che, poichè furono saggiamente esclusi i pescicani d'ogni sorta, non
vedo tuttavia quali altri casi di soddisfazione potrebbero trovarsi,
del genere moderato e quotidiano che il signor Gionata ha definito.
— Ho già detto che son rari, qualche volta sottili. Ecco il nostro
reverendo amico — e accennava al prete. — Egli ha sempre bevuto il
caffè senza zucchero: un tempo questo fatto non aveva per lui una
speciale portata, nè gli creava una situazione personale nella società.
Ma da quando tutti i bevitori di caffè bestemmiano due o più volte
al giorno contro la saccarina, egli gode del senso d'una particolare
situazione di superiorità in cui la sua abitudine lo pone oggi, e però
ne ricava un gaudio raffinato e continuamente rinnovato del trovarsi
a vivere nel periodo storico della saccarina; il quale gaudio gli ha
conferito il pieno diritto di aver parte a questa mensa.
Il prete stava appunto allora bevendo il caffè. Lo sorbiva nel piattino
come dicono facesse Guglielmo ex-imperatore: ma forse è una delle
calunnie antitedesche che la guerra rese necessarie. E così, col volto
acceso chino a sorbire la bevanda, alzava gli occhi verso me, il naso
leggermente arricciato, asserendomi mutamente la sua beatitudine che
certo era complessa e superava il piacere puramente sensuale. Intanto
erano stati serviti con abbondanza liquori di varia natura ed origine.
Allora il mio vicino di sinistra, asciugandosi col tovagliolo la barba
assira, parlò:
— Di fronte all'esemplare candore della soddisfazione di questo
reverendo io quasi mi domando se posso senza rimorso rimanere tra voi.
La mia è così complessa, che io ho talvolta il dubbio di dover essere
noverato tra uno dei grandi avvantaggiati, così giustamente esclusi
da quest'oasi. Io sono uno storico, cioè un artista. E come tale io
amo la materia del mio studio per se stessa. Sono un medievalista.
E adoro il Medio Evo. Per molti anni ho rimpianto di non essere nato
ai tempi di Romolo Augustolo o di Abelardo, di non aver frequentato
la reggia di Carlomagno, come Eginardo storico che innamorò di sè
Emma, figlia dell'Imperatore. Odio il telefono, il motore a scoppio,
i versi liberi, la Camera del Lavoro, il microscopio, il frack e il
Parlamento. Ora, da qualche anno io mi sento lentamente ma sicuramente
condurre, e oso dire sollevare, verso il medio evo de' miei studi e de'
miei sogni. Anzitutto, per più di quattro anni, dal benedetto agosto
del '14 al novembre del '18, già mi beavo sentendo il mondo pieno di
fazioni guerresche, soverchiamenti di razze, invasioni. La mia anima
ha esultato la prima notte che ho veduto la città immersa nell'ombra.
Quando scioperano i tranvieri godo di andarmene per le vie a guardare
le inutili rotaie, e spero che tutto il procedere del tempo nuovo le
risommerga entro il suolo donde mai avrebbero dovuto scaturire alla
luce. Amo sapere che ogni notte nelle vie della città si aggredisce
a mano armata il passante e si devasta con sicurtà il magazzino come
ai tempi di Eriberto d'Intimiano. E se penso che questi non sono che
piccoli segni, quando prevedo che presto avremo lo spettacolo, prima di
una dittatura industriale, poi di una rivoluzione, con alterne vicende
e fasi, e così saremo (almeno per qualche tempo, certo per tutto il
tempo della mia vita) ricondotti a un pieno medioevo da una alternativa
di oligarchie diverse ma tutte avide ugualmente di lotta....
— Paga! Paghi!! Pagare!!!
Non ricordo di qual colore fosse il nuovo vino comparso a questa
intimazione piacevole.
Voltomi alla ridente e profumata donna o fanciulla che sedeva al mio
fianco, io le domandai:
— Lei, se non sono indiscreto, per quale titolo porta a questa riunione
la fortuna della sua presenza?
La donna o fanciulla rise più giocondamente, e mi guardò di sotto in
su con l'aria di un'oca cui agitino dionisiaci fantasmi, aria, come
ognuno sa, estremamente turbativa, che subito mi fece dimenticare la
mia stessa domanda. Ma già vi rispondeva, per la fanciulla, Gionata
l'Imperterrito, così:
— In qualunque tempo viva una donna, quello è il tempo migliore per
lei. La signorina è qui come rappresentante eletta di questa verità
generale.
Non ricordo se il filosofo continuasse nella sua dissertazione, e forse
neppure allora me ne avvidi, perchè, lo confesso, il mio cervello non
si trovava in condizione di seguire un discorso diffuso o una serie di
concetti.
Ricordo solo, assai lucidamente, che a un certo punto e quasi
d'improvviso m'avvidi che l'abbondanza dell'elemento liquido che
dall'esterno avevo introdotto nel mio interno, mi fe' sentire una
imperiosa brama di ristabilire l'equilibrio tra me e il macrocosmo
mediante un corrispondente espellimento di elemento liquido dal mio
interno verso il mondo esteriore.
5.
Le liquide vie.
Ma una vergogna, che è altrettanto assurda quanto generale e pertinace
negli uomini civili, e forse è appunto l'indice più esatto e il portato
più certo della civiltà, — quella vergogna m'impediva di manifestare il
mio desiderio a qualcuno de' miei ospiti. Ricordo quell'istante della
mia vita come un turbine di fumi, profumi, luce, voci squillanti, e al
centro di quel turbine il mio desiderio, che facevasi a ogni minuto più
inquietante, pungiglioso e spasmodico.
Non ricordo come e a chi pagassi il doveroso contributo per la mia cena
e per la contravvenzione, non ricordo se promettessi di tornare, e con
quali parole mi accomiatassi, e chi m'abbia accompagnato all'uscita:
questo so, che a un certo punto mi trovai uscito, mi trovai nella
strada, ch'era solitaria e quasi buia, e corsa nel mezzo da un solido
marciapiede di pietra; e su quel marciapiede, nella solitudine muta del
mondo e sotto il gelido cielo, sostai, sostai lungamente, levando lo
sguardo al firmamento. Orione splendeva sul mio capo in tutto il suo
fulgore, mentre io sostavo fermo così nel mezzo della ospite via: e a
mano a mano, mentre ne contavo le stelle, fluiva ogni irrequietudine
fuori di me e sentivo il mio spirito e i miei nervi rapidamente e
lungamente placarsi.
Quando fui conscio d'aver raggiunto il desiderato equilibrio, mi parve
anche d'esser più saldo sulle gambe e quasi snebbiato il cervello.
Ritornai lo sguardo dalle sfere celesti al solido suolo. E tra la
penombra distinsi con paterno orgoglio, in mezzo alla via, una specie
di arcadico rio che spumeggiando la correva in giù e si perdeva lontano
nell'ombra. Non potei frenare a quella vista un impeto d'irragionevole
riso. E altrettanto irragionevolmente il giuoco della fantasia mi portò
a seguire l'andar di quel rio, e così percorsi per un tratto la via
senza che la mia direzione avesse altro movente più savio. A un certo
punto ogni traccia della mia creazione recente svaniva e perdevasi nel
suolo, ma l'inerzia mi portò avanti ancora. Cominciai, così camminando
come alla ventura, a ripensare il curioso impiego della mia serata,
dai tumulti pomeridiani di piazza della Scala fino a quell'ora.
Ebbi qualche rimorso della giornata inoperosa, poi scusai me stesso
pensando ch'era stato un legittimo riposo alla operosa vita dei giorni
precedenti. D'uno in altro pensiero vagavo, senza afferrarne alcuno
con chiarità; e credo che in quel procedere piegai ogni tanto d'una in
altra strada. Ed ecco mi trovai in una piccola piazza, e fermato nel
centro di quella, così guardandomi attorno, stavo per riconoscerla;
quando a un tratto una voce, che parve uscire dal muro buio, mi gelò.
Il muro avea detto:
— Signore!
6.
Un ginnosofista.
Detti un passo indietro e ficcai gli occhi verso la plaga del muro
in oscurità. Allora vidi un'ombra staccarsene, e con voce umile
implorarmi:
— Signore, avrebbe un fiammifero?
Le parole erano alquanto rassicuranti; il mio spirito si calmò dunque,
e osservai l'uomo. Vidi con gran maraviglia ch'egli era in frack e
senza pastrano, e a capo nudo, onde sulle prime pensai ch'egli fosse un
Ginnosofista piovuto ivi dall'India di Alessandro il Macedone.
Tuttavia non osai esporgli questa mia ipotesi. Me gli avvicinai e gli
porsi il fiammifero; stavo per andarmene, quand'egli con una leggera
esitazione aggiunse:
— Per caso, avrebbe anche la sigaretta?
Me n'avevano rifornito nell'isola beata retta dalla placida Irene. Gli
porsi la sigaretta. Allora l'incognito, come dopo un intimo sforzo, con
voce risoluta incalzò:
— E avrebbe anche cinque lire?
Io detti novamente un balzo indietro, perchè lì per lì mi balenò il
sospetto che l'ignoto stesse per assalirmi. Egli capì il mio timore e
sùbito cercò di tranquillarmi:
— No, no, non tema, signore; per chi m'ha preso?
Poi la sua voce si paludò d'una certa nobiltà, proclamando:
— Io sono un mendicante.
Seguì un breve silenzio. Cercavo una frase cortese per farmi perdonare
il mio movimento ingiurioso. Volli mostrargli che m'interessavo alla
sua sorte e alla confidenza che m'aveva fatto. Poichè in questa ricerca
generosa indugiavo, l'ignoto ripetè:
— Faccio il mendicante.
Io, avendo finalmente trovato, gli domandai:
— Da quanto tempo?
— Da poche ore — rispose.
— Io l'avevo preso per un ginnosofista.
— Non conosco. Fino ad alcuni mesi sono io vivevo modestamente e
tranquillamente del mio lavoro. La disgrazia mi raggiunse vestendo
l'aspetto di fortuna. Abitavo un piccolo quartiere quasi centrale,
e il mio guadagno mi bastava per la mia vita mediocre. Una ditta di
lubrificanti mi offerse ventimila lire per cederle il mio quartiere.
La somma mi parve enorme: accettai. Ma non trovai altra casa, non
trovai una stanza modesta: soltanto una camera, salotto e bagno in un
albergo di prim'ordine. Speravo fosse per pochi giorni, invece non
trovai più altro, mai. Le mie ventimila lire sfumarono o per meglio
dire passarono dalla parte dell'albergatore. Frattanto avevo consumato
tutti i miei vestiti, senza potermene fare altri. Non mi è rimasto,
come vede, che il frack. Non ho più potuto comperare un cappello,
l'ultimo m'ha abbandonato ieri. Il frutto del mio lavoro, che bastava
alla mia vita modesta quando avevo un alloggio, ora basta soltanto a
pagare la mia camera con salotto e bagno. Per mangiare non mi rimane
che la mendicità. Ecco perchè ella, signore, mi trova in frack e a
capo nudo a mendicare su questa piazza. Sia maledetto ora e sempre ogni
lubrificante.
Gli detti silenziosamente le cinque lire. Egli mi ringraziò con
effusione e disse ancora:
— Se al fiammifero, alla sigaretta e alle cinque lire, ella, signore,
volesse aggiungere qualche indicazione o consiglio sul da farsi nella
mia critica condizione!...
— Non saprei, signor ginnosofista. Ma l'uomo è fatto di anima e di
corpo. Cerchi di porre il corpo sotto il dominio dell'anima: è il solo
refugio e rimedio possibile in questi tempi assurdi e calamitosi.
— Non intendo bene.
— Neanch'io. Io sono un uomo dedito agli affari. Ma un filosofo
potrebbe insegnarle il modo di convincersi che la sua situazione
presente è la più fortunata. Provi a rivolgersi al signor Gionata,
presso la signora Irene.
— Mi vuol dire l'indirizzo?
Colpito in pieno dalla domanda, m'accorsi d'un tratto che nè all'andare
nè al ritorno, per ragioni diverse, avevo badato alla strada fatta.
Volli tentare di ricostruirne il corso. Mi guardai attorno.
— Vediamo — gli dissi —: sa lei da qual parte io sia sboccato in questa
piazza?
— No, signore. Io ero quasi assopito, e l'ho visto che lei era già
fermo, in quel punto, guardandosi attorno proprio come fa ora.
Dopo un istante d'intenso e inutile raccoglimento:
— Ma allora — gridai esterrefatto — allora neppur io potrò tornare
più all'isola dei beati, all'abbazia telemitica, al cenacolo platonico
della placida Irene!
Il ginnosofista scosse il capo; poi cercò di consolarmi:
— Non ci pensi, signore. E se per caso ha un cappello che non porta
più, me lo mandi, la prego. Eccole il mio nome.
Trasse un lapis e un pezzo di carta, e mi scrisse il suo nome, che qui
non occorre ripetere, e il suo recapito, ch'era quello del più illustre
e fastoso albergo della città.
— Buona notte.
CAPITOLO SETTIMO
PANTELESTESI
1.
Diagnosi.
Il giorno 9 febbraio del 1919, alle ore 10 e 45 del mattino, mi venne
il mal di capo.
Postomi a ricercare le possibili cause di questo fatto straordinario,
non tardai a persuadermi ch'esso era certamente da attribuirsi
all'intenso lavoro compiuto nelle precedenti settimane, da un mese
a quel punto. Precisamente un mese innanzi, il 9 di gennaio, io
ero tornato dall'esercizio del corpo a quello dell'anima, dalla
quadrupedante e arcadica vita militare al cerebroso turbine della
metropoli.
Mi spaurii accorgendomi della brevità del tempo in cui tante e così
intense esperienze avean potuto cumularsi. Un mese dunque, un solo mese
innanzi, trentun giorni precisi, ero dato in secco nell'aperta campagna
della Città Operosa, la avevo corsa come in una rapida ricognizione,
mi s'eran rivelate le correnti e le cascate dell'oro sovrastarla e
sommoverla, avevo intuito il nuovo costume e la nuova religione sorti
d'un tratto sul suolo intenso dall'influsso della guerra lontana.
Un esatto mese innanzi, all'ordine imperioso delle nuove necessità,
io, per molti anni dedicato allo studio e poi per breve parentesi
alla milizia, m'ero d'improvviso riplasmato uomo d'affari. Nel nuovo
esercizio i miei assaggi profondi s'erano successi e cumulati con
rapidità maravigliosamente varia, com'è narrato nei sei capitoli che
qui precedono. Chi li abbia letti, e pensi che tanta opera, e per me
insolita e non prima prevista (se anche nei portati non fecondissima)
si compiè nel rapido giro di trentun giorni solari — non dovrà
maravigliarsi al sentire che il mattino del trentaduesimo io mi sentii
d'un tratto affaticato ed esausto.
Se tuttavia il lettore del presente capitolo non ha letto i sei che
precedono, non importa: per l'intelligenza di questo basta ch'egli
sappia che la mattina del 9 di febbraio, alle ore 10 e 45, mi venne il
mal di capo.
2.
Appressamento d'un mistero.
Stabilii di concedermi qualche giorno di riposo: e senz'altro indugio,
la mattina appresso partii. Andai in campagna, cosa assai piacevole
a farsi nelle stagioni in cui solitamente gli uomini se ne astengono.
In poche ore raggiunsi il paese che avevo scelto, sulla riva d'un lago
lombardo.
Ma il caso m'impigliò quivi in una complicata e mirabile avventura
la quale mise in serio pericolo il mio amore e la mia fede nella
vita moderna, e con essi minacciò tutto il nuovo orientamento che la
presenza del dopoguerra aveva offerto al mio spirito.
Nella piccola pensione in cui mi allogai erano due ospiti: un
giovane e una giovane. Mi si presentarono come fratello e sorella.
Il che appariva in ogni modo al primo sguardo per la loro singolare
somiglianza, accresciuta dal fatto che il giovane, quasi un
adolescente, era di lineamenti assai delicati. Il solo carattere
chiaramente diverso tra i loro visi era nell'espressione dello sguardo.
La sorella avea dolci gli occhi e velati di malinconia anche quando
sorrideva, o, più raramente, rideva. Invece il giovane portava in fondo
alle pupille perennemente accesa una mobile luce maniaca.
Quella prima mattina scambiammo pochi discorsi incolori. La sera
all'ora del pranzo trovai sola la fanciulla alla tavola comune. Mi
disse:
— Bruno è andato a Milano, e tornerà domattina.
Ella si chiamava Laura.
Quando un uomo e una donna si trovano in presenza, comincia la tortuosa
lotta dei sessi.
Il nostro colloquio ritegnoso e coperto si prolungò qualche tempo
dopo la fine del pranzo. Ella era garbata, e a gradi si fe' quasi
lieta. Da ultimo avvenne a me di nominare suo fratello. La serenità di
Laura rabbrividì d'un tratto come al calar d'una nube. Dopo un breve
silenzio, levandosi e porgendomi la mano, ella con profonda convinzione
sospirò:
— Mio fratello è un uomo di genio.
Con scarso senso d'opportunità le risposi:
— Io sono un uomo d'affari.
M'accorsi subito d'aver detto ciò meccanicamente, come mi accadeva
spesso in quel tempo, anche fuor di proposito. La stonatura m'irritò.
Rimasto solo me n'andai a passeggiare con un senso di corruccio.
Il mattino appresso Bruno era tornato. La fiamma di mania gli
luceva sempre in fondo agli occhi, ma come esagitata da una gioiosa
inquietudine.
L'aria in quella stagione era gelida e arida, e il lago la notte gemeva
come fa il mare.
Il quarto giorno della mia dimora nella campagna lacustre, alle prime
ore del pomeriggio Bruno m'invitò quasi misteriosamente a uscire con
lui, mi guidò a una casetta isolata e per una scala oscura mi fe'
salire: m'introdusse in una stanza ov'erano due grandi tavole da lavoro
coperte di carte disegnate e strumenti d'aspetto scientifico, che mi
riuscirono al tutto nuovi e incomprensibili.
3.
Silenzi e musiche.
Bruno mi disse:
— Ho fiducia e confidenza in lei.
— Grazie — gli risposi —. Tutti gli uomini e le donne che ho conosciuto
hanno avuto fiducia e confidenza in me. Forse per questo non sono
ancora riuscito a nulla di solido nella guerreggiante conquista della
vita.
Egli non mostrò di apprezzare la mia divagazione egoistica.
Aperse l'usciolo d'una specie di complicato e pesante stipo metallico
ch'era in mezzo a una delle grandi tavole. Da un cavo dell'interno di
quello trasse una specie di cuffia telefonica e me la porse. Dalla
cuffia si partiva un filo che andava a collegarsi con le misteriose
interiorità dello stipo.
— Se la metta — mi comandò. — E mi dica che cosa sente.
M'aiutò ad aggiustarmela col nastro d'acciaio adattato lungo la curva
del cranio e i due dischi ricevitori strettamente applicati agli
orecchi.
Da principio non sentii nulla. Poi m'accorsi che quel silenzio stesso
era terribilmente singolare. Allora sentii ch'io sentivo uno spaventoso
silenzio.
Tesi invano tutte le mie facoltà per cogliere in quel vuoto una qualche
menoma vibrazione: ma il silenzio era totale, snaturato e mostruoso.
Avevo i miei occhi fissi in quelli di Bruno, che mi guardava e osava
sorridere: ma quel sorriso, solo nel mondo enorme che attorno a me
s'era avvelenato e congelato di silenzio, mi sconvolgeva vie più. Pure
non osavo muovermi. Poi con grande stento mi risolsi a parlare: ma le
poche parole che pronunciai non so quali furono, chè d'un più vasto
terrore mi gelò accorgermi ch'io non sentivo il suono della mia voce,
onde come ossesso m'interruppi. E sempre fissando io la faccia di
Bruno, quella si mise a ridere, e la vedevo imbestiarsi nelle smorfie
del riso le quali in quel moto senza suono mi apparivano sardonici
contorcimenti. Ma così sussultando ei continuava a guardarmi. Allora
con uno sforzo enorme della volontà m'alzai in piedi e mi strappai lo
strumento dal capo.
Improvviso, cessando il contatto del metallo, sentii il riso di Bruno:
tra le cento voci dell'aria rifluì nella stanza il senso tepido della
vita.
— Ha sentito? — domandò.
Una calda felicità m'invase udendo le sue parole, sentendo che sentivo
la mia voce rispondergli:
— Sì.
— Questo strumento è tirannico — spiegava Bruno — non permette che si
senta altro suono se non quelli che lo interessano.
— Come sarebbe a dire?
— Ecco.
Svolse dal cavo del diabolico stipo un secondo filo, che anch'esso per
un capo vi rimaneva infisso, e dall'altro terminava in una spina a due
punte brevi e sottili acuminate come spilli. Così tenendo in mano la
spina m'incorò:
— Si rimetta la cuffia.
Ecco fui ripiombato nell'ultramondano silenzio. Di là vidi Bruno
scostarsi qualche passo guardandosi intorno; poi risolutamente andò
verso lo stipite dell'uscio, ch'era di larice bianco, lo tentò un poco
con una mano, infine vi conficcò e sforzò dentro le due punte della
spina.
Quasi subito il silenzio sovraceleste che m'avvolgeva parve corrersi
di fremiti leggieri che venissero da remotissime altitudini, pungenti
brividi sonori, che d'ogni attorno si scivolavano incontro e così
scontrandosi uno sull'altro s'intrecciavano: qua e là tratto tratto
rompevansi in tenui scoppi; dappertutto s'avvolgevano di ronzii. A
certi istanti quelle note acute e sommesse parevano arrotolarsi come
in congegnamenti meccanici: poi novamente allentate abbandonandosi
impallidivano, sfuggivano a esaurirsi vacillanti sugli orli di abissi
lontani.
Assorto nella visione maravigliosa, teso nell'ansia che mi sfuggisse,
i miei occhi non avevano più scorto l'uomo; d'un tratto lo vidi
avvicinato chinarsi sopra me, e mi tolse delicatamente l'apparecchio di
sul capo: poi andò a sconficcare la spina dal legno.
— Ha sentito?
— Sì.
— Che cosa?
Indugiai. Avrei voluto dirgli che avevo sentito preludiare le
pitagoriche armonie d'un qualche sistema sidereo non ancora formato;
o forse un pallido dialogo tra il piano astrale e il piano buddico dei
teosofi. Ma mi feci pudore di esporre simili ipotesi ultrapoetiche. E
risposi:
— Suppongo, il rumore di un tarlo nel legno?
Bruno ricominciò a ridere scotendosi come pazzo.
— Se in quel legno ci fosse un tarlo, con questo microfono lei udrebbe
un fragore assordante come di macchinari o d'immense cascate. Anzi
il suo errore mi fa pensare ora che una delle applicazioni pratiche
dello strumento potrebbe essere appunto di far riconoscere la presenza
dei tarli nei legni preziosi. Ma ciò non m'interessa: di simili
sfruttamenti, se vorrà, se n'occuperà lei, che è uomo d'affari.
— Ma allora quei suoni?...
— Sono gli infinitesimi e inesauribili movimenti atomici della materia
organica.
Lo guardai stupefatto.
— Lei può immaginare da questo la potenza del mio microfono
moltiplicatore a isolatore acustico.
— È una sua invenzione?
— Dica che non è che la minima parte, che un particolare isolato,
della mia invenzione. C'è assai più, e presto vedrà. Ma prima occorre
che lei ne conosca un altro elemento, il più sorprendente: lo specchio
allocatoptotrico.
Dopo un'attesa, accennò con una sorta di mistero verso una piccola
porta a muro ch'era in fondo alla stanza.
In quella s'udì la voce di Laura dalla strada chiamare:
— Bruno!...
4.
Laura.
Senza rispondere alla chiamata, nè altro dirmi, Bruno ripose
rapidamente ogni cosa e scendemmo. Laura col cappello e il bavero
impellicciato che le saliva a mezzo il volto appariva più donna, avea
acquistato un che di maturo e turbante. I suoi occhi erano più neri e
più fondi.
— Bruno — disse — è l'ora della passeggiata. Venga anche lei.
Così dicendo mi guardò. Mi sentii impallidire. Quando i palpiti del mio
cuore tornaron calmi, risposi:
— No.
— Allora, a più tardi.
Fino a sera pensai a Laura. Ma di tratto in tratto la sua figura e il
suo volto scomparivano istantaneamente alla mia memoria: in quelle
lacune sentivo in me e intorno a me un flutto di vacuo e gelante
silenzio: vi riconobbi l'immagine di quello che m'avea avvolto e quasi
fatto demente durante la prima esperienza nel gabinetto del fratello di
lei.
— Costoro mi farebbero impazzire — mi dissi alla fine. — Bei riposi ho
trovato nella solitudine della campagna! Strana sorte la mia: io sono
sempre stato, sono, e sempre sarò, irrimediabilmente savio; e insieme
la sorte ha messo occultamente tra le mie mani non so che potentissima
calamita di pazzi.
E quando, poche ore dopo, c'incontrammo alla tavola comune, subito
annunziai recisamente:
— Tra due giorni torno a Milano. La mia vacanza finisce.
— Tra due giorni? — domandò Bruno — cioè?...
— Cioè sabato: dopodomani; con la corsa del mattino.
Egli echeggiò:
— Sabato, con la corsa del mattino.
E aggiunse:
— Benissimo.
Rinunciai a capire il suo pensiero. Dopo un poco soggiunse:
— Io invece parto domani mattina.
Ebbi la tentazione di rispondergli anch'io: «Benissimo», ma me ne
trattenni. Fui per accennare alle cose mirifiche che m'aveva mostrate,
a quelle più mirifiche che m'aveva promesse. Ma un oscuro istinto
maligno m'impose silenzio anche su questo argomento. Mi pareva che
un'aura d'odio aleggiasse fra le nostre tre sostanze. Poi i silenzi
obliqui che strisciavano tra noi cominciarono a travagliarmi. Cercai
qualche argomento di discorso che ci portasse giù, in un'aria più
respirabile e solita: avrei voluto poter pronunciare qualche volgarità.
Dovetti fare uno sforzo per ricordarmi quali fossero i discorsi più
consueti che si tengono nel mondo, il mondo degli uomini comuni, gli
uomini sani. Finalmente dissi così:
— Speriamo che sabato non ci siano scioperi.
Bruno mi guardò come se avessi immaginato una inverosimile ipotesi di
turbamenti cosmici.