dei sacerdoti in frack e sparato bianco, correndo in direzioni varie e
gridando i comandi come centurioni in battaglia.
Graziano ha conosciuto la fama, se non la gloria. Dieci anni sono ha
vinto un campionato ciclistico. Poi cominciava a ingrassare, onde la
sua vita fu diretta verso altre mète. La vigilia della guerra lo trovò
negoziante di accessorî per automobili. La guerra lo ebbe furiere in
un ufficio d'aviazione militare a Roma e gl'insegnò di là le vie della
ricchezza. L'armistizio lo ricondusse a Milano in un'automobile sua.
Tuttavia s'è conservato modesto; non ha preso nè moglie ricca nè amanti
costose, e neppure ha cambiato il sarto, nè si è messo a comperare
romanzi con la copertina illustrata: le quali cose lo distinguono da
altri arricchiti dell'ora presente.
Dalla partenza del terzo, ho visto in brevissimo tempo ben tre persone
accostarsi successivamente a Graziano, scambiare con lui poche parole
misteriose, andarsene. Dopo ognuno di quegli episodi egli mi ha sorriso
con bontà. Ora pronuncia una sentenza degna dei Savi dell'Ellade:
— Non c'è che il lavoro che dia delle vere soddisfazioni.
Le due fanciulle hanno finito di leggere la lettera, il che non le ha
rese più belle nè meno malinconiche. Ora discorrono modestamente col
cameriere. Io, spronato forse dalla sentenza morale del mio compagno,
m'alzo e gli dico:
— Penserò a quello che mi hai detto: sei vagoni. Ti ritrovo qui stasera?
— Sì; ogni sera dopo le nove e mezzo, fino alla chiusura.
— A rivederci.
Mentre m'avvio, sta rientrando il terzo con la sua sottoveste
abbottonata a contrattempo; siede al mio posto dicendo a Graziano:
— Ecco qui....
2.
Uno, il basilisco, e il cameriere Giovanni.
— L'affare è il meccanismo più semplice del congegno sociale. Consiste
essenzialmente in ciò: comperare a un prezzo, e rivendere subito tutto
a un prezzo più elevato. È l'insegnamento supremo di Ermete Leisterio.
«L'Affare va poi distinto recisamente dal Lavoro. Il lavoro corrisponde
a una possibilità limitata, l'affare è illimitato, come il Tempo e lo
Spazio, categorie della mente universale. Se un lavoro richiede una
determinabile somma di tempo e di energia, un lavoro doppio richiede
doppio tempo e doppia energia. Invece lo stesso tempo e gli stessi
atti che concludono un affare uguale a dieci, possono concluderne uno
uguale a cento, mille: il campo di potenza d'un uomo d'affari è perciò
illimitato.
«Ne deriva come primo effetto naturalissimo che l'uomo che fa degli
affari arricchisca infinitamente più di qualunque semplice lavoratore
del braccio o del pensiero; il che spesso dà scandalo a chi non sa
andare al fondo delle cose. E ne deriva come secondo effetto che
l'affare, cioè il comperare e rivendere all'infinito, è l'operazione
umana che gode maggior credito: così diciamo, per esempio, che
l'America è la più grande tra le nazioni (sebbene abbia penuria di
poeti, filosofi e altri uomini d'intelletto) perchè è la nazione
che fa più e più grossi affari: e similmente si afferma che Milano
è la capitale morale d'Italia, perchè è la città italiana in cui più
rapidamente si compera e si rivende.
«E questa è la ragione per cui mi sono dato agli affari. —
Così venivo ripensando e in me bene riaffermando i principii generali
che avevano determinato la mia situazione teorica e pratica: e in
questa sboccai dalla Galleria verso piazza della Scala, ove una
superstite simpatia mi soffermò un istante a contemplare le spalle
ammantate di Leonardo, buono amatore d'ogni arte e d'ogni scienza. Poi,
ripreso il cammino, venni più particolarmente a considerare l'affare
che avevo tra mano.
La mia opera si delineava così:
1º — Crearmi rapidamente un minimo di competenza riguardo alla legna
tagliata e ai suoi prezzi.
2º — Andare a Caprino Bergamasco a vedere e valutare i sei vagoni di
Graziano.
3º — Trovare un compratore.
4º — Tornare a Caprino Bergamasco e di là spedire la legna al
compratore.
5º — Ritirare il maggior prezzo da questo e sborsare il minor prezzo a
Graziano.
In tal modo dividendomi in pensiero il còmpito nelle sue fasi
progressive, mi trovai all'angolo del Cova, storico luogo di sosta di
tutti gli uomini di pensiero e d'azione della Città operosa.
Ivi ristetti, incerto sulle prime del cammino da prendere: un poco
in disparte tuttavia perchè m'era noto che in quell'ora la miglior
porzione del marciapiede illustre tocca, per diritto consuetudinario, a
un esiguo numero di mortali che di là sanno contemplare la vita fugace
con occhio di semidei.
Mentre in tal modo me ne stavo, mi si fe' incontro uno, e m'appoggiò
sulla spalla una mano benigna.
Quali fossero il nome, l'aspetto esteriore e le intime qualità di
quest'uno, non importa al racconto. Disse:
— Beato te che puoi startene bellimbustando sull'angolo del Cova a
insidiare le succinte passanti.
Così offeso, mi difesi:
— Tu t'inganni. Io sono qui da pochi secondi, e di passaggio, e operosi
pensieri mi occupano. Forse la Fortuna ha mandato te incontro ai miei
pensieri. Entriamo: io ti offrirò un americano col seltz, e tu mi darai
in cambio un'informazione.
Poi che ebbimo libato un sorso della miscela pungente, io entrai subito
nel vivo dell'argomento:
— Dimmi — gli domandai — tu che sei padre di famiglia: quanto la paghi
la legna al quintale?
Egli impallidì, poi m'indagò con lo sguardo onde Beatrice guardò Dante
Alighieri quando questi le domandava ragione della levità del proprio
corpo appena assunto al primo dei cieli: cioè — per coloro che non
avessero a fiore della memoria il _Paradiso_ — mi guardò come si guarda
un matto. E mi prese il polso.
— È regolare — disse tranquillato. — Ti sei dato, come Senofonte a
Scillunte nel suo dopoguerra, alla scienza dell'economia domestica? I
tempi non sono propizi a studi di questo genere.
— Non divagare — lo interruppi — e rispondi alla mia domanda.
— Non so risponderti. Non compero legna. In casa mia c'è il
termosifone. Da tre anni è spento, ma c'è: per questo non adopero
legna.
Ebbi, certo, un aspetto di somma delusione, perchè subito l'amico cercò
di aiutarmi:
— Aspetta — propose — domandiamo a Carletto.
Carletto era uno che passava, e che io non conoscevo. Il mio compagno
lo fermò:
— Dimmi, Carletto, quanto la paghi la legna al quintale?
Carletto proiettò due occhi quali sogliono proiettarli, nei giorni
di umore più malefico, i giovani basilischi. Questo basilisco bipede,
che aveva aspetto d'uomo e si fermava al nome di Carletto, era avvolto
in un botticelliano cappotto stretto alla vita con una cintura, e la
cintura fermata sul davanti con un fibbione. Divincolandosi in quelle
spire, sibilò:
— La legna! la legna! La pago quello che mi chiedono, la pago. Chi ne
capisce più niente?
Intuii subito in Carletto il tipo classico dell'uomo inviperito contro
il proprio tempo.
Il mio ospite si volse a me desolatamente:
— Vedi? — gemeva — al giorno d'oggi non c'è sugo.
Ma subito si distolse da me perchè in quella passava un cameriere, ed
egli nel suo zelo lo arrestò a volo.
— Mi dica, Giovanni, come farebbe lei per sapere quanto costa oggi la
legna al quintale?
Il cameriere Giovanni, ciò udendo, si eresse rigidamente sulla
flessuosa persona: bilanciò un istante sopra la palma sinistra il
vassoio, onusto di coppe sottocoppe e lampeggianti caraffe; strinse e
scosse energicamente il tovagliolo che brandiva con la destra; scrutò
fissamente dinanzi a sè l'infinito; indi:
— L'unica — pronunziò — sarebbe di andare a domandarne a un negozio di
legna.
Scagliate queste parole, il cameriere Giovanni partì dirittamente
dietro il proprio sguardo.
Il mio ospite si volse a me con umiltà:
— Mi dispiace — sospirava — io ci ho messo tutta la buona volontà.
L'americano me lo paghi lo stesso?
3.
Imprevedibile.
Nel pomeriggio di quel giorno medesimo, dopo un'abbondante colazione
e un degno riposo, che mi rifecero dei faticosi turbamenti della
mattinata, uscii di casa e mi diressi risolutamente a una via ove
sapevo esistere un negozio di legna.
Confesso che mi avvicinavo con tremore a quel luogo, per me affatto
nuovo. È universale il tremore del nuovo. Ognuno può riscontrarlo
entrando in un caffè, in un salotto, in una biblioteca, in un bar
automatico, in un tribunale civile o penale, in qualunque pubblico o
privato luogo, per la prima volta in vita sua. Tale tremore è fatto
soprattutto di pudore. Io credo che se mi portassero in prigione,
il mio turbamento per questo fatto, che di regola è spiacevole a
ognuno per la sua stessa essenza, si farebbe in me singolarmente
insopportabile per il pensiero che la mia inesperienza del luogo si
traduca in atti goffi che la dimostrino in modo ridicolo ai presenti.
Così avvenne quel giorno, perchè, lo confesso, non ero mai stato in un
negozio di legna. Perciò avvicinandomi rallentavo il passo.
Ma, giuntovi d'un tratto in vista, il luogo mi colpì subito
gradevolmente. Non c'era vetrina nè sporti e nessuna porta lo chiudeva,
così che dal marciapiede potevo scorgere magnificamente l'interno.
Era una stanza vasta: per tre lati le pareti fino al soffitto n'erano
coperte di scaffalature, come una biblioteca, ma invece di dorsi di
libri vi si scorgevano ampie distese di sezioni di tronchi di legna.
Ognuna di quelle sezioni appariva figurata a cerchi concentrici in bei
colori caldi, e così sovrapposte e distese in una moltitudine vasta
facevano un bellissimo vedere: impressione di leggerezza e di asciutta
solidità. Un soppalco basso dava ricetto a una bruna e nebulosa
fantasmagoria di fascine. In un angolo in terra tumultuava un cumulo
di ciocchi. Nella parte di fondo era ritagliato un usciolino, tutto
ricinto e come oppresso dalle scaffalature intorno, e di là da quello
profondavasi una regione nerissima e opaca, con polverio di carbone.
Il luogo mi piacque. Fui lieto d'averlo visto. Ciò mi costituiva
un principio di competenza: mi sovvenni del rimprovero che Antonio
Furetière, uomo litigioso e abate di Chalivoy, mosse a Lafontaine
accusandolo d'ignorare la differenza tra il legno cortecciato e il
legno «marmanteau». Ma scossi subito il ricordo come intempestivo e
inadatto.
Ho accennato, nella mia sommaria descrizione, a sole tre pareti. La
quarta presentava un particolare sorprendente, cioè era costituita da
un gran tramezzo di tavole in cui s'apriva uno sportello come nelle
banche, o, chi non sia mai stato a una banca, come nei botteghini dei
teatri e nelle biglietterie delle stazioni ferroviarie. Che cosa vi
fosse di là dal finestrino dello sportello non so, chè davanti vi si
pigiavano tre o quattro avventori, e vociferavano.
Io m'ero già coraggiosamente avanzato fin sul limite del luogo, quando
uno dei vociferanti, ch'era un signore tozzo e con la cispa agli occhi,
si staccò dal gruppo e si volse verso l'uscita. Così m'avvicinò,
e vedendomi fermo e tranquillo mi giudicò, certamente, in ozio. Si
diresse dunque a me con la facilità che muove gli uomini di semplice
natura verso i loro simili, e mi rivolse una domanda; una domanda
inattesa; una domanda paradossale: la quale per qualche minuto mi tenne
come inchiodato davanti a lui per lo stupore.
La domanda che l'avventore cisposo e socievole rivolse a me innocente,
fu questa:
— Scusi, signore, quanto la paga lei la legna al quintale?
4.
Colloquio.
Allo stupore succedette il terrore, perchè era necessario rispondere.
Ma l'uomo in istato di terrore rifugge dalle soluzioni più semplici
del problema che lo assedia; e non l'uomo soltanto, chè vedemmo gli
uccelletti dal ramo, sgomenti alla vista d'un cobra precipitarsi giù
tra le sue fauci, invece di volar via come sarebbe loro assai facile.
Non pensai di rispondergli che nulla ne sapevo. Sgomento, indugiai; e
più avevo indugiato, e maggiore sentivo l'obbligo critico di dargli una
precisa risposta. In quel punto la memoria offerse d'un tratto al mio
sguardo come in uno specchio l'immagine di Graziano davanti all'altare
dei beveraggi multicolori, fe' risonare a' miei orecchi come da un
fonografo la sua voce quando aveva detto «la do a undici al quintale»:
questo numero s'isolò in me e divenne imperioso e si fece motore della
mia risoluzione e del mio atto sensibile; il quale fu di pronunziare
quella sola parola, che parve una risposta:
— Undici.
Il volto dell'Interlocutore si tese tutto e imporporò. Come l'eco
molteplice di certe valli, la bocca smisurata di quel volto mi rimandò
tre volte la mia parola:
— Undici! undici!! undici!!!
Ed erano queste voci — al contrario di quelle degli echi molteplici —
in crescendo. All'ultima controrisposi io, ma su un tono più smorzato e
quasi sommesso, rimormorando:
— Undici.
Egli implorò:
— La prego, signore: prendiamo una carrozza, a mie spese, e mi conduca
dove ha comperata la legna a undici.
— Ah no! — gridai.
Questo grido m'era sgorgato dall'anima per il ricordo dell'increscioso
sèguito ch'ebbe la mia scarrozzata con uno sconosciuto, come si narra
nel capitolo intitolato «Per Belloveso».
L'altro s'inalberò:
— Perchè?
Non stimai opportuno esporgli la storia di Belloveso. Risposi:
— Ho fatto un voto.
— Un voto?
— Sì: alla Vergine: il voto di non andare più in alcuna carrozza,
pubblica o privata, coperta o scoperta, a uno o a più cavalli, fino a
che non riceva una certa grazia che ho domandata.
— Io rispetto il suo voto. Andiamo dunque in tranvai.
— In tranvai?... Non è possibile.
— Perchè?
— Veda: sono le sedici e quarantanove. Ho notizia sicura che alle
diciassette scoppierà uno sciopero di tranvieri.
— Se andassimo a piedi?
— È troppo lontano, e io ho i piedi anchilosati da certi reumatismi che
ho presi nelle paludi del Tanganika facendo le cacce al pellicano.
— Mio Dio, se mi desse l'indirizzo, ci vo io.
— È inutile: quel negoziante non ha più legna.
— Come lo sa?
— L'ho comperata tutta io la settimana scorsa.
— Era molta?
— Cento quintali.
— Oh, la prego: mi ceda un po' dei suoi quintali.
— Li ho consumati tutti.
— In una settimana?
— Sì. Faccio delle esperienze, come Bernardo di Palissy. E come lui in
un giorno famoso di cui si narra la storia nelle letture anglicane,
così è avvenuto a me l'altro ieri: ho finito di bruciare i cento
quintali, nonchè la scrivania, le poltrone, l'impiantito, i battenti
degli usci, i ritratti di famiglia, il cavallo a dondolo di mio figlio
e il pianoforte a coda di mia moglie.
Allora l'Interlocutore mi domandò con aria ambiguamente satura di
velenose intenzioni:
— Lei non è di Milano, signore?
— Mi aspettavo — lo rimproverai — un'altra domanda.
— Quale?
— Lei doveva domandarmi se, dopo tanto sacrificio di combustibili
varii, la mia esperienza è riuscita, come a Palissy quando inventò lo
smalto per le ceramiche.
— Le dicevo che non è di Milano, perchè altrimenti saprebbe, caro il
mio signore, che con i Milanesi non si scherza: e sia contento che ne
ha trovato uno di pasta buona.
Ciò detto, con una smorfia di disprezzo mi abbandonò. S'avviò a passi
obliqui fino a raggiungere le rotaie del tranvai, guatandone uno che
arrivava di corsa al fondo della via. Come il tranvai fu giunto a
tiro, l'uomo si precipitò a testa bassa come un toro contro il suo
fianco, agguantò energicamente la sbarra d'ottone, piantò un piede sul
predellino, si tirò su descrivendo con tutto il corpo un mezzo giro
spirale: e mentre il tranvai continuava fulmineo, di là ebbe ancora la
forza di farmi un gesto sconcio con l'avambraccio, finchè la sua figura
oscena si smarrì nelle lontananze vorticose e scomparve.
5.
Convinzioni.
Mi sono quasi convinto che prima di addentrarmi nella questione dei
prezzi è meglio che faccia la gita a Caprino Bergamasco.
Stasera da Graziano mi farò dare i particolari necessari. Per ora, in
piedi davanti a un bancone dell'Agenzia di viaggi, mettendo insieme
le varie informazioni avute or ora agli sportelli, e con l'aiuto di un
orario delle ferrovie e di una carta della Lombardia, sono riuscito a
stabilire che per andare a Caprino Bergamasco, rimanervi qualche ora,
e tornare, mi occorrono tre giorni. Peccato che Graziano i suoi vagoni
non li abbia a Napoli! Ci metterei lo stesso tempo e mi divertirei di
più.
Ma intanto mi son quasi convinto che prima di fare la gita a Caprino è
meglio esaurire la questione dei prezzi.
Ora è tardi. A domani. E stasera anderò a cercare Graziano per studiar
bene il problema.
6.
Il vampirismo.
Nella luce elettrica l'altare s'è irrigidito. Ha assunto un aspetto
ostile. I bei colori iridescenti del mattino si son fatti venefici.
Graziano mi guarda con aria stupita. Perchè io gli ho annunziato:
— Posso andarci domani a Caprino Bergamasco.
Il suo volto continua a mostrarsi immemore, ond'io credo opportuno
ripetere:
— Ci vado domani, che è sabato, e lunedì sera sono di ritorno. Nota
che per domenica avevo un invito a pranzo e domani c'è un concerto
importante al Conservatorio e ci tenevo a sentirlo, ma gli affari
innanzi tutto: ho scritto per disimpegnarmi dall'invito, e ho regalato
il biglietto per il concerto, che avevo già comperato.
— E, scusa, cosa ci vai a fare a Caprino Bergamasco?
— Ma per il tuo affare: i sei vagoni di legna.
— Arrivi tardi: li ho già venduti.
— Ah!...
— Sai chi m'ha fatto l'affare? Il Cosi, quello di stamattina, ricordi?
— Quello con la sottoveste abbottonata a contrattempo?
— Sarà. Ti ricordi che è andato a telefonare? Era per quello. È
tornato, l'hai visto, e l'affare era fatto. Ma questa è robetta, non ti
ci confondere. Aspetta qualche cosa di più grosso.
— Hai ragione.
Aveva ragione. Nel silenzio che seguì, pensai ai vampiri: al
_Phillostoma spectrum_ dei naturalisti, e al suo fabuloso consanguineo
delle leggende schiavone e moreane. Avevo letto in un giornale una
violenta campagna contro i mediatori, il cui intervento nefasto è una
delle principali cagioni del disagio postguerresco; ed eran paragonati
ai vampiri. Il vampiro sorge notturnamente dai sepolcri e va sul mondo
a succhiare il sangue degli addormentati. Con questa immagine in capo,
come darmi a cosiffatti affari? No. No. Salvo, come consiglia Graziano,
che siano grandi. Bisogna riuscire al grande, o nel bene o nel male.
Comperare e rivendere, in un colpo, non sei vagoni di legna, ma, che
so io? tutta la produzione d'un popolo, oppure tutto un esercito:
appaltare una guerra, o una rivoluzione; comperare e rivendere un
impero, una religione.... Oscurare così, con una impresa enorme, alla
soglia dell'èra nuova, tutto questo minuto e caduco vampirismo da
caffè. Essere il semidio del Vampirismo. Il Vampirismo si sarebbe fatto
eroico, e poi sarebbe morto, con me.
Anche Apollo, racconta Heine, decapitato dai cristiani del terzo secolo
trasformossi in vampiro.
Graziano è quasi addormentato. Ma le lampade della sala cominciano qua
e là a spegnersi e riaccendersi, ch'è il segnale postbellico della
chiusura. Di là dai cristalli le saracinesche tempestano. Qualcuno
degli avventori nicchia e imbroncia come i bambini all'ora d'andare
a letto. Ma i camerieri devastano e denudano i tavolini, le luci
ricominciano più nervosamente il loro giuoco, poi la sala rimane nella
penombra: tutti questi segni riescono a farci sentire che là dentro
non siamo più graditi; bisogna andarsene. Si esce, curvandoci sotto la
saracinesca abbassata a mezzo.
Accompagno per un tratto Graziano. Traversata piazza del Duomo,
c'introduciamo in certe vie oscure.
Ed ecco, in una di queste vie, entro il ritaglio d'un portone chiuso
vediamo muovere alcune larve, e da quelle staccarsi una forma e far
cenno di rivolgersi a noi, che subito ci fermiamo.
Erano una donna anziana e tre donne giovani. Quella che s'era mossa era
l'anziana; e ora parlava, e disse:
— Li prego, signori, d'una carità. Noi stiamo a porta Romana, ma poco
fa abbiamo fatto un brutto incontro e ora le mie ragazze hanno paura.
Se loro vanno da quella parte, se volessero accompagnarci....
Noi non andavamo precisamente da quella parte, ma Graziano disse:
— Avanti pure!
Anzi si mise senz'altro familiarmente in mezzo a due delle giovani
prendendole sotto il braccio una per parte, e così s'avviarono. Io
non osai tanta familiarità con l'anziana e con la giovane superstite.
Graziano dunque con le due angiole apriva la marcia, quasi in linea con
essi un poco in disparte andava la terza, e io e l'anziana chiudevamo
il corteo.
Tanto per dir qualche cosa io domandai:
— Loro stanno a Porta Romana?
— No.... cioè sì.... da quella parte, insomma.
— E queste signorine sono le sue figlie?
— È come se lo fossero. Ma quando si nasce disgraziati, caro
signore.... Pensi che fino a ieri stavamo tanto bene, eravamo in via
Visconti, dove abbiamo sempre lavorato onestamente senza far male
a nessuno: ma la disgrazia ci ha fatto conoscere un delegato della
polizia, che dio lo stramaledica, che veniva una volta la settimana, il
mercoledì, per la Flora; e un bel giorno avendo bisogno d'un alloggio,
come succede, s'è messo a perseguitarci, e con la scusa che non avevamo
la patente in regola (e io neppure lo sapevo, ma mi fidavo di lui)
mi ha fatto sfrattare dal padrone di casa, da un giorno all'altro. Io
le ho detto una piccola bugia, non è vero che stiamo a Porta Romana,
stiamo sul lastrico, io e queste povere figlie: e per mettere in regola
la patente, se no eran guai, ho dovuto far la dichiarazione che i
mobili erano della casa, e non era vero. Ora siamo in perfetta regola,
ma senza un buco da dormire e da ricevere, senza un lenzuolo, nè una
catinella da lavarsi la faccia e il resto: e denari ce ne ho, alla
banca, ma non s'è trovato una stanza girando tutto il giorno, tanto più
volendo stare unite se no quelle figliole mi si perdono. Oh, signore, e
pensare che io non sono mai stata d'accordo con quelli che volevano la
guerra, e non mi meritavo davvero di trovarmi in questi stati.
Ella piangeva e io non sapevo come consolarla. Le due angiole ai
fianchi di Graziano ogni tanto uscivano in una risata scordata: la
superstite camminava sonnambolicamente, giù dal marciapiede, mormorando
una nenia in un idioma somigliante al francese. Lungo il nostro
cammino s'alternavano luci e tenebre sregolatamente. Ogni tanto vedevo
scivolare lungo i muri un pallido lèmure.
Ora la matrona, asciugata una lagrima fumante, riprese:
— Lei, forse, signore, potrebbe aiutarmi.
— Come?!
— Sì, loro che son uomini di mondo, e girano, gente che sa gli
affari... se trovasse un posto adatto per collocarci tutte insieme
al più presto possibile.... non avrebbe poi da trovarsene scontento.
O magari collocarmi provvisoriamente in qualche buona casa le tre
ragazze, intanto che io mi sistemo: lei mi capisce, piange il cuore a
lasciare lì tutto quel capitale morto.... Ci pensi, signore: s'intende,
col suo interesse.
Graziano aveva sentito, perchè si voltò, e tutto giocondo mi gridò:
— Pensaci: ecco un affare.
Eravamo arrivati alla sua casa. Egli svincolò le sue braccia da
quelle delle ragazze, e introducendo la chiave nella toppa del portone
annunziò:
— Intanto queste due qui per questa notte penso io a dargli da dormire.
Lei, madama, passi a prenderle domattina alle sette.
— Benissimo, e buona notte. E lei, signore, da che parte va?
Queste parole erano rivolte a me che tacevo. Io ebbi la prontezza di
rispondere:
— Bisogna che la lasci, signora, perchè mi viene in mente che ho un
appuntamento importante.
— E al mio affare, quello che lo ho detto, ci penserà?
— Non è il mio genere, signora. Io ho dovuto specializzarmi.
CAPITOLO SESTO
L'ISOLA DI IRENE
1.
Chiarimento storico.
Andando io verso la Galleria, per uno de' miei appuntamenti operosi,
l'ingresso n'era sbarrato da una fila di sorridenti soldati.
Di là da essa fila vedevo gente gesticolare, e gridavano moderatamente.
Qualcuno, dopo aver gridato, usciva dalla Galleria e veniva a
mescolarsi con la folla di piazza della Scala, ov'io ero.
Anche qui c'era gente che gridava, ma più forte; e molti, così
vociferando, guardavano verso quel palazzo che nel maturo Rinascimento
l'operoso genovese Tomaso Marino si fè costruire per propria dimora; ma
nel tempo di cui parlo era, ed è oggi ancora, sede della municipalità
di Milano.