IV.

Il fato si mostra in più diversi modi, e talvolta anche più aperto, in

altre leggende, varie di età, di origine, di carattere.

Gli eruditi sanno che la leggenda dei santi Barlaam e Giosafat, la

quale appare da prima in greco, poi, nel XII secolo, in una versione

latina, d'onde passa in numerose versioni occidentali, mentre altre

versioni se ne moltiplicano in Oriente, altro non è se non la favolosa

storia del Budda, venuta d'India fra genti cristiane, e fatta essa

stessa cristiana. Di così fatte derivazioni ed appropriazioni sono

altri esempii in buon numero, e mercè loro si leggono di santi

cristiani, veri o immaginarii, storie meravigliose, narrate gran

tempo innanzi fra gl'infedeli, nelle più remote contrade dell'Asia.

A tacere di Barlaam, Giosafat non esistette mai, o esistette sotto

tutt'altro nome, chiamandosi prima Siddhârtha, poi il Budda[582].

Ecco che cosa si narra di lui. Un re dell'India, glorioso e possente,

ha, dopo averlo lungamente desiderato, un figliuolo. Gli astrologi,

consultati, annunziano mirabili cose; ma uno di essi svela che il

principe novamente nato abbandonerà il regno, e le pompe del mondo, e

la religione de' padri suoi per darsi a Cristo e alla vita ascetica.

Profondamente addolorato di tal predizione, il re fa rinchiudere il

figliuolo in un meraviglioso palazzo, dove ha tutto raccolto quanto può

rallegrare i sensi e lo spirito, e dove al fanciullo fanno compagnia

servitori e donzelli, cui fu severamente proibito di lasciarsi sfuggir

parola che alluda, comechessia, alla miseria del mondo, alla brevità

della vita, alla morte inevitabile. Spera il re per tal modo di

poter combattere nel figlio ogni innata inclinazione all'ascetismo

e contrastare al destino; ma torna vana ogni sua cautela. Giosafat

cresce, d'animo naturalmente austero e raccolto, e in breve acquista

cognizione della infermità, della vecchiezza, della morte, di quanto

la provvidenza paterna avrebbe voluto occultargli. Allora subito si

risolve. Istruito da Barlaam nella dottrina di Cristo, rigenerato nel

battesimo, egli rinunzia al regno, agli agi, al mondo, e si ritrae a

vita solitaria, mutando la corona del principe nell'aureola del santo.

Il tema del parricidio predestinato, che abbiam veduto porgere

argomento a leggende di santi, appare anche in parecchie storie

profane. Secondo un'antica tradizione, riferita la prima volta, verso

la fine del secolo X, nella cronica che va sotto il nome di Nennio,

e ripetuta poi da parecchi, tra gli altri dal poeta normanno Wace

nel XII, Bruto, figliuolo di Silvio e nipote di Enea, Bruto, che

diede il nome alla Brettagna, uccise involontariamente la madre ed

il padre, secondo era stato predetto dagl'indovini[583]. In un poema

latino, attribuito a Ildeberto di Lavardin, già citato, o a Bernardo

di Chartres (XII secolo), si narra di due sposi di Roma, i quali si

struggevano d'aver figliuoli, e a' quali fu predetto che il figliuolo

nato da loro ucciderebbe, per decreto del destino, il padre[584].

In un racconto olandese d'incerta età si legge di uno sconosciuto

eroe, Seghelino di Gerusalemme, che esposto appena nato, è raccolto e

allevato da un pescatore, compie, giovanissimo ancora, molte mirabili

imprese, sposa la figlia di Costantino Magno, trova insieme con lei la

croce, diventa imperatore, uccide imprudentemente il padre e la madre,

si fa eremita, e, come san Gregorio, finisce papa sotto il nome di

Benedetto I[585].

Ma non sempre il _fanciullo fatale_, che campeggia in tutti questi

racconti, uccide entrambi i genitori, o l'uno o l'altro di essi.

Talvolta, conformemente a una predizione fatta, egli acquista alcuna

gran dignità, per modo che i genitori diventano suoi soggetti e gli

si debbono umiliare dinanzi; oppure uccide il padre adottivo, ovvero

anche compie certa azione, o sale a certo grado, a dispetto di tutti

i provvedimenti presi in contrario. Parecchi di tali racconti si

leggono nelle varie redazioni del _Libro dei Sette Savii_, o in altre

così fatte raccolte, venuteci originariamente dall'Oriente[586]. Uno

speciale ricordo merita a questo punto una curiosa favola, che di

Costanzo, padre di Costantino, si legge in un racconto francese del

secolo XIII[587]. Un imperatore di Bizanzio, a nome Muselino, vagando

una notte con alcuni suoi cavalieri per la città, s'imbatte in un

uomo, il quale, pregando ad alta voce, chiede a Dio alternatamente due

grazie, l'una all'altra contraria: la prima che gli faccia sgravare

felicemente la moglie soprappresa dalle doglie del parto; la seconda,

che non permetta a costei di partorire. Stupito, l'imperatore interroga

lo sconosciuto, il quale risponde la contraddittoria preghiera essergli

suggerita dalla scienza di astrologia, che egli appieno intende,

e che gli mostra quali sieno i buoni e i maligni influssi degli

astri, e quale il punto del tempo propizio o infausto al nascere.

Soggiunge poscia d'avere ottenuto che il suo figliuolo nasca in punto

felicissimo, e che però questi sposerà la figlia dell'imperatore,

e all'imperatore succederà nel dominio. Sdegnato e turbato di tale

annunzio, Muselino si parte; poi manda un suo cavaliere a involare

il bambino. Avutolo tra mani, gli fende il ventre, dallo stomaco

all'ombelico, e s'accinge a strappargli anche il cuore, ma, ad istanza

del cavaliere, nol fa, e ordina che così mezzo morto sia gettato

nel mare. Il cavaliere, cui non regge l'animo di eseguire il crudele

comando, depone il bambino davanti alla porta di un monastero. I frati

lo raccolgono, lo fanno curare, e in ricordo di quanto loro costò

l'opera dei medici, gli pongono nome Costante. Il fanciullo cresce

e dà assai buona speranza di sè. L'imperatore, che per caso viene a

conoscerlo e a sapere chi egli sia, risolve novamente di farlo morire,

e dovendo muovere contro a' nemici, consegna al giovinetto una lettera

da recapitare al governatore di Bizanzio, lettera che contiene una

sentenza di morte. Prima di recapitarla, Costante o Costanzo, entra

nel giardino imperiale e vi si addormenta. La figliuola dell'imperatore

lo vede, se ne innamora, legge la lettera, e s'affretta a sostituirne

un'altra, scritta da lei, con la quale s'ingiunge al governatore di

far sposare al giovine la principessa. L'imperatore, al suo ritorno,

trova il matrimonio già celebrato, e allora, rinunziando a' suoi tristi

propositi, riconosce Costante per figliuolo. Più tardi, Costantino,

figlio di Costante, diede a Bizanzio il nome del padre. Così ebbe

compimento la volontà del destino.

Molta somiglianza con questa storia di Costante ha la storia

dell'imperatore Enrico III, che Gotofredo da Viterbo (m. 1191) è forse

il primo a narrare. L'imperatore Corrado, secondo di questo nome, era

severissimo punitore di chiunque turbasse la pace. Un conte Lupoldo

che appunto era reo di tal colpa, temendo l'ira di lui, fuggì in una

selva remotissima, ed ivi si stette insieme con la moglie sua, abitando

in un tugurio. Avvenne che l'imperatore, cacciando, capitò da quella

banda, proprio la notte che la contessa metteva al mondo un bambino, e

standosi a riposare, udì per tre volte una voce dal cielo che diceva:

O imperatore, questo bambino sarà tuo genero e regnerà dopo di te. Sul

far del giorno Corrado diede ordine a due suoi famigli di uccidere il

bambino e di recargliene il cuore. Quelli, mossi a pietà, abbandonarono

la creaturina sopra un albero e recarono all'imperatore un cuor di

lepre. Certo duca, passando per di là, trova il bambino abbandonato,

lo prende con sè, e lo adotta come figliuolo. Passati molt'anni,

l'imperatore vede in casa del duca il giovine, e venutogli sospetto che

possa essere il bambino della selva, gli consegna una lettera che lo

danna a morte, e gl'ingiunge di portarla alla imperatrice. Ma un prete

scambia la lettera, sostituendone una in cui è ordinato all'imperatrice

di dare la figliuola in moglie al giovine. Così segue, e il giovine

diventa poi imperatore sotto il nome di Enrico III[588]. Nei _Gesta

Romanorum_ tedeschi questa medesima storia si trova narrata; salvo che

un re Annibale vi prende il posto dell'imperatore Corrado, e Lupoldo è

il duca che adotta il bambino[589].

Ma non sempre la _storia fatale_ si lega, come negli esempii recati sin

qui, a un _fanciullo fatale_: il destino prepara anche e svolge altri

temi e altri casi. Nel poema di Gudruna è fatale l'andata dei Burgundii

alla corte di Attila, fatale la strage loro, predetta dalle ondine.

Francesco Pipino, cronista bolognese del secolo XIV, narra nel seguente

modo la morte di quel Michele Scoto, che Federico II ebbe assai caro,

e che Dante pose per mago in Inferno. Michele previde ch'e' morrebbe

della percossa di un sassolino di peso determinato che doveva coglierlo

in capo, e a guardarsene si munì di una celata di ferro, e mai non

andava senz'essa. Ma un giorno, trovandosi in chiesa nel momento della

elevazione, per riverenza se la tolse, e in quel medesimo punto cadde

una pietruzza dal soffitto e lo colpì nel capo. Pesatala e trovatala

del giusto peso che aveva preveduto, conobbe essergli imminente la

morte, e dato ordine alle cose sue, poco dopo morì. E così, soggiunge

il cronista, si vede avverato per lui quel detto di Giuseppe Flavio,

che gli uomini non possono fuggire il destino nemmen quando il

prevedano[590].

Come abbiam veduto, si poteva peccare, servire il diavolo, rendersi

compartecipi della sua iniquità, e meritare l'eterna dannazione,

senza sapere e senza volere: è questo il luogo di dir qualche cosa

di una specie di predestinazione diabolica, in virtù della quale

l'uomo poteva esser dannato anche senza peccare, senza far nulla

che, a ragione o a torto, dovesse tirargli addosso sì fatta sorte.

Numerose storie del medio evo narrano di figliuoli consacrati, ceduti

o venduti al diavolo, prima ancora che nascessero, o dopo nati, dai

proprii loro genitori. Talvolta è il marito che così cede o vende la

moglie; tal altra, ceduto e cedente, venduto e venditore, sono affatto

estranei l'uno all'altro[591]. Nella novella popolare italiana di

Liombruno, che appare in istampa già nel secolo XV, è un pescatore,

che per assicurarsi buona pesca, cede il figliuolo al demonio. Chi

si trovava in tal condizione era irremissibilmente perduto, se una

fortissima volontà, o il cielo, non l'ajutavano. Fra Filippo da Siena,

già ricordato, narra la storia di due genitori, che avendo un loro

figliuolo malato, e non potendo ottenere da Dio che il guarisse,

ricorsero a una incantatrice, la quale, in loro nome, l'offerse al

diavolo. Il fanciullo da prima sembrò guarire; ma in capo di tre mesi

morì, e sotterrato tre volte, fu tre volte rigettato dalla terra

benedetta del cimitero, che mal volentieri accoglie i dannati. Da

ultimo se ne trovarono le membra lacerate e sparse per un bosco attiguo

alla chiesa[592]. Più ancora pesava la diabolica fatalità su quelli

ch'erano veri e proprii figli del demonio; ma nemmeno ad essi era

chiusa ogni via di salute; e se Ezzelino da Romano fu dannato, Merlino

e Roberto il Diavolo riuscirono a riscattarsi.

Gli uomini del medio evo credettero alla libertà dell'umano volere;

ma le azioni umane ed i casi assoggettarono a influssi, a necessità

molteplici. La terra, luogo per essi di passaggio e di prova, luogo

ancora di punizione, perchè vi espiavano l'antico peccato ereditario,

ond'erano macchiati già prima di nascere, cinta e chiusa tutta intorno

dai nove cieli di Tolomeo, li faceva inevitabilmente sottoposti a tutti

gli influssi che del continuo piovevano dagli astri. E altri influssi

salivano pur del continuo dal grembo di essa, ov'era il regno di Satana

e degli spiriti suoi, di guisa che l'uomo era preso in mezzo e premuto,

tra il cielo e l'inferno, da un doppio sistema di forze. C'era poi la

provvidenza divina, imperscrutabile ne' suoi fini e nelle sue vie, che

soprastava a quelle forze, ma lasciava pur luogo ed azione ad altre

potenze, oscure e mal definite, al caso, alla fortuna, al destino. Gli

uomini di quella età credettero nel destino, senza troppo discutere se

e come il potessero fare, e di tale loro credenza porgono documento,

oltre alle leggende e ai racconti che abbiamo veduti, innumerevoli

novelle popolari, che da quella età vennero sino a noi, e sono tuttora

vive nei parlari d'Europa.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. I · 第 41 / 46 题