Quando fui riavuto da quel vanimento di tutto l'essere, gli occhi mi si

riapersero, e vidi per la stanza aggirarsi l'usciere canuto e sottile,

ma ora sorrideva con giovinezza. Mentre mi domandavo che cosa avesse

potuto restaurarlo così, mi venne fatto di guardare al luogo ov'egli si

trovava poco innanzi a dormire, cioè sulla sedia a sinistra dell'uscio.

Sulla sedia a sinistra dell'uscio c'era l'usciere filamentoso e canuto,

e continuava a dormire profondamente.

Il mio stupore durò solo un menomo istante, perchè capii subito che

quegli che girava giovenilmente per la stanza era il mio Dàimone.

Pensai di dirgli: — Sei tu? — ma non potevo parlare. Mi resi conto che,

com'egli m'aveva predetto, io non possedevo più altro al mondo se non

la coscienza di me medesimo, privata d'ogni forma d'azione.

Allora attesi serenamente gli avvenimenti.

Poi che il mio Dàimone ebbe dato ancora uno o due giri per la stanza,

s'udì un busso discreto all'uscio d'entrata. Il Dàimone non rispose;

e udimmo un altro busso. Finalmente l'uscio si schiuse timidamente, e

s'affacciò una testa spaurita, dicendo:

— Si può entrare?

— Provi — rispose il mio Dàimone.

La testa spaurita provò, e infatti fu tutta dentro, e con lei la

mediocre persona su cui quella testa era infissa. Il Dàimone gli

domandò:

— Sa leggere?

— Sì — rispose alquanto interdetto il nuovo venuto; — lo credo: ho la

licenza tecnica.

— E io credo di no — ribattè il mio Dàimone — perchè altrimenti avrebbe

letto che sull'uscio sta scritto Avanti.

Mentre il perplesso arrossiva e si rigirava il cappello tra le mani

cercando invano un'adeguata risposta, l'uscio medesimo si riaperse come

per una ventata ed entrò un giovinetto sbadato: contro il quale il mio

Dàimone mosse subito investendolo con queste parole:

— Perchè è entrato senza domandare permesso?

Il giovine sventato rispose prontissimo:

— Perchè c'è scritto _Avanti_.

— Qui la volevo — disse il Dàimone. — _Avanti_ è una risposta:

quando qualcuno dice _Permesso_, gli si risponde _Avanti_. Lì dunque,

sull'uscio, c'è la risposta preparata per uno che abbia domandato. Ma

per chi, come lei, non ha domandato niente, il cartello, avendo natura

di risposta, non vale, ed è come non esistesse.

Il giovinetto rispose con risolutezza:

— Lei è matto.

— È quello che pensavo anch'io — strillò il primo venuto, cui la

presenza dell'altro dava un'improvvisa violenza di reazione.

— No — gli ribattè pronto il mio Dàimone — lei non ha diritto di

pensarlo, perchè a lei avevo detto proprio il contrario di quello che

ho detto ora a questo signore: dunque se sono matto verso lui, sono

savissimo verso lei, o viceversa. Scelgano, signori.

— Scegliere?!

— Sicuro: scelgano per quale dei due sono matto e per quale sono

savio. In mancanza di un criterio logico di scelta, possono giocarsela

a scacchi, a primiera, a pari e caffo, a regola di baccarà, a cinque

punti di morra, a testa e croce, a tre giri di briscola, alla paglia

lunga e corta....

— Oh — interruppe il secondo venuto — io non ho tempo da perdere; io

debbo parlare al cavaliere, per un impiego.

— Anch'io — echeggiò il primo venuto — ho bisogno di vedere il signor

cavaliere, per una cambiale.

— Il signor cavaliere — disse il mio Dàimone con sussiego — a quest'ora

non riceve.

Proprio in quel punto, quasi per smentirlo sul fatto, la portiera

dell'uscio di fondo fluttuò; l'uscio si aperse, e irruppe nella stanza

il gioviale compagnone che m'aveva condotto in quel luogo.

— Vede se non riceve! — gridarono i due postulanti.

Ma il compagnone, senza badar loro, si rivolse impetuosamente al mio

Dàimone.

— Usciere — gli disse — questi sono dieci franchi per voi. Ma dovete

dirmi una cosa: chi era quella magnifica signora che è uscita di qui un

quarto d'ora fa, quando sono entrato io?

— Che storie?! — — protestò lo sventato. — Badi a me, che ho fretta.

— E io — piagnucolò lo spaurito — sono venuto prima di lei, dunque ho

più fretta.

Il mio compagno si sovrappose ad entrambi:

— Usciere, mi risponda: io le do dieci franchi, dunque ho più fretta di

tutti.

Il mio Dàimone, alzando solennemente una mano, rispose:

— Ciò che ella chiede, signore, esorbita dalle mie funzioni, che sono

esclusivamente spirituali.

Lo sventato lo sostenne:

— Questo galantuomo ha ragione.

— È un'immoralità — rincalzò il timido, a qualche distanza.

Il mio compagnone ruggì:

— Immorale a me! io!! io!!!

E fattosi sopra l'altro gli lasciò andare un esattissimo manrovescio.

Lo sventato allora, in difesa del suo recente alleato, saltò al collo

dello schiaffeggiatore; e così lo scoteva e cercava di strozzarlo,

mentre il percosso strillava: — Bravo, gli dia, gli dia — e girando

attorno ai due avvinghiati lanciava alla meglio qualche esile pedata

nei garretti al mio compagno.

A questo punto il mio Dàimone credette opportuno d'intervenire,

gettando sul gruppo immondo dei tre rissanti questo stratagemmatico

grido:

— Il Cavaliere!

6.

Ethico.

Come si scioglie improvvisamente una sciarada, appena viene nella mente

nostra la parola del totale, — così a quella parola «Cavaliere!» si

sciolse in un attimo e quasi d'incanto l'ignobile viluppo. Ognuno cercò

di ricomporsi come poteva, e tutti e tre, improvvisamente affratellati

nella paura, rimasero a bocca aperta e impietriti: solo movevansi le

tre coppie di sguardi andando e tornando a più riprese dalla faccia del

mio Dàimone all'uscio di fondo.

Allora il Dàimone pronunciò:

— Si vergognino!

— Mio Dio.... — implorò il timido, ch'era il più incolume dei tre.

— Taccia, ella non sa neppure di che cosa deve vergognarsi.

— Sì, capisco, di questa scena involontaria che....

— No! no! Non è per questa amena e umanissima rissa ch'io li invito

a vergognarsi. Ma è per averla interrotta appena io ho pronunciato la

parola «Cavaliere».

I tre riuscirono ad aprire e tenere aperte ancora più ampiamente le

bocche. Ma ora non guardavano più l'immobile portiera, sibbene il mio

Dàimone, che li dominava. Il quale continuò:

— Chi è il cavaliere? uno che qualche decennio fa batteva le

anticamere, come loro, per ragioni vili, come le loro: anticamere di

qualche cavaliere che ne aveva battute altre simili qualche decennio

prima. Per paura di un simile essere loro rinunciano all'umano e

candido piacere di picchiarsi.

Le tre bocche si richiusero. Uno solo, il mio compagno, cercò di

servirsi della propria dicendo:

— Capirà....

Il mio Dàimone l'interruppe:

— Io capisco una cosa sola, cioè, che questo signore che cerca impiego,

quest'altro che cerca danaro, e lei, il peggiore di tutti, che oltre

il resto vorrebbe buttar via dieci lire per correr dietro alla bipede

che è uscita di qua, — io capisco che loro ignorano completamente la

vita dello spirito. Vivono come i bruti, correndo alla soddisfazione

momentanea degli appetiti più bassi, senz'alcuna ansia di lasciare

ai posteri qualche traccia del loro passaggio mortale nel mondo. Ma

il bruto ha una scusa: egli ignora l'infinità. Invece l'uomo, e non

soltanto lei che ha la licenza tecnica, ma anche il meno istruito, sa

almeno che il tempo e lo spazio sono infiniti.

— — Ma noi pensiamo al nostro avvenire, e le bestie no — obbiettò

quello che aveva la licenza tecnica.

— Peggio — ribattè il Dàimone. — Pensare al proprio avvenire è

essere più bestie delle bestie, perchè la bestia è bestia dietro un

appetito del momento, mentre provvedere al proprio avvenire è essere

premeditatamente bestie per una lunga serie di momenti, giorni e anni,

cioè moltiplicare a ogni istante e proiettare in indefinito la propria

bestialità. Elleno, o signori, sono un vivente insulto alla Natura e

alla Storia.

Dopo un momento di raccolto silenzio, il mio gioviale compagnone, uomo

conciliante, disse:

— Usciere, voi avete ragione, e m'avete persuaso. E queste sono non

dieci, ma venti lire. E ora ditemi, per piacere, l'indirizzo di quella

magnifica signora che è uscita di qui mezz'ora fa, quando sono entrato

io.

— E poi ci annuncerà al cavaliere — fecero gli altri.

Così dicendo, i tre erano in mezzo alla stanza.

Il Dàimone si ritrasse di qualche passo. Essi lo guardarono, aspettando.

In quell'istante io sentii una specie di mobile tepore ricorrermi le

vene.

Mentre i tre guardavano al Dàimone, questi alzò le braccia lunghissime,

le tenne melodrammaticamente levate un istante, poi repentinamente

sparì.

I tre dettero un urlo. Agitarono un momento le braccia come invasati,

poi voltarono le spalle e si precipitarono all'uscita. Due si

dileguarono di là; il terzo, ch'era il mio compagno, inciampò sulla

soglia, vi cadde bocconi, e vinto dalla paura non riusciva più ad

alzarsi.

Corsi a lui.

Riconoscendomi, mormorò:

— Sei ancora qui? Hai visto? hai visto?

— Che cosa? — feci io candidamente.

Il gioviale compagnone arrossì.

— Nulla.... Mi sento un po' disturbato... Fammi il piacere di

accompagnarmi a una carrozza.

Come l'ebbi messo dentro e salutato, e la carrozza fu partita, la voce

del mio Dàimone mi domandò:

— Sei soddisfatto?

— No — gli risposi —. Non c'è stato molto gusto. Io vorrei vederti come

sei.

— Ti ho già detto che non ho una forma materiale mia.

— Ma io vorrei sapere in quale forma, e soprattutto per quale ragione,

quel vecchio usciere poteva vederti.

— Questo è il mistero. Che Dàimone sarei, se intorno a me non ci fosse

per te nulla di misterioso?

CAPITOLO NONO

CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA

1.

Principio della fine.

Da un anno a questa parte — anzi da un anno e un terzo, perchè quella

mattina era gelida mentre oggi che scrivo l'insubre cielo s'impiomba

sotto i segni congiunti del Leone e della Vergine — da un anno e

quattro mesi io sono còlto talvolta in mezzo all'oscillazione di due

diversi pensieri.

L'uno è facile fino alla volgarità, ed è questo:

— Quale solenne, invidiato ed esemplare collocamento nel mondo sociale

avrei io oggi, se quella mattina, un anno e un terzo fa, la mattina del

22 di febbraio del 1919, primo anno del Dopoguerra, se quella mattina

io fossi andato da Sua Eccellenza!

L'altro, che gli si oppone, è più fino, e ha del metafisico:

— Ognuno fa ciò verso cui è nato, e niente altro. E questa non è già la

sua predestinazione, ma la forma soggettiva della sua felicità.

Il che vale a dire: — Io non sono nato per collocarmi solennemente,

invidiabilmente ed esemplarmente nel mondo sociale. Perciò, se quella

mattina fossi andato da Sua Eccellenza avrei perduto alcune ore di

sonno, e oggi sarei esattissimamente dove e quale sono; quel mio

sforzo, rimasto sterile, non si sarebbe inserito in alcun modo nella

serie della mia biografia, così appunto come non parteciparono alla

biografia del mondo gli atti delle nazioni e dei popoli inessenziali,

secondo insegnò Giorgio Hegel.

E s'io ricordo qui — nelle pagine estreme e conclusive del libro della

mia vita d'azione — quella vicenda mattutina, si è per placare in una

nota di calma l'appassionato turbinio in cui ho dovuto trascinare il

lettore traverso l'incalzare di troppo operose avventure.

Forse, così narrando l'ultima di esse, le sopprimerò tutte interamente

dal mio ricordo, e dalla loro stessa esistenza. Allora non mi avverrà

più di sentirmi oscillare tra i due pensieri che ho esposti, e si

concluderà in me ogni dissidio tra l'uomo comune e l'uomo filosofo.

Placato in tal modo ogni superstite interessamento verso gli aspetti

episodici della vita, potrò intraprendere, come da tempo è mio

desiderio, la descrizione di avvenimenti di ben più durevole e vasta

portata e fecondità.

2.

Le cause prime.

La sera avanti quella mattina, cioè la sera del 21 di febbraio, che è

a dire del giorno in cui il mio Dàimone s'era degnato di mostrarmisi

in forma umana — quella sera io ed egli ci mettemmo (l'idea fu sua) a

sfogliare un taccuino dov'io ero venuto segnando gli appunti de' miei

affari e avvenimenti più importanti.

Il Dàimone con rapida sintesi mi disse:

— Eccoti sbarcato nella Città Operosa, e per aver visto passare un paio

di sgualdrine ti fai prendere dalla febbre del danaro! Avanti dunque.

Bei principii, nel covo di pubblicità di quell'equivoco magistrato! E

con che diritta decisione navighi nell'oceano dei pescicani! Di tutta

la fantasia che hai poi buttato al vento quando hai voluto donar Milano

di una foresta di grattacieli, credo più generoso non ti parlare.

Ed ecco, 5 di febbraio, ecco qui i tuoi vani sforzi per crearti

diplomatico mediatore di compere e vendite all'ingrosso. Perfino quando

ti trovi, poco dopo, a fronte alla più stupefacente tra le invenzioni

moderne, non sai trarne motivo che a un'insipida larva di amore. Molti,

in questa facile èra, sono riusciti ad afferrare la ricchezza e il

potere incontrando molto minori e più semplici occasioni di quelle che

si sono presentate a te. Tu vi hai fatto una passeggiata.

«Or vediamo: sai almeno dirmi perchè non hai potuto attuare da tutto

ciò nulla di pratico? —

Pensai un momento, poi con umile franchezza gli risposi:

— Perchè la prima volta per non cominciare di venerdì ho rimandato al

lunedì; e a farlo apposta, il lunedì era il giorno 13 del mese: guarda

il calendario.

— Bravo! — esclamò il Dàimone. — Un imbecille di primo grado m'avrebbe

risposto: «perchè le occasioni non erano buone». Un imbecille di

secondo grado avrebbe detto: «perchè non sono stato abbastanza abile

nel coglierle». Tu m'hai dato la sola ragione che potesse piacermi:

vedo che posso ancora sperar bene di te.

3.

Un intervento.

In quel punto bussarono, e mi fu recapitato un biglietto.

Lo portava, e me lo consegnò, un adolescente fattorino d'albergo.

Era un biglietto di Giacomino.

È perfettamente inutile spiegar qui in particolare chi era, e credo

sia tuttora, Giacomino. Basti dire che è uno degli innumerevoli amici

avvalangatimi dalle multiformi vicende della mia vita.

Inoltre, Giacomino era, e credo sia tuttora, segretario particolare e

influentissimo d'una persona che fu più volte ministro.

Essa persona in quel tempo era appunto ministro, cioè Eccellenza.

Il biglietto di Giacomino diceva:

«_Caro amico,_

«_Sua Eccellenza è a Milano. Abbiamo parlato lungamente di te;

ti ho ottenuto un colloquio con lui per domani mattina alle 7, al

«Continental». Si tratta di una cosa interessante e importante, per

cui occorrono il tuo ingegno e la tua attività. Sarà la tua rapida

fortuna!.... Ci sarò anch'io, a introdurti. A domattina, dunque;

saluti_».

L'adolescente fattorino aspettava una risposta.

Scrissi la risposta: la quale non fu che una meccanica eco delle ultime

parole della proposta: «_A domattina, dunque: saluti_».

Appena fu richiuso l'uscio dietro le tenui spalle del fattorino, sentii

una specie di freddo. Ma la stufa era accesa. Il freddo era interiore.

Capii ch'esso mi veniva dalla parte del mio Dàimone. Poich'egli taceva,

ebbi l'umile bisogno di scusarmi:

— È una cosa speciale — gli spiegai —: non potevo dire di no.

— Io vado a dormire — rispose.

Quella sera dovevo essere singolarmente disposto all'imitazione. Come

avevo echeggiato l'ultima riga del biglietto di Giacomino, così copiai

l'ultimo atto del Dàimone e me n'andai a letto.

Ma prima presi le mie precauzioni. Calcolai che la mattina appresso mi

sarebbe occorsa mezz'ora per vestirmi e un quarto d'ora per recarmi

fino al «Continental». Arrotondando, un'ora. Bisognava dunque che mi

svegliassi alle 6. Caricai lo svegliarino e per colmo di previdenza lo

misi un po' prima delle sei, perchè è manifesto che con una Eccellenza

bisogna essere esageratamente puntuali.

4.

Il sonno dell'ingiusto.

Prima di addormentarmi, cercai di prevedere in che cosa avrei potuto

essere utile a Sua Eccellenza.

Senza concludere nulla in proposito, fantasticai vagamente di me stesso

arrivante uomo nuovo per rapide e lucide strade al potere.

Neppure in tale fantasticare sostai, nè seppi dedurne chiare immagini.

Perchè più imperiosa e curiosa mi si presentò un'altra domanda: — che

aspetto avrà Sua Eccellenza?

Titubai alquanto tra il tipo anglo-americano raso e rapido, e il tipo

classicheggiante, barbuto e pomposo. D'un tratto m'agitai, accorgendomi

che non sapevo di quale specialità Sua Eccellenza fosse ministro.

Intanto cominciavo ad addormentarmi.

Ma non mi riuscì di ritrovare subito il solido sonno delle mie notti

d'innocenza. L'inquieta larva dell'ambizione venne a poggiarsi sul

mio guanciale, nel punto che stavo assopendomi, e di lì cominciò

a torturarmi con insidie vili e sottili. Intravidi un lunghissimo

porticato marmoreo, sotto cui svolgevasi come una maestosa e sterminata

panatenaica, e io da un trono sfavillante la contemplavo passare sotto

i miei piedi e perdersi nel lontano verso un cielo marino. Ma già i

marmi s'erano disciolti e alla luce solare era successa l'ombra funerea

d'un non so qual salotto o gabinetto arcigno, e io stavo ingarbugliando

sconnessi discorsi a un uomo sdegnoso, che un po' apparivami raso come

un quacquero e un po' barbuto come un merovingio; e avvedendomi del mio

divagante parlare incespicavo, e non osavo dirgli che la causa n'era

quella sua forma mutevole. D'un tratto, chinando gli occhi, m'accorsi

che non avevo la cravatta, e che il merovingio anglosassonizzato

guardava duramente allo sparato ignudo della mia camicia: il quale

contrattempo completamente mi paralizzò.

A questo punto m'addormentai meglio, ma il mio sogno mi riferì a

preoccupazioni più pratiche e reali. Cioè, sognai di svegliarmi in

ritardo, e di buttarmi angosciato giù dal letto, e ivi infilare una

scarpa, poi l'altra, poi accorgermi di non avere più la prima. E indi

precipitarmi giù dalle scale, ch'erano infinite: e d'una si passava per

vasti androni in un'altra, e talvolta mi sorprendevo a salire anzichè

scendere: anzi ero sempre salito, e allora tornavo indietro, indietro:

e a tratti m'accorgevo di sognare e perciò mi sforzavo di mandar

fuori un gemito, un urlo, una voce qualunque che mi destasse. Invece

mi addormentai del tutto. Ma ecco, irruento come un'orda, atroce, uno

squillo improvviso mi sveglia.

5.

La necessità.

Quando m'accorsi ch'era lo svegliarino, cacciai la testa sotto le

coperte per lasciarlo finire. Di là lo sentivo, fioco, infinitamente

lontano. Passò un'eternità. Socchiusi le coperte, e il suono

ridiventava uno scroscio stridulo bestiale. Mi ricacciavo sotto.

Finalmente cessò.

Ero sveglio e ricordavo ogni cosa. Erano le sei. Giacomino m'aveva

scritto. Sua Eccellenza m'aspettava alle sette. Erano le sei.

Bisognava levarsi, vestirsi con cura, e correre al «Continental»,

all'appuntamento concesso da Sua Eccellenza. Erano le sei. Ma che magra

luce e livida, a quell'ora, intorno alle cose!

— Cinque minuti per rimettermi.

In quei cinque minuti dolcissimi mi si ricominciavano ad annebbiare le

idee. Me ne spaventai a tempo.

— No no: mi riaddormento!

Allora mi levai a sedere sul letto. M'investì un freddo tremendo.

— Come si fa a ricevere alle sette? Anche Gladstone era mattiniero.

Dev'essere una particolarità degli uomini di Stato. Bel gusto.

Cercavo, così stando seduto, di tirare in su le coperte fino al mento.

Ma in quei moti grandi ventate gelide entravano sotto.

— Che ci vado a fare, in fin dei conti? Che cosa debbo dirgli?

Era troppo freddo a rimanere a quel modo. Mi rispinsi sotto per

ritrovare un po' di calore prima di scendere dal letto. E ripresi a

disputare:

— Bell'avvenire mi aspetta! Quella gente là s'alzano tutti a quest'ora?

Lavorano come ciuchi. Per gli altri. E io debbo diventare di quella

gente?

Ma poco di poi una domanda, una proposta, si presentò, non so donde,

già formulata, non so da chi, nel mio cervello:

— Se non ci andassi?

Aspettavo da me stesso un'obiezione. Invece arrivò un rincalzo:

— Se mi fossi ammalato questa notte?... Ci andrei un'altra volta.

Diventai sottile, quasi arguto:

— Vediamo. Il colloquio di stamattina non può avere nessun carattere

di indispensabile e di definitivo. Ieri a desinare non lo sospettavo

neppure. Sua Eccellenza non è, suppongo, venuto a Milano per questo.

Può, da un fatto così poco determinato e privo d'ogni carattere di

coscienza e di necessità, può nascere una cosa importante qual'è

l'avvenire d'un uomo? Evidentemente no.

Mi sporsi a guardare lo svegliarino. Taceva, ma guardava egli me con

una specie di ghigno bianco schernevole. Segnava le sei e venti.

— Bisognerebbe risolvere.

Mi strinsi più forte tra le coperte, come nell'abbraccio d'un

abbandono. Ora un tepore paradisiaco m'avea avvolto il corpo e lo

spirito. Quel tepore mi spinse verso le morbide rotondità della

retorica:

— Oh quanto sarebbe più nobile accontentarsi del piccolo bene presente:

qualche ora di buon sonno! E, cosa indispensabile alla tranquilla

coscienza, senza il danno di nessuno: Sua Eccellenza non può avere una

così urgente necessità di farmi una posizione.

In quella si riaffacciò alla mia mente il dubbio sulla più probabile

condizione dei peli facciali di Sua Eccellenza; e non potei trattenermi

dal ridere. Da quell'immagine, per non so che sotterranei canali, mi

ritrovai improvvisamente di fronte a un'altra figura, cioè alla donna

che avevo vista passare impellicciata e profumata per le vie di Milano,

la prima sera del mio ritorno alla città. Mi convolgevo così tra

vaporati fantasmi di riso e di dolcezza. Ero quasi beato, con una punta

di tremore. Quella mia annuvolata beatitudine fu lunga, vanì in un

avvolgimento tepido di oblio attorno a tutta la mia sostanza. Fu lunga.

A un tratto m'accorsi sussultando ch'essa da incalcolabili momenti mi

stava risospingendo subdolamente verso il sonno. Balzai, tesi il collo

a guardar l'ora.

— Perdio! Le sei e cinquantacinque! Ho forse dormito?

Feci un calcolo rapido: venti minuti vestirmi, quindici di strada

trovando subito una carrozza: e la barba? Anche a fare miracoli non era

possibile esser da Sua Eccellenza prima delle sette e quaranta.

Il che sarebbe stato assai peggio che non andarci affatto. Non

vedendomi, poteva immaginarmi morto: ma nulla avrebbe potuto

giustificare un ritardo di quaranta minuti.

Mi rificcai sotto.

Risvegliandomi, tre ore più tardi, che la stanza era invasa di luce,

riconobbi che quest'ultimo, sì, era stato il sonno pieno e soddisfatto

dell'uomo giusto.

6.

Idillio.

Pure, c'era un'ombra ancora in fondo al mio cuore. Qualcosa in me aveva

bisogno di un conforto.

Per confortarmi, pensai:

— Sarà contento il mio Dàimone.

Infatti la sua voce risonò subito sul mio capo, ilare e definitiva come

non l'avevo più sentita da un pezzo:

— Sì — disse — solo ora sono veramente contento, anzi orgoglioso di

te. E da questo momento innanzi, lo sento, non sarò più quasi un altro

essere al tuo fianco, ma sarò te stesso, e tu me, fusi in una sostanza

unica indissolubilmente.

FINE.

INDICE

Capitolo I. APERTA CAMPAGNA _Pag._ 7

1. Il catechismo.

2. Estasi.

3. Facilità.

4. Le aristocrazie.

5. Nuova incarnazione del Verbo.

6. La saracinesca.

» II. LA STATUA DI BARTOLO 25

1. Un consiglio di Cavour.

2. Ercole e il Cappuccetto Rosso.

3. Improvvisazione.

4. Dal signor A. al signor Z.

5. Lina e il «Lotòs».

6. Forze maggiori.

» III. PESCECANEA 49

1. Cinque spettatori in tre poltrone.

2. Una visita d'affari.

3. Il fulmine.

4. Zoologia.

5. Apocalissi.

6. Compensazioni.

» IV. PER BELLOVESO 71

1. Preludio mirabile.

2. Fatale andare.

3. Via Belloveso.

4. A grandissime linee.

5. La mia dimora.

6. Crepuscolo.

» V. L'ULTIMO VAMPIRO 93

1. L'altare.

2. Uno, il basilisco, e il cameriere Giovanni.

3. Imprevedibile.

4. Colloquio.

5. Convinzioni.

6. Il Vampirismo.

» VI. L'ISOLA DI IRENE 117

1. Chiarimento storico.

2. Spirito d'avventura.

3. Il primo e il secondo.

4. Cenacolo platonico.

5. Le liquide vie.

6. Un ginnosofista.

» VII. PANTELESTESI 147

1. Diagnosi.

2. Appressamento d'un mistero.

3. Silenzi e musiche.

4. Laura.

5. La soglia.

6. Convegno.

» VIII. IL DÀIMONE NELL'ANTICAMERA 169

1. Telefonico.

2. Patologico.

3. Divagativo.

4. Diabolico.

5. Metafisico.

6. Ethico.

» IX. CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA 189

1. Principio della fine.

2. Le cause prime.

3. Un intervento.

4. Il sonno dell'ingiusto.

5. La necessità.

6. Idillio.

_DELLO STESSO AUTORE:_

(ed. Vallecchi)

_La vita intensa_ — romanzo dei romanzi.

_Sette savi_ — racconti (4.ª edizione).

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

La vita operosa: Nuovi racconti d'avventure · 第 8 / 8 段