Più strano parrà vedere il fato introdursi nelle storie dei santi, ed
esser causa precipua dei casi che vi si narrano. Non altrimenti segue
nella storia di quel San Giuliano, che, sotto nome di Ospedaliere, ebbe
culto celebre nel medio evo, e fu il natural protettore dei viandanti e
di quanti abbisognavano d'albergo e di ristoro. La sua leggenda, che fu
diffusissima per l'Europa, diede argomento, tra l'altro, a una gustosa
e nota novella del Boccaccio e a un dramma di Lope de Vega[569].
Vincenzo Bellovacense e Giacomo da Voragine la narrano press'a poco
allo stesso modo[570].
Giuliano, di nobile famiglia, inseguiva un giorno, essendo giovine, un
cervo alla caccia. A un tratto il cervo si volta, e facendo intendere
umano linguaggio, gli dice: Osi tu d'inseguirmi, tu che ucciderai tuo
padre e tua madre? Inorridito di tale annunzio, il giovine diserta la
casa, abbandona la patria, e fugge in remoto paese, ove diportandosi
assai valorosamente in guerra ed in pace, entra in grazia del principe,
che lo fa cavaliere, e gli dà in moglie una vedova nobile e in dote un
castello. Intanto i genitori di Giuliano, non si potendo dar pace della
perdita del figliuolo, andavano pellegrinando, chiedendo di lui in ogni
luogo, e tanto andarono che giunsero a quello stesso castello ov'egli
faceva con la moglie dimora. Quel giorno appunto Giuliano s'era per
poco assentato. La donna, riconosciuti, discorrendo, i genitori di suo
marito, li accoglie benevolmente, e li fa coricare entrambi nel letto
conjugale, adagiandosi ella in altro letto. Ecco la mattina seguente
torna Giuliano, mentre la moglie sua er'ita in chiesa, ed entrato in
camera, veduti i due addormentati, crede senz'altro sieno la moglie
infedele e lo adultero, e tratta in silenzio la spada, li uccide.
Conosciuto indi a poco l'errore, disperato e piangente, risolve di
espiare con asprissima penitenza l'involontario delitto, e subito vi si
accinge, insieme con la moglie, che non vuole abbandonarlo. Trascorsi
molti anni, dopo un miracolo che assicura Giuliano dell'ottenuto
perdono, muojono entrambi in grazia di Dio[571].
Come nella leggenda di Giuda, il destino, in questo racconto, non è
nominato, ma è presupposto e sottinteso: esso è dietro gli avvenimenti
che, senza altrui volere, si compiono; è la forza primordiale,
ineluttabile, occulta, che li preordina e li promuove, incalzando.
Giuliano non è, come Giuda, un malvagio. All'annunzio dell'orrenda
sciagura che minaccia lui, e per lui i suoi genitori, egli fugge, egli
pone di mezzo, tra' suoi genitori e sè, i monti ed i mari, studiandosi
di opporre, in qualche modo, alle insidie del fato i ripari della
natura. E che qui del fato propriamente si tratti, e non di altra
potenza, si può conoscere con poco studio. Se cagion prima degli
avvenimenti fosse il demonio, la leggenda ascetica non lascerebbe
di farne cenno; e poi, al cristiano, armi contro il demonio non
mancano. Nemmeno si può dire che gli avvenimenti qui sieno opera della
provvidenza divina. Molte volte, gli è vero, la provvidenza divina,
secondo il concetto che se ne forma il credente del medio evo, opera il
male, o sembra operare il male; ma sempre per impedire mali maggiori,
per conseguire un fine buono. Questo concetto è in più particolar modo
significato nella leggenda celebre dell'angelo e dell'eremita, della
quale non è qui luogo a discorrere[572]. Ma nella leggenda di Giuliano
non si vede a qual fine buono serva il doppio parricidio; perchè se
si dice che esso serve a far di Giuliano, mediante la penitenza, un
santo, il mezzo ci sembra troppo sproporzionato al fine, e privo di
ogni ragionevole relazione con esso. In fatti, Giuliano è buono sin
da principio, e non s'intende che bisogno ci sia di trarlo con sì
violento modo all'ascetismo, e sopratutto poi non s'intende che bisogno
ci sia di farlo avvertito del parricidio ch'egli dovrà mal suo grado
commettere. Così non si comporta la divina provvidenza; ma così si
comporta per lo appunto il fato. Lo stesso Giuliano sente e mostra di
sentire che il terribile decreto viene, non già da Dio, ma da un'altra
potestà. Dio si lascia piegare e muta i suoi decreti: egli non è sordo
alla preghiera, alla voce di chi implora perdono, o soccorso;
_Regnum coelorum_ vïolenza pate
Da caldo amore e da viva speranza,
Che vince la divina volontate,
dice Dante[573]. Ma il fato non si piega e non si muta. Giuliano, udito
il formidabile annunzio, non ricorre a Dio, non prega, non si umilia;
ma fugge, tratto dall'unica e, starei per dire, istintiva speranza di
nascondersi, di far perdere al destino la traccia di sè, di fargli
scambiar la via, come usa la belva inseguita dai cani. Ma nemmeno
questo avvedimento gli riesce; anzi in grazia di esso la predizione
si compie: truce ironia, che fa più oltraggioso l'evento, mesce alla
tragedia lo scherno.
Molto simile alla leggenda di san Giuliano è la leggenda di sant'Ursio,
venerato più particolarmente nella diocesi di Vicenza; nè so quale
delle due possa aver servito di modello all'altra, se pur non nacquero
entrambe spontaneamente. Ursio, nato in Francia di nobili genitori,
era ancora lattante, quando un pellegrino annunziò alla madre che il
figliuol di lei sarebbe un dì parricida. Passano gli anni, e Ursio
cresce in corte dell'imperatore, valente della persona, esperto
nell'armi. Dalla madre, che non può guardarlo senza piangere, viene
a conoscere il terribile vaticinio, ed egli, senza frappor dimora,
lascia la patria e se ne va con un suo compagno in Dalmazia. Quivi
uccide molti pagani, converte il re loro alla fede di Cristo, ne
sposa la figliuola, e sale poi, morto il suocero, sul trono. Il
padre del giovine, avuta notizia di questi casi, muove per venirlo a
trovare, e càpita al reale palazzo giusto in tempo che il figliuolo
era ito a cacciare. Si fa ciò nondimeno riconoscere dalla nuora, la
quale lo accoglie in quel medesimo letto in cui ella riposa con un
suo fanciulletto. Il demonio, sotto sembianza di un cameriere, fa
credere a Ursio che la moglie gli manchi di fede. Ursio accorre, e,
ingannato dalle apparenze, uccide il padre, la moglie, il figliuolo.
Segue la scoperta della verità, l'orrore del misfatto commesso, la
penitenza[574].
In altri racconti non solo il destino non è nominato, ma non è nemmen
fatto cenno di casi preordinati che si debbano compiere: e pure si
sente che quei casi seguono, nella mente di chi li narra, per una forza
irresistibile, che non è la divina provvidenza, non è, il più delle
volte, il demonio, e tanto meno poi la umana volontà. Anch'essi sono, e
ciò va notato, leggende di santi.
Cominciamo da quella di sant'Albano[575]. Un possente imperatore del
Settentrione ama di amore incestuoso la propria figliuola, e la rende
madre di un bambino, ch'egli vorrebbe tor di mezzo facendolo uccidere,
ma che, per intercessione della madre, è mandato in Ungheria e quivi
esposto sulla pubblica strada. Un pallio prezioso, una borsa con
entro un anello e non poche monete d'oro, dànno indizio della origine
illustre del bambino, che, raccolto, è portato al re. Questi, non
avendo figliuoli, lo riceve assai lietamente, come un beneficio del
cielo, e accordatosi con la moglie, questa simula gravidanza e parto,
di maniera che da tutto il popolo si crede il bambino sia veramente
figliuolo de' suoi principi. Albano cresce di bellissimo aspetto,
di grande prestanza, di ottimi costumi, tanto che ne va la fama
all'imperatore, il quale, desiderando di lasciare l'antico peccato, e
nulla sospettando di un nuovo, pensa dargli la figliuola in isposa.
Si fanno le nozze pompose e solenni; madre e figlio son moglie e
marito e s'amano con gran tenerezza. Inferma intanto il re d'Ungheria,
e prima di morire svela ad Albano il segreto del suo ritrovamento,
e gli consegna il pallio e la borsa. Poco dopo, la donna, e Albano
stesso, poi l'imperatore, vengono a cognizione del resto. Lacerati dai
rimorsi, desiderosi di cancellare con penitenza adeguata i volontarii
e gl'involontarii peccati, ricorrono per consiglio a un vescovo, il
quale li manda a un santo eremita. Questi impone loro di andare esuli
per sett'anni, e per sett'anni essi vanno pellegrinando, ciascuno per
conto suo, con molto travaglio e fra molti pericoli, e ciascun anno
se ne tornano al santo eremita per avere da lui consiglio e conforto.
Passato il termine prescritto, fatti mondi oramai d'ogni colpa, si
ritrovano insieme, e insieme s'avviano alla dimora dell'eremita.
Ma, andando, smarriscono la via e sono soprappresi dalla notte in
un bosco. Il giovine, in mal punto, compone pei genitori un letto di
foglie, e va a dormir sopra un albero. Ma il demonio risveglia nel cuor
dell'imperatore e della donna l'antico ardore scelerato; essi ricadono
in colpa, e il giovine, ch'è di ciò testimone, vinto dallo sdegno,
entrambi li uccide. Comincia allora per lui una seconda penitenza, che
dura altri sett'anni, in capo dei quali, avendo rinunziato al regno,
e accingendosi a condur nella solitudine il resto de' suoi giorni, è
assalito da ladroni ed ucciso. I miracoli che seguono fanno prova della
sua santità[576].
Più antica, e più famosa della leggenda di sant'Albano è la leggenda di
san Gregorio papa, da cui quella forse deriva. Un conte d'Acquitania
ama per istigazione del diavolo la propria sorella e pecca con lei.
Nasce dal loro peccato un bambino, il quale, per ordine della madre,
è posto entro una barca in mare, insieme con quattro marchi d'oro, un
pallio alessandrino, e alcune tavolette d'avorio ov'è narrata la storia
del suo nascimento. Il padre, che ad espiar la colpa, aveva fermo
d'andarne in pellegrinaggio a Gerusalemme, inferma e muore. Allora
molti baroni si fanno attorno alla donna, rimasta erede di tutto il
dominio, e la sollecitano, perchè scelga uno di loro in isposo; ma ella
ostinatamente ricusa. Di ciò sdegnato, un duca le muove guerra, e il
contrasto dell'armi durerà lunghi anni. Frattanto il bambino è tratto
fuori dall'acque da due pescatori che sono al servizio di un'abbazia,
ed allevato, per ordine dell'abate, da uno di essi. Il fanciullo cresce
degno del suo lignaggio; ma azzuffatosi un giorno con un figliuolo del
pescatore, viene a sapere dalla moglie di costui, sdegnata, la propria
storia. Allora va a trovare l'abate, e gli annunzia la deliberazione
presa d'andar vagando pel mondo, in cerca d'avventure. L'abate si
studia di consolarlo e di dissuaderlo, lasciandogli intendere che
potrà, col tempo, diventare abate a sua volta, ma il giovine si mostra
sordo ad ogni consiglio, dice di voler essere non frate, ma cavaliere,
e ottenute le tavolette di avorio ov'è scritta la storia del suo
nascimento, se ne parte, ripassa il mare, e giunge al paese materno
giusto in punto che l'ultima città, dopo lunga guerra devastatrice, sta
per cadere nelle mani del nemico. Sconosciuto, offre i suoi servigi,
che sono tosto accettati. Combatte, sconfigge gli avversarii, fa
prigione il duca, e in premio della vittoria ottiene la mano della
contessa. Ma già s'avvicina la prevedibil catastrofe. Le tavolette fan
conoscere alla donna chi sia Gregorio, e questi non tarda a conoscere
chi sia colei ch'egli chiama col nome di sposa. Egli impreca al
demonio, cui imputa l'accaduto, e d'accordo con la madre, risolve di
cancellare con asprissima penitenza la colpa. Un pescatore, cui egli
ha fatto noto il suo divisamento, lo conduce in cima a uno scoglio in
mezzo al mare, lo avvince di ceppi, getta la chiave dei ceppi in acqua,
e lo abbandona senza più curarsi di lui. Passano diciasette anni. In
Roma muore il pontefice, e un angelo, messo dal cielo, indica nuovo
pontefice ai Romani il penitente, senza per altro far noto il luogo di
sua penitenza. Muovono ambasciatori in traccia dell'eletto di Dio, e
càpitano alla capanna del pescatore, il quale nel ventre di un grosso
pesce, che dee servir loro di cena, trova la chiave gettata diciasette
anni innanzi nel mare. Gregorio diventa papa, e la madre di lui, che il
tutto ignora, si reca a Roma per confessargli i suoi peccati. Madre e
figlio si riconoscono. Quella entra, per esortazione di questo, in un
chiostro, ed entrambi finiscono santamente la vita[577].
A noi ora non importa sapere chi sia stato, nel pensiero del primo
narratore quel Gregorio papa; se Gregorio Magno, o Gregorio V, o
Gregorio VII, o altro meno illustre. Le opinioni sono su di questo
punto discordi, e l'una non ha nella storia più fondamento dell'altra.
Non cercheremo nemmeno se la leggenda di san Gregorio, e quella di
sant'Albano, e alcun'altra simile, abbiano, o non abbiano, col mito
di Edipo, relazione diretta o indiretta, prossima o remota, se ne
sieno in qualche modo una derivazione o un riflesso, perchè anche
intorno a ciò dissentono i critici, e a noi non importa, pel proposito
nostro, confrontarne e discuterne i pareri[578]. Ma bene c'importa
sapere quale sia il concetto che in esse s'accoglie. Secondo il
Comparetti, quel concetto sarebbe che non vi è così grave e mostruoso
peccato che non possa con opportuna penitenza e per i meriti di Cristo
ricomperarsi[579]. Non v'è dubbio che più ragioni favoriscono tale
opinione. La dottrina e il sentimento cristiano conferirono alla
penitenza valor grandissimo, non inferiore a quello che in India
le fu attribuito dagli adoratori di Brama e dai seguaci del Budda.
Albano e Gregorio compiono asprissime penitenze, e diventano santi
e s'acquistano il regno dei cieli. Ciò si può dire anche di Giuliano
e di Ursio. Nei _Gesta Romanorum_, la leggenda di san Giuliano reca
in fronte la seguente intitolazione: _Quod omne peccatum, quamvis
predestinatorie gravissimum, nisi desperationis baratro subjaceat,
sit remissibile_[580]: parole che appunto richiamano l'attenzione
sulla gran virtù della penitenza. Ma non è però men vero che a provare
quella virtù, e a persuadere altrui di farne esperimento, avrebbero
giovato assai meglio storie ed esempii di uomini veramente malvagi, i
quali avessero con acconcia penitenza ottenuto il perdono di peccati
volontariamente commessi. E di tali storie ed esempii v'era dovizia,
nonchè altrove, nei leggendarii dei santi, ov'è memoria di omicidi, di
predoni, di prostitute e di molt'altri malvagi dell'uno e dell'altro
sesso, i quali ravvedutisi in tempo, e fatta debita ammenda dei loro
peccati si riconciliarono con Dio e andarono a gloria eterna. In un
vecchio racconto islandese si narra di un padre e di una figliuola,
che peccarono insieme, e generarono tre figliuoli, i quali, nati
appena, furono uccisi dalla madre. La madre di costei, e moglie del
padre incestuoso, avendo scoperta la tresca, è uccisa dalla figliuola,
che poi uccide anche il padre, quando questi, pentito, le annunzia
di volersi separare da lei e andare in pellegrinaggio in Terra
Santa. Compiuto questo nuovo misfatto, la scelerata femmina toglie
l'oro paterno, e va in altra città, e qui mena vita dissolutissima e
vituperosa. Ma un giorno entra in una chiesa, ove predicava un santo
vescovo, e colta da amarissimo pentimento, e dall'angoscia della
contrizione, muore dopo essersi confessata, ma prima d'avere ottenuta
l'assoluzione. Una voce dal cielo annunzia ch'ella è salva e fatta
compagna di Cristo[581].
In questo, e in altri racconti simili, è veramente dimostrata, con
le giustificazioni opportune, la virtù della penitenza, ma non nelle
storie di Gregorio, di Albano, di Ursio e di Giuliano, i quali non
vogliono nessuno dei misfatti che commettono, e perciò non sono
malvagi, ma sciagurati, e non dovrebbero aver bisogno di penitenza, ma
di soccorso. Certo, tra i fatti narrati in esse, non può essere quella
logica consecuzione, e quella giustificazione reciproca che non era
nemmeno fra i pensieri, i sentimenti e le credenze degli autori loro;
ma non è men vero che il concetto il quale sembra se ne sprigioni
con più vigore è il concetto di una forza occulta che trae gli
avvenimenti e le fortune in modo disforme da ogni avvedimento umano,
o, a dirittura, in contrario di ogni umano avvedimento; il concetto
stesso del fato, che nella leggenda di san Gregorio appena si occulta
dietro il supposto di un'azione diabolica. Giuliano, Ursio, Albano,
Gregorio, peccano senza sapere e senza volere, e se non facessero
penitenza sarebbero irremissibilmente dannati. Non è questa fatalità
bella e buona? Essi, come Edipo, purgano in sè la colpa del fato, e la
provvidenza nei casi loro non interviene se non forse per volgere da
ultimo a fine buono la lunga sequela dei mali, o, piuttosto, per trarre
dal male il bene.