professore di filosofia. L'altro è un pescecane.
— Brava! Non ne ho ancora visto neppur uno.
— Venite dunque, e attaccatevi al pescecane.
Rincasando pensavo a quella prodigiosa Giovanna, che sei anni avanti
traduceva Rimbaud in Valdarno e me lo portava a Firenze, e ora
studiava il canto a Milano e mi offriva un pescecane col tè. Tutto
ciò è modernissimo. Una donna così non la trovate nelle commedie di
Goldoni. Nemmeno nel _Satyricon_ di Petronio. E nemmeno più giù, nel
Romanticismo o nel Secondo Impero. Sono posteriori a Carlo Marx e a Max
Stirner.
Ma ancora non ero riuscito a capire se era piuttosto bella o piuttosto
brutta. D'altra parte ciò non ebbe alcuna importanza nella mia vita,
come non ne ha alcuna nel seguito di questo racconto.
2.
Una visita d'affari.
Era seduta al pianoforte, ma appena entrai si voltò e abbandonò la
tastiera esclamando:
— Bravo! avete mantenuto la vostra promessa, e io mantengo la mia.
Poi fece le presentazioni.
Illustrò il mio nome con le parole «un mio vecchio amico quasi
compatriota», al che io nulla opposi. I nomi degli altri due non li
commentò:
— Questo è di Malco. E questo è Valacarda.
— Piacere....
— .... piacere.
— Piacere....
— .... piacere.
— E badi che è vero — aggiunse subito quello che si chiamava Valacarda.
— Ci sono dei puritani che dicono: «questa frase è un'ipocrisia». No.
Si ha sempre piacere di conoscere una persona nuova. È una speranza
che rinasce su un mucchio ognora crescente di ceneri. Ogni persona
nuova che conosciamo, è una possibilità di più, che ci si presenta, di
giustificare il credito illimitato che rinnoviamo continuamente alla
simpatia dell'umanità.
— Valacarda — spiegò la signorina — è un incorreggibile ragionatore e
divagatore, il che fa a pugni con la sua professione.
Infatti a me e al Dàimone Valacarda era già piaciuto. Di statura mite,
baffi piccoli e neri, appariva uomo di spirito aperto e sottile. Lo
sentimmo fraterno, là, dove avevamo il secreto tremore di trovarci tra
estranei. L'altro no.
L'altro, di Malco, taceva. Riconobbi in lui a prima vista la formula
estetica e morale del pescecane-tipo, quale è stata sorpresa e
divulgata dai caricaturisti: alto e denso, con un volto raso e un po'
grasso, vestito e atteggiato con severità pomposa: un forte anello
al dito medio, le lenti legate in oro; e portava la testa alquanto
rovesciata indietro sul collo, al duplice fine di reggere quelle lenti
e di scrutare l'umanità traverso due feritoie di ciglia socchiuse.
Mentre lo guardavo come si guarda un quadro su di una parete, egli,
quasi per completare ai miei occhi la figurazione popolare del
pescecane classico, trasse un astuccio, poi dall'astuccio un sigaro
panciuto: lo accese e cominciò a fumare con eloquenza.
Di Malco osservò ch'io lo contemplavo, e cercò di rendermisi gradito
domandandomi:
— Ha visto l'ultima opera di Puccini?
— Io? — esclamai allibito — io non ho mai visto neanche la prima.
Appena mi fui sentita uscire questa risposta inopportuna, guardai la
nostra ospite, la fanciulla volonterosa che m'aveva raccomandato di
attaccarmi al pescecane.
Ma l'ospite dal suo sgabello non badava a noi.
Le spalle volte al pianoforte, le braccia tese all'indietro e
tenendosi appoggiata con le mani alle due estremità della tastiera,
ella si bilanciava su due gambe dello sgabello, e fisso lo sguardo
in una lontananza inafferrabile, corrugava la fronte con una vaga
preoccupazione: tanto che Valacarda le domandò:
— A che cosa pensate?
— Pensavo — rispose velando la voce — che questo mese non ho ancora
ricevuto il burro della tessera.
Un placido profumo di latteria svizzera, di cucina olandese e di
biblico girarrosto si soffuse per il salottino semimondano a quella
parola domestica. Respirammo tutti e quattro silenziosamente per alcuni
secondi un tepore di sole sull'aia, di forno casereccio, di gatto sulla
pietra del focolare. Sentimmo scampanare dietro la siepe una capretta
mansueta. Poi una nuvola invase morbidamente quel mondo, e per l'etere
soavemente ci riportò a un terzo piano in via Monte Napoleone, davanti
a quattro tazze di tè. Il fumo del tè saliva a raggiungere il fumo
dell'avana del pescecane. Io m'alzai per osservare un'acquaforte.
— Vi piace? — mi domandò Giovanna.
— Non so, non m'intendo di pittura.
— Non dica «non m'intendo di pittura» — mi redarguì Valacarda. —
Si procuri cinque o sei frasi, e se ne intenderà. Comincerà con
l'applicarle un po' a caso: poi quelle cinque o sei ne germineranno
spontaneamente altre nella sua abitudine, e lei si troverà un
vocabolario. Quando avrà un vocabolario critico, necessariamente le
verranno delle idee critiche.
— Una specie di pistica applicata alla critica? Ma intanto
quell'acquaforte non mi suggerisce nulla.
— Quell'acquaforte è fatta di segni neri; allora è elegantissimo dire:
«che senso del colore c'è qui dentro!».
— Che senso del colore c'è qui dentro, qui dentro, qui deeeeentro.... —
gorgheggiò l'allieva di canto sopra una fioritura rossiniana.
Il pescecane si tolse l'avana di bocca, fissò un momento da lontano
l'acquaforte, poi asserì:
— È un maiale con due maialini.
— Badi — continuò Valacarda — che ogni tanto bisogna rifornirsi
di sostantivi e di aggettivi. Prima della guerra c'erano le parole
«sensibilità», «dinamico», «musicale»; oggi invece le pietre basilari
del vocabolario critico sono «costruito», «corposo», «architettura». Un
vocabolario di questo genere può durare dai tre ai cinque anni. Anche
per il contenuto è così. Fino a qualche anno fa serviva molto la «gioia
di vivere». Oggi....
— Voi — interruppe la cantante — siete contento di vivere?
La guardammo tutti e tre per sapere a chi avesse rivolto la domanda. Ma
ella non guardava nessuno di noi. Seguendo il suo sguardo vedemmo che
andava a finire su una mensoletta di ottone fissa al muro, di quelle a
parecchi intagli, che servono per tenerci appoggiate e sospese le pipe.
Pipe non ce n'erano. In ogni modo non pareva probabile che la fanciulla
desse del voi a una mensoletta d'ottone, e le facesse una domanda di
quel genere. Perciò nessuno di noi rispose subito. Il primo a spiegarsi
fu il pescecane:
— Io sarei contento di vivere — pronunciò — ma ho la nevrastenia.
— Un dottore — disse la fanciulla — a un mio amico nevrastenico
consigliò le divine emozioni dell'aeroplano.
Valacarda si oppose:
— L'aeroplano come divertimento è uno dei più insipidi che possa
consigliare la retorica moderna. Io ci sono stato. Se uno non ha paura,
la sensazione che dà è quella della perfetta idiozìa.
— E se ha paura?
— Se ha paura, non ci va.
Decisamente questo Valacarda è un sorprendente personaggio. Professore
di merceologia! Che cosa è la merceologia? Tuttavia io cominciavo a
domandarmi con qualche maraviglia perchè mai il Destino, già una volta
sei anni prima mandandomi a Firenze la traduttrice, e poi la sera
avanti deponendomi in un teatro a fianco alla medesima rinnovellata —
perchè mai il Destino avesse lavorato tanto per produrre quell'incontro
eterogeneo attorno a quattro tazze vuote con paesaggio di pianoforte.
— Non pensiamo a questo — mi ripresi internamente —: io sono qui per
affari.
Anche quando, poco appresso, mi avvenne d'un tratto di domandarmi
curiosamente che legami ci fossero tra Giovanna e uno almeno dei due
personaggi ch'ella mi aveva presentati, finii con l'ammonirmi una volta
ancora:
— Che importa? Io non sono qui per fare della psicologia, e nemmeno per
mondanità. Sono qui per ragioni serie. Bisogna attaccarsi al pescecane.
3.
Il fulmine.
Ma mentre cercavo il modo di attuare questo maturo proposito, Giovanna
d'un tratto balzò in piedi e annunziò:
— Vado a mettermi il cappello.
Andò, e tornò dopo brevissimo tempo, incappellata e impellicciata,
prima che io avessi trovato una frase di avvicinamento, abbordo ed
attacco verso il corposo di Malco.
Uscimmo.
— Passeggiamo? — propose lei quando si fu sul portone — chi ama
camminare?
— Io no — risposi. — Nietzsche amava camminare, ed è finito matto.
— Andiamo al Savini a sentire un po' di musica — propose Valacarda.
— Io ho bisogno di camminare — dichiarò di Malco.
— Allora — concluse la donna — noi due andiamo a passeggio e voi due
andate al caffè. Forse vi raggiungeremo là: e se non vi raggiungeremo
ci ritroveremo qui a casa stasera. Libertà.
Così se n'andò, prima che avessimo annuito. Oh le donne! m'aveva
raccomandato d'attaccarmi al pescecane, e ora se lo portava via e mi
lasciava solo con l'altro. Per fortuna l'altro mi era simpatico. E
forse io a lui.
La nostra simpatia si svolse nel silenzio fino che ebbimo raggiunto e
imboccato il Corso.
Sul Corso ci fermiamo davanti a una grande e illustre vetrina di colore
viennese. Valacarda mi addita una bambola con i capelli di seta, e
osserva:
— Assomiglia alla nostra amica.
— È vero — risposi. E dopo una breve pausa, mentre riprendevamo
l'andare, còlto da una frivola curiosità insinuai:
— La nostra amica si è portato via il pescecane....
Valacarda si fermò subito di nuovo, mi guardò, poi disse dolcemente:
— Lei s'è ingannato, signore: il pescecane sono io.
Io m'appoggiai alla cantonata per non cadere.
4.
Zoologia.
Lo stranimento per il mio granchio e per la conseguente _gaffe_ mi
tenne ancora per un poco, mentre a fianco camminavamo tra gli urti
della folla vespertina, ed egli parlava.
Egli parlava, e io ripetevo entro me: — l'altro dunque, con pancia e
avana, era il merceologo! E questo savio raffinato e sagace.... Non
aprirò mai più un giornale umoristico.
Valacarda parlava, e io ero sperduto ancora, e così non so come ci
trovammo seduti a un tavolinetto d'un minuscolo bar cristallino: io
avevo ordinato due cocktails. Soltanto allora ricominciai a udire le
parole del mio affascinante compagno, che ragionava con semplicità
velata appena di malinconia.
— E il risultamento di tutto ciò? — continuava Valacarda.
Il risultamento di che? Lasciamolo parlare.
— Il risultamento di tutto ciò? Personalmente, una pregiudiziale di
disprezzo pauroso che ci avvolge....
— Non è questo che importerebbe — lo ripresi io, fattomi animo ormai —:
lei è un uomo fine, e m'intende. La diffidenza che ispira il cosidetto
pescecane, salvo i casi di semplice invidia, è per il pericolo che
rappresenta l'opera sua di fronte alla vita sociale, nel momento
stesso ch'essa anela a raggiungere quell'umano equilibrio, cui tende da
secoli....
M'interruppi udendo un forte ridere vicino a me. Mi voltai. Ma non
c'era nessuno che avesse l'aria di aver riso. Solo allora capii ch'era
stato il Dàimone, di cui m'ero dimenticato. Intanto il pescecane
filosofo già s'era avvolto in una sua complicata risposta:
— Quale pericolo? Vediamo oggi due grandi energie in lotta: c'è chi le
chiama borghesia e proletariato, c'è chi le chiama energia rinnovatrice
ed energia conservatrice. Questa lotta per lungo tempo è rimasta
frantumata in guerriglie parziali e multiformi, ora s'è semplificata
e ingrandita. È una vasta battaglia tra due eserciti, che insieme
assommano all'intera società. A ogni fenomeno storico che si produca
o si riproduca nel mondo, ciascuno dei due eserciti cerca di farsene
uno strumento della lotta. Così è stato della guerra. Così è, ora,
della pace. Il simile avverrà press'a poco delle nostre costruzioni.
Noi pescicani, grossi e piccoli, tranquilli e arrabbiati, sa che cosa
stiamo accumulando laboriosamente? Delle enormi riserve di forze —
danaro, lavoro, organismi di uomini — forze, insomma: e un bel giorno,
vicino o lontano non so, un bel giorno, o se ne impadroniranno le masse
conservatrici per tentare l'ultimo colpo, o, se esse saranno state
disfatte, le afferreranno gli altri, un minuto dopo la vittoria.
— Voi dunque non siete la espressione culminante della borghesia?
— No no no! Siamo (non noi in persona, s'intende, ma l'energia che
accantoniamo) siamo come una riserva neutra. Può darsi che il destino
del pescecanismo, com'è stato già di far durare la guerra fino alla
vittoria, sia ora di salvare la borghesia, o almeno prolungarle
la vita; e può altrettanto darsi che sia quello di farla morire
d'aneurisma e d'ingorgo: non s'esce da questo dilemma. Ma nè il
borghese nel primo caso, nè il nuovo vincitore nel secondo, erigeranno
certo un monumento di gratitudine al pescecane, come le nazioni lo
erigono al fante che le ha salvate. Non sappiamo chi si dividerà le
nostre spoglie: ma il nostro destino inevitabile è di essere spoglie.
— Spoglie opime — feci io.
— Opime sì: per questo voi scrittori e i vostri aiutanti disegnatori
hanno avuto una certa ragione di raffigurarsi il pescecane (o cosidetto
pescecane, come dice lei per cortesia) in forma corpulenta e ingombra.
Ma, come lei vede, è un'allegoria.
— E i suoi.... colleghi, la pensano tutti come lei?
— Nemmen per idea. Non ne trova uno su cinquanta che dica «noi
pescicani»; e quello che lo dice, lo dice per simulazione di
disinvoltura e per difesa personale. Il curioso è, che io stesso non ho
capito se loro credono di essere immortali e costruire per l'eternità;
o se lo sanno che van vivendo alla giornata più della rondine quando
gira col becco aperto pei cieli all'ora del tramonto.
— Anche questo tramonto è un'allegoria?
— Forse. Del resto anche se qualcuno, come me, si rende conto del
fenomeno, che gli serve? Ognuno è trascinato dal suo proprio spirito,
ha detto Lucrezio. Lucrezio dice _voluptas_. È la stessa cosa. Lei
scrive, e scriverà sempre....
Io non rettificai.
— .... anche quando, come oggi, veda intorno a sè a quale turpitudine
di mal gusto è trascinata la sua arte. Scriverà, anche persuaso che le
cose sue che più le hanno costato di travaglio debbano rimanere in un
cassetto.
— Ma scrivo per i posteri — dissi cercando di fargli credere che
celiavo.
— Anche il pescecane lavora in effetto per un postero: non importa
se la sua posterità invece che tra un secolo possa cominciare domani
o stasera. Ma in realtà lei non lavora per i posteri ma per sè: e
anche lui lavora per sè: per quella sua _voluptas_, che non sempre è
spregevole. Naturalmente tutto ciò le appare strano. Lei dice che sono
un uomo fine, perchè ho letto tre o quattro libri e perchè ragiono
intorno alle cose invece di andarvi a cozzare contro a testa china con
le corna di qualche pregiudiziale ostinata. E anche questo le appare
strano. Perchè lei è uno scrittore, e agli scrittori per farsi leggere
occorrono figurazioni precise: il demonio, l'angelo, il pescecane
grasso e cùpido, il fante energico e macerato. Specialmente oggi,
che si ha sempre fretta: fretta di capir subito senza sforzo con chi
si ha a che fare. Loro scrittori debbono essere o dei sentimentali
o dei cinici, se no il pubblico si disorienta. Come quando si fa
della politica ai contadini: bisogna parlare o da clericali o da
rivoluzionari. Lei le cose che ho dette non le potrebbe scrivere.
Uno come me, lei non lo presenterebbe: apparirei incomprensibile e
mostruoso; molto più mostruoso che se il pescecane fosse stato il
nostro buon amico di Malco, il quale a quest'ora, più e meno saggio
di noi, sta pranzando con la nostra buona amica Giovanna in qualche
trattoria spensierata. Se facessimo altrettanto?
— Volentieri.
Pagai i due cocktails, e il filosofo alzandosi mi promise:
— Le farò conoscere, o almeno vedere, qualche mio collega, se ci tiene.
5.
Apocalissi.
Infatti alla trattoria incontrò, mi presentò, e invitò a sedersi alla
nostra tavola, un uomo biondiccio e un po' sbilenco con due grossi
baffi da foca e una penzolante giacca color tabacco. Rideva e parlava
continuamente; cioè raccontava storielle oscene e poi ne rideva lui
stesso con fragore, e accompagnava quello stridere con gran suoni di
posate sui piatti. E questi era il socio di Valacarda. Come mai? Oh la
_voluptas_.
Ora il nuovo compagno raccontava una sua avventura di viaggio con due
cameriere d'albergo. Ma Valacarda, accorgendosi ch'io guardavo a un
altro tavolino, mi domandò:
— Le piace quella bruna?
— Sì: ha un'aria aristocratica; bellezza imperatoria e fine nello
stesso tempo, e un contegno da Olimpo. Oserei affermare che è una
signora.
— Ha indovinato, è una signora, la signora di quello che c'è insieme.
Prima lei faceva parte di una compagnia di equilibristi del Trianon, e
manteneva lui. Ora lui s'è tirato su col filo spinato, e l'ha sposata.
Al mondo c'è ancora della gratitudine e altre virtù.
Il commensale color tabacco si voltò a guardarli. Così vide entrare
nella sala un giovinotto disinvolto e lo salutò ad alta voce da
lontano. Poi si volse a me annunziandomi:
— Spolette da shrapnell.
— E questo alla mia destra? — domandai io accennando al più elegante di
tutto il consesso. — Cos'è? Zàini? fulmicotone?
Guardarono e uscirono tutt'e e due a ridere con irriverenza.
— Questa volta ha sbagliato — disse Valacarda. — Quello lì è un pittore.
— Pittore!
— Sì: vive alle spalle di quello che gli è vicino: pezze da piedi
e propaganda per i prestiti. S'è fatto fondare da lui una rivista
illustrata. Sono i pidocchi del pescecane.
Rabbrividii.
Quel mondo luccicava tutto e parevami gorgogliare e spumare d'una
superiore letizia. Sognai per un momento di assistere a una festa
furinale, quali i Romani, spiriti larghi, celebravano in onore dei
ladri.
Mi scossi, e tratto da una vecchia abitudine domandai:
— Come s'intitola la rivista illustrata?
— Non parliamo di porcherie — ammonì l'uomo color tabacco. — Guardi
quella bionda così seria, laggiù. Una mattina, nell'anticamera del mio
studio, l'ho....
Ma non sentii il seguito. Non sentivo più le loro parole. Il mio
spirito era abbuiato.
Mi trovavo dunque nel centro di quella terza Babilonia su cui Valacarda
aveva predetto prossimo non so che fuoco divino o sociale. Ma non
pensavo più ai suoi vaticinî. Le immagini mi presero nel loro possesso.
L'aria della sala intorno a noi si fece liquida e verde come in fondo a
un oceano, oceano scivolato da grandi belve corsare che aprivano gole
di Satana, arrotavano i denti alle rocce subacquee, e come d'intesa
movevano tutte obliquamente, leviatani torvi, dall'abisso gelido in
su, verso un'alta luce d'incendio lontano che le traeva: e il corteo
non avea fine, sempre più enormi e nere, con la smorfia d'un ringhio di
cui non si udiva la voce, battendo le code nel liquido muto, su, verso
l'alto. Poi un cameriere traversò con grazia secura lo stormo, e si
chinò davanti al nostro tavolino presentandoci il conto.
6.
Compensazioni.
Valacarda trovò un errore nel conto e lo fece correggere. Poi fece la
divisione per tre, ognuno di noi pagò la sua parte, e l'amico festevole
ci lasciò. Noi ci avviammo a via Monte Napoleone, ma arrivati al
portone di Giovanna, Valacarda si fermò:
— Non salgo: ho sonno, e domani mattina debbo partire presto: sì, starò
fuori qualche tempo. Troverà di Malco, e forse altri; mi scusi con la
signorina. Grazie.
Su, venne ad aprirmi la signorina in persona. Non c'era di Malco. Non
c'era nessuno.
— Sono stata brava? — mi gridò subito. — V'ho lasciato col pescecane.
Che n'avete fatto?
Mi guardai bene dal raccontarle il primitivo granchio. Risposi:
— l'ho lasciato ora, qui sotto; abbiamo pranzato insieme.
— E avete combinato qualche buon affare?
— Mio Dio, no.... Per il primo pescecane che incontro, era così
raffinato, arguto.... e poi mi ha detto due o tre volte «lei che
scrive, e continuerà a scrivere». Non potevo disingannarlo.
L'amica alzò gli occhi al cielo.
— Dio, che uomo d'azione siete! Pensare che glie lo avevo detto che
volevate darvi agli affari, che vi aiutasse....
— Gli avete detto!?...
— Non sarete mai buono a nulla.
( — Non sarai mai buono a nulla — echeggiò il Dàimone, ma con minore
scandalo).
— E come s'è liberato bene di voi!
Era veramente afflitta.
( — Stai zitto, non facciamoci scorgere troppo — sussurrai al Dàimone
che non voleva chetarsi).
Giovanna seguiva il filo di non so quale pensiero. Poi scosse il capo e
mi guardò. E concluse con voce consolatoria:
— Troverete di meglio, pazienza. Meno male che ci avete almeno
guadagnato un invito a pranzo.
Non volli deluderla. Era una buona figliuola, come tutte le fanciulle
che dopo aver tradotto Rimbaud in Valdarno vengono a Milano a studiare
il canto. Ora taceva, e per un po' tutto tacque tra noi. Sospettai che
la buona figliuola pensasse di dovermi qualche geniale risarcimento per
lo scarso esito della mia giornata...
Ma qui si raccontano storie d'affari, cose serie; e non dobbiamo
occuparci di frivolezze.
CAPITOLO QUARTO
PER BELLOVESO
1.
Preludio mirabile.
La piattaforma del tranvai è la glandola pineale della vita moderna.
Trovandomi io un giorno sulla piattaforma d'un tranvai di Milano, un
individuo con barba grigia e cappello verde alla calabrese mi stralunò
in volto due occhi quasi bianchi spiritati, poi disse:
— Scusi, signore....
Non avrei mai immaginato che quegli occhi potessero pronunciare una
frase tanto garbata. Mi rimisi dunque dalla prima impressione ch'era
stata alquanto sgomenta.
— Scusi, signore: sa dirmi dov'è via Belloveso?
— Non so — risposi con la maggior grazia possibile. — Sa, — aggiunsi
poi sentendo non so qual dovere di giustificarmi — io non sono di
Milano.
— Ah.
Questo «ah» non fu un «ah» di quelli grassi, sdraiati, episcopali, che
nei dialoghi della vita indicano soddisfatta conclusione e lasciano
l'animo pacato: fu un «ah» arido, giallo di sarcasmi. I romanzieri
non hanno ancora trovato la maniera di distinguerli nella scrittura, e
mettono «ah» senz'altro, in tutt'e due i detti casi e anche nei loro
infiniti intermedi e collaterali: la quale è una lacuna non lieve
dell'arte nostra.
Io n'ero rimasto oscuratamente scontento e guardingo, mentre il tranvai
continuava la sua rotolante corsa per le rette e le curve della Città
Operosa.
Infatti l'uomo imminendomi ribadì:
— E se fosse di Milano?
— Se fossi di Milano — risposi con pronta dialettica — sarebbe più
probabile, non però certo, ch'io sapessi dov'è via Belloveso.
La soddisfazione di questa nitida risposta mi ristorò: e per un momento
credetti d'essere libero dal sorprendente personaggio, perchè subito
egli si rivolse al più vicino dei nostri compagni di andare, uomo
comune con cappello duro e spilla nella cravatta. Con gli stessi occhi
e con la stessa voce domandò a lui:
— Scusi, signore, è di Milano lei?
— Sì — rispose il signore volonteroso col cappello duro — sono proprio
di Milano, del Verziere.
— E lei che è proprio di Milano, sa dirmi dov'è via Belloveso?
— No: non l'ho mai neanche sentita nominare.
— Ma se l'avesse sentita nominare — incalzò l'incontentabile, —
saprebbe dirmi perchè si chiama via Belloveso?
L'uomo comune s'inalberò:
— Come sarebbe a dire?
— Sa lei, signore di Milano, sa lei chi era Belloveso?
L'altro lo guardò un momento, poi guardò me, poi tutti gli altri
intorno, torse un'occhiata più lunga alla strada che fuggiva sotto
i nostri occhi: e d'un tratto, poichè il tranvai rallentava, scese
precipitosamente e senza voltarsi indietro si inabissò nella prima via
trasversale.
Il tranvai finì di rallentare e fermò del tutto. L'energumeno gentile
tornò a me:
— Lei, signore, che almeno non è di Milano, la prego: scenda con me.
Non so quale forza mi spinse ad acconsentirgli.
Sopra una cantonata una guardia di città sonnecchiava a capo chino.
L'amico lo svegliò:
— Vigile, sa dirmi dov'è via Belloveso?
L'altro riscosso mormorò:
— Pellevese, Pellevese.... nun saccio.
— Potrebbe guardare nella guida.
L'esule partenopeo si cavò blandamente di seno un libretto e cominciò a
sfogliarlo:
— Come avete detto? Pellurese?
— No: Bel-lo-ve-so: col bi.
Il pubblico funzionario compitò con scrupoloso travaglio parecchi
nomi del suo indice alfabetico: — Bec-ca-ria — Bel-fio-re —
Bel-gio-io-so.... quest'è, Belgioioso?
— No: Bel-lo-ve-so.
— Bel-lez-za — Bel-li-ni — Bel-lot-ti.,.. mo' ce stiamo 'n coppa —
Be-na-co.... no: Bellevese nun ce sta, Eccellenza.
Lo piantammo, chè era esausto. Seguivo faticosamente e con grande
interesse la mia agitata guida. Lo vidi precipitarsi contro una
carrozza vuota che veniva traballando placidamente verso noi. La
fermammo, le demmo la scalata, occupammo il sedile. Quando ci sentimmo
saldi nella conquistata posizione, il mio compagno comandò con aria
sciolta:
— Portaci in via Belloveso.