La Conversione.
A questo punto si colloca dal biografi quella che si chiamò la
meravigliosa conversione del Manzoni, e si raccontano storielle forse
tutte veridiche, ma ove si dia loro una soverchia ed esclusiva
importanza, poco credibili. Alcuni vogliono che un semplice "io ci
credo" opposto risolutamente dal piemontese conte Somis di Chiavrie
alle invettive lanciate contro la religione cattolica in una
conversazione di Parigi, abbia persuaso il giovine miscredente, e
indottolo a cercar consigli edificanti presso il medesimo conte Somis,
presso l'abate Grègoire e presso il giansenista genovese Padre Degola,
che allora si trovava a Parigi e col quale entrò quindi in
corrispondenza letteraria; altri che, smarrita un giorno la giovine
sposa in mezzo alla folla delle vie di Parigi, attiratovi da un canto
religioso, sia entrato nella chiesa di San Rocco, e abbia mormorato in
ginocchio questa semplice preghiera: "O Dio, se tu ci sei, fammiti
palese." Egli ritrovò, dicesi, tosto la sposa, e divenne credente.
Qualche piccolo fatto deve, senza dubbio, essere intervenuto per
risolvere in un dato momento il Manzoni a fissare un po' meglio quelle
idee vaghe ch'egli aveva intorno al Cattolicismo.[1] Ma egli era
nato cattolico, la sua educazione di collegio era stata tutta
cattolica; uscito di collegio, sappiamo ch'egli frequentava ancora le
chiese; le scene orrende del cardinal Ruffo a Napoli, quelle di
Binasco e di Pavia stavano presenti alla memoria del Manzoni; e però
il _Trionfo della Libertà_ esce in frequenti imprecazioni contro la
Chiesa, ma a quel modo stesso con cui Dante cattolico imprecava contro
la Lupa, e il canonico Petrarca contro l'avara Babilonia. Se il
giovine Manzoni amava poco i preti ed i frati, se la lettura delle
opere del Voltaire lo aveva anche maggiormente alienato da essi, se
quando morì il suo giovine compagno di scuola Luigi Arese, ei si
doleva che tenendosi lontani dal letto dell'infermo gli amici, gli si
fosse accostata soltanto "l'orribile figura del prete" per
accrescergli il terrore della morte, se, in somma, il Manzoni, pur
credendo nella immortalità dell'anima, nell'esistenza di un Dio che
premia "eternando ciò che a lui somiglia," nei doveri cristiani della
pietà e della carità, e pure adempiendo alcuno de' riti religiosi
prescritti dalla sua condizione di cattolico, fra i quindici ed i
ventitrè anni non fu un cattolico profondamente convinto, devoto e
zelante, in un pariniano, in uno stoico suo pari doveva riuscir molto
agevole l'innestare un po' di devozione cattolica. Ma i preti furono
solleciti a levarne soverchio romore e a trarne troppo grande
profitto. Parlando, nel 1806, dei preti italiani che assediano il
letto de' moribondi, in una lettera diretta all'amico Pagani, il
ventenne Manzoni usciva in un fiero lamento, dichiarando ch'egli
voleva rimaner lontano "da un paese, in cui non si può nè vivere nè
morire come si vuole. Io preferisco, proseguiva egli, l'indifferenza
naturale dei Francesi che vi lasciano andare pei fatti vostri, allo
zelo crudele dei nostri che s'impadroniscono di voi, che vogliono
prendersi cura della vostra anima, che vogliono cacciarvi in corpo la
loro maniera di pensare." Due anni dopo aver levato questo vivo
lamento, Alessandro Manzoni doveva egli stesso cadere in cura d'anima,
ed il tristo frutto di questo stato di forzata docilità, alla quale
egli si sottomise, fu una sterilità intellettuale che durò quasi dieci
anni, 1808-1818, e, per l'appunto i dieci anni più belli della sua
vita, ne' quali con molto stento, con molti pentimenti, il Manzoni
riuscì a pena a mettere insieme quattro Inni sacri, due Parodie
letterarie e due povere e stentate Canzoni politiche di genere
classico. Si dirà: in quegli anni, egli si godette le sue prime gioie
domestiche, ed attese a' suoi affari un po' imbrogliati ed alle cure
agrarie, ed è vero; ma nè le une nè le altre hanno mai impedita la
manifestazione del genio. Il Manzoni ebbe, pur troppo, in quegli anni
un'idea fissa, che non era la sua, un'idea che gli aveano messa; e
quando v'ha un'idea fissa, tutte le altre idee, per quante siano, e
per quanto originali, non trovano l'opportunità e l'agevolezza di
manifestarsi. L'idea fissa era ch'egli dovesse come scrittore
diventare il poeta e l'apologista della religione cattolica, o non
iscrivere più.
[1] "L'histoire de la conversion de Manzoni (scrive il compianto
Loménie) est diversement racontée; suivant quelques-uns, la
première pensée en serait venue au poëte dans le voyage à Paris
dont je viens de parler. Au milieu d'une conversation où le
Catholicisme n'était pas épargné, une personne se serait
tout-à-coup écriée "Et moi, je crois!" Et ce cri d'un homme
avouant sa foi au milieu des sarcasmes de l'incrédulité aurait été
pour Manzoni le signal d'une révolution intellectuelle. Suivant
d'autres, l'écrivain milanais, marié avec une protestante en haine
de la croyance catholique, aurait été conduit par elle et avec
elle au Catholicisme. Un écrivain (M. Didier) qui a publié, dans
la _Revue des Deux Mondes_ de 1831, un article sur Manzoni, et qui
raconte ce dernier fait, ajoute: "On aimerait que de telles
démarches fussent spontanées et procédassent moins de
circonstances accidentelles que d'une volonté libre et solitaire."
Le même écrivain semble reprocher a la détermination de Manzoni
d'être l'effet "d'une influence de foyer beaucoup plus que le
résultat logique et volontaire d'une argumentation personnelle et
indépendante." Je crois ce reproche mal fondé, et le fait sur
lequel il repose inexact. Je ne sais pas au juste toutes les
circonstances qui ont précède et occasionné, de près ou de loin,
la conversion de Manzoni, mais je sais que ce fait est bien le
résultat logique et volontaire d'une argumentation personnelle et
indépendante; car, durant la temps où Manzoni, revenu de Paris à
Milan, flottait avec inquiétude entre le scepticisme et la foi, il
écrivait à Paris, à un ami, des lettres où il peint l'état de son
esprit, et où il s'annonce comme absorbé par l'examen d'une
question à ses yeux la plus importante de toutes. Cette situation
de doute et d'examen se prolonge fort longtemps; il est naturel de
penser que cette résolution a été prise en connaissance de cause.
Il n'est pas exact non plus que Manzoni ait épousé une protestante
en haine de la croyance catholique. A son retour a Milan il se
maria, très-jeune lui-même, avec une jeune personne de seize ans,
mademoiselle Henriette Blondel, fille d'un Génevois établi à
Milan, et qui était en effet protestante; mais il l'épousa, non
parce qu'elle était protestante, mais parce quelle était fort
intéressante, parce qu'il l'aimait beaucoup, et que sa mère
désirait qu'il n'épousât pas une Milanaise. De plus, si mes
renseignements sont exacts, loin d'avoir été conduit au
Catholicisme par sa femme, ce serait lui au contraire qui aurait
décidé l'abjuration de cette dernière." Vogliono, come dissi, che
il Padre Degola giansenista, ed il Padre Grégoire abbiano avuto il
primo merito come catechisti del neo-cattolico; venuto poi ad
abitar nuovamente in Lombardia, il giansenista monsignor Tosi,
divenuto confessore del giovino Poeta, compì, a poco a poco, il
preteso miracolo, con tanto maggiore efficacia, in quanto egli
conformava intèramente la propria vita ai precetti religiosi che
insegnava.--Tra le opere che formavano parte della libreria del
Manzoni a Brusuglio, vi era un magnifico _Sant'Agostino_ in undici
volumi, con qualche postilla autografa. _Le Confessioni_ di
Sant'Agostino dovettero offrire materia di lunga meditazione al
neo-cattolico Manzoni. Il professor Magenta è persuaso che la vera
conversione del Manzoni sia stata operata dal Tosi, e noi lo
crediamo tanto più facilmente, in quanto riconoscendo che nel Tosi
vi erano le doti d'un santo, e che dal lato morale egli dovette
fare un gran bene al Manzoni, pel rigore del suo Giansenismo, per
l'angustia de' suoi sillogismi religiosi minacciò pure di
soffocarne l'alto ingegno creatore. Il professor Magenta, al quale
avevo domandato qualche schiarimento sul contenuto di certe
lettere confidenziali da lui omesse nella stampa dell'importante
suo libro relativo al Tosi, egli, dichiarando di non potermene
dare, si distende nuovamente nelle lodi di monsignor Tosi, ed io
credo mio dovere riferir qui le sue proprie parole: "Non s'esagera
dicendo che (il Tosi) dominava l'animo del grande scrittore. Non
pare vero che nessuno del biografi del Manzoni abbia mai parlato
del vescovo Tosi, vero tipo di sacerdote, al quale il Manzoni
professava una venerazione che non aveva limiti. Lo Sclopis, il
Ferrucci e lo Zoncada, per citare alcuni nomi, mi scrissero che,
dopo il mio libriccino, l'origine del ritorno del Manzoni al
Cattolicismo non è più dubbia per loro; nè so se a lei paia così.
In quanto a me le dirò che la mia persuasione è profondissima,
persuasione che cavai anche dai tenore di talune lettere della
Blondel che io aveva già stampate, e che, per ragioni che debbo
tacere, levai dai torchi. L'eccesso delle dottrine volteriane, gli
avvenimenti politici, la nativa temperanza e la grande dirittura
di mente del Manzoni, tutto cospirava ad apparecchiare
un'atmosfera morale, in cui fosse a lui facile di ricevere
l'influenza d'un uomo ch'era altrettanto pio, quanto largo d'idee.
Ho ragione di credere che la Curia Romana avesse ingiunto al Tosi
di stampare una ritrattazione dell'illustre Tamburini, quando
questi si trovava sul letto di morte; ma il venerando Vescovo di
Pavia, pigliando tempo, riuscì a sottrarsi all'odioso ufficio. Una
vita così immacolata, così caritatevole, così forte, umile e
liberale ad un tempo, doveva esercitare un fascino sullo spirito
del Manzoni, spirito de' più larghi anche in fatto di religione
che sieno mai stati al mondo." Noi conveniamo solamente in parte
in questa ammirazione; noi crediamo che il Tosi ed il Manzoni, per
natura, avessero ingegno ed animo largo; ma in quanto si
proponevano di voler riuscire cattolici, esclusivamente cattolici,
divenivano intolleranti. Quando giudicavano senza preconcetti
cattolici, giudicavano bene, e liberalmente. Nella bella è lunga
lettera che il Manzoni diresse da Parigi al Tosi sopra la
questione religiosa, si trovano alcuni giudizii larghi che fanno
onore a chi li proferiva e a chi gli ascoltava. La conclusione
tuttavia è che noi in Italia dobbiamo essere contenti del nostro
buon clero e della credulità del nostro volgo, ed una tale
conclusione agghiaccia tutto il nostro entusiasmo: "Chi può
dissimularsi gl'inconvenienti che esistono fra di noi? ma non v'è
stato di guerra, perchè non ci son quasi protestanti; ma v'è una
classe di buoni preti, i più dei quali potrebbero, è vero, senza
danno, essere un po' più dotti, ma i quali per lo più hanno uno
zelo sincero per la religione non mista di altre teorie, e una
buona classe di fedeli che sono cristiani di cuore, e che non
credono ad altri dogmi che ai rivelati."