XII.

L'_Urania. _--L'Idillio manzoniano.

Fu scritto molto e forse troppo sopra gli amori molteplici e non tutti

egualmente ammirabili e confessabili di Volfango Goethe. Il capitolo

che tratta degli amori del Manzoni sarà assai più breve e più

discreto, ma, come parmi, non privo d'importanza per chi s'occupi di

psicologia letteraria. Io non piglio molto sul serio e però non dovrei

curar qui il breve disgraziato amoretto di Venezia, del quale ho già

fatto un breve cenno, perchè non sembra aver lasciata alcuna traccia

profonda nell'arte manzoniana. Ma non posso, tuttavia, passare sotto

silenzio che Niccolò Tommaseo aveva veduto un Sonetto giovanile del

Manzoni, ov'era un verso molto espressivo. Il nostro Poeta, fin da

giovinetto, aveva fermata la sua mente ad un alto ideale, e

rivolgendosi alla sua Musa inspiratrice le prometteva di serbar fede

al virtuoso ideale, arrecandone in pegno una ragione stupenda per la

sua naturalezza:

Perch'io non posso tralasciar d'amarti!

Questo bel verso ci assicura già che per Alessandro Manzoni l'amore

non sarà una debolezza, ma una sola grande virtù, e che dalla donna

egli avrebbe ricevuto soltanto inspirazioni gentili e benefiche. Dopo

avere pubblicato il Carme _In morte dell'Imbonati,_ e ricevute per

esso magnifiche lodi in Italia ed in Francia,[1] il Manzoni che, in

una variante del suo Sonetto _Ritratto giovanile,_ aveva scritto

questo verso singolarissimo:

Di riposo e di gloria insiem desìo,

contento di quel primo saggio della propria gloria, si riposò, e trovò

in quel riposo una specie di voluttà, della quale, mi si perdoni la

confusione di parole che sembrano farsi guerra, pensando prima da

stoico, poi da cristiano, godette molte volte, nella sua vita, con una

squisita compiacenza, non vorrei dire da epicureo. Di questa sua beata

pigrizia poetica egli fu più volte piacevolmente rimproverato e

canzonato da' suoi amici, uno de' quali, il poeta Giovanni Torti, lo

raffigurava, anzi, sotto il nome di

Cleon nostro

Di beato far nulla inclito speglio.[2]

Dicono che il Manzoni vecchio si compiacesse molto di quella

canzonatura dell'amico, e non mi parrebbe niente improbabile, che

quelle famose parole de' _Promessi Sposi,_ le quali si pigliano

generalmente come un complimento puro e semplice al poeta Giovanni

Torti, fossero pure un'amabile vendetta intima di Cleone. L'Innominato

una volta avea intorno a sè molti bravi, e tra questi, come si

capisce, pochi galantuomini; dopo la conversione del padrone si

dispersero, e rimasero soltanto presso l'Innominato alcuni fidati

amici, _pochi e valenti come i versi del Torti_, il quale

probabilmente ne aveva pure anch'esso dispersi e distrutti molti

cattivi, prima di far grazia ai pochi che gli parevano riusciti

secondo il suo cuore.[3] Ad ogni modo, per molti mesi dopo la

pubblicazione del Carme _In morte dell'Imbonati_, il Manzoni non

iscrisse più versi; nè gli valse "il dolce sprone" materno a toglierlo

da quella specie di letargia. Quale fu dunque l'occasione, o, per

dirla con Massimo d'Azeglio, la _tentazione tentante_ che mosse il

giovine Poeta, nell'anno seguente, a comporre il nuovo poemetto

_Urania_? A me pare di non ingannarmi dicendo semplicemente che il

Manzoni, in quell'anno, s'era innamorato della fanciulla, che divenne

poi sua moglie, Enrichetta Blondel, e che l'_Urania_ fu scritta

specialmente per piacerle. Il Poeta incomincia ad invocare le Grazie

per cantare un nuovo inno, il quale sia ascoltato, non solo all'ombra

de' pioppi lombardi, ma anco presso i sacri colli dell'Arno, ai quali

il Carme foscoliano _De' Sepolcri_, uscito nella primavera di

quell'anno, dovea più fortemente tentarlo. Anch'egli desidera venire

ascritto, non alla turba, ma "al drappel sacro" de' poeti d'Italia

"antico ospizio delle Muse." La recrudescenza nel desiderio della

gloria presso i poeti risponde quasi sempre ad una recrudescenza

d'amore; le donne amanti di poeti furono quasi sempre o autrici o

principali collaboratrici della loro gloria; anche il Manzoni, il meno

erotico forse di tutti i nostri grandi poeti, sentì crescere l'ardore

poetico all'improvviso sollevarsi nel suo petto di una fiamma gentile.

Ma, dopo ch'egli s'era scostato dagl'imitatori per accostarsi,

com'egli canta, "ai prischi sommi," la poca gloria poetica non bastava

più alla sua giovanile ambizione, _aut Caesar, aut nihil_; anche il

nostro pensava dunque fra sè, dopo avere conosciuto il Pindaro Lebrun,

o Pindaro, o Dante, o Manzoni; e, dopo avere lodato il primo, si

velava sotto la figura del secondo; per avere il diritto di ascoltare

il glorioso discorso delle Muse. Dante vien celebrato per aver primo

dato le bende ed il manto alla poesia italiana, per averla, primo,

condotta a fonti illibate, per averla, maestro dell'ira nell'_Inferno_

e del sorriso nel _Purgatorio_ e nel _Paradiso_, creata degna di

emular la madre latina:

.... e nelle stanze sacre

Tu le insegnasti ad emular la madre,

Tu dolce maestro e del sorriso,

Divo Alighier, le fosti. In lunga notte

Giaceva il mondo, e tu splendevi solo,

Tu nostra.

Quanta maestà e virgiliana soavità di affetto In quel _nostro_!--A

questo punto, nondimeno, il Poeta che non ha per anco rinunciato a

tutte le reminiscenze della scuola, si ricorda troppo d'avervi

studiata la Mitologia greca; onde quello stesso Manzoni che, pochi

anni dopo, scriverà l'Ode satirica intitolata: _L'ira d'Apollo_, nella

quale, in pena d'aver posto da banda le vecchie ciarpe mitologiche, il

poeta riformato si farà giocosamente condannare da Apollo a non più

bere l'onda Castalia, a non cingersi più la fronte d'alloro, a non più

salire sul Pegaso, a non più volare, a cantar sempre in umile stile

quello ch'egli sentirà e nulla più:

Rada il basso terren del vostro mondo,

Non spiri aura di Pindo in sua parola;

Tutto ei deggia da l'intimo

Suo petto trarre e dal pensier profondo;

quello stesso poeta, per rappresentare gli antichi beneficii che le

nove Muse recarono un giorno ai mortali, immagina che, discesa dal

cielo, la stessa dea Urania gli abbia un giorno cantati al poeta

Pindaro. Non sono da sperare stupendi effetti poetici da una tale

intonazione mitologica, e però tutto l'Inno, nel tutt'insieme, riesce

manierato e freddo. Pure qua e là la natura potente vince l'arte delle

scuole, e ne vien fuori qualche verso di calore, di colore e di sapore

tutto manzoniano, ove l'effetto è proprio cavato, come in molte delle

immagini dantesche, dalla potenza di meditar sopra lo impressioni:

questi, per esempio:

Fra il romor del plauso,

Chinò la bella gota, ove salìa

Del gaudio mista e del pudor la fiamma.

Sono versi pittoreschi; ma il Manzoni ricordava senza dubbio, nel

comporli una impressione propria, essendo ben noto agli amici del

Poeta, com'egli soleva, innanzi a lodi che gli facevano piacere,

arrossire come fanciullo. In questi altri versi, il primo è da notare

per l'equivoco della parola _amanti_, la quale si può riferire alla

Gloria, come a tutte le donne amate in genere; ed è vero pur troppo,

che di mille innamorati, i quali sognano la gloria, uno solo riesce,

con pena, a conseguirla; parecchi de' versi che seguono, sentono come

un soave afflato virgiliano:

V'è la Gloria, sospir di mille amanti:

Vede la schiva i mille, e ad un sorride.

Ivi il trasse la Diva. All'appressarsi,

Dell'aura sacra all'aspirar, di lieto

Orror compreso in ogni vena il sangue

Sentìa l'eletto, ed una fiamma lieve

Lambir la fronte ed occupar l'ingegno.

Poi che nell'alto della selva il pose

Non conscio passo, abbandonò l'altezza

Del solitario trono, e nel segreto

Asilo Urania il prode alunno aggiunse.

Come talvolta ad uom rassembra in sogno

Su lunga scala, o per dirupo, lieve

Scorrer col piè non alternato all'imo,

Nè mai grado calcar, nè offender sasso;

Tal su gli aerei gioghi sorvolando,

Discendea la Celeste.

L'immagine seguente ci ricorda un'analoga similitudine dantesca;

quella che vien dopo ha pure per noi qualche importanza biografica,

perchè, sotto la impressione provata dal poeta Pindaro, reso

improvvisamente dubitoso delle sue forze, dopo aver fatto concepire di

sè solenni speranze, sono da riconoscersi i sentimenti particolari che

dovea provare il Manzoni divenuto quasi inerte, dopo le lodi forse più

ambite che sperate, onde fu coronato il Carme per l'Imbonati; ed anco

questi versi, ove l'Autore trae l'espressione dal proprio modo di

sentire, riescono pieni di poetica efficacia:

Come la madre al fantolin caduto,

Mentre lieto al suo piè movea tumulto,

Che guata impaurito e già sul ciglio

Turgida appar la lagrimetta, ed ella

Nel suo trepido cor contiene il grido,

E blandamente gli sorride in volto

Per ch'ei non pianga; un tal divino riso

Con questi detti a lui la Musa aperse:

"A confortarti io vegno. Onde sì ratto

L'anima tua è da viltade offesa?

Non senza il nume delle Muse, o figlio,

Di te tant'alto io promettea."--"Deh! come,

Pindaro rispondea, cura dei vati

Aver le Muse io crederò? Se culto

Placabil mai degl'Immortali alcuno

Rendesse all'uom, chi mai d'ostie e di lodi,

Chi più di me, di pregi e di cor puro,

Venerò le Camene?[4] Or, se del mio

Dolor ti duoli, proseguir, deh! vogli

L'egro mio spirto consolar col canto"

Tacque il labbro, ma il volto ancor pregava,

Qual d'uom che d'udir arda, e fra sè tema

Di far, parlando, alla risposta indugio.

Allor su l'erba s'adagiàro, il plettro

Urania prese; e gli accordò quest'inno

Che, in minor suono, il canto mio ripete.

Ma spogliando il Carme del suo apparato mitologico, noi troviamo in

esso i sentimenti particolari del poeta e però un nuovo elemento

biografico, del quale ci giova tener conto. Il poeta Pindaro, dopo

aver dato prove del suo valore poetico ed onorate le Muse, riesce

improvvisamente dubitoso delle proprie forze; onde la Musa discende a

rimproverarlo insieme ed aggiungergli coraggio. Il Manzoni, quantunque

vago di riposo, quando s'accingeva all'opera non s'arrestava

facilmente innanzi alle cose difficili; anzi, metteva più forte

impegno per riuscire; il modo con cui tormentò sè stesso negli _Inni

Sacri_, lo sforzo giovanile per frenare i versi volubili e ribelli, il

lungo, ostinato studio ch'egli, lombardo, pose nella parlata

fiorentina, possono servire di commento a questi versi dell'_Urania_:

.... Baldanza a quel voler non tolse

Difficoltà, che all'impotente è freno,

Stimolo al forte.

Le Muse e le Grazie discendono sulla terra e recano i loro benefici ai

mortali, cioè la pace, la concordia, la pietà. I versi seguenti del

Manzoni, non ancora cattolico, concordano perfettamente col fine

dell'Inno sulla _Pentecoste_, e col precetto evangelico che la mano

sinistra non deve sapere quello che fa la destra, e ci dimostrano

insomma ch'è una poco pia menzogna il miracolo della conversione

dall'ateismo, dal materialismo e dal cinismo del Manzoni, che non fu

mai nè ateo, nè materialista, nè cinico. Ma su questo argomento avremo

occasione di ritornare; intanto, spogliando della loro veste

classico-mitologica i versi che seguono, compiacciamoci di veder già

vivo sotto di essa un Manzoni cristiano. Scrivendo nel 1805 al Monti,

il giovine Manzoni gli ricordava già che le lettere non sono buone a

nulla, se non servono a ringentilire i costumi; nell'_Urania_, le Muse

devono fare qualche cosa di più, insegnarci la pietà ed il perdono

delle offese, e la carità benefica e modesta:

Così dal sangue e dal ferino istinto

Tolser quei pochi in prima; indi lo sguardo

Di lor, che a terra ancor tenea il costume

Che del passato l'avvenir fa servo.

Levâr di nuova forza avvalorato.

E quei gli occhi giraro, e vider tutta

La compagnia degli stranier divini,

Che alle Dive fea guerra. Ove furente

Imperversar la Crudeltà solea

Orribil mostro che ferisce e ride,

Viver pietà che mollemente intorno

Ai cor fremendo, dei veduti mali

Dolor chiedea: Pietà, degl'infelici

Sorriso, amabil Dea. Feroce e stolta

Con alta fronte passeggiar l'Offesa

Vider, gl'ingegni provocando, e mite

Ovunque un Genio a quella Furia opporsi,

_Lo spontaneo Perdon che con la destra

Cancella il torto e nella manca reca

Il beneficio, e l'uno e l'altro obblia._

Per virtù delle Muse nasce nell'uomo l'amor della fatica industre, il

sentimento dell'onore, della fedeltà, dell'umana ospitale fratellanza,

.... che gl'ignoti astringe

Di fraterna catena; e tutta in fine

La schiera pia nell'opra affaticarsi

Videro, e nuovo di pietà, d'amore

Negli attoniti sorse animi un senso,

Che infiammando occupolli.

I poeti si destano e cantano alla turba le _vedute bellezze_, la terra

non più squallida, ride; al discendere dell'armonia nel cuore dei

mortali, l'ira tace e sii sveglia un secreto ardente desiderio di

carità e di pace, onde la vita si fa bella e riposata:

L'ira

V'ammorzava quel canto, e dolce, invece,

Di carità, di pace vi destava

Ignota brama.

Dopo aver'cantato, le Muse risalgono all'Olimpo e ne ricevono le lodi

di Giove, ma per tornar sollecite presso Pindaro, a que' luoghi che un

gentile ricordo rende cari,

.... chè ameno

Oltre ogni loco a rivedersi è quello

Che un gentil fatto ti rimembri.

Le Muse spiegano a Pindaro che, se egli, a malgrado dell'amor delle

Muse, non potè ancora sciogliere canti immortali, ciò accade per la

vendetta d'un Nume, poich'egli, fino ad ora, negò il canto alle

Grazie; senza le quali nè pure gli Dei

.... son usi

Mover mai danza o moderar convito.

Da lor sol vien se cosa in fra i mortali

E di gentile, e sol qua giù quel canto

Vivrà che lingua dal pensier profondo

Con la fortuna delle Grazie attinga.

Queste implora coi voti, ed al perdono

Facili or piega. E la rapita lode

Più non ti dolga. A giovin quercia accanto

Talor felce orgogliosa il suolo usurpa;

E cresce in selva, e il gentil ramo eccede

Col breve onor delle digiune frondi:

Ed ecco il verno le dissipa; e intanto

Tacitamente il solidario arbusto

Gran parte abbranca di terreno, e mille

Rami nutrendo nel felice tronco

Al grato pellegrin l'ombra prepara.

Signor così degl'inni eterni, _un giorno,

Solo in Olimpia regnerai_: compagna

Questa lira al tuo canto, a te sovente

Il tuo destino e l'amor mio rimembri.

Qui il Manzoni sembra certamente voler fare qualche allusione

personale. È evidente ch'egli lascia rivolger la parola a Pindaro,

perchè gli parrebbe cosa troppo vana ed orgogliosa obbligar le Muse a

discendere dall'Olimpo per lui e augurargli di regnar solo in Olimpia.

Se così è, noi dobbiamo riconoscere in questa giovine quercia

olimpica, che un giorno regnerà sola, il Manzoni stesso, e domandargli

chi possa nascondersi sotto la felce orgogliosa che ingombra intanto

la via alla giovine quercia, ma che, in pena della sua temerità, vivrà

un anno solo. Gl'indizii precisi od anco probabili ci mancano per

arrischiarci a qualsiasi congettura. Osservo, invece, come una potente

ragione segreta dovette determinare il Manzoni a compiere la sua prima

formola poetica _sentir e meditare_, con un nuovo elemento che le

mancava, _la grazia_. Il Manzoni vecchio diceva che l'arte deve aver

per oggetto il _vero_, per fine _l'utile_, per mezzo _l'interessante_,

ossia il bello. Il senso dei versi dell'_Urania_ è il medesimo:

.... sol qua giù quel canto

Vivrà che lingua dal pensier profondo

Con la fortuna delle Grazie attinga.

Io dubito che l'amore abbia dettato que' versi, e che nell'anno 1807

il Poeta avesse già veduta la giovinetta che dovea l'anno seguente

sposare. L'_Urania_, a malgrado della bellezza di alcune parti,

riesce, tuttavia, un componimento freddo e stentato, a motivo

specialmente della morta Mitologia evocata a velare più che a

significare i sentimenti vivi e contemporanei del Poeta. Lo studio

ch'e' fece per nascondersi, dopo essersi molto e forse troppo scoperto

nel Carme per l'Imbonati, gli fece parer buoni quegli stessi mezzi

mitologici, sopra i quali, pochi anni dopo, egli medesimo dovea gettar

tanto ridicolo. Ed è a dolersi che l'amico Fauriel non abbia

sconsigliato il Manzoni dal ritentar quella vana forma poetica. È da

dolersi, ma non da stupire; poichè, in quel tempo medesimo, il Fauriel

traduceva la _Parteneide_, poema alpestre del poeta danese Jens

Bággesen,[5] ove non solamente si rimettono in iscena gli Dei ma si

crea una nuova dea della _Vertigine_, dove la _Jungfrau_ o la

_Vergine_ è allegoricamente rappresentata come una poetica persona

viva. Nè pago il Fauriel di tradurre in francese il poema che il

Bággesen avea composto in tedesco, invitava il Manzoni a tradurlo in

italiano. Ma il Manzoni, che intanto avea già fatto, con la madre, nel

1806 il suo viaggio in Isvizzera e ammirato dappresso le montagne, che

vi ritornò forse nel 1807, invece di tradurre, si provò a comporre un

poema originale sopra le montagne, accompagnandone l'invio al Fauriel

suo _secondo duca_ alpestre, come il Bággesen era stato il primo, con

una epistola in versi, della quale il Sainte-Beuve ci ha fatto

conoscere un frammento "Alla Vergine ideale" del Danese egli opponeva

nell'epistola e nel poema una Vergine che le somigliava, da lui

conosciuta _sui colli orobii_, in una villa del Bergamasco: siamo, ove

precisamente egli conobbe la sua Enrichetta Blondel. Il suo matrimonio

con essa si celebrò in Milano il 6 febbraio dell'anno 1808 innanzi

all'ufficiale civile. Enrichetta Blondel aveva sedici anni, era nata a

Casirate, apparteneva ad una famiglia di origine ginevrina, di

confessione evangelica riformata, onde nel giorno stesso in cui

celebravasi il matrimonio civile, veniva in Milano da Bergamo il

pastore protestante Giovanni Gaspare Degli Orelli a benedire quelle

nozze evangelicamente; testimone dello sposo era non solo un

cattolico, ma un prete, il sacerdote Francesco Zinammi (o Zinamini?).

Dopo le nozze, gli sposi partirono per Parigi, ov'era rimasta la

signora Beccaria. Il 31 agosto dell'anno 1808, il Manzoni scriveva da

Parigi al suo amico Pagani: "Ho trovato una compagna che riunisce

veramente tutti i pregi che possono rendere veramente felice un uomo e

me particolarmente; mia madre è guarita affatto, e non regna fra di

noi che un amore ed un volere." In Parigi nasce al Manzoni una figlia;

vien battezzata secondo il rito cattolico e le s'impone il nome di

Giulia, in onore della madrina ch'era la nonna, e di Claudina, in

onore del padrino Claudio Fauriel.

[1] Per la Francia bastavano in ogni modo quelle del Fauriel, per

l'Italia quelle del Foscolo.

[2] Il signor Romussi crede pure che il Torti nella _Torre di Capua_

raffigurasse il Manzoni convertito in Fra Calisto da Firenze:

......rifuggissi alla Scrittura, o quando

S'avvenne al loco, ove il Maestro disse

Che stretto è in quel d'amare ogni comando,

Fu come gli occhi della mente aprisse:

Tutto qui sta (diss'ei) vivere amando,

E amar fu sua scienza fin ch'ei visse;

Di che pur reso in suo sermon potente

Innamorava di ben far la gente.

[3] Anche il Monti, del resto, scrivendo nel 1818 a Giovanni Torti,

gli avea detto: "Da chi avete voi imparata l'arte di far versi

così corretti, così belli? _Fatene di più spessi _e crescete la

gloria degl'Italiani, il più caldo lodatore della vostra Musa sarà

sempre il vostro Monti."

[4] In quell'anno medesimo il Manzoni aveva composto una Canzone di

tessitura classica, in onore delle Nove Muse. Ne ho veduto un

frammento non molto felice. Ogni strofa dovea descrivere una Musa.

[5] L'incontro del Manzoni in Parigi con questo illustre poeta danese

non fu, di certo, senza risultamenti. Il Bággesen era nato nel

1761 da una povera famiglia; ricevuto gratuitamente all'Università

di Copenhagen, diede tosto parecchi saggi del suo valore nel

poetare. In età di ventun anno avea pubblicata la prima raccolta

de' suoi versi, alla quale, dopo sette anni, era serbato l'onore

di una versione tedesca; a ventiquattro anni, usciva il suo dramma

_Uggiero il Danese_, che cadde intieramente dopo la parodia che ne

fece l'Heiberg intitolata: _Uggiero il Tedesco_. Allora il giovine

poeta disgustato desiderò lasciare il proprio paese e visitare la

Germania, la Svizzera e la Francia; il Duca di Augustemborgo, suo

protettore, gliene fornì i mezzi. Il Bággesen viaggiò così fuori

di patria per quattro anni, e s'addestrò in questo tempo

specialmente nella lingua tedesca, la quale divenne per lui come

una seconda lingua. Impromessosi a Berna con una nipote

dell'Haller, rientrò per poco in patria, per ripartirne nell'anno

1793 e visitare nuovamente la Svizzera, Vienna e l'Italia. Lo

ritroviamo nel 1796 a Copenhagen, aggregato a quel Corpo

universitario; ma l'anno dipoi egli s'era già rimesso in viaggio,

avea perduto la moglie a Kiel e sposava, in seconde nozze, a

Parigi, come più tardi il Manzoni, la figlia di un pastore di

Ginevra, con la quale, nell'anno 1798, ritornava in Danimarca.

Chiamato a prender parte nella direzione di quel Teatro reale, vi

rappresentava un proprio dramma, che fu molto applaudito. Ma, nel

1800, tornava a chiedere un congedo per recarsi a Parigi, dove,

dopo avere pubblicato in Amburgo due volumi di poesie tedesche

assai maltrattate dai giornali di quel tempo, e il suo poema della

_Parteneide_, scritto pure in tedesco, nell'anno 1806 faceva

ritorno a Copenhagen, dove intanto il Rahbez e l'Oehlenschlaeger,

coi giovani ammiratori del Goethe e della scuola romantica di

Weimar, avevano preso il posto del Bággesen nella simpatia del

pubblico. Il nostro poeta ne sentì pena. Volle col suo _Labirinto_

provare di esser anch'esso capace di trattare quel genere di

poesia che piaceva ai romantici, ma intanto non si rattenne dallo

scrivere una satira contro la moderna scuola, dal pubblicare

epigrammi contro i capi romantici, e specialmente contro il Goethe

che avea ammirato e certamente molto studiato, come lo prova lo

stesso suo dramma _Il perfetto Faust_, e contro l'Oehlenschlaeger

da lui prima molto onorato. Non potendo più esser riguardato come

primo fra i poeti della Danimarca, il Bággesen lasciava nuovamente

il suo paese nell'anno 1807, e soggiornava ora in Francia, ora in

Germania, fino all'anno 1814, scrivendo ora satire ed epigrammi,

ora inni d'amore pel suo paese, secondo il suo vario umore

poetico. Natura mobile, egli subiva facilmente e mutava

impressioni ed idee, in contradizione e lotta continua fra lo

spirito romantico ed il classico, fra la fede e lo scetticismo. Il

nostro giovane Manzoni, per mezzo del Fauriel, conobbe il Bággesen

in Parigi fra gli anni 1806 e 1808, e fu tra i suoi più caldi

ammiratori. Il Fauriel non fu amico inutile dei letterati e

filosofi, dei quali divenne famigliare; com'egli rivedeva, prima

della stampa, gli scritti del Tracy, attirava il Cabanis alle

ricerche storiche, come più tardi traduceva e raccomandava ai

Francesi le tragedie del suo Manzoni, così, innamoratosi della

_Parteneide_ del Bággesen, imprese a tradurla e quasi a rifarla,

facendola precedere da una introduzione, ove scriveva il

Sainte-Beuve: "A la définition délicate qu'il donne de l'idylle, à

la peinture complaisante et suave qu'il en retrace, je crois

retrouverà travers l'écrivain didactique l'homme heureux et

sensible, l'hôte de la _Maisonnette_ et l'amant de la nature." Il

Fauriel confessava poi che, primo il Bággesen, nella _Parteneide_,

gli aveva dato: "le sentiment des Alpes," e per questo pregio gli

perdonava molte stranezze; il Botta ed il Manzoni parteciparono a

quell'ammirazione. Quando nel 1810 il Fauriel pubblicò finalmente

la _Parteneide_ in francese, il primo gli scriveva: "Vous avez

rencontré des beautés pures et presque angéliques, vous avez été

attiré vers elles, vous les avez saisies, vous en avez été pénétré

et nous les avez rendues avec le ton et le style qui leur

conviennent;" il secondo, come scrive il Sainte-Beuve, "réinstallé

à Milan, adressait _A Parteneide_ une pièce de vers allégoriques

dans le genre de son _Urania_, et il semblait se promettre de

faire en italien une traduction, ou quelque poème analogue sur ses

montagnes. Voici" prosegue il Sainte-Beuve "un passage dans lequel

il exprime l'impression vive qu'il ressentit lorsque la belle

_Vierge_ lui fut présentée par son second guide, par ce cher

Fauriel, qui la lui amenait par la main. Manzoni nous pardonnera

d'arracher à l'oubli ces quelques vers de sa jeunesse, ce premier

jet non corrigé (_non corretto_, est-il dit en marge); il nous le

pardonnera en faveur du témoignage qu'il y rend a son ami:"

......... Col tuo secondo duca

Te vidi io prima, e de lo sacre danze

O dimentica o schiva; e pur sì franco.

Sì numeroso il portamento, e tanto

Di rosea luce ti fioriva il volto,

Che Diva io ti conobbi, e t'adorai.

Ed ei sì lieto ti ridea, sì lieta

D'amor primiero ti porgea la destra,

Di sì fidata compagnia, che primo

Giurato avrei che per trovarti ei l'erta

Superasse de l'Alpe, ei le tempeste

Affrontasse del Tuna, e tremebondo

Da la mobil Vertigo e da l'ardente

Confusïon battuto in sul petroso

Orlo giacesse. Entro il mio cor fêan lite

Quegli avversarii che van sempre insieme,

Riverenza ed Amor; ma pur sì pio

Aprivi il riso, e non so che di noto

Mi splendea ne' tuoi guardi, che Amor vinse,

E m'appressai sicuro. E quel cortese,

Di cui cara l'immago ed onorata

Sarammi, infin che la purpurea vita

M'irrigherà le vene, a me rivolto,

Con gentil piglio la tua man levando,

Fêa d'offrirmela cenno. Ond'io più baldo

La man ti stesi.

Mi piace ora aggiungere che _Parteneide_ rispose al Manzoni, in

lingua tedesca, per bocca dello stesso Bággesen in una poesia

intitolata precisamente: _Parthenais au Manzoni_, la quale si

legge nella quinta parte delle Poesie del Bággesen pubblicate dal

figlio del poeta a Lipsia nell'anno 1836. Una nota dice: "Questa

poesia si fonda sul fatto che dopo che il Fauriel ebbe tradotta la

_Parteneide_ in francese, il Bággesen ricevette dal Mansioni la

promessa ch'egli l'avrebbe tradotta in italiano. La traduzione

francese è in prosa; il Manzoni si proponeva di adoperare la terza

rima. Non sappiamo per quali motivi il lavoro non sia poi stato

seguito." Debbo questa notizia alla cortesia del signor Kr.

Arentzen, autore di un pregiato lavoro biografico sopra il

Bággesen pubblicatosi di recente in lingua danese. Il signor

Arentzen ebbe pure la bontà di trascrivermi gli esametri tedeschi

del Bággesen diretti al Manzoni. Anche in essi come nel poema

della _Parteneide_, egli si cela sotto il nome di _Nordfrank_, il

poeta viaggiatore._ Parteneide_ parla e dice come, guidata dal

Bággesen, ella visitò la regione del Nord, guidata dal Fauriel la

regione dell'Occidente; l'amicizia del Fauriel, essa dice, mi è

cara, come quella di _Nordfrank_. Si compiace in tale compagnia,

quando sente un dolce richiamo verso il Mezzogiorno; le par di

sognare, le par di viaggiare verso un mondo incantato, e stende la

mano al nipote di Dante, del Tasso e del Petrarca, all'amico del

Fauriel e del Bággesen, al simpatico Manzoni:

Ach! und ich ahne dass mildere Duft and sanftere Tüne

Wonniger noch mit der blühenden Gluth lebhafterer Farben

Würden umwehn und vollenden den Schmück, wenn irgend ein Enkel

Dantes', Tasso's oder Petratk's mit gönnte der Bildung

Blümenkron, geflückt in des jungfraubeiligen Maro's

Muttergefild. O reichte die Hand mir Fauriel's Freund und

Nordfranks! _Liebe zuletzt noch lernte, holder Manzoni!

Hold sunt Erröthen Dir schon die freundschaftseliger Jungfrau_.

Questi due versi sembrano lasciar capire che al Bággesen fosse

noto che nel tempo in cui il Manzoni tornato in Lombardia si

preparava a tradurre la _Parteneide_ (1807), per la prima volta

conoscesse veramente l'amore, nel suo incontro con un'altra

Vergine, la giovinetta Blondel, che divenne, poco dopo, sua moglie

e che ciò possa essere, lo confermerebbe pure la seguente nota che

troviamo nel caro libriccino dello Stoppani: _I primi anni di

Alessandro Manzoni_, pag. 234: "I versi pubblicati di preferenza

dal Sainte-Beuve, perchè gli tornavano bene ad illustrare il suo

soggetto, sento ora con piacere che esistono fra le carte del

Manzoni, preceduti da pochi altri che formano il principio del

Carme, e seguiti da un numero maggiore che ne costituiscono come

il corpo, sia questo o non sia del tutto compiuto." Chi mi dà

questa notizia aggiunge che, dopo aver letti quei versi, glien'è

rimasta l'impressione che il Manzoni abbia cominciato il suo Carme

col richiamo della Vergine ideale della _Parteneide_, per dire in

seguito, come infatti dice, che egli ha trovato in Italia, sul

_colli orobii_, una Vergine a lei somigliante. Sarebbe poi sua

opinione che questa seconda Vergine del Manzoni non fosse ideale,

ma reale, molto probabilmente la stessa Enrichetta Blondel, che fu

poi sua sposa, o che egli deve aver conosciuta la prima volta da

vicino, o presso i di lei zii Mariton in una lor villa, nelle

vicinanze di Bergamo. Ad ogni modo non sarebbe questo Carme,

secondo lui, quel lavoro, a cui allude il Sainte-Beuve, che il

Manzoni sembrava _promettersi di fare in italiano_, perchè un

poemetto _sul gusto di quello di Bággesen_ il Manzoni diceva di

averlo fatto realmente_ in ottava_ rima, e alcune stanze le

recitava, anche in questi ultimi anni, a chi l'accompagnava nella

passeggiata. Sfortunatamente questo poemetto non si trovò fra i

suoi scritti, e pare indubitato che egli l'abbia consegnato alle

fiamme. La stessa Vergine ci descrive finalmente il Poeta in

un'Ode giovanile, della quale citerò te strofe più espressive. Il

Poeta, ancora irretito nelle immagini mitologiche, ci assicura che

la sua fanciulla gli apparve la prima volta in forma somigliante a

quella della dea Cinzia. Crediamogli sulla parola, e

compiacciamoci ora nel veder partitamente descritte le qualità

esteriori della sedicenne sposa sperata dal Manzoni, la quale

dovea poi aver tanta parte, per quanto destramente dissimulata,

nell'arte sua:

Tal prima agli occhi miei,

Non ancor dotti d'amorose lagrime,

Appariva costei,

Vincendo di splendor l'emule vergini

Per mover d'occhi dolcemente grave

E per voce soave.

Dagl'innocenti sguardi,

Che ancor lor possa e gli altrui danni ignorano,

Escono accesi dardi;

Non certi men, nè di più lieve incendio,

Se dal fronte scendendo il crine avaro

Lor fa lene riparo;

Oh qual tutta di nuove

Fatali grazie ride allor che l'invido

Crin col dito rimove:

E doppio appresta di beltà spettacolo

Sul fronte schietto, trascorrendo lieve

Con la destra di neve.

Nè tacerò la bella

Bocca gentil, fonte di riso ingenuo

E di cara favella;

E in cui prepara, ahi, per chi dunque! Venere

I casti baci e le punture ardite

E le dolci ferite.

Non giova al Poeta il suo proposito, fatto nel Carme per

l'Imbonati, di voler seguire la dottrina di Zenone; l'Amore lo

ferì; egli è invitato ad amare e a cantare d'amore, quando per

l'appunto ben più alti soggetti e più fieri gli occupavano la

mente; Amore non vuole, egli esclama:

..........ch'io canti rossa

Di sangue Italia, onde ancor pochi godano;

Nè di plebe commossa

Le feroci vendette ed i terribili

Brevi furori, e i rovesciati scanni

Dei tremanti tiranni.

Il Poeta, come nell'Urania, cede alle grazie di Venere, e, per

essa, lascia le cure della politica. Notiamo ora questa sua prima

confessione poetica, perchè essa ci potrà aiutare, in appresso, a

comprender meglio le sue tragedie ed il suo romanzo, e a scusare,

in parte, il Manzoni della poca parte attiva ch'egli prese con la

sua persona alle vicende politiche Italiane, alle quali diede pure

co' suoi proprii scritti pieni d'efficacia educativa una spinta

così gagliarda.

Alessandro Manzoni, Studio Biografico Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford nel maggio dell'anno 1878, notevolmente ampliate · 第 25 / 35 题