che il vetturino non disse nulla, e neppure si voltò a noi; ma dette
una frustata all'aria, una voce al cavallo, e partì; e tutti partimmo
con lui.
2.
Fatale andare.
E la carrozza camminò rassegnata e fatidica per vie folte e piazze
illustri e ardimentosi crocicchi, tra la folla sonora onde Milano trae
l'incitamento perenne al lavoro e all'impeto, alla Vita Intensa e alla
Vita Operosa. Il mio compagno s'era chiuso in un degno silenzio; china
sulla fronte la tesa verde del cappello calabrese ora si contemplava
misticamente le quadrate estremità delle scarpe. Io rispettai quel
silenzio e quella contemplazione. M'interessavo alle vicende del nostro
andare e al civile paesaggio che percorrevamo. Ma già le piazze e le
vie si facevano a mano a mano meno affollate e meno illustri. L'aspetto
delle botteghe e delle case graduava rapidamente dalla metropoli
al suburbio. Entrammo nell'ignoto. Raggiungemmo l'aborigeno. Ogni
tanto la carrozza, mossa da non so quali occulte cagioni, invece di
proseguire diritta svoltava in vie laterali, e quasi a ognuna di quelle
mutazioni di rotta il colore delle muraglie e dei selciati si faceva
più languido e afflitto. Le sfilate di muri grigi presentavano ormai
rara l'interruzione di una donchisciottesca barbieria o d'una drogheria
sudicia rinforzata dalla giunta d'un romantico bar.
Poi ai bar succedettero francamente le osterie, mentre la carrozza
sobbalzava sempre più con singhiozzanti nostalgie dei lastricati
lontani.
Essa proseguiva il suo cammino mortale, e a me l'anima si andava
fasciando di lenta malinconia: ma ecco, dopo un incerto vagare tra
larve di strade d'ambiguo colore e di spiriti crepuscolari, e dopo due
o tre svolte più impensate, ecco di lì a poco m'accorsi che la luce si
rifaceva nitida, ch'erano scomparse le cànove e riapparsi i romantici
bar con le drogherie luridissime: risentii un saluto d'aure familiari,
spuntarono al mobile orizzonte più frequenti botteghe, poi grandi
vetrate. Riudivo qua e là sonorità umane: e a mano a mano ritrovando
il sorriso di vie e piazze note recuperai gli spiriti, fino a che per
pochi ultimi audaci quadrivi mi riconobbi tornato presso al cuore del
gran corpo di cui avevo rapidamente poco innanzi raggiunto gli arti più
lontani.
A questo punto, senza espresso superiore comando nè per altre cagioni
apparenti, il cavallo a capo chino ristette, la carrozza sostò, e noi
tutti con essa e dentro essa fummo fermi.
Appunto in quell'istante il mio compagno ebbe conchiusa la sua
contemplazione, e dalle quadrate estremità delle scarpe levò gli
occhi ai due bottoni argentei ond'era insignito il dorso dell'auriga.
Tutti tacevamo. Poi l'auriga si voltò e inclinò alquanto verso noi,
candidamente così favellando:
— _Avevi minga capii ben: che via l'à dit?_
— Via Belloveso.
— _Adess o capii: la gh'è minga quela via lì a Milan._
Il mio prodigioso compagno si volse a me e disse:
— Lo sapevo, che non c'era.
— E allora, — arrischiai — perchè la cerca?
— Perchè non c'è!
Tutti, il cavallo, l'auriga, la carrozza, il personaggio e io, eravamo
muti e fermi: solo si mosse e, credo, mandò una tenuissima voce col
suo scatto il meccanismo prestigioso del tassametro. Io ne distolsi lo
sguardo. Il personaggio domandò:
— Di dov'è lei, signore?
Io ho sempre pronte diverse città natali a seconda delle varie
occorrenze della vita. Ebbi la eccellente ispirazione di rispondere:
— Sono di Roma.
— Sa lei, signore, chi furono Romolo e Remo?
Rividi in un attimo nella memoria la scuola della mia puerizia, e
recitai:
— Romolo e Remo, signore, furono i fondatori di Roma, capitale d'Italia.
— E che direbbe ella, signore, di un romano il quale non sapesse
rispondere chi furono Romolo e Remo?
— Direi, signore, che è sordomuto.
— Sordomuto: sia ella benedetta ora e sempre per questa parola. I
milanesi — e indicò con la mano spiegata la schiena dell'auriga, la
coda del cavallo, il lastrico, la casa di fronte, la folla dei passanti
— i milanesi sono dei sordomuti. Non sanno chi fu Belloveso. Belloveso
fu il Romolo e Remo di Milano. Il gallo Belloveso, signore, che era
nipote di un re dei Biturigi, quasi seicent'anni avanti Cristo varcò
le Alpi e qui accampandosi fondò Milano, capitale morale d'Italia. E a
Milano nessuno, nessuno, nessuno lo sa. A Milano non c'è una via, una
piazza, un corso, un viale, un bastione, un monumento, un vicolo, un
portico, un caffè, una scuola, un postribolo, che sia dedicato al nome
di Belloveso. Scendiamo, signore. La carrozza la pago io o la paga lei?
— La paghi lei — proposi.
— Sì.
Pagò, e discese, e io dietro lui: ma mentre m'accingevo a salutarlo
egli era scomparso, magicamente scomparso davanti a me, o che
il movimento della folla me l'abbia sùbito nascosto, o che, come
sembrami più probabile, vaporando nell'etere ei sia stato assunto,
definitivamente o provvisoriamente, nei cieli.
3.
Via Belloveso.
Egli era scomparso; ma io, raggiunta in pochi passi quella che avevo
sempre veduta essere la piazza del Duomo, io trovai ora che non vi
scorgevo più il Duomo, nè il frivolo calamaio di bronzo del monumento
a Vittorio Emanuele, nè intorno a esso il girotondo dei tranvai con i
trolleys rigidi a scarrucolare verso il cielo; e nemmeno si stendevano
più, ai lati di quella, lo scenario dei portici settentrionali nè
l'obliquo fondale di Palazzo Regio: ma tutto il luogo era occupato
non da altro che da basse capanne, in mezzo a suono di ferrame, perchè
tra le capanne s'aggiravano vasti guerrieri baffuti con risa oscene. E
bisognò qualche tempo e qualche sforzo alla mia fantasia avanti che mi
riuscisse di ritrasformare a' miei occhi il rude accampamento dei Galli
di Belloveso nel cuore civile e facondo della capitale morale.
L'ossessione mi tenne più giorni. Sotto la larva d'ogni ragioniere
milanese vedevo corruscare un Biturigio superbo, ogni dattilografa
parevami una sacerdotessa accorrente ad aggiunger fiamme a un
sacrificio umano: vidi appunto sull'angolo del Corso sorgere ed
elevarsi d'un tratto immani fantocci di vimini, alti come torrioni, e
gli eubagi riempirli d'uomini vivi e appiccarvi il fuoco in onore di
Hesus, dio sanguinolento armato di scure. Di là, all'aspro odore di
quella fiamma, un druido spiegava ai milanesi la trasmigrazione delle
anime d'una in altra forma mortale. Vidi anche sotto i miei sguardi
la colonna di San Babila tumefarsi e coprirsi di corteccia rugosa e
ramificando trasformarsi in quercia, e guerrieri braccati chiamavan
quella quercia Teutates ardendovi attorno olocausti di cani.
Non mi riusciva sottrarmi alla suggestione morbosa. Riconoscendone
esattamente l'origine, pensai che il passante grigio apparsomi un
giorno sulla piattaforma del tranvai fosse stato una incarnazione
dell'Antico Maligno, che s'era messo vaste scarpe quadrate per
nascondere gli zoccoli. — O forse più semplicemente — mi dissi — quegli
fu lo spirito stesso di Belloveso che nel mondo degli immortali non
trova requie pensando all'immemore ingratitudine di venticinque secoli
di posterità.
Occorreva, per liberarsi, placare lo spirito di Belloveso. In qual modo?
Forse un tempo, quand'ero immerso in classici studi, avrei pensato a
scrivere su Belloveso una truculenta e compassata tragedia. Più tardi,
poi che la vagante sorte m'ebbe sfiorato con le ibride penne del
giornalismo — bizzarra chimera biforme tra l'arte e la vita pratica
— avrei tentato di quetare lo spirito di Belloveso ed il mio con una
serie di articoli agitanti la proposta di un monumento: tutti gli
scultori e i procacciatori di Comitati sarebbero stati con me.
Ma erano i giorni in cui, colpito dall'aspetto del tempo nuovo, avevo
stabilito d'uniformarmi a esso e darmi agli affari. Ed ecco dalla mia
ossessione germinò l'idea d'un affare vasto e mirifico.
A Belloveso non possiamo offrire un monumento o una caduca tragedia.
Belloveso, primevo animatore della Città Operosa, dev'essere
rammemorato con imporre il suo nome a una via della città stessa.
Egli in persona, in quel giorno e in quella carrozza fatali, me lo ha
suggerito.
A qual via? Egli principiatore del rozzo antico nucleo, deve avere per
sè la via più moderna e perfetta: la più lontana da quei rudimenti: una
via definitiva.
Occorre costruirla apposta. E bisogna ch'essa sia di tanto più grande e
nuova delle presenti, di quanto le presenti sono più grandi e stabili
e solenni delle capanne dei Biturigi di duemilacinquecento anni fa.
L'ultima parola della modernità. Il non visto ancora tra noi. Una via
costruita tutta, sì, tutta di grattacieli, di grandi grattacieli, di
grattacieli di cemento armato: via Belloveso.
4.
A grandissime linee.
All'opera, ideatore, animatore, organatore: questa è speculazione, nel
senso più maturo e degno della parola. All'opera dunque, Speculatore.
Il programma da attuare era semplice: un progetto edilizio, un
preventivo per la costituzione di un capitale, un piano per lanciare e
popolarizzare l'impresa.
Il lanciamento sarebbe stato facilissimo: bastava fondare una rivista
d'arte, dedicata specialmente al rinnovamento dell'architettura. Sulla
rivista iniziare immediatamente una impetuosa campagna, di natura
pratica, a favore del cemento armato, e una di natura estetica per le
case a molti piani: le industrie cementizie e le fabbriche di ascensori
faranno ampiamente le spese della rivista.
Iniziato il movimento generale, subito esporre sulla rivista stessa
l'idea della via nuova: ma l'offerta votiva di questa alla memoria del
duce gallo (effettivo movente intimo della mia ideazione) apparirà come
l'ultimo pensiero, una culta eleganza sovrapposta all'idea originaria,
quasi un fregio.
La fame di case, che già in quel tempo travagliava insopportabilmente
la vita della città, avrebbe favorito in modo incredibile il mio
còmpito.
Verrà, dunque, dopo il lancio, subito il resto: e disegni e preventivi
saranno opera dei competenti.
Ma prima d'interrogare i competenti, e di esporre a chicchessia il mio
pensiero, buttai giù un piano a grandissime linee, quanto occorreva a
far intendere la mia idea, così facile, ai capitalisti che avrebbero
dovuto costituirsi in società per attuarla. Quella gente vuol cifre.
E cifre siano. Bastano approssimative, per ora, tanto per dimostrare
l'affare. — Ogni palazzo, calcolai, avrà duecentoventi metri d'altezza
e centocinquanta di base: la via sarà di trentasei grattacieli,
diciotto per parte, dacchè il numero 9 e i suoi multipli mi sono sempre
stati propizi. Una via dunque — con i brevi intervalli tra un palazzo
e l'altro — lunga circa tre chilometri: rettilinea. Trentasei case,
ognuna di cinquanta piani.
Poniamo che ogni casa costi due o tre milioni: una spesa complessiva di
circa cento milioni: quest'è il passivo.
E l'attivo: trentasei case, di cinquanta piani ciascuna, fanno in tutto
mille e ottocento piani. Suppongo che ogni piano darà sei appartamenti:
in tutto sono diecimila e ottocento appartamenti. Se ognuno di questi
rende, per esempio, diecimila lire annue, fanno centootto milioni
all'anno di attivo: e perchè in queste materie bisogna andar cauti,
invece di centootto diciamo pure soltanto cento milioni annui di
entrata. È quanto dire che il primo anno, il solo primo anno, dodici
rapidi mesi di questa così fugace vita mortale, ripagheranno il
capitale iniziale. E subito dopo la società, la mia società, ha un
guadagno annuo di cento milioni.
Qualcuna di queste cifre sarà certo inesatta, forse qualche
moltiplicazione sarà sbagliata, ma non importa: si correggeranno: si
aumenterà, se occorre, il numero dei piani. Il freddo competente darà
le cifre precise: io ero tutto invaso del calore della mia costruzione
ideale; anche lo spirito di Belloveso parevami cominciasse, a queste
semplici cifre, a placarsi.
Si noti che per fare cento milioni bastano dieci persone che mettano
dieci milioni l'una, oppure cinque persone che ne mettano venti: qui
non c'è neppure il dubbio d'avere sbagliato l'operazione aritmetica. Ed
ecco via Belloveso.
Stesi questo piano in un accurato memoriale. Non mancai di aggiungervi
certa considerazione che nacque nella mia mente mentre già avevo
cominciato a compilarlo. Era questa. Quando, venticinque secoli sono,
in seguito all'invasione dei Kymri nell'Aquitania il re Biturigio
Ambigate mandò oltr'Alpe Belloveso (e questi stabilì l'accampamento
che sarebbe divenuto Milano) — nello stesso tempo il fratello di lui
(ch'era addobbato similmente d'un audace nome, Sigoveso) passò il
Reno e andò a stabilirsi nella regione Ercinia in Germania. Quali
accampamenti fondasse non so: ma parevami probabile che da qualcuno di
questi fosse nata, come Milano da quelli, la tedesca città di Baden,
che i Romani conobbero. Si sarebbe potuto cercare negli storici la
maggior esattezza di tale mia induzione, ma intanto era certo che in
una regione germanica era sorta una città sorella, o almeno cugina,
a Milano: che, dunque, un'impresa identica alla mia qui, poteva a un
parto farsi nascere là, in onore di Sigoveso; che forse le due imprese
potevano originarsi insieme dalla società e dal capitale medesimo: in
ogni modo ciò poteva dare origine a un'audace e utile veduta politica,
poteva additare un legame franco-italo-germanico più saldamente fondato
di quello che intravide Caillaux, e pregno forse di più maturabili
destini.
Stesi dunque il mio complesso memoriale
artistico-storico-finanziario-politico; lo portai a copiare in dodici
esemplari a una dattilografa fidata: spesi in quella copia lire
sessanta, che segnai sopra un candido quaderno come la prima spesa e
insieme il primo atto effettivo della mia creazione.
5.
La mia dimora.
Dopo avere riletto e corretto il memoriale, m'indugiai per poco in
qualche pensiero domestico.
Stabilii di scegliere, nel centro della via, al numero 18, la mia casa.
È giusto. Mi farò fare i biglietti di visita; i primi, credo, della mia
vita, e con l'indirizzo: «18, via Belloveso, Milano». Abiterò al piano
nobile, il cinquantesimo. Avrò un ascensore particolare che in trenta
secondi, senza fermate ai piani intermedi, porterà su direttamente me,
la mia famiglia, i miei amici. Perchè anche là gli amici verranno a
trovarmi, come ora. Ma se verranno dopo le dieci di sera, non potranno
più, come fanno ora, chiamarmi dalla strada per farsi gettare la chiave
del portone. Faremo dunque nella nostra rivista una campagna perchè i
portoni di Milano siano muniti di un campanello corrispondente a ogni
appartamento, e di un congegno a pila elettrica per aprire il portone
stesso dall'alto, come a Firenze, che almeno in questo è assai più
civile di Milano. Ogni portone avrà così trecento bottoni elettrici,
centocinquanta per parte: se ne potranno trarre motivi decorativi
ultramoderni. Ma quale cuccagna per i nottambuli, fedeli al gioco
candido e giocondo di sonare i campanelli e poi darsi fanciullescamente
alla fuga!
6.
Crepuscolo.
Già da tre giorni gli esemplari del mio sublime piano smaniavano
d'essere avviati ai loro destini. Io ero meno impaziente. L'opera era
troppo grande perch'io dovessi economizzare qualche giorno o qualche
ora, e affrettarmi a compiere quell'atto facile — la costituzione della
società: — anzi mi piaceva trattenere ancora un poco la mia impresa nel
mondo puro delle cose pensate e non ancor attuate. S'aggiunga che per
il momento non sapevo bene a chi avrei potuto portare o mandare quei
piani. Ma questo è il meno: a Milano — tutti lo dicono — basta andar
camminando per le strade per vedersi scaturire l'oro attorno. Altri
dice: — basta battere il piede sul suolo. Pensate quanto oro per colui
che andasse a camminare per le strade battendo forte il piede in terra
a ogni passo. Ma non folleggiamo dietro l'allettamento delle immagini
e delle immaginazioni, com'era un tempo nostro deplorevole costume. Ora
son tempi nuovi, anche per me. Così pensando arrivai al limite vago ove
la città dalle tredici porte esita a dileguarsi nella campagna.
Andavo a caso. L'erba era polverosa e l'orizzonte era bigio, perchè
Milano è un'austera città.
D'un tratto mi sorprese un fremito gradevole e inaspettato: sentii, al
mio fianco, la presenza del mio Dàimone, e insieme mi resi conto che da
parecchi giorni non l'avevo sentita più, che avevo operato fino a quel
punto senza di lui.
— Dàimone — gli dissi — mi hai tu forse abbandonato? non sai dunque che
sto maturando un'opera nuova, semplice e grande?
— Lo so.
— Senza l'aiuto tuo l'ho pensata, forse: ma non per questo devi
disprezzarla: anzi d'ora in avanti la seguirai con affetto, come hai
sempre seguìto tutte le cose della mia vita anche quando io facevo al
contrario de' tuoi incitamenti.
— Fai pure — mormorò — se ciò ti diverte.
La sua freddezza m'indispettì. Non gli parlai più, ma lo sentivo
a lato seguirmi e vigilarmi. Parevami sospettoso, e sospettoso mi
feci io contro il suo sospetto, e contro lui stesso, contro il mio
Dàimone, o Genio personale! Mi sforzavo di dimenticarlo, ma un disagio
inesplicabile gemeva in fondo al mio spirito.
Sedetti sopra l'umile sponda d'un canale di poco lusinghevole aspetto
ma di lunga e solida fama: quel Naviglio della Martesana, umanistica
speculazione del condottiero Francesco Sforza. Qua e là qualche
piccola costruzioncina bislacca si dava importanza di villino: goffi
pescecanili rutilanti di preziosità. La pianura si perdeva nel bigio
infinito, tratteggiata da rigidi pali di ferro e da bassi alberi
asciutti, potati d'ogni fronda e d'ogni ramo —. Qui — gridai nel mio
pensiero — questo è il luogo!
E così forte e solenne fu il mio grido interiore, che le poche ville
pretensiose, subito intimorite, si scostarono ognuna dal loro luogo,
e portandosi via le torrette rosse e i cancelletti di ferro battuto,
s'allontanarono e scomparvero; e insieme i pali di ferro e gli alberi
di legno dileguarono; poi dalla terra bigia cominciarono a scaturire
fasce di biancori gelidi che rapidamente al mio sguardo impietrivano
allineandosi in una duplice fuga parallela, accennavano per un istante
l'ondulamento d'un ritmo di danza; poi si arrestarono; elasticamente
immobili e altissimi, guardando tutti a me con le pupille nere e
rettangolari d'un numero infinito di finestre simmetriche: diciotto
e diciotto eccelsi edifizi, in due file che andavano a incontrarsi e
perdersi in direzione delle lontane e invisibili dolcezze delle regioni
lacustri: diciotto e diciotto grattacieli di cemento armato; la mia
creazione: via Belloveso. — Ecco-gridai generosamente al Dàimone — ecco
l'opera nostra!
— Io non c'entro — rispose.
Mi voltai verso lui di scatto, dimenticando ch'egli è invisibile.
— Ma guarda! — incalzai. — Questa è la moderna bellezza. L'opera
nostra: via Belloveso.
E mi rivolsi a ricontemplarla. Ora alle quarantamila finestre s'erano
affacciate più di quarantamila teste vive d'ogni sesso e d'ogni età:
non già i barbari Biturigi ch'io avevo salutati tra le capanne nel
primo memorabile mattino, ma quaranta migliaia di modernissimi uomini,
donne e fanciulli, che tutti insieme conclamavano verso l'avvenire del
nuovo cuore operoso d'Italia.
Come fu finito il clamore, e le quarantamila teste s'erano ritirate,
un grigio silenzio tornò a incombere su tutta la pianura, e di là
mi premeva intorno e mi filtrava entro il cuore. La sudicia nebbia
cominciò ad assediare e assaltare le belle case di cinquanta piani.
Le vidi tutte barcollare davanti a' miei occhi inumiditi. Poi apparve
un prodigio: chè ognuno dei piani di quelle parve sfaldarsi dal suo
edificio, e, ogni piano, dico, per conto suo, per ogni parte si venne
spostando qua e là orizzontalmente nell'aria e in aperte volute
calarono a terra e si distesero a occupare tutto il suolo della
pianura: ma ancora di là da essi nuova pianura dilagava, all'infinito,
grigia e molle, tratteggiata innumerevolmente di pali di ferro e
d'alberi di legno: poi il suolo riassorbì anche quella distesa di piani
e rividi tornate le villette tronfie ridere con sofficienza dalle rosse
torrette, in mezzo alla nebbia cinerea che cinge Milano, austera città.
Io mi alzai, infreddolito e aggranchito. Mi rimisi in sesto stirando le
braccia e battendo i piedi in terra; ma in quel moto mi venne su dal
profondo e scaturì per le fauci e squillò al cielo un ampio, sferico,
fondamentale sbadiglio; uno sbadiglio quale non ricordo d'aver messo
insieme il simile mai nella mia vita: cui risposero vastamente tutti
gli echi della pianura e della lontana invisibile regione lacustre fino
ai primi gioghi dell'Alpe.
Ecco una voce allegra del Dàimone gridarmi:
— Così mi piace. Torniamo amici? Questo sbadiglio è il più bel pensiero
che tu abbia fatto da parecchi giorni a questa parte.
— Così credi? — gli risposi. — Sta bene: facciamo la pace.
Mentre stavamo per raggiungere le prime vie della città, il Dàimone mi
domandò ancora, con tono malizioso ma con bontà d'intenzione:
— E Belloveso?
— Stavo pensando — gli risposi — che sarebbe poco nazionale, e oggi
anche poco politico, riferire troppo solennemente la nascita della
Capitale morale d'Italia a un'origine gallica.
CAPITOLO QUINTO
L'ULTIMO VAMPIRO
1.
L'altare.
S'eleva al mio cospetto la forma di un audace altare, e scintilla di
molti colori: più bassa gli gira attorno un'ara di marmo a venature
violacee con un vasto orlo d'arabeschi dorati; in alto ai due lati
dell'altare quattro marmoree candele hanno per fiamme lampadine
elettriche dall'acuta punta. Anche, a tratti, questo altare suscita
— a me che lo contemplo — la vaga memoria d'un organo, se non che le
canne sono brevi, e variopinte come le piume degli uccelli dei tropici:
lo sfolgorìo dei loro colori s'addoppia riflesso nella superficie di
specchio che riveste tutto lo sfondo dell'altare.
Tra l'altare e l'ara, _inter aras et altaria_ come dice Plinio il
giovine, e davanti l'ara stessa — verso me che contemplo — officiano,
bizzarramente passando e ripassando con offerte votive, rapidi
sacerdoti vestiti di nero con sprazzi di biancori intorno al collo e
sul petto.
Così contemplando l'altare, l'ara, l'organo e l'officio, tengo le
spalle appoggiate a una parete di cristallo. Le mie labbra suggono una
bevanda neoromantica il cui sapore cupo non rivela il misterio della
sua origine vegetale o animale.
È con me Graziano, e con Graziano un terzo di cui non ho capito il
nome. Anche Graziano appoggia le spalle alla parete cristallina. Dietro
noi, di là da quella, s'io mi volto vedo genti di cui m'appaiono i moti
e gli atti senza sentirne le voci: genti occupate a passare, o a star
immote, o, visibilmente, ad aspettare con irrequietudine altre genti.
Graziano non contempla l'altare. La tesa del cappello gli scende sugli
occhi. Tutto il luogo è abituale per lui. Egli viene ogni giorno qua,
dopo conclusi i suoi negozi più importanti, a riposare e disegnarne
di nuovi. Questa prima sala del Caffè Campari in Milano, città di vita
operosa, è luogo classico per incontri d'affari.
Infatti Graziano dice:
— Ci sarebbe un piccolo affare: ho a Caprino Bergamasco dei vagoni di
legna tagliata. La do a undici al quintale.
— Me ne posso occupare — risposi —. Veramente la legna non è il mio
genere.
— In affari — ammonisce — non ci sono generi.
— Come in letteratura?
Mi guarda ma non replica. Intanto il terzo domandò:
— Quanti vagoni?
Questo terzo me lo ha presentato poco fa Graziano. Ha una faccia
incantata, due occhi rossicci, il cappotto spalancato, e la sottoveste
abbottonata a contrattempo: cioè il primo bottone nel secondo occhiello
e così di seguito, in maniera che abbasso a destra avanza un tratto
di sottoveste col bottone e in alto a sinistra avanza un tratto di
sottoveste con l'occhiello.
— Sei vagoni — rispose Graziano. Al che seguirono poche indicazioni
tecniche.
Durante queste fui distratto dall'entrare di due fanciulle emaciate e
impennacchiate. Sedettero a un tavolino vicino al nostro, poi si misero
a leggere insieme con grande interesse una lettera, ch'era listata a
lutto.
Quel terzo annunziò:
— Vado a fare una telefonata. Ti ritrovo qui?
— Sì — rispose Graziano — fino alla mezza non mi muovo.