Il fato si mostra in più diversi modi, e talvolta anche più aperto, in
altre leggende, varie di età, di origine, di carattere.
Gli eruditi sanno che la leggenda dei santi Barlaam e Giosafat, la
quale appare da prima in greco, poi, nel XII secolo, in una versione
latina, d'onde passa in numerose versioni occidentali, mentre altre
versioni se ne moltiplicano in Oriente, altro non è se non la favolosa
storia del Budda, venuta d'India fra genti cristiane, e fatta essa
stessa cristiana. Di così fatte derivazioni ed appropriazioni sono
altri esempii in buon numero, e mercè loro si leggono di santi
cristiani, veri o immaginarii, storie meravigliose, narrate gran
tempo innanzi fra gl'infedeli, nelle più remote contrade dell'Asia.
A tacere di Barlaam, Giosafat non esistette mai, o esistette sotto
tutt'altro nome, chiamandosi prima Siddhârtha, poi il Budda[582].
Ecco che cosa si narra di lui. Un re dell'India, glorioso e possente,
ha, dopo averlo lungamente desiderato, un figliuolo. Gli astrologi,
consultati, annunziano mirabili cose; ma uno di essi svela che il
principe novamente nato abbandonerà il regno, e le pompe del mondo, e
la religione de' padri suoi per darsi a Cristo e alla vita ascetica.
Profondamente addolorato di tal predizione, il re fa rinchiudere il
figliuolo in un meraviglioso palazzo, dove ha tutto raccolto quanto può
rallegrare i sensi e lo spirito, e dove al fanciullo fanno compagnia
servitori e donzelli, cui fu severamente proibito di lasciarsi sfuggir
parola che alluda, comechessia, alla miseria del mondo, alla brevità
della vita, alla morte inevitabile. Spera il re per tal modo di
poter combattere nel figlio ogni innata inclinazione all'ascetismo
e contrastare al destino; ma torna vana ogni sua cautela. Giosafat
cresce, d'animo naturalmente austero e raccolto, e in breve acquista
cognizione della infermità, della vecchiezza, della morte, di quanto
la provvidenza paterna avrebbe voluto occultargli. Allora subito si
risolve. Istruito da Barlaam nella dottrina di Cristo, rigenerato nel
battesimo, egli rinunzia al regno, agli agi, al mondo, e si ritrae a
vita solitaria, mutando la corona del principe nell'aureola del santo.
Il tema del parricidio predestinato, che abbiam veduto porgere
argomento a leggende di santi, appare anche in parecchie storie
profane. Secondo un'antica tradizione, riferita la prima volta, verso
la fine del secolo X, nella cronica che va sotto il nome di Nennio,
e ripetuta poi da parecchi, tra gli altri dal poeta normanno Wace
nel XII, Bruto, figliuolo di Silvio e nipote di Enea, Bruto, che
diede il nome alla Brettagna, uccise involontariamente la madre ed
il padre, secondo era stato predetto dagl'indovini[583]. In un poema
latino, attribuito a Ildeberto di Lavardin, già citato, o a Bernardo
di Chartres (XII secolo), si narra di due sposi di Roma, i quali si
struggevano d'aver figliuoli, e a' quali fu predetto che il figliuolo
nato da loro ucciderebbe, per decreto del destino, il padre[584].
In un racconto olandese d'incerta età si legge di uno sconosciuto
eroe, Seghelino di Gerusalemme, che esposto appena nato, è raccolto e
allevato da un pescatore, compie, giovanissimo ancora, molte mirabili
imprese, sposa la figlia di Costantino Magno, trova insieme con lei la
croce, diventa imperatore, uccide imprudentemente il padre e la madre,
si fa eremita, e, come san Gregorio, finisce papa sotto il nome di
Benedetto I[585].
Ma non sempre il _fanciullo fatale_, che campeggia in tutti questi
racconti, uccide entrambi i genitori, o l'uno o l'altro di essi.
Talvolta, conformemente a una predizione fatta, egli acquista alcuna
gran dignità, per modo che i genitori diventano suoi soggetti e gli
si debbono umiliare dinanzi; oppure uccide il padre adottivo, ovvero
anche compie certa azione, o sale a certo grado, a dispetto di tutti
i provvedimenti presi in contrario. Parecchi di tali racconti si
leggono nelle varie redazioni del _Libro dei Sette Savii_, o in altre
così fatte raccolte, venuteci originariamente dall'Oriente[586]. Uno
speciale ricordo merita a questo punto una curiosa favola, che di
Costanzo, padre di Costantino, si legge in un racconto francese del
secolo XIII[587]. Un imperatore di Bizanzio, a nome Muselino, vagando
una notte con alcuni suoi cavalieri per la città, s'imbatte in un
uomo, il quale, pregando ad alta voce, chiede a Dio alternatamente due
grazie, l'una all'altra contraria: la prima che gli faccia sgravare
felicemente la moglie soprappresa dalle doglie del parto; la seconda,
che non permetta a costei di partorire. Stupito, l'imperatore interroga
lo sconosciuto, il quale risponde la contraddittoria preghiera essergli
suggerita dalla scienza di astrologia, che egli appieno intende,
e che gli mostra quali sieno i buoni e i maligni influssi degli
astri, e quale il punto del tempo propizio o infausto al nascere.
Soggiunge poscia d'avere ottenuto che il suo figliuolo nasca in punto
felicissimo, e che però questi sposerà la figlia dell'imperatore,
e all'imperatore succederà nel dominio. Sdegnato e turbato di tale
annunzio, Muselino si parte; poi manda un suo cavaliere a involare
il bambino. Avutolo tra mani, gli fende il ventre, dallo stomaco
all'ombelico, e s'accinge a strappargli anche il cuore, ma, ad istanza
del cavaliere, nol fa, e ordina che così mezzo morto sia gettato
nel mare. Il cavaliere, cui non regge l'animo di eseguire il crudele
comando, depone il bambino davanti alla porta di un monastero. I frati
lo raccolgono, lo fanno curare, e in ricordo di quanto loro costò
l'opera dei medici, gli pongono nome Costante. Il fanciullo cresce
e dà assai buona speranza di sè. L'imperatore, che per caso viene a
conoscerlo e a sapere chi egli sia, risolve novamente di farlo morire,
e dovendo muovere contro a' nemici, consegna al giovinetto una lettera
da recapitare al governatore di Bizanzio, lettera che contiene una
sentenza di morte. Prima di recapitarla, Costante o Costanzo, entra
nel giardino imperiale e vi si addormenta. La figliuola dell'imperatore
lo vede, se ne innamora, legge la lettera, e s'affretta a sostituirne
un'altra, scritta da lei, con la quale s'ingiunge al governatore di
far sposare al giovine la principessa. L'imperatore, al suo ritorno,
trova il matrimonio già celebrato, e allora, rinunziando a' suoi tristi
propositi, riconosce Costante per figliuolo. Più tardi, Costantino,
figlio di Costante, diede a Bizanzio il nome del padre. Così ebbe
compimento la volontà del destino.
Molta somiglianza con questa storia di Costante ha la storia
dell'imperatore Enrico III, che Gotofredo da Viterbo (m. 1191) è forse
il primo a narrare. L'imperatore Corrado, secondo di questo nome, era
severissimo punitore di chiunque turbasse la pace. Un conte Lupoldo
che appunto era reo di tal colpa, temendo l'ira di lui, fuggì in una
selva remotissima, ed ivi si stette insieme con la moglie sua, abitando
in un tugurio. Avvenne che l'imperatore, cacciando, capitò da quella
banda, proprio la notte che la contessa metteva al mondo un bambino, e
standosi a riposare, udì per tre volte una voce dal cielo che diceva:
O imperatore, questo bambino sarà tuo genero e regnerà dopo di te. Sul
far del giorno Corrado diede ordine a due suoi famigli di uccidere il
bambino e di recargliene il cuore. Quelli, mossi a pietà, abbandonarono
la creaturina sopra un albero e recarono all'imperatore un cuor di
lepre. Certo duca, passando per di là, trova il bambino abbandonato,
lo prende con sè, e lo adotta come figliuolo. Passati molt'anni,
l'imperatore vede in casa del duca il giovine, e venutogli sospetto che
possa essere il bambino della selva, gli consegna una lettera che lo
danna a morte, e gl'ingiunge di portarla alla imperatrice. Ma un prete
scambia la lettera, sostituendone una in cui è ordinato all'imperatrice
di dare la figliuola in moglie al giovine. Così segue, e il giovine
diventa poi imperatore sotto il nome di Enrico III[588]. Nei _Gesta
Romanorum_ tedeschi questa medesima storia si trova narrata; salvo che
un re Annibale vi prende il posto dell'imperatore Corrado, e Lupoldo è
il duca che adotta il bambino[589].
Ma non sempre la _storia fatale_ si lega, come negli esempii recati sin
qui, a un _fanciullo fatale_: il destino prepara anche e svolge altri
temi e altri casi. Nel poema di Gudruna è fatale l'andata dei Burgundii
alla corte di Attila, fatale la strage loro, predetta dalle ondine.
Francesco Pipino, cronista bolognese del secolo XIV, narra nel seguente
modo la morte di quel Michele Scoto, che Federico II ebbe assai caro,
e che Dante pose per mago in Inferno. Michele previde ch'e' morrebbe
della percossa di un sassolino di peso determinato che doveva coglierlo
in capo, e a guardarsene si munì di una celata di ferro, e mai non
andava senz'essa. Ma un giorno, trovandosi in chiesa nel momento della
elevazione, per riverenza se la tolse, e in quel medesimo punto cadde
una pietruzza dal soffitto e lo colpì nel capo. Pesatala e trovatala
del giusto peso che aveva preveduto, conobbe essergli imminente la
morte, e dato ordine alle cose sue, poco dopo morì. E così, soggiunge
il cronista, si vede avverato per lui quel detto di Giuseppe Flavio,
che gli uomini non possono fuggire il destino nemmen quando il
prevedano[590].
Come abbiam veduto, si poteva peccare, servire il diavolo, rendersi
compartecipi della sua iniquità, e meritare l'eterna dannazione,
senza sapere e senza volere: è questo il luogo di dir qualche cosa
di una specie di predestinazione diabolica, in virtù della quale
l'uomo poteva esser dannato anche senza peccare, senza far nulla
che, a ragione o a torto, dovesse tirargli addosso sì fatta sorte.
Numerose storie del medio evo narrano di figliuoli consacrati, ceduti
o venduti al diavolo, prima ancora che nascessero, o dopo nati, dai
proprii loro genitori. Talvolta è il marito che così cede o vende la
moglie; tal altra, ceduto e cedente, venduto e venditore, sono affatto
estranei l'uno all'altro[591]. Nella novella popolare italiana di
Liombruno, che appare in istampa già nel secolo XV, è un pescatore,
che per assicurarsi buona pesca, cede il figliuolo al demonio. Chi
si trovava in tal condizione era irremissibilmente perduto, se una
fortissima volontà, o il cielo, non l'ajutavano. Fra Filippo da Siena,
già ricordato, narra la storia di due genitori, che avendo un loro
figliuolo malato, e non potendo ottenere da Dio che il guarisse,
ricorsero a una incantatrice, la quale, in loro nome, l'offerse al
diavolo. Il fanciullo da prima sembrò guarire; ma in capo di tre mesi
morì, e sotterrato tre volte, fu tre volte rigettato dalla terra
benedetta del cimitero, che mal volentieri accoglie i dannati. Da
ultimo se ne trovarono le membra lacerate e sparse per un bosco attiguo
alla chiesa[592]. Più ancora pesava la diabolica fatalità su quelli
ch'erano veri e proprii figli del demonio; ma nemmeno ad essi era
chiusa ogni via di salute; e se Ezzelino da Romano fu dannato, Merlino
e Roberto il Diavolo riuscirono a riscattarsi.
Gli uomini del medio evo credettero alla libertà dell'umano volere;
ma le azioni umane ed i casi assoggettarono a influssi, a necessità
molteplici. La terra, luogo per essi di passaggio e di prova, luogo
ancora di punizione, perchè vi espiavano l'antico peccato ereditario,
ond'erano macchiati già prima di nascere, cinta e chiusa tutta intorno
dai nove cieli di Tolomeo, li faceva inevitabilmente sottoposti a tutti
gli influssi che del continuo piovevano dagli astri. E altri influssi
salivano pur del continuo dal grembo di essa, ov'era il regno di Satana
e degli spiriti suoi, di guisa che l'uomo era preso in mezzo e premuto,
tra il cielo e l'inferno, da un doppio sistema di forze. C'era poi la
provvidenza divina, imperscrutabile ne' suoi fini e nelle sue vie, che
soprastava a quelle forze, ma lasciava pur luogo ed azione ad altre
potenze, oscure e mal definite, al caso, alla fortuna, al destino. Gli
uomini di quella età credettero nel destino, senza troppo discutere se
e come il potessero fare, e di tale loro credenza porgono documento,
oltre alle leggende e ai racconti che abbiamo veduti, innumerevoli
novelle popolari, che da quella età vennero sino a noi, e sono tuttora
vive nei parlari d'Europa.