Da quando sono tornato ho già incontrato non meno di dieci p

MASSIMO BONTEMPELLI

La vita operosa

NUOVI RACCONTI D'AVVENTURE

VALLECCHI EDITORE FIRENZE

[Questi racconti furono pubblicati

nei numeri dal settembre al novembre

1920 della rivista _I. I. I._].

_Proprietà letteraria riservata._

Firenze, 1921 — Stabilimenti Grafici A. Vallecchi — Via Ricasoli, 8.

_.... Mediolani mira omnia: copia rerum,

innumerae cultaeque domus, facunda virorum

ingenia...._

AUSONIO.

CAPITOLO PRIMO

APERTA CAMPAGNA

1.

Il Catechismo.

Alla scuola degli allievi ufficiali io e i miei compagni studiavamo

le molteplici bellicose materie su certi quaderni che si venivano

trasmettendo dinasticamente di corso in corso.

Poichè i corsi duravano due mesi, il succedersi delle nostre

generazioni era rapido. Passavano gli studenti; ma restava, inesausto

come il sole e il pensiero, il Quaderno. Molti degli studenti li portò

via la guerra; i quaderni li dovè distruggere la pace, perchè l'uomo è

un animale improvvido, e probabilmente nessuno ha pensato a conservare,

per qualche ventura guerra con corsi accelerati, quelle concentrazioni

manoscritte delle discipline di Marte e di Bellona.

Ricordo che il quaderno di una delle materie meno omicide — la

topografia — era fatto a domande e risposte, esattamente come i

catechismi della dottrina cristiana e gli opuscoli di propaganda

socialista: la quale triplice coincidenza potrebbe far fede che la

umanità elementare è fondamentalmente dialogica.

Il capitolo intorno all'orientamento in aperta campagna finiva con

queste battute:

— D. Come si fa a orientarsi in aperta campagna?

— R. Con una bussola, che è uno strumento ecc. ecc.

— D. E quando non si ha la bussola?

— R. Con un orologio che si espone orizzontalmente al sole avendo cura,

ecc. ecc.

— D. E se è notte?

— R. Con le stelle, una delle quali chiamasi polare, e si trova tirando

una linea immaginaria, ecc. ecc.

— D. E se è giorno e non si ha l'orologio?

— R. Col sole.

— D. E se il sole è coperto?

— R. Esaminando i tronchi degli alberi: la parte dove sono più verdi,

poichè è quella dove non vengono battuti dal sole, è il nord: la parte

opposta naturalmente è il sud.

A questo punto finiva il capitolo, e cominciava un altro argomento.

Ma a quel punto io sentivo un vuoto improvviso. Forse qualcuno dei

lettori l'ha sentito con me. M'auguro che siano pochi: li avverto che

è un fenomeno morboso, prodotto in noi da una malsana tendenza verso

l'infinità.

Infatti, allora, ho potuto fare alcune osservazioni sul contegno che

i miei compagni tenevano di fronte all'interruzione. La maggioranza

non aveva nessuna impressione o curiosità particolare: studiava quelle

nozioni senza desiderarne altre. Qualcuno, d'intelletto notevolmente

preciso, ne dedusse che la guerra si fa sempre ed esclusivamente in

luoghi ove ci siano almeno degli alberi. Pochissimi si accorgevano

che il trattato ereditario di topografia militare lasciava insoluto un

grave problema: come si fa a orientarsi in aperta campagna quando si è

perduta la bussola, si è rotto l'orologio, il sole è coperto di nuvole,

e non ci sono alberi.

Quei pochissimi finivano per concludere che in quel caso ognuno fa

quello che può: — che in effetto è il solo insegnamento sicuro e

fondamentale per tutte le discipline pratiche della guerra e della

pace.

2.

Estasi.

Quando, due mesi dopo l'armistizio, rientrai — come dicevamo allora

— in Italia, mi sono trovato nella città di Milano, aperta campagna

per le maggiori battaglie della vita: mi sono ritrovato nell'aperta

campagna di Milano, senza bussola, nè orologio, nè sole, nè stelle.

Ho girato dunque per la città respirando la vita e cercando

affannosamente un albero per vedere da che parte sta il nord.

Quanto mi piacquero quel giorno i bar con le bottiglie di tanti colori!

I colori dei bar, gli specchi dei caffè, i cristalli delle vetrine, e

le donne che salgono in una carrozza o anche in un tranvai, furono i

beni terrestri di cui il soldato sentì maggiore nostalgia.

I liquori colorati, gli specchi, le vetrine e le donne, scossero

ebriosamente la mia fantasia rinfanciullita nella lunga assenza dai

piaceri del mondo.

E così agitando lo sguardo goloso dall'uno all'altro dei molti

esemplari d'ognuna di quelle specie benefiche, a un certo punto mi

avvenne di fermarlo in modo particolare sopra una donna, la quale non

saliva in tranvai, ma camminava morbidamente verso non so qual suo

sogno o realtà fascinosa, e presto mi scomparve e non ebbe mai nome per

me; era bellissima e aveva corta e densa la pelliccia e lunghe e rade

le calze, e due occhi di carbone e di luce.

Come si allontanava, mi sorpresi a mormorare una frase di estasi

ammirativa, che fu la seguente:

— Perdio! qui bisogna trovar modo di far molti quattrini.

Poichè intanto la donna era vanita del tutto dal mio orizzonte, un mio

vigile Genio o Dàimone personale, che è loico e ironico di natura, mi

domandò:

— Quale rapporto così diretto e immediato supponi tu dunque che gli dèi

abbian posto tra la visione della bellezza e il pensiero del danaro?

Ma, contro il Dàimone, ho insistito, d'istinto, nell'affermare quel

rapporto come reale, e forse anzi fondamentale ed eterno. Forse quando

nacque la divina Afrodite dal mare e si presentò sul lido terrestre

vestita alla moderna di poca spuma, forse allora i Tritoni e i mortali

si mormorarono l'un l'altro ammirandola:

— Per Zeus! qui bisogna trovare il modo di far molti talenti.

3.

Facilità.

Il cielo era coperto, come si conviene a una città di vita operosa.

L'aria avvolgeva un velo di grigio intorno alle cose, com'è opportuno

in una aperta campagna delle battaglie della vita.

Il cielo era coperto e l'aria un velo grigio: ma di tratto in tratto

le vie s'illuminavano di lunghi bagliori folgoranti, perchè rapide

correnti d'oro invadevano il cielo, s'insinuavano tra le linee dei

tetti, volavano sopra le strade della città con una voce d'aeroplano

giovane. Le correnti dell'oro a ogni momento urtando negli spigoli dei

tetti si frangevano e mandavan giù rutilanti cascate a zampillar sui

marciapiedi sotto lo sguardo dei passanti.

Le donne non si chinavano a raccogliere quell'oro: lo raccoglievano gli

uomini per esse.

Le correnti e gli zampilli s'allontanavano, si spegnevano,

ricominciavano qua o là bizzarramente.

A un certo punto mi domandai perchè non mi ero chinato anch'io come gli

altri. Era facile. Chiunque può chinarsi e raccogliere.

È facile chinarsi, ma non è facile pensarvi. Certi uomini, quando

sarebbe il momento di chinarsi, continuano invece a contemplare la

pelliccia corta che si allontana, e non fanno a tempo a raccogliere

l'oro per lei. Questa è la differenza tra essi e gli altri.

Non me ne rimproverai troppo. Tutto era ancora nuovo per me, che mi

trovavo senza bussola nè orologio nè sole nè stelle in mezzo all'aperta

campagna della nuova vita. Bisogna prima orientarsi. E proseguii

l'esplorazione per la città, alla ricerca di alberi che m'indicassero

il settentrione e l'oriente. Era l'ora che Milano è più bella: quando

l'aria si risolve a essere scura del tutto, e s'accendono i lumi delle

strade e delle case.

4.

Le aristocrazie.

Per intonarmi all'ora, sono andato al caffè.

Sono entrato in un caffè che ha fama di ritrovo elegante.

Ricordo che molti anni sono, quando ogni tanto venivo per qualche

giorno a Milano da una città di provincia che dette i natali a Dante

e a Machiavelli, solevo entrare in quel caffè con una specie di

timorosa reverenza. Mi pareva che tutti i presenti si voltassero a

guardarmi con severità, mentre entravo e m'affrettavo a prendere un

posto. Mi aspettavo, ogni volta, che il cameriere prima di servirmi mi

domandasse:

— Il signore ha la tessera?

Il cameriere non me la chiese mai: ma certo tutti quei signori e

quelle signore avevano una tessera d'intellettualità cittadina, che

concedeva loro la qualità di assidui in quel luogo, pubblico ma eletto:

e s'indovinava subito, a vederli conversare così da lontano, che

discorrevano d'arte, specialmente di teatro, e che erano gli uomini e

le donne più intelligenti della città.

Più tardi — ma sempre prima della guerra — ero venuto anch'io ad

abitare a Milano, e anch'io un bel giorno, frugandomi per caso nella

tasca del soprabito, ci avevo trovato la mia tessera d'intellettuale

milanese. Però non ne abusai; non andai più che raramente nel luogo

pubblico ma eletto, e sempre senza mostrare la tessera.

Ci sono dunque tornato quel giorno che mi aggiravo alla ricerca d'un

albero orientatore.

C'erano molte persone, e un colore diverso da quello d'un tempo.

Ignoro se le persone che vi si trovavano rappresentassero ancora il

fiore dell'intellettualità cittadina. Certo non tutti quei gruppi

discorrevano d'arte, di teatro, e d'altre cose supreme.

Appena entrato, senza che subito mi rendessi conto della causa, mi

sorprese un ricordo del fronte: rividi in un lampo stendersi Valdirose

fra Tarnova e San Marco, dolce valle in un'aria d'autunno, recisa

duramente da un lungo reticolato che s'arrampicava per una china

ripida.

Invece ero in un caffè, che ha nome di ritrovo elegante.

Guardando traverso il fumo e il suono dei violini, vidi in fondo alla

piccola sala, attorno a un tavolino, un gruppo composto di quattro

gentiluomini e due signore. Le due signore stavano a guardare i quattro

gentiluomini, e i quattro gentiluomini giocavano: giocavano alla morra.

Allora mi spiegai il ricordo che m'era venuto incontro all'entrare. Un

tempo, appunto all'osservatorio di Cuore in Valdirose, un sergente di

fanteria aveva cominciato a insegnarmi il gioco della morra.

Era un piacevole iniziatore, e sotto la sua guida ero venuto in

una grande ammirazione per l'italianissimo gioco, pieno di acute

profondità. Il sergente, ottimo giocatore, aveva anche qualche

attitudine alla trattazione scientificamente metodica. M'aveva

dunque spiegato che all'eccellenza nella morra si giunge conquistando

successivamente tre gradi:

il _primo grado_ consiste nell'apprendere a variare di continuo

il ritmo delle proprie gettate, in modo da renderle imprevedibili

all'avversario;

il _secondo grado_ insegna a scoprire qual'è il ritmo caratteristico

delle variazioni dell'avversario stesso.

Può sembrare ai profani che la raggiunta unione di questi due gradi

esaurisca compiutamente il campo dell'abilità di un perfetto giocatore.

Non è così. Il giocatore — mi spiegava il maestro — non può chiamarsi

tale se non arriva al

_terzo grado_, — il quale non è più, come i due primi, esclusivamente

cerebrale e intellettivo, ma importa anche abilità tecnica della

mano e delle dita: consiste cioè nell'arrivare col proprio punto

impercettibilmente più tardi dell'avversario, ma quell'infinitesimo

ritardo dev'essere sufficiente per modificare, se occorre, la propria

gettata a seconda di quella dell'altro.

Non so se i quattro gentiluomini fossero arrivati al terzo grado.

Giocavano, a turni di due per volta, con serenità e senza alzar troppo

le voci, come si conviene a gentiluomini in un ritrovo elegante.

Le signore seguivano il gioco con un'aria di noia tranquilla, come

si conviene a signore, e mangiavano a quattro palmenti pasticcini,

_marrons-glacés_, tartine col prosciutto e altre cose delicate. Io mi

sentivo più che mai senza tessera. Dopo un poco m'alzai, passai con

qualche timidità davanti al tavolino della morra, andai nell'altra

sala a veder ballare il _fox-trott_ e altri balli nello stesso

idioma. Le danzatrici erano tutte signorine della più ricca società;

tutte giovanissime, dai quattordici ai diciotto anni: avevano gambe

tornite, e spalle candide sotto i capelli che portavano sciolti come

si conveniva alla loro età, e morbide braccia. Divina incoscienza della

puerizia!

La sala brulicava di contorcimenti maliosi sotto le fruste delle luci.

Contemplai un poco, dallo stipite, la nuova società nata dal lavoro

moderno e dalla vittoria: poi involsi in mi ultimo sguardo quelle

innocenze elette, e pensai una volta ancora il mio pensiero d'estasi

contemplativa:

— Perdio! qui è necessario trovare il modo di far molti quattrini.

Perciò uscii in fretta per vedere se nelle strade fossero ricominciati

gli zampilli e le cascate dell'oro: ero risoluto a raccoglierne a piene

mani e riempirmene bene le tasche prima di tornare nei luoghi ove la

Volontà e la Potenza di vivere mi s'eran presentate sotto una forma

inattesa e straordinariamente imperativa.

5.

Nuova incarnazione del Verbo.

Ma fuori, in quel frattempo, la Volontà di vivere aveva lanciato

attorno manate di luce, che s'erano impiastrate contro gli sporti

delle botteghe, s'erano appese ai cornicioni dei tetti; e di quella

luce n'era sparsa in terra, sotto i piedi, nell'aria, dappertutto. La

Volontà di vivere gridava dalle ruote delle carrozze e dalle campanelle

dei tranvai. La commentavano gli strilloni dei giornali e i banditori

davanti alle porte dei cinematografi. Uno di questi investiva così

violentemente con le sue lusinghe i passanti, che gli girai lontano

perchè non avrei avuto il coraggio di dirgli di no.

Ogni tanto mi fermavo estatico tra gli urli della folla e stentavo a

frenare nel petto entusiasta il grido della mia ammirazione per l'uomo.

Da tutti i piccoli lumi tenaci di fede che la rassegnazione alla morte

aveva accesi per quattro anni nelle trincee verminose, da quelli dunque

era folgorata al sopravvissuto mondo tutta la luce che io calpestavo

sui marciapiedi della città?

Poi il mio pensiero si fece più minuto e commosso.

— Tutti questi uomini — mi dissi — sono stati alla guerra; tutte queste

donne durante la guerra hanno aspettato, presso un focolare scarso, un

ritorno: ora gli uni e le altre celebrano volonterosamente i saturnali

della vittoria.

Il mio genio, o Dàimone personale, mi tirò per la manica:

— Non precipitare — mi disse — le tue interpretazioni. Tu sei qui

per orientarti, non per fare della storia o della filosofia. Il primo

orientamento è quello là.

E mi additò i cartelloni che coprivano una vasta e caduca impalcatura

d'assi, dietro la quale immaginai fervido il lavorìo della

ricostruzione per il benessere della nuova società.

La prima parola di quasi tutti i cartelloni — la più grossa e visibile

— era questa:

OGGI.

A poco a poco, continuando a ricircolare lo sguardo su quegli scritti,

non riuscii a distinguere altra parola che quella:

OGGI.

Il rimanente si confondeva e si cancellava ai miei occhi.

Il Verbo è eterno, ma le sue incarnazioni sono caduche come gli assi

delle impalcature, si succedono come le dinastie dei monarchi mortali.

A Zeus succedette Prometeo e ad Adonai succedettero Cristo ed Allah.

Ma a tutti gli dèi più resistenti, a Brahama ad Allah a Cristo stesso,

succede ora, in tutte le latitudini, il nuovo Dio, che si chiama

OGGI.

OGGI è il nome della Volontà di vivere nata dalla rassegnazione a

morire.

— Per questo, allora, la nota più costante e più acuta del mondo nuovo

è la calza di seta e la scollatura cospicua delle fanciulle e delle

donne, dai quattordici ai quarantacinque anni? È, dunque, la volontà

ferma di rifare all'Italia i cinquecentomila ròsi dai vermi del Piave e

del Carso?

Il Dàimone qui mi trattenne un'altra volta sulla china pericolosa

delle interpretazioni storiche, e mi fermò presso due fanciulle che

s'estasiavano davanti a una vetrina di gioielli. Erano strette come

una coppia di amanti, e ogni tanto si guardavano negli occhi con un

sorriso rauco. Fissai i fianchi delle due fanciulle, e non mi riuscì

d'immaginarli sussultare se non di spasimi senza dolore.

— E allora? — domandai. — Questa volontà di vivere è forse lo sforzo

del moribondo per non soffocare? È la improvvisa larghezza del

giocatore agli estremi che butta sul tappeto la somma più grossa di

tutta la sua serata, ma quella somma è l'ultima, e dopo, se perde, non

gli resterà che la fuga o la morte?

Il Dàimone mormorò:

— Quando non si ha bussola, nè orologio, nè sole, nè stelle, si

esaminano i tronchi degli alberi.

— E se non ci sono alberi, — continuai io-ognuno fa quello che può.

— Precisamente.

Allora per una breve traversa egli mi condusse dal Corso nella

piazzetta Belgioioso, dalla luce più violenta nell'ombra più raccolta;

e dalle immagini d'un fermento pazzo mi spinse di fronte a un'ombra

religiosa.

Davanti alla casa di Alessandro Manzoni mi trovai molto meno timido che

al cospetto dei gentiluomini del Cova o del banditore di cinematografo

sotto i Portici Settentrionali.

Sentii la presenza di lui, e lo interrogai con rispetto:

— Se Ella — domandai — se Ella, che fu un sacerdote dell'Equilibrio

Profondo, se Ella vivesse oggi tra noi, e con Lei vivessero oggi

tra noi Raffaello e San Francesco e Machiavelli e Giuseppe Verdi,

mi dica, La prego, come inserirebbero nel quadro di questa vita la

Trasfigurazione, e il Cantico delle Creature, e i Discorsi sulle Deche,

e i Promessi Sposi, e il Trovatore o il Falstaff?

Con una ironica balbuzie, il sacerdote pronunziò:

— Capitolo ottavo: «Così va spesso il mondo.... voglio dire, così

andava nel secolo decimosettimo».

— Ho capito — risposi —; Ella, al solito, non vuole compromettersi.

6.

La saracinesca.

Io invece non ho mai evitato di compromettermi. Ho sempre ignorato

la virtù della prudenza. Mio danno, e mia passione. M'allontanai,

rimanendomi insoluto il problema su Raffaello e compagni. Una

saracinesca, calando con gran rumore di ferro a chiudere un magazzino,

mi gridò:

— Frègatene.

Anche nelle vie per le quali camminavo ora con una specie di rapida

rabbia inconfessata — anche in quelle vie d'ombra e di silenzio ogni

tanto giungeva l'eco degli omaggi popolari al dio Oggi. Giurai di

portargli anche i miei. Giurai di chinarmi a ogni passaggio delle

correnti auree sopra le vie della città operosa. Per chinarsi non

occorrono nè bussola nè orologio nè sole nè stelle nè alberi. Nella

cattedrale del dio Oggi non sono punti cardinali. Non è necessario

orientarsi. Basta la conclusione dei più intelligenti tra i miei

compagni della scuola di Artiglieria: — Ognuno farà quello che potrà.

— La Trasfigurazione e i Discorsi sulle Deche pensino da sè ai casi

propri. Ora trascinavo io furiosamente il mio Dàimone. Lo riportai

nella luce, lo condussi a pranzare in una trattoria splendida.

— Domani — gli dissi — cominciamo a far quattrini.

— Domani no — mi rispose —, perchè domani è venerdì. Cominceremo lunedì

venturo.

CAPITOLO SECONDO

LA STATUA DI BARTOLO

1.

Un consiglio di Cavour.

Sono in piazza Cavour, disoccupato e perplesso.

La mia disoccupazione è figlia del sole, come Circe. Oggi c'è il sole.

Da una giornata bigia egli è uscito d'un tratto, mentre m'accingevo a

scrivere, per i posteri, non so quali miei pensieri o immaginazioni:

quel lume improvviso mi ha mostrato la lunghezza della posterità, e

conseguentemente la poca urgenza della mia opera.

Ma arrivato in piazza Cavour, alla disoccupazione si aggiunge la

perplessità. Da una parte si sforzano di verdeggiare i Giardini,

dall'altra, oltre i portoni massicci, scampanella via Alessandro

Manzoni. A sinistra troverei un poco di alberi, dell'acqua, e certi

uccelli come nei francobolli delle collezioni; oggi c'è il sole, e ci

sarà movimento; ci saranno anche dei bambini con le loro balie.

— Balie, sì, e cameriere — dice il Dàimone — potrai studiare i

progressi della smobilitazione.

Ma a destra la vita: le due vite: la Vita Intensa e la Vita Operosa. Il

Dàimone riprende la parola:

— La Vita Intensa, di coloro che non fanno niente? e la Vita Operosa,

di coloro che si danno l'aria d'aver molto da fare.

Mi ribello allo scetticismo del Dàimone. La guerra è finita, da due

mesi, e c'è il sole, a Milano in gennaio! Bisogna afferrare queste

eccellenti occasioni d'essere ottimisti.

— Mi ribello, caro Dàimone; fino a oggi t'ho dato troppo retta, e m'hai

condotto per l'aja come fossi un cane (se posso servirmi d'una vetusta

immagine di cui non ho mai capito l'origine); ma d'oggi innanzi la mia

vita sarà una continua ribellione ai tuoi istinti sofistici e sterili.

Andiamo verso le due, le mille vite; guarda: anche Camillo Benso, conte

di Cavour, ci fa segno di andare da quella parte.

2.

Ercole e il Cappuccetto Rosso.

È impossibile immaginare con qualche probabilità come si sarebbe svolta

la serie della nostra vita, se in un momento qualunque del passato

avessimo compiuto un atto diverso da quello che abbiamo compiuto. Ogni

volta che un uomo, anche nel più ozioso vagabondaggio, prende a destra

piuttosto che a sinistra, può produrre una incalcolabile mutazione nei

propri destini, e ignorerà sempre, dolorosamente, la portata di questa

mutazione. Da ciò deriva la scarsa efficacia delle favole morali. Si

racconta ai ragazzi che Ercole figlio di Alcmena, avendo al noto bivio

scelto la via faticosa e aspra, sia perciò, attraverso dodici e più

fatiche, pervenuto alla eccellente condizione e sinecura di semidio.

Ma non possiamo dire in coscienza a che cosa Ercole sarebbe pervenuto

se avesse scelto la strada piacevole e facile. Forse sarebbe diventato

semidio ugualmente, e senza le dodici fatiche; forse sarebbe arrivato

anche più là, l'avrebbero fatto dio addirittura; e non soltanto in

India e in Siria, dove dovette come dio cambiare nome e chiamarsi Rama

e Baal, ma sarebbe successo apertamente a Zeus, invece di Cristo, in

tutto il mondo occidentale: chi sa?

Tutte le favole, di tutte le epoche, sono altrettanto scarsamente

probanti. Cappuccetto Rosso per aver preso la strada più lunga nel

bosco finì divorata dal lupo. Verissimo. Ma se avesse preso la strada

più corta, possiamo noi affermare che non le sarebbe accaduto anche

di peggio? per esempio essere violata da un malandrino, e di lì finire

nella vita disonesta, che, come ognuno sa, è peggiore della morte?

— Bisogna anche considerare che la storia degli uomini celebri per

diventare esempio morale subisce spesso riadattamenti che ne modificano

profondamente la portata. Così dovette avvenire appunto della vita di

Ercole, ch'era l'uomo più celebre del suo tempo. Il fatto del Bivio

ci è raccontato per la prima volta da Prodico sofista, che visse nel

quinto secolo avanti Cristo, cioè circa milleduecento anni dopo Ercole.

Ma su quel fatto c'è in un testo poco noto una versione anteriore a

quella di Prodico, versione che fu poi dimenticata, sommersa dalla

nuova, forse perchè la prima parve un po' cinica. La leggenda poco

nota è questa: Ercole fin da ragazzo aveva sentito dire molte volte

da Alcmena che la virtù è bellissima e il vizio orribile. Trovatosi

al Bivio, vedendo una strada brutta e fetida si cacciò subito in

quella, convinto di entrare nella strada del vizio. Quando s'accorse

dell'errore non era più a tempo a tornare indietro; ciò che del

resto è avvenuto e avviene in ogni tempo anche a uomini comuni, i

quali, avendo, per contingenze o per naturale timidità, cominciata

la carriera di persone per bene, per quanto poi se ne pentano si

trovano siffattamente intricati nella vita onesta che non possono

più liberarsene, e si rassegnano alla virtù per il rimanente dei loro

giorni. —

Non occorre ch'io avverta che quest'ultima divagazione l'ha fatta il

Dàimone, col quale ormai ho stabilito di romperla su tutti i punti. Io

mi sono accontentato di stare per un momento a contemplare i massicci

portoni che debbo attraversare per avventurarmi verso il centro vivo

della città. Chi sa mai chi avrei incontrato, e quale corso avrebbero

seguìto i miei fati, se fossi andato ai Giardini. Inoltrandomi per via

Alessandro Manzoni incontro un tenente dei mitraglieri.

3.

Improvvisazione.

L'ho conosciuto un anno fa, non so più dove, ma certo di là dal Brenta

e di qua dal Piave. È ancora grigioverde, io no: tuttavia lui riconosce

me e non io lui, sulle prime. Ma non me ne faccio accorgere e rispondo

con entusiasmo al suo entusiastico abbraccio.

— Non sono ancora smobilitato — mi assicura — ma sono libero, e mi son

messo a lavorare.

Intanto mi risovvengo, non del suo nome, ma di lui, e ne fo sfoggio.

— Se non ricordo male, eri ingegnere, appena laureato....

— Appunto.

— E avevi intenzione di entrare nelle Ferrovie.

— Hai buona memoria. Ma niente Ferrovie. Ti paion tempi questi? Faccio

della pubblicità.

Da quando sono tornato ho già incontrato non meno di dieci persone, di

classi studi e professioni diversissime, che mi hanno detto: — Faccio

della pubblicità. — Non ho un'idea chiarissima di quello che fanno, e

non mi sono mai permesso di chiedere spiegazioni precise.

— E tu — dice l'amico — che fai? Scrivi sempre?

— Io?... Non so ancora bene.... forse mi metterò anch'io a fare della

pubblicità.

Questa risposta non sorprende lui: invece sorprende me, che non la

aspettavo affatto. Il tenente — non m'è ancora venuto a galla il nome,

aspetto qualche occasione per farglielo dire senza parere — il tenente

approva:

— Bravo! perchè non provi a venire con noi?

— Dove?

— Alla B. A. I. A.!

4.

Dal signor A. al signor Z.

Ci fu un tempo che frequentavo dei letterati. Qualche volta m'era

avvenuto che taluno di essi nel corso della conversazione uscisse in

frasi del seguente tenore:

— È qualche cosa, sai, come l'episodio di Aladina nella mia _Suprema

Salvezza_.

Oppure:

— Non hai che pensare al mio finale del secondo atto di _Libagioni_.

Io frequentavo quei letterati, ma non avevo letto _La suprema

salvezza_, non avevo sentito _Libagioni_. Senonchè gli autori li

citavano con una così candida e poderosa convinzione, che non osavo

chiedere maggiori lumi in proposito.

Ciò avveniva prima della guerra. Il simile avvenne quando, dopo la

guerra, in un giorno di gennaio del 1919, un tenente mitragliere mi

nominò senz'altro la B. A. I. A., nome nuovo alla mia mente.

Perciò dissi soltanto: — Ah —, ed egli continuò soddisfatto:

— Forse non sapevi che la dirige mio fratello.

— Non ne ero certo.

— Sì, sì. Ci faremo dare un appuntamento. Del resto mio fratello lo

conosci.

— Non mi pare.

— Come? Mi ha detto che vi siete conosciuti, non so bene, in una città

dell'Italia Centrale.... molti anni fa....

— Può darsi.... Si chiama?

— Luigi.

— Voglio dire, il cognome.

— Come ha da chiamarsi? Come me, Gattoni.

— Naturalmente.... Sì! ora ricordo. L'avvocato Gattoni.

— È lui. Stai a sentire: aspettami là in Galleria. Io arrivo qui allo

studio a informarmi quando può riceverti, e torno a dirtelo. Se potesse

sùbito, tanto meglio.

Poichè era lunedì gridavano dappertutto _La Gazzetta dello Sport_, al

quale richiamo la nuova gioventù correva in folla.

L'aspettazione in Galleria la occupai leggendo con cura i titoli

dei libri nelle vetrine di Treves e di Baldini e Castoldi (con la

quale esplorazione mi misi in breve e compiutamente a giorno degli

spiriti e delle forme della nostra letteratura contemporanea) e

riandando col pensiero al tempo in cui, sei o sette anni prima, avevo

conosciuto l'avvocato Luigi Gattoni, giudice di tribunale in una

città di provincia. Lo ricordavo perfettamente come un uomo placido:

duplice barba grigia alla Palmerston da cui emergeva raso il mento:

appassionato giocatore di scopone: un giudice per bene: una persona

qualunque: Gattoni. Non avevo ancora capito nulla dell'avventura

improvvisa che ora legava quel giudice qualunque, dimenticato da

tanti anni, con la mia persona, attraverso le premure d'un mitragliere

conosciuto tra Piave e Brenta, sullo sfondo misterioso d'una B. A. I.

A.

Queste quattro lettere m'apparvero poco di poi, sempre più misteriose,

nere su un cartello bianco smaltato, sopra la porta d'un ammezzato

oscuro in una via operosa e brulicante. Il mitragliere mi precedè in

un'anticamera buia e mi disse:

— Aspetta qui.

Mentre aspettavo, il Dàimone mi ammonì:

— Stai attento a non comprometterti.

— Non seccarmi — gli risposi.

Dopo una mezz'ora il tenente ricomparve:

— Vieni.

Sorrideva con gli occhi e coi denti: il lume candido del suo sorriso

dissipò le nubi dispettose che quella mezz'ora aveva accumulate nel mio

spirito.

M'introdusse in uno studio ampio, illuminato a luce elettrica sebbene

fossero le prime ore del pomeriggio.

Cercavo, con lo sguardo abbagliato, la barba alla Palmerston d'una

persona qualunque; invece mi venne incontro un personaggio importante,

adorno d'un'elegante e contenuta pinguedine, e tutto raso; una faccia

quadrata, un mento quadrato; anche la testa era quadrata perchè la

completa calvizie rivelava la forma appiattita del cranio.

— Sono io — mi disse con rotondità —: lei non mi avrebbe riconosciuto?

Lei invece è rimasto tale e quale. Si accomodi. Mi permette?

Prima che intendessi che cosa avrei dovuto permettergli, aveva

chiamato al telefono un mistico numero, aveva dato con brevi parole un

misterioso appuntamento.

Intanto il Dàimone mi tirò per la manica e mi additò due cose

interessanti. La prima di queste due cose era il contegno di

compiaciuto e raggiante rispetto con cui il tenente mitragliere

stava, in piedi addossato a una scaffalatura di noce, al cospetto di

suo fratello. L'altra era un busto di marmo, su un alto piedistallo

cilindrico che riempiva l'angolo estremo dello studio: busto severo e

togato, di cui non riconobbi l'originale.

— Sa chi è quello là? — disse il personaggio — gliela dò in mille. È

Bartolo, Bartolo da Sassoferrato, l'immortale giureconsulto, glossatore

del _Corpus juris_. L'ho fatto fare, e mettere lì, per ricordarmi del

mio passato. Io non mi vergogno di aver fatto il magistrato. Lo sanno

tutti, lo dico a tutti. Io sono un uomo semplice e sincero.

Per qualche minuto, dopo quelle parole esemplari, la sala fu piena di

un rispettoso silenzio.

— Ma veniamo a lei. Lei che fa?

Mi sentii arrossire, rispondendogli:

— Scrivo....

Fu benigno; s'accontentò di abbassare di mezzo tono la voce, e dirmi:

— Ricordo, sì, che lei aveva delle velleità letterarie....

— Dirò meglio — ripresi io rinfrancato — scrivevo.

— Ecco, ecco: s'intende. Tempi nuovi. Ma anche lei, come me, come tutti

gli onesti, non si vergogna del suo passato. E anche lei riuscirà. Lo

sento. Glie lo assicuro. Ha dei progetti?.

Ricominciai a improvvisare:

— Stavo maturando delle invenzioni....

— Non è il momento — m'interruppe —. L'inventore va incontro a troppi

pericoli: pericoli di attuazione, pericoli di incomprensione.... E pure

nel migliore dei casi, l'invenzione è lenta. Oggi occorre rapidità.

Oggi non è necessario inventare, è necessario: produrre. Anche dal

punto di vista individuale, badi, è meglio produrre che inventare,

meglio vendere che produrre, e meglio far vendere che vendere. Qui

siamo nel cuore della B. A. I. A.: la B. A. I. A. è il cervello della

pubblicità. Lei ha delle idee?

— Qualche volta....

— Le venda. Gliele faccio vendere. Ora le spiego. Il signor A.,

supponiamo, apre un commercio di specchietti per farsi la barba,

il signor B. inventa un aperitivo, il signor C. fonda un teatro di

varietà, o crea una cravatta che si annoda in un modo nuovo, quello che

crede. Vogliono farsi conoscere. Debbono andare da un cartellonista,

dargli delle idee per le _affiches_; da un poeta, dargli uno spunto

per una poesia da inserire nelle quarte pagine dei quotidiani, e via

discorrendo. Ma ai signori A. B. C. eccetera, mancano le idee, gli

spunti. Non sanno neppure trovare un bel titolo per la loro azienda.

Si rivolgono a questo o a quello, a caso. Non solo: anche dopo

trovato il tutto qua e là, s'accorgeranno di avere tra mano della

pubblicità disorganica, disordinata, scombinata, che non risponde

alla loro necessità; la quale, badi, è quella di far convergere tutta

l'attenzione, direi tutti i sensi del passante, di tutti i passanti,

verso la spasmodica persuasione che quello specchietto, quel liquore,

quello spettacolo e quella cravatta gli sono indispensabili, a lui

passante, come il pane quotidiano.

Rividi e risentii, in un attimo, la tregenda di luci e di rumori che

m'aveano investito nella mia prima passeggiata per la nuova città;

mentre il personaggio continuava:

— Il signor A. viene alla B. A. I. A., ed espone il suo caso. La B. A.

I. A. gli dà il titolo, il motto, il marchio, le idee dei cartelloni,

gli spunti per le poesie, tutte le più minute indicazioni per il lancio

più efficace. Idee. Badi: qui non si disegna, qui non si scrive: idee:

pure idee, per tutti. E ne vengono, sa? Ho citato i signori A., B., C.,

ma arrivi pure fino alla Zeta, e poi ricominci. E i signori A., B., C.,

A¹, B¹ C¹, eccetera, pagano pagano pagano le idee, e se ne vanno. B. A.

I. A. è la grande officina, negozio, emporio, bazar, caravanserraglio

delle idee per tutto l'alfabeto degli uomini che inventano producono

vendono, o credono di inventare produrre vendere: di tutti gli uomini

che hanno capito la vita nuova, di tutti gli uomini che stanno creando

il nostro grande domani, gli uomini, signore, della Italia di Vittorio

Veneto.

M'avvidi che, così favellando, ei s'era ritto in piedi e teneva la

destra poderosamente infilata nell'apertura del panciotto. Così stette

un istante, fissandomi immobile come la statua di Bartolo che gli

faceva da sfondo.

5.

Lina e il "Lotòs".

Nella minuscola stanzina che mi fu assegnata, ricevetti la visita di

una vecchia e di una giovine.

Sedettero. La giovine sorrise: anzi, schiuse la bocca a un sorriso e

poi si tenne quel sorriso fisso lì e immoto, durante tutto il tempo che

la vecchia parlò. E le prime parole della vecchia furono le seguenti:

— Questa è mia figlia, e io sono sua madre. Suo padre, mio marito, non

è più.

— Benissimo.

— Sì, ha ragione di dire benissimo. Perchè mio marito, suo padre,

era un uomo di scarsi principii morali; quand'era vivo, me mi batteva

tutti i giorni, e lei tentò alcune volte di violentarla, che era ancora

minorenne.

— Perdio!

— Lasciamo andare che questa alla fine è stata una fortuna per me,

perchè non ho più avuto da pensare alla sua educazione morale. Sicuro.

Dopo quegli incidenti le è rimasta, anche diventata maggiorenne, una

invincibile ripugnanza per gli uomini, dimodochè non ho avuto da fare

nessuna fatica per mantenerla, lei mi intende, sulla retta via.

— Tutto ciò è molto semplice.

— Già: ma nello stesso tempo ciò produce che la ragazza, che ormai

ha ventiquattro anni, deve lavorare per vivere. Allora ho domandato

consiglio al signor Gianni: lei non lo conosce ma non importa. Il

signor Gianni dice bene; dice: — Cosa vuole? Con quella particolarità

della Lina — si chiama Lina — non è il caso di farle fare nè la

cantante, nè l'attrice, o simili. — Senza contare, dico io, che per

fare la cantante non ha voce, e per fare l'attrice ci ha fin da bambina

quel difetto dell'_esse_ e dell'_erre_. — Questo sarebbe il meno;

risponde lui. — In conclusione, l'importante è che doveva scegliere una

professione assolutamente, come a dire, immacolata.

— Giustissimo.

— Guardi cos'ha pensato il signor Gianni: dice: — dia retta a me, che

ho vissuto tanto tempo a Parigi a tenere il banco delle scommesse nelle

corse dei cavalli, dia retta a me: in Italia, fino a oggi non si sa

cosa sia la vita. Se fosse cinque o sei anni fa le direi: mi dia la

Lina e me la porto a Parigi. Ma adesso Parigi è giù, molto giù. È il

momento di far noi qualche cosa, in Italia. Infatti, si guardi attorno,

vedrà che anche qui cominciano a vivere. Ma a casaccio, da provinciali.

Veda, per dirne una, la cocaina: tutti ne parlano; c'è della gente

che ci prova, delle cocottes, degli autori teatrali, delle sartine;

ma così, senza un criterio: molti si disgustano subito, non c'è in

Italia il vero genio per queste cose, non c'è organizzazione. E poi non

conoscono tutto il resto: altro che cocaina! dunque; con pochissimo

capitale, che si trova, la Lina può aprire una specie di bar, con un

bel titolo che dica press'a poco «alle specialità del Vero Oriente»,

o qualche cosa di simile. Guardi, signore, che ripeto proprio come

dice il signor Gianni, un uomo d'esperienza. Un piccolo bar, che non

sia neanche tanto in vista: la prima stanza come i soliti bar, con le

solite cose, e in più delle bibite e dei frutti e dei dolci orientali;

e poi due o tre stanzine riservate per gli _habitués_ sicuri, e là si

danno le specialità più intime del vero oriente. La Lina, che è una

bella figliola, vestita giusto mezzo all'orientale, un po' di qua un

po' di là, a dirigere e tenere i conti. È semplicissimo.

— È geniale.

— Ecco, geniale, è come ha detto il signor Gianni. E mi ha anche detto:

— ci vuole il lancio, la réclame; una réclame diffusa ma discreta: chè

le cose più importanti non bisogna dirle. Lei — dice — vada alla B. A.

I. A., e si faccia dare delle idee per la réclame. Il resto verrà da

sè. Guardi signore, qui ci ho la lista di qualche specialità del vero

Oriente, che non riuscivo a ricordarmi i nomi. Lei già le conoscerà

bene queste cose, per il suo mestiere.

Mi porse un foglietto, su cui lessi:

«Haschisch» — «dawamesk» — «oppio» — «etere» — «cocaina» — e altri nomi

meno noti.

(— Non ci manca — disse il Dàimone — che un po' di coprofagia).

Io più seriamente risposi:

— Ho inteso, signora. Poichè la cosa è molto speciale, bisogna che lei

mi lasci qualche giorno. Passi tra una settimana giusta, a quest'ora.

La salutai. La bella Lina fece un inchino di scuola, e finalmente

disfece quel sorriso; parve come uno che si levi la dentiera e se la

metta in tasca. Scomparvero.

Io mi misi d'impegno a studiare il piano per il lancio delle

«Specialità del vero Oriente». Volli prima familiarizzarmi un poco

con la materia, e studiai sui testi il modo di trarre dalla canape

indiana l'haschisch, m'informai degli ingredienti che variano il verde

haschisch nel più pallido dawamesk, non trascurai di consultare i

riflessi classici e letterari di questa materia da Erodoto e Plinio a

Baudelaire; feci una corsa, dietro la scorta dei viaggi di Marco Polo,

nella leggenda del Vecchio della Montagna e dei suoi Haschischins

o Assassini, m'interessai delle tre grandi fasi dell'ebbrezza e

delle loro possibili varietà. Altrettanto minutamente m'occupai

dell'oppio, sia per l'aspetto poetico leggendomi la _Confessioni_ del

De Quincey, sia per quello scientifico ricercando in una farmacopea

le differenze tra l'oppio giapponese più aromatico e l'europeo più

potente, attraverso l'oppio indiano che si avvolge in stagnole sotto

forma di piccoli semi di color perso. Credetti per un momento di

avere intravisto il motivo della mia réclame nella fantasiosa notizia

che i Giapponesi fanno la raccolta dell'oppio la seconda sera dopo

il plenilunio di giugno, avendovi praticato ventiquattro ore innanzi

l'incisione, al punto dell'imbrunire. Ma ricordai a tempo che il lancio

doveva essere prudente e discreto. Allora risalii a Omero; pensai al

nepente che Elena aveva avuto in dono da un'egiziana, e al loto che

ai compagni d'Ulisse faceva dimenticare la patria e il ritorno. Anzi,

il bar di Lina doveva chiamarsi omericamente «Lotòs». Ci voleva una

pubblicità indiretta e suggestiva, che preparasse l'animo del pubblico

a cercare il «Lotòs», senza ricorrere alla solita volgarità dei

cartelloni o dei quotidiani, anzi senza nominarlo neppure. Mi fiorirono

idee semplici ed efficaci. Così che la mattina del settimo giorno mi

presentai nello studio grande al commendatore avvocato Gattoni, mio

principale: gli esposi in succinto le parole della vecchia — ed egli mi

accompagnava con uno strano brontolìo basso —, poi senz'altro gli porsi

il foglio su cui avevo segnato i risultati delle mie trovate.

Il commendatore prese con qualche diffidenza quel documento, che era

così concepito:

_Progetto per il lancio (diffuso ma discreto)

del bar «Lotòs»_

1) _Far tenere alla locale Università Popolare, da qualche dotto

ellenista, una lettura e commento del libro IX dell'Odissea, dove

si parla del loto._

2) _Incaricare un commediografo alla romana di scrivere una

commedia in cui il brillante sia un appassionato di haschisch._

3) _Commettere a un prosatore alla milanese un romanzo in cui sia

descritta la vita di un bar del tipo che vogliamo lanciare._

NOTA. — _Queste tre manifestazioni debbono essere tra loro

contemporanee, e precedere di poco l'apertura del bar «Lotòs»._

Il commendatore Gattoni lesse, con un mormorìo agitato, il mio

progetto; poi lo gettò sul tavolino dicendomi:

— Lei è matto.

6.

Forze maggiori.

— Lei è matto — ripetè — e glie lo spiego. Prima di tutto quando

viene gente di quel genere la si manda via.... o almeno.... almeno....

Insomma, bisogna saper bene se si ha a fare con persone serie, prima di

compromettersi.

(— Te lo dico sempre io! — brontolò il Dàimone).

— In secondo luogo, a parte l'opportunità, questo suo piano è assurdo;

mi fa vedere che lei non è entrato nello spirito della B. A. I. A.,

nello spirito dei tempi, nello spirito della rinata Italia. Oltre la

irrealizzabilità, e il tempo che richiederebbe, non sente come tutto

questo puzza di letteratura? Di scuola e di letteratura: professorume

e scrivaneria. Non ci voleva che un ex-professore per andare a pensare

a Omero, al Lotòs, e alla Università, sia pure popolare. Non ci

voleva che uno scrittore per andare a pensare a commedie e romanzi.

Niente niente. Quando tornerà quella signora lei la mandi a spasso

con una scusa qualunque. E facciamo un altro tentativo. Guardi: c'è

uno, una persona seria, badi, un ex-colonnello dell'esercito, che è

stato silurato fin dalle nostre prime azioni dell'Isonzo, il quale ha

inventato una tappezzeria luminosa da mettere negli appartamenti invece

della solita carta da parati. Questa tappezzeria, dice, è impregnata

d'una sostanza chimica fosforescente, che di giorno non si vede; ma

è composta in modo che verso sera, di mano in mano che la luce del

giorno vien meno, si sprigiona gradatamente la luce dalla carta stessa.

Così la stanza continua a essere illuminata, con eguale intensità.

Abolizione d'ogni illuminazione. Sarà vero? non sarà vero? Questo non

c'interessa. Lei trovi un'idea per rivelare al pubblico l'invenzione.

Ma un'idea che si attui presto, semplice, rapida, penetrativa, e per

carità, senza romanzi e senza università. Ha capito?

— Perfettamente.

Me n'andai nello studiolo piccolo, per pensare alla tappezzeria

luminosa e aspettare l'arrivo della vecchia e della giovane. Ma trovai

un biglietto della vecchia, che si scusava di non poter venire: «Per

quanto disgraziati — scriveva — siamo gente beneducata, e avendo

l'appuntamento bisogna che l'avverta che non posso venire causa forza

maggiore, trovandomi ora improvvisamente in prigione, come pure il

signor Gianni e la Lina, in seguito a un incidente. A rivederla». Non

sapevo che diavolo avrei immaginato per le tappezzerie autofotogene

dell'ex-colonnello. Il mio minuscolo tavolino era incastrato nel

vano d'una finestra: di là dai vetri la strada distraeva ed eccitava

insieme il mio cervello. Ora tra i carretti, che urlavano, dei

merciai ambulanti sul crocicchio, scorsi a un tratto il cesto, pieno

di garofani pallidi e di mimose, d'una venditrice di fiori; e da

quei fiori saliva sino a me, traverso i vetri e la bruma, un'onda

d'incomprensibile malinconia. Ma la malinconia non entra nello

spirito dei tempi nuovi. Negli ammezzati della casa di faccia vedevo

le teste di due dattilografe chine verso le tastiere. Pensai a Lina,

che era in prigione. Desiderai d'essere in prigione anch'io per non

dover pensare alle tappezzerie luminose del colonnello silurato. In

prigione con Lina: Lina, col suo sorriso smontabile e il difetto

dell'_esse_ e dell'_erre_ fin da bambina e la repugnanza per gli

uomini. Anch'io ho alcuni difetti fin dall'infanzia irrimediabili, e

alcune invincibili repugnanze. Che diavolo inventare per l'invenzione

del colonnello? Gli inebriati dell'oppio e del nepente del bar di Lina

avrebbero viste luminose anche le prigioni più oscure, senza bisogno di

pareti fosforee. Perchè diavolo il colonnello s'è messo a fare delle

invenzioni? Se non lo siluravano, a quest'ora sarebbe morto, sarebbe

generale, chi sa? Come Ercole se prendeva il cammino piacevole. Come me

se quel giorno andavo ai Giardini.

— Sei ancora a tempo a provarci — disse il Dàimone.

— Tu sai che oggi è già tutt'altra cosa da allora, da ieri, da un'ora

fa — gli obiettai.

— Ma nessuno t'impedisce di provare, anche subito.

— E il commendatore Gattoni, ex magistrato e mio principale?

— Tanto lui non sa che farsene di te, e sarebbe ben felice di perderti.

— Lo so. Ma come atto, è poco educato. Bisognerebbe almeno scrivergli

un biglietto.

— Scrivi. Hai qui un modello eccellente. Con pochi ritocchi, va bene

anche per te e per me: «Per quanto letterati, siamo gente beneducata,

e avendo l'impegno bisogna che l'avverta che non posso continuare in

questa professione, causa forza maggiore. A rivederla».

CAPITOLO TERZO

PESCECANEA

1.

Cinque spettatori in tre poltrone.

Nell'età delle palafitte, e più precisamente un anno avanti lo scoppio

della guerra europea, avevo conosciuto a Firenze una fanciulla.

Era venuta di Valdarno a portarmi una traduzione da Rimbaud sulla

quale voleva il mio giudizio. Credo che episodi simili non se ne

producano più nell'èra presente. Aveva cominciato a leggere: _In quella

stagione la piscina delle cinque gallerie era un punto di noia. Pareva

un sinistro lavatoio_.... Mentre leggeva, io la guardavo. Quand'ebbe

finito io non avevo capito ancora se la signorina fosse bella o brutta:

propendevo a crederla bella. Neppure avevo capito se fosse brutta o

bella la traduzione; propendevo a crederla brutta. Poi la fanciulla se

n'andò lasciandomi il manoscritto.

Del manoscritto non s'incontra più traccia o memoria alcuna nelle

storie e nelle leggende dei tempi che seguirono. La fanciulla l'ho

ritrovata dopo sei anni a Milano.

Una sera m'ero calato in un certo sotterraneo fumoso e stavo là seduto

tra file di gente similmente seduta che beveva, fumava e leggeva i

giornali. A un lato del sotterraneo c'era anche un palcoscenico, e

sul palcoscenico una compagnia di prosa stava tossendo e recitando

una commedia novissima. Nella poltrona accanto alla mia c'era una

fanciulla: quella fanciulla di Valdarno: la signorina Giovanna.

Tra lei e me il mio Dàimone, invisibile e silenzioso. Dall'altra

parte di lei sedeva una sua compagna similmente silenziosa, e tanto

insignificante da potersi anch'ella considerare come invisibile. In

un punto imprecisato, ma definito entro la breve cerchia delle nostre

quattro sostanze, n'era presente una quinta, cioè il Destino, che

imprevedutamente aveva ravvicinato, per i suoi fini reconditi, quelle

sparse entità.

La signorina Giovanna alla fine del primo atto mi riconobbe. E mentre

la compagna leggeva con diligenza il programma dello spettacolo, e il

Dàimone placidamente dormiva, il Destino tessè tra me e la traduttrice

valdarnese un breve dialogo denso di avvenire. Io ebbi il pessimo

gusto di ricordare a lei quella traduzione preistorica di _Una stagione

all'inferno_. Ella ebbe il buon gusto di mettersi a ridere.

— Non traduco più — aggiunse rifacendosi seria — ora sono a Milano a

studiare il canto.

So che quando una signora afferma «studio il canto», come quando

un maschio dichiara «sono negli affari», non è opportuno domandare

particolari più precisi, se il maschio o la signora non li offrono

spontaneamente. Perciò tacqui, e cominciò il secondo atto della

commedia, e dopo un certo tempo fatalmente finì. Giovanna riprese il

discorso al punto esatto ove l'avevamo interrotto, annullando in questo

modo in un attimo tutta l'azione che s'era svolta laboriosamente sulla

scena al nostro cospetto.

— Sapevo che eravate a Milano, abbiamo parlato di voi l'altro

giorno.... oh non ricordo con chi: ma non importa.

Perchè mi dava del voi? C'è tutta una casta di donne — non casta

professionale, casta mentale — che hanno abolito il lei, e con esso

il primo dei gradi d'una possibile scala d'intimità. È un fenomeno di

tendenza al veloce, come tanti altri del tempo nostro.

— E m'ha detto, mi pare, che vi siete messo negli affari.

— Io? Sì. È vero.

— Che affari?

— Mio dio! fino a pochi giorni sono ho fatto della pubblicità. Ora ho

delle idee...

— Fate bene.

La sua approvazione mi fu di grande conforto. Ella era alquanto più

elegante di quand'era venuta da Valdarno a Firenze. Così cominciò il

terzo atto della commedia.

Quando stava per finire, ella mi fece un invito:

— Venite domani a prendere il tè in casa mia? Vi prometto che non

canterò. Vi presenterò due buoni amici. Di Malco, e Valacarda; li

conoscete?

— No.

— Possono esservi utili. Uno è professore di merceologia.

— Cos'è?

La vita operosa: Nuovi racconti d'avventure · 第 1 / 8 段