V'erano anche taluni che invece di gridare e guardare le finestre del

palazzo, tentavano d'entrare nella Galleria: se non che quei sorridenti

soldati, i quali ne lasciavano uscire chiunque, non vi lasciavano

per contro entrare persona. Era matematico che con un tale sistema la

Galleria, in un lasso imprecisato di tempo, avrebbe finito con l'essere

sgombra.

Ma l'occupare o lo sgombrare Galleria Vittorio Emanuele non erano le

tesi principali su cui stavan divisi gli animi in quel pomeriggio,

che fu nel febbraio del primo anno del dopoguerra. Trattavasi d'una

questione di bandiere.

C'era in quel tempo (e c'è oggi ancora; ma poichè un giorno, come

ogni cosa mortale, non sarà più, mi piace lasciarne in queste storie

il curioso ricordo) c'era dunque quella specie di parte politica,

acceso avanzo dei recenti spiriti di guerra, denominata «fascismo», e

trovavasi in reciso contrasto di atteggiamenti con il rivoluzionarismo

comunista. Ora, appunto quel giorno era avvenuto che i fascisti

avessero bruciato una bandiera rossa, e similmente i rivoluzionari

avessero bruciato una bandiera tricolore. Tuttavia nè gli uni nè gli

altri erano paghi dell'equilibrio così stabilito. Di qui il tumulto.

Perchè in quell'epoca storica, e poi per qualche tempo ancora, tali

gare pittoresche furono il segno più visibile del travaglio politico

dell'epoca: il quale era in realtà, ed è, assai più profondo e fecondo,

come il sèguito degli avvenimenti dimostrerà a quanti avranno la

fortuna di sopravvivere per qualche anno.

I cittadini d'Italia — cioè coloro che non avevano una fede assoluta

in alcuna delle tesi politiche in contrasto — erano mossi da un

solo spassionato desiderio: il desiderio che una qualunque delle due

bandiere — oppure una terza, o una quarta, o una ennesima — riuscisse a

bruciare tutte le altre e imporsi amabilmente sul paese, che appariva

abbandonato a se stesso e alla malfida signoria del dio Caso. Ma

nessuna bandiera osava assumersi un così onorevole còmpito.

Non ignoro che se queste pagine saranno lette da qualche curioso tra

molti anni, forse egli trarrà da alcune delle mie parole ragioni

d'incertezza e di dubbio. Ho nominato il tricolore fascista. Ma a

quel tempo non c'era — si domanderà quel postero dubitoso — non c'era

appunto un tricolore ufficiale, da cui moveva il reggimento della cosa

pubblica? il «fascismo» era dunque al potere?

No. Nessuno dei lettori odierni può confondere il tricolore ufficiale

con quello politico di cui ho parlato, e ch'era stato bruciato

dai rossi; nè i rossi avevano compiuto un siffatto olocausto come

manifestazione ostile al Governo. In quel tempo, del tricolore

ufficiale governativo non sopravviveva che l'asta: e si badi bene

di non intendere questa governante asta come simbolo di inflessibile

rigidità.

2.

Spirito d'avventura.

Dalla parte di San Fedele — crescendo il vocìo e moltiplicandosi

qua e là per la piazza episodi personali e violenti — cominciarono a

scaturire gruppi di militi, meno sorridenti di quelli che chiudevano il

passo alla Galleria: e a ognuno di quegli arrivi nascevano d'improvviso

sussultori impeti entro la folla, nei quali sussulti qualche fianco

s'ammaccava e qualche gola tramutava il grido di parte in imprecazione

di dolore. Allora alcune donne e giovinette, che qua e là s'erano

spinte avanti, rinculavano verso il fondo della piazza strillando

come ninfe sorprese dai satiri o galline investite da una bicicletta:

poi, appena riagguagliatosi il movimento, tornavano a ficcarsi

innanzi con pertinacia degna d'un sesso più costante e di moventi

più efficaci. Ma d'un tratto con duro ansimar di motore sgorgò sulla

piazza un'autopompa; un getto d'acqua salì altissimo a brillare al sole

invernale e ricadde con fredda eleganza sui gruppi centrali della folla

animosa.

C'è chi sostiene che nelle pubbliche dimostrazioni una pompa

lanciatrice di pura acqua di fonte faccia più paura d'una

mitragliatrice. Non so che cosa sarebbe avvenuto all'apparire

d'una mitragliatrice: al primo lampeggiare dell'acqua fui travolto

improvvisamente da una fuga ruinosa. Mi sentii come trainato e sommerso

in una corrente, sbattuto contro un muro, sollevato a mezz'aria e

alfine precipitato in un vano. Solo allora potei sciogliermi, sollevare

il capo, guardarmi attorno. Eravamo, otto o dieci, nell'atrio d'una

casa, e due de' miei accidentali compagni stavano precipitosamente

serrando e sprangando il portone.

Come fummo separati dal rimanente universo, tendemmo l'orecchio.

Fuori il fragore dei marosi politici si andava qua e là punteggiando

di spari secchi; ogni tanto gli spari cessavano, poi riprendevano; ogni

tanto dall'urlo scaturivano strilli.

Uno dei due che avevan chiuso, com'ebbe contemplato irosamente

l'effetto della savia operazione ruggì:

— Mascalzoni!

Non appurai se l'apostrofe fosse diretta all'una, oppure all'altra,

delle fazioni dimostranti, o ai pompieri, o a tutta insieme l'umanità

tumultuante nelle piazze e nelle vie a preparare l'età nuova: non

approfondii questo punto, perchè in quell'istante mi occupò un altro

problema. Il mio primo movimento — appena il mio corpo si trovò sciolto

dall'amalgama umano e rifatto individuo — il mio primo affettuoso

movimento era stato di correr con le mani alla tasca a cercarvi il

pacchetto delle sigarette.

Ma esso era tutto miserevolmente schiacciato.

Di sigarette non n'era rimasta intera e fruibile neppur una.

Esclamai:

— Questo sì mi dispiace.

Il duro sbarrator di portoni mi gettò un'occhiata sprezzante.

Ma un terzo, che doveva aver assistito con simpatia al mio dramma, si

fece avanti con un sorriso e un portasigarette aperto e ricolmo, e mi

porse l'uno e l'altro invitandomi:

— La prego, si serva.

Intanto il rumore delle strade pareva allontanarsi. Io m'ero seduto

sul primo gradino d'una scala che metteva in quell'atrio. Gli spari

cessarono del tutto. Qualcuno dei più curiosi propose di aprire il

portone, ma l'arrabbiato non volle. L'uomo tranquillo che mi aveva

offerto una sigaretta, venne a sedere, anch'egli fumando, accanto a me

sul gradino, e mi disse con grande serenità:

— Da otto giorni non piove, per questo fa tanto freddo.

Questa superiorità ci affratellò, improvvisamente ci distinse e separò

dal gruppo dei curiosi e degli affannati. Assaporammo l'inattesa

fratellanza fumando per un poco in silenzio.

Fu riaperto il portone. Uscimmo tutti. Il tumulto era finito. La piazza

era un lago.

— Lei da che parte è diretto? — mi domandò il mio compagno.

— Avevo un appuntamento d'affari, ma ormai è tardi. Anderò a pranzo in

qualche trattoria.

— Perchè non viene alla mia pensione?

— Dove?

— Si fidi di me: si troverà bene.

Un invincibile spirito di avventura ha sempre spinto la mia vita ad

accogliere di buona voglia ogni invito dell'imprevisto. Accettai; e

docilmente seguii colui che m'avea soccorso in un momento difficile

della vita.

Camminando a fianco a fianco con lui, m'aspettavo ch'egli mi si

presentasse; e perdurando il silenzio, mi domandavo che cosa lo

tratteneva ancora dal compiere quel dovere elementare. Più in là mi

risposi che forse egli aspettava mi presentassi io. Poco profondo in

tale materia, deplorai di non possedere qualche principio generale di

cui poter compiere dialetticamente l'applicazione al caso presente.

Mentre in questi pensieri tacito combattevo entro me, eravamo giunti,

ch'io non m'ero reso conto del cammino percorso, alla mèta a me ignota.

— Eccoci.

Salimmo una scala stretta e chiara quali usano nelle modernissime

case delle città operose, cioè con le pareti a mattonelle bianche

lisce e lucidissime, da parer perpetuamente bagnate, e danno tutte

un'invincibile impressione di waterclosets ben tenuti. Al secondo piano

entrammo in un lindo appartamento; nell'anticamera c'era una specie

di palmizio. La mia guida s'affacciò a un uscio avvertendo: — C'è un

signore che rimane a pranzo, è con me — poi mi scortò a un salottino

con un piccolo divano messo d'angolo in un canto e dietro il divano

un alto specchio molato sormontato da una minacciosa aquila di legno.

Entrò una signora assai giovane, ma piuttosto grassa, e la mia guida

proclamò:

— La signora Irene, la nostra padrona.

Stimai opportuno, inchinandomi, di mormorare approssimativamente il mio

cognome.

— Lei è di Milano?

— Sono qui da un mese.

La signora Irene si volse all'introduttore:

— Questo signore rimarrà dei nostri?

— Lo spero — rispose l'altro, — mi pare che ci abbia una eccellente

disposizione.

Io trasecolai.

3.

Il primo e il secondo.

Trasecolai, e credo che con la persona mi ritraessi in un improvviso

moto di diffidenza: quasi temevo oscuramente d'essere giunto a chi sa

quale turpe agguato. La mia guida disse:

— Con permesso.

E se n'andò verso le stanze interne di quella dimora misteriosa. Ciò

aumentò il mio turbamento, anche perchè le donne grassocce non mi

piacciono. Ma quasi subito dall'anticamera entrò un uomo grave, e la

signora me lo presentò:

— Questo è Giulio, mio marito.

E subito aggiunse:

— Il mio secondo marito.

Dopo il consueto convenevole anche il nuovo venuto scomparve dalla

parte ond'era uscito l'altro. Io e la vedova rimaritata rimanemmo soli.

Mi risolsi a sedermi. E nell'anticamera sentii sorgere una voce bassa

che canterellava un'aria della _Nina_ di Paisiello, e si avvicinava:

la quale cantilena s'interruppe nel momento in cui balzò di lì nel

salottino un nuovo personaggio, piccolo, panciuto, vivace, che quasi

in ritmo di danza si chinò davanti alla signora, le baciò la mano, e le

domandò:

— Come state, donna Irene?

Donna Irene me lo presentò:

— Il signor Pietro.

E subito aggiunse:

— Il mio primo marito.

Sentii il mio volto impallidire, i capelli drizzarmisi tragicamente sul

capo. Un vento gelido mi soffiò sulla fronte.

Ma il signor Pietro non era uno spettro, perchè gli spettri, quando se

ne vanno, scompaiono silenziosamente dalla vista dei mortali; invece

il primo marito della vedova rimaritata chiese cerimoniosamente licenza

d'andare a lavarsi le mani (cosa che gli spettri non fanno), mi salutò

porgendomi la destra di quelle (ed era calda e carnosa) e uscendo

riprese a mezza voce la canzoncina interrotta nell'anticamera.

Tutti questi sintomi di vita normale valsero a temperare alquanto il

gelido terrore che mi aveva sconvolto. Ripresi un sufficiente dominio

di me medesimo. Ma sentii che questa volta il silenzio tra me e donna

Irene sarebbe stato insostenibile. Era necessario ch'io squarciassi

i veli che si addensavano intorno a me. M'imposi di avviare una

conversazione. E le domandai:

— Dov'è stata in campagna l'estate scorsa, signora?

Ella aggrottò un momento le ciglia come per ricordarsi, poi d'un tratto

sospirò:

— Ah non mi parli dell'estate scorsa.

Mi sentii smontato. Ma con uno sforzo mi ripresi, e ritornai per un

altro varco all'assalto.

— Dove andrà in campagna l'estate prossima, signora?

La interrogata questa volta sorrise; tuttavia mi raccomandò:

— Non mi parli della villeggiatura dell'estate prossima.

— Scusi — mi ribellai, — ma di che villeggiatura le debbo parlare?

— Dunque lei — replicò con grande ragionevolezza donna Irene — lei ha

proprio la necessità di parlare di villeggiatura?

Questa osservazione mi colpì in pieno, mi rivelò che fino a

quell'istante, senza ch'io me ne avvedessi, i miei spiriti erano

rimasti in una condizione di turbamento profondo, e avevo parlato come

ebro.

— Ha ragione, signora — gridai. — E io non vorrei ch'ella credesse

ch'io ho l'idea fissa della villeggiatura. No. Non ne parlo mai.

Non ci penso mai. Non ci vado neppure, per ragioni profonde che ho

spiegate in un mio racconto intitolato «Florestano e le chiavi», che

mi permetto di raccomandarle perchè non scrivo più e mi son dato agli

affari. Così, com'ella vede, con un brevissimo intreccio di parole

la ho messa al corrente di me, della mia indole, del mio passato e

del mio presente. L'avvenire è sulle ginocchia di Zeus. Le dirò una

cosa ancora: la occupazione principale cui la sorte ha votato la mia

vita, nelle ore d'ozio, è quella di ascoltare. Lei non può immaginare

quanto io ascolti. Tutti, di giorno e di notte, d'estate e d'inverno, e

anche nelle stagioni intermedie, mi narrano, e io ascolto. Mi narrano

la loro vita le loro speranze i loro affanni le loro crisi le loro

perversioni spirituali sessuali cerebrali, e io ascolto ascolto tutto,

tutti, tutte: idioti e sapienti, infanti e decrepiti, uomini donne

invertiti, cortigiane fanciulle semifanciulle, mogli, avole, vedove

semplici, vedove rimaritate. Se lei, signora, appartiene a una di

queste categorie, mi parli di sè, e io la ascolterò. Se appartiene a

una categoria diversa, ch'io abbia dimenticata o mi sia ancora ignota,

racconti racconti, e io avrò una sottospecie di più da aggiungere alle

varietà delle persone che mi hanno raccontato i fatti loro. Intanto, se

permette, fumo una sigaretta.

Così dicendo mi ricordai che n'ero sprovvisto. Prima però che rivelassi

alla donna questa difficoltà all'attuazione del mio proposito, ella me

ne aveva porta una scatola colma. Ma frattanto l'incidente, richiamando

improvviso al mio pensiero la scena di mezz'ora prima, sotto il

portone, dopo i tumulti politici di piazza della Scala, mi fece

sentire d'un tratto ch'io non sapevo dove fossi, neppure in qual via

o quartiere della città, nè per che scopo gli dèi mi avessero posto di

fronte a donna Irene. Mi sentii fuori del tempo e del mondo.

La signora sorrise. Sorrise come sorridono tutte le donne piccole e

grassocce, cioè non con gli occhi e la bocca soli, ma con gli zigomi,

con le guance e con tutto il seno. Poi disse:

— Fino a sei mesi fa ho vissuto in provincia, e non conta. Sei mesi fa

sono venuta a stare a Milano con mio marito, il mio primo marito....

Questa parola produsse automaticamente sul mio volto un'aria contrita

e commossa quale si usa quando una vedova parla del marito defunto.

Ma subito ricordai che il marito defunto mi aveva stretto la mano

pochi minuti prima e se n'era andato cantando la _Nina_ di Paisiello.

Allora m'affrettai a tornare sorridente e attento. Fu lo specchio,

sotto l'artiglio dell'aquila scolpita, a rilevarmi queste successive

espressioni del mio volto. La signora non s'era avvista della mia

momentanea distrazione.

— Ci siamo portati, naturalmente, il nostro bambino che ha due anni. Ma

a Milano a grande stento abbiamo trovato una camera, una sola, piccola

e brutta, ci vivevamo in tre, stretti, malissimo, come può immaginare.

E fu inutile ogni nostra più affannosa ricerca di un quartierino.

Mio marito aveva un amico, Giulio, che era scapolo e solo e aveva un

appartamento grande, questo qui. Allora, com'era giusto, ho divorziato

da Pietro e ho sposato Giulio.

— Divorziato!

— Divorzio privato, si capisce: quando verrà il divorzio legale, se

intanto la crisi degli alloggi non sarà risolta, faremo anche quello.

E amichevole. Qui c'erano stanze in soprannumero: abbiamo aperto una

piccola pensione: uno dei primi pensionanti sa chi fu? Pietro.

— Il defunto?

— Come sarebbe a dire?

— Niente. Ciò che lei mi ha narrato, signora, è estremamente attuale e

patetico.

— Tutto questo ci ha dato delle idee: una magnifica idea: è a

quest'idea, suppongo, che debbo la sua presenza qui.

— La mia presenza?...

Ma mentre aspettavo l'agognata spiegazione, entrò la cameriera ad

annunciare che il pranzo era servito. La signora s'avviò, la seguii;

mentre giungevamo in sala da pranzo, da usci varî contemporaneamente vi

sgorgavano tutti i commensali, cioè, oltre la mia guida e i due mariti

di donna Irene, tre altre persone, tra le quali una donna.

4.

Cenacolo platonico.

C'era una tavola rettangolare attorno a cui sedemmo tutti, cioè: nel

mezzo d'uno dei lati lunghi la signora Irene, con a destra un prete e

a sinistra il signor Pietro, che continuava a canterellare nei brevi

intervalli tra un boccone e l'altro o tra una parola e l'altra. Io in

faccia alla signora, alla mia destra una donna o fanciulla piuttosto

piacevole, alla mia sinistra un signore importante con barba assira

e redingote. Ai due lati più corti sedevano da una parte il presente

marito di Irene, dall'altra il mio introduttore, che poco di poi sentii

chiamarsi Gionata.

Da principio mangiammo in silenzio. Io cercavo di occuparmi della mia

sorridente e serpeggiante vicina. Le prime parole che udii chiare tra

quei croscìi di mascelle, uscirono dalla bocca del più silenzioso tra

tutti, cioè Giulio, cioè l'attuale marito, persona grave; e fu una

parola gastronomica, la quale ebbe per argomento il grado di cottura

del pollo che stavamo mangiando. Fin qui nulla di strano: ma dopo

quella osservazione culinaria io ne aspettavo un'altra, di natura

economica. Tornato ormai da un mese dal fronte, non era passato giorno

che a tavola, o fossi in casa mia o in casa d'altri o alla trattoria,

a ogni cibo, animale o vegetale, semplice o complicato, crudo o cotto,

io non avessi sentito parlare del rincaro del genere. E da quel giorno

a oggi che scrivo son passati altri quindici mesi, che è a dire circa

cinquecento giorni, cioè quasi mille pasti: il che importa che, dal

mio ritorno, più di mille volte ho sentito discorrere del rincaro degli

alimenti, e similmente, in tutte le altre contingenze quotidiane, del

rincaro di tutte l'altre cose necessarie o superflue; e sono rassegnato

ormai a sentirmi esporre per tutta la vita fino alla più tarda età

(perchè tutti i chiromanti sono concordi a concedermi una lunghissima

esistenza) il confronto tra i prezzi nuovi e quelli anteriori al 1914.

In quel tempo, poichè il supplizio durava da soli trenta giorni, non mi

ero ancora adattato: perciò con piacevole maraviglia udii le parole di

Giulio, e le poche di alcuni commensali che gli risposero, contenersi

nella cerchia gastronomica, cioè nella pura estetica. Maggiori

maraviglie mi preparava quella conversazione conviviale. Un uscio,

passandone la cameriera che ci serviva, cigolò. Il signor Pietro da

uomo pratico osservò che occorreva unger d'olio l'arpione. La signora

Irene da donna romantica, quali sono tutte le donne un po' grasse,

disse morbidamente:

— Pare che si lamenti d'un abbandono.

Allora colui che m'aveva offerto una sigaretta all'uscire dal

naufragio, colui che m'aveva introdotto in quel ritiro arcano, colui

che si chiamava Gionata come l'inventore di Gulliver e il figlio di

Saul, parlò, e disse:

— La sua osservazione, donna Irene, mi richiama a uno dei problemi

che da qualche tempo più mi torturano. Ed è questo: se un uscio avesse

senso e sentimento, e perciò fantasia e desiderio, preferirebbe esser

chiuso o essere aperto?

Io lo guardai con estasi. Gli altri non parvero maravigliarsi del

tormento spirituale di Gionata.

— Ho dato — continuò — una soluzione provvisoria al problema. È

necessario stabilire se la natura, cioè il fine, dell'uscio, è di

separare o di congiungere. Seguitemi. L'uscio in quanto è un vano

lasciato in una parete, ha lo scopo manifesto di far comunicare

una stanza con l'altra. Ma l'uscio in quanto battente ha l'ufficio

contrario, cioè quello di poter interrompere temporaneamente detta

comunicazione ricostituendo l'interrotta unità della parete. Quando

l'uscio è chiuso il vano è inutile: quando l'uscio è aperto il battente

è inutile.

Assaporò un sorso di luminoso Chianti. Il signor Pietro canticchiava la

cavatina del Don Pasquale, le cui note furono subito novamente dominate

dalla parlante voce di Gionata:

— Ma l'uscio è una unità metafisicamente inscindibile di vano e

battente: l'uscio dunque, immaginandolo sensibile, l'uscio nella

sua totalità personale dovrebb'essere tormentato da un perpetuo e

insuperabile dissidio interiore.

Seguì un silenzio, perchè nessuno ebbe parola da opporre alla

dialettica di Gionata, che si dimostrava esperto nelle più fini e

feconde pratiche del filosofare.

Dopo un istante di silenzio, e avendo ingoiato una sanguigna targa di

barbabietola, egli ci offrì un corollario immaginoso:

— Quando cigola dolorosamente, che cosa cigola dell'uscio? L'arpione, o

ganghero che dir si voglia. Cioè, precisamente il punto per cui le due

nature si congegnano, per cui il battente si connette col vano.

La mia natura d'uomo pratico — non si dimentichi che in quel tempo io

m'ero tutto dedito agli affari-mi fe' cercare un'applicazione politica

alla loica disinteressata di Gionata. Esordii:

— La sua acuminosa osservazione, signor Gionata, può trovare un

riscontro curioso nel presente stato sociale.

A queste mie parole vidi dipingersi sul volto di tutti i commensali

un'aspettazione vigile. Tutti s'interruppero nell'operazione

che stavano compiendo: e in tal modo, chi col bicchiere in mano

a mezz'aria, chi con la forchetta infilata in un boccone, chi

col tovagliolo alla bocca, impietriti ciascuno nell'atto suo, mi

guardarono. Sulle labbra d'Irene vagolò un sorriso materno.

— Poichè noi viviamo oggi in un'epoca di faticosa transizione....

A questo punto del mio secondo esordio, due o tre colpi di tosse,

manifestamente artificiale, si fecero udire da punti diversi della

tavola. Io incauto continuavo:

— .... e poichè il tenebroso travaglio in cui ci ha gettati la

guerra, sia per la sua necessità, sia per gli errori di certe sue

conclusioni....

Un urlo m'interruppe, ma urlo giocondo:

— Paghi!

E due altri lo echeggiarono:

— Paghi!! Deve pagare!!!

Io guardai intontito verso Irene. Ella abbozzò una languida difesa:

— Il signore, certo, non sa....

— L'ignoranza della legge non è ammessa — tonò Pietro.

— Forse — disse Gionata — la colpa è mia, che non la ho avvertita. Lei

deve sapere che qui è proibito, sotto pena del pagamento di bottiglie

due, di parlare, in bene o in male, seriamente o facetamente, a lungo o

con una sola allusione, delle condizioni della vita presente.

— Divinamente — gridai —: la legge mi piace a maraviglia, e mi permetto

di non accettare la difesa di donna Irene, anzi la prego di disporre

per la immediata esecuzione della pena.

Donna Irene fe' cenno alla cameriera e comparvero due vetuste bottiglie

di vino rosato. L'assiro che sedeva alla mia sinistra osservò:

— Ciò non diminuisce la colpa di Gionata: secondo me, deve pagare anche

lui.

I commensali acclamarono, e mentre già il vino roseo della mia multa

circolava, la cameriera sollecita aveva messo in fresco due bottiglie

di champagne per conto di Gionata.

— Non creda — disse questi a me — che la detta legge sia isolata e per

sè stante. Non è se non la conseguenza d'una norma più ampia, che è la

ragione stessa della nostra riunione. Qui — e si fece solenne — qui non

può trovarsi e frequentare se non una sola categoria ristrettissima

di persone: cioè, le rare persone che sono soddisfatte, per qualche

ragione, dell'attuale stato di cose.

— Mi pare — obiettai — che non siano rare. I fornitori e arricchiti

d'ogni genere, i mercanti di mode, i politicanti socialisti e popolari,

i lavoratori del....

— No, no — m'interruppe Gionata —: non mi ha lasciato finire. Parlo

dei soddisfatti, non degli oberati da materiali vantaggi. Soddisfatti:

_satis-factus_: senso di moderazione. Coloro che hanno ricevuto grossi

vantaggi dai volgimenti storici odierni, sono necessariamente in una

condizione di sovraccarico, e di precarietà, e di stupefazione, e

di angoscia: è un successo affannoso: e, in più, perdura in loro un

bisogno d'inquieta operosità, contraria quanto mai allo spirito di

questo cenacolo, o isola di beati, od oasi di filosofi, o abbazia

telemitica che ella voglia chiamarla. Il principio n'è un soddisfatto

acconciamento per piccole cause, per aver còlto, dallo squilibrio

universale, modesti e calmi motivi di equilibrio personale. L'esempio

luminoso, eccolo: donna Irene. Altri da difficoltà simili alle sue

fu abbattuto e sommerso: ella ne ha saputo genialmente ricavare una

ragione serena di vita. E da questa è nato il pensiero del nostro

cenobio. Onore a donna Irene, e al suo primo, e al suo secondo marito.

Tutti clamorosamente brindarono alla trifida coppia: e chi brindò col

rosso e chi col biondo: i due colori scintillanti dominavano la mensa,

e cominciarono a scintillare mescolandosi anche nei nostri pensieri e

nelle nostre parole.

Dopo essermi coscienziosamente unito al brindisi, dissi:

La vita operosa: Nuovi racconti d'avventure · 第 5 / 8 段