un cartello bianco

che da un uscio vetrato diceva: _Avanti_. Nè, parlando egli, ebbi mai

agio di domandargli di che cosa fosse succursale il luogo che aveva

così designato, nè l'aspetto dell'anticamera m'istruì al proposito.

Eravamo appena entrati e cercavamo qualcuno cui rivolgerci, quando

d'un tratto nella parete di fondo vedemmo sollevarsi una portiera di

stoffa, e uscirne, sbattendo violentemente un uscio, una signora con

un cappello e un petto poderosamente sviluppati in ampiezza, la quale

traversò la stanza come un turbine gridando:

— .... e ricordatevi che in questo schifoso casino non ci metterò mai

più i piedi.

Questa frase durò esattamente il tempo che occorse al ciclone per

coprire la lunghezza della stanza dalla detta portiera all'uscio

d'ingresso, dal quale ella uscì, similmente sbattendolo: onde il

tragitto fulmineo e la pittoresca frase di quell'apparizione corpulenta

rimasero come incorniciati e incastonati tra due tonfi.

Io m'ero ritratto istintivamente temendo forse d'essere assorbito

dall'aria ch'ella aveva smossa. Come il mio timore fu quetato,

cominciai a esaminare se dalla metafora ch'era uscita dalla sua bocca

irosa potessi trarre qualche lume per riconoscere il luogo in cui mi

trovavo.

4.

Diabolico.

Il mio compagno guardò, come un cane che annusi, dietro la traccia

della donna, e pronunciò:

— Perdio che pezzo....

Poi, scosso il capo, s'avviò risolutamente verso quell'uscio di fondo

che la fragorosa visione ci aveva rivelato.

Ma d'un tratto, da un angolo in ombra al lato sinistro di esso uscio,

vedemmo levarsi una figura che parve essa pure fatta di ombra tanto era

fluida e sottile.

— «Or vedete, che bel portinaio!» — mormorai io con le parole onde

Bruno Nolano gratifica un prefazionatore di Copernico.

Infatti quell'apparizione avea funzioni d'usciere, perchè con voce

tremula avanzando verso il mio compagno lo interrogò:

— Dove va, signore? Il cavaliere a quest'ora non riceve più.

Il mio compagno non era persona da arrestarsi per questo.

— M'aspetta — proclamò; e risolutamente sollevò la portiera che subito

ricadde ondeggiando dietro le sue fuggevoli spalle.

L'usciere tremulo rimase un istante in sospeso, poi rassegnato si

volse a me, che m'ero seduto sopra un divano di dubitoso colore tra

l'aragosta non ancor finita di cuocere e il teocriteo amaranto.

— E lei chi cerca?

— Io sono con quel signore.

— E quest'altro è con lei?

Così domandando, additava alla mia sinistra: stupefatto mi voltai, ma

al mio fianco, sul divano, dov'egli additava, non c'era nessuno.

Guardai quella tremante larva filamentosa, che sopra una fronte ossuta

ergeva una chioma candidissima. Ma essa parlava con la maggior serietà

del mondo. Infatti ripetè:

— E questo signore?

Sebbene ogni giorno m'avvenga di dover trattare con dei matti, io

stavo a disagio, chè i matti quotidiani sono di un'altra natura. Ma

d'un tratto mi credei d'ammattire io, chè al mio fianco, al mio fianco

sinistro, dal divano su cui stavo, dove avevo ben visto che non c'era

nessuno, una voce mi parlò incorandomi:

— Diglielo dunque, chi sono.

Stetti per urlare dal terrore, ma intanto avevo riconosciuto la voce, e

subito al terrore frammettendosi una tepida commozione, esclamai:

— Tu!...

— Sì, io — rispose il Dàimone: — da un pezzo t'eri dimenticato di me.

— Ma costui, costui? — gli domandai con angoscia: — io non ti ho mai

visto; credevo che tu avessi voce, ma non forma visibile. Come avviene

che questo simulacro d'uomo ti vede?

— Non so, è merito suo: non offenderlo.

L'usciere canuto non s'era offeso; ma con imperturbabilità, senza

alzare d'un tono quella sua voce caprina, insistette:

— E questo signore?

— È il mio Dàimone.

— Dunque è con lei. E lei è con quello che è entrato dal cavaliere. Va

bene. Dovevo saperlo, per regolarità.

E tranquillamente tornò a ritirarsi nel suo recesso ombroso,

soddisfatto del dovere compiuto.

5.

Metafisico.

Io gridai al Dàimone:

— Voglio vederti anch'io, perdio!

— Questa tua violenza — mi ammonì — è puerile e puntigliosa: è dettata

più dal dispetto di sentirti inferiore a un usciere, usciere di

Succursale, che non a un desiderio nativo e profondo di conoscenza.

— E io voglio vederti — reiterai, testardo come un bambino; e non

potrei giurare che così dicendo io non battessi i piedi forte per

terra.

— Questa tua ostinazione non è degna d'un filosofo, ma tutt'al più d'un

uomo d'azione.

— E io sono un uomo d'azione!

— Allora, se sei un uomo d'azione, siedi in quell'angolo e non ti

muovere. Sì: sulla sedia che è a destra della porta con portiera, a

riscontro con l'altra ove riposa e dorme quel degno usciere verso cui

ti morde una ignobile invidia.

Com'io fui seduto simmetricamente alla larva canuta, che appunto s'era

addormentata profondamente, la voce del mio Dàimone riprese:

— S'io mi rendo per un tratto di tempo visibile a te, per quel tratto

medesimo avviene che tu diventi invisibile a tutti. E intanto tu non

avrai forza di muoverti nè di parlare, ma sarai come una porzione

cosciente e inattiva del nulla.

— Ne avrò molto piacere.

— Io intanto agirò, come se fossi vivo e umano.

— Un momento, per carità: non hai mica una forma spaventosa?

— Vigliacco! No. Io non ho nessuna forma: dovrò prenderne una

qualunque, la prima che mi venga in mente.

— Scegli bene! — lo implorai — sai che sono sensibile. — E tacqui.

Tacendo, mi sentii d'un tratto illanguidire come avviene per lunga

inedia o per subita anemia, gli occhi mi si annebbiarono, per un

istante parve che ogni appoggio mi mancasse intorno come al punto di

precipitare nel vuoto.

La vita operosa: Nuovi racconti d'avventure · 第 7 / 8 段