Il Manzoni a Brusuglio. Gl'_Inni Sacri_ e la _Morale cattolica_.
Sopra la luna di miele manzoniana noi non abbiamo altre notizie, oltre
quelle che il Sainte-Beuve e il Loménie avevano potuto raccogliere dai
ricordi del Cousin e del Fauriel. Il Manzoni,[1] già convertito alla
fede cattolica, tediato delle ciarle, alle quali quella conversione
avea dato motivo, in compagnia della madre e della giovine sposa,
ch'egli adorava, si ritrasse alla sua villa di Brusuglio, e parve
nelle cure agresti dimenticare ogni tumulto della vita mondana. Il
Loménie trova un'analogia fra il Manzoni ed il Ràcine,[2]
rapportandosi per l'appunto ai primi anni del soggiorno di Alessandro
Manzoni in Brusuglio, e la sua comparazione non è priva d'ogni
fondamento; non ispiega tuttavia come il nostro Poeta, in mezzo agli
splendori della natura ed alle contentezze domestiche trovasse così
scarse occasioni d'ispirazione poetica. Mi duole dover ripetere che
nello sforzo lungo e doloroso che il Manzoni dovette fare per credere,
isterilì per alcuni anni il proprio ingegno, costretto a lavoro che
dovette riuscirgli ingrato dall'autorità riverita del proprio
confessore. Il Tosi volendo fare del Manzoni un poeta cattolico, gli
aveva ordinato di comporre gl'_Inni Sacri_ e le _Osservazioni in
difesa della Religione cattolica_ rivolte contro il Sismondi. Gli
_Inni Sacri_ doveano, nel primo intendimento, riuscir dodici come i
dodici Apostoli o come i dodici mesi dell'anno;[3] ma il Manzoni
stentò tanto a comporli, che in sette anni ne terminò a fatica cinque.
L'Inno della _Risurrezione_ fu incominciato nell'aprile del 1812, e
compiuto soltanto i l 23 giugno; anzi l'ultima lima ricevette più
tardi; il Manzoni vi notò di suo pugno, che era ancora da correggersi;
nel vero, l'autografo e la stampa differiscono notevolmente. Il 6
novembre del 1812, il Manzoni si accinse a comporre l'inno, _Il Nome
di Maria_; durò sei mesi in quel breve lavoro, e vi si affaticò
grandemente; Io stento appare ora grandissimo anche nel leggerlo: fu
terminato il 19 aprile 1813. Il _Natale_, pieno di cancellature, costò
più di quattro mesi di lavoro: incominciato il 15 luglio 1813, ebbe
compimento il 29 novembre dello stesso anno, ma con poca soddisfazione
dell'Autore che vi appose questa nota: _explicit infeliciter_. L'Inno
della _Passione_ costò un anno e mezzo di lavoro; fu ripreso in
quattro volte: la prima nel 3 marzo dell'anno 1814, la seconda nel di
11 luglio dello stesso anno, la terza nel 5 gennaio del 1815, la
quarta nell'ottobre di quell'anno. _La Pentecoste_, ch'è il più bello,
il più inspirato, il più caldo degli _Inni Sacri_, fu bensì
incominciato nel giugno 1817, ma abbandonato nel suo primo disegno dal
Manzoni che vi scrisse sopra _rifiutato_, e ripreso soltanto il 17
aprile del 1819 e terminato, fra molte soste e cancellature, il 2
ottobre di quell'anno. Esso appartiene dunque già al nuovo periodo più
agitato e più operoso della vita poetica manzoniana. Queste note
cronologiche sopra la composizione degl'_Inni Sacri_ devono avere per
la critica la loro importanza. La lentezza del comporre non accenna a
una troppo grande vivezza del sentire, ma l'ostinazione che il Manzoni
pose per finirli, anche a dispetto delle Muse, provano la sua ferma
volontà di credere, e la sua persuasione che fosse necessario
comunicare altrui la propria fede; ma questa maniera di fede, pur
troppo, male si comunica. Vivo il Manzoni, osai fare sopra gl'_Inni
Sacri_ il seguente giudizio, ove nel rendere un omaggio riverente
all'Autore intendevo lasciare aperto un adito alla critica dell'opera.
"Gl'_Inni Sacri_, io diceva, hanno creato in Italia una nuova forma di
poesia, il contenuto della quale che si giudicò, da prima, romantico,
era semplicemente biblico, li Manzoni ha il gran merito d'avere
liberato in Italia la poesia cristiana dalle forme convenzionali
ereditate dal Paganesimo; forme convenzionali per noi moderni, che ci
studiamo d'imitarle, mentrechè, invece, per gli antichi erano proprie,
naturali, e frutto spontaneo e necessario di quella civiltà. Egli
restituì ai poeti d'Italia la loro libertà, e col proprio esempio
disse loro: essendo cristiani, inspiratevi da Cristo; essendo moderni,
diffondete la parola di Cristo con la lingua vostra ch'è la lingua del
cuore. Per questo rispetto gli _Inni Sacri_ segnano nella storia della
nostra poesia una vera rivoluzione letteraria, della quale saranno
sentiti per sempre, ed invano si dissimulerebbero, i benefici effetti.
Io non chiamo, senza dubbio, tali i numerosi inni nati dipoi in varie
parti d'Italia ad imitazione di que' primi che avean fatto, se bene
lentamente, fortuna; gl'imitatori avevano ne' loro esercizii
dimenticato l'essenziale, cioè che per cantare la religione bisogna
almeno portarla un poco, anzi molto nell'anima; essi lavoravano a
soggetto come gli antichi istrioni, sul modello degl'_Inni Sacri_, ma
per istemperare i primi colori, stancare le prime immagini, e dir poco
in molto, come il Manzoni avea detto molto in poco. E questo carattere
distintivo della poesia manzoniana parmi pure creare il suo difetto
principale; poichè lo studio di restringere un gran senso in brevi
parole fa sì che talora queste brevi parole siano adoperate ad
esprimere più che naturalmente esse non potrebbero, e a diventare
talora semplici formole astratte: il che se prova la potenza del poeta
del concentrare le sue idee, impedisce per altro che la sua poesia
riesca popolare, e le toglie molta parte di quell'impeto lirico e di
quel calore che si comunica, tanto necessario ad ogni poesia, ma alla
lirica religiosa in modo specialissimo. Il Manzoni giovine fece opera
da vecchio, costringendo in linguaggio matematico le verità della
religione che gli eran nuovamente apparse in modo luminoso, quasi egli
volesse porsele innanzi, ed estrinsecarsele in una forma più precisa
per potersi meglio persuadere della loro realtà e più durevolmente
contemplarle ed adorarle. Ma ci sembra di non rischiar troppo, dicendo
come il Manzoni vecchio, innamorato com'egli è e maestro nelle
bellezza del linguaggio popolare, se dovesse oggi cantar la religione,
sceglierebbe una via opposta a quella ch'ei tenne in gioventù,
escludendo ogni parola equivoca che il popolo non potesse comprendere
da sè ed ogni trasposizione men naturale di parole, per riuscire
subito al desiderato effetto di dare al popolo un canto che non muoia
appena recitato, che si diffonda senza bisogno d'interpreti, e che
consoli veramente chi si muove a cantarlo." Ma, nell'ordine
specialmente de' pensieri religiosi volendo sollevare l'espressione
all'altezza del pensiero e chiudere quest'ultimo in una forma sacra ed
immobile, che non gli permetta di deviare ad alcun senso profano, o
l'espressione manca od assume un carattere mistico che non può riuscir
popolare. L'età nostra non è punto mistica; il Manzoni dovea sentirlo
più d'ogni altro. Per un verso egli voleva credere, e per rendersi
degno della propria fede si adoprava ad esprimerla per infonderla in
altri. Ma il lungo meditare sopra un sentimento religioso, più tosto
che accrescerlo, lo diminuisce. In un'Ode sopra l'_Innesto del
vaiuolo_, rimasta inedita, e forse incompiuta, dominato, senza dubbio,
da un sentimento religioso, e riflettendovi lungamente sopra, per
trovargli una espressione corrispondente, il Manzoni sentendo che egli
usciva dal vero, e che fuori del vero fortemente amato non può più
essere vera poesia, si scusava con due bellissimi versi, che sono pure
una eccellente scappatoia:
come il più divin s'invola,
Nè può il giogo patir della parola.
Quanto più il pensiero del poeta s'innalza, tanto più la materia
fonica diviene inerte e incapace di farsene messaggiera; ma è vero
ancora che, lanciando imprudentemente il pensiero in un campo, ove
esso non può prender radice, invece di fecondarvisi, muore di
sterilità. Il Manzoni parafrasando spiritosamente in prosa il pensiero
dissimulato ne' due versi citati, accompagnava l'invio di un frammento
d'Inno sacro inedito alla signora Louise Colet con questa scusa per
non averlo finito: "Je me suis aperçu (diceva egli) que ce n'était
plus la poésie qui venait me chercher, mais moi qui m'essoufflais a
courir après elle." Ed i pochi versi erano questi, che celebravano la
presenza, l'onnipotenza, l'onnisapienza di Dio nella natura:
A lui che nell'erba del campo
La spiga vitale nascose,
Il fil di tue vesti compose,
Di farmachi il succo temprò,
Che il pino inflessibile agli austri,
Che docile il salcio alla mano.
Che il larice ai verni, e l'ontano
Durevole all'acque creò;
A quello domanda, o sdegnoso,
Perchè sull'inospite piagge,
Al tremito d'aure selvagge,
Fa sorgere il tacito fior,
Che spiega davanti a lui solo
La pompa del pinto suo velo,
Che spande ai deserti del cielo
Gli olezzi del calice e muor.
Il Manzoni, per propria confessione, voleva dimostrare che non vi è
nulla e nessuno inutile a questo mondo; che come Dio ha le sue ragioni
per far crescere il fiore nel deserto, così anche i monaci, anche gli
eremiti sebbene apparentemente inutili alla società, avranno qualche
merito, per le loro solitarie e segrete virtù, innanzi al Creatore. Ma
ancora qui il ragionamento vince ed ammazza il sentimento. Il Manzoni
ha pensato molto più che sentito gl'_Inni Sacri_. Non gli uscirono dal
cuore per impeto di una fede ardente, ma dalla testa, per disciplina
della propria ragione piegata e costretta a quell'esercizio letterario
dai consigli, dagli eccitamenti, anzi dai precetti di monsignor Luigi
Tosi suo confessore. Egli obbedì, ma era evidente che l'obbedienza gli
costava molta fatica. Si voleva fare dell'ode Pariniana un'ode
Cattolica, e si toglieva alla lirica il principale dei suoi caratteri,
la spontaneità. Nello sforzo per riuscir sublime, molte volte il
Manzoni negl'_Inni Sacri_ riuscì oscuro; una tale oscurità non si
dissimulava egli medesimo, e, anzi che scusarsene a chi gli domandava
schiarimento di qualche passo ambiguo, rispondeva su per giù come a
Luigi Frati, il quale aveva assunta l'apologia degl'_Inni Sacri_
contro il sacerdote Salvagnoli-Marchetti, autore di un opuscolo che li
bistrattava: "Si contenti ch'io non dica nulla sul passo, dove Ella
incontra difficoltà, e che, del rimanente, non porta il prezzo che
Ella se ne occupi, appunto perchè v'incontra difficoltà; giacchè le
parole hanno a dire da sè, a prima giunta, quel che voglion dire; e
quelle che hanno bisogno d'interpretazione, non la meritano."[4] .
L'Inno sacro del Manzoni è assai dotto, grave, solenne, elevato, quasi
epico; è evidente che, dopa essersi immerso nella lettura della Sacra
Scrittura per derivarne immagini, e tradurle in un linguaggio più
moderno, il Manzoni fece quanto poteva per inalzarle. Ma in questo
sforzo egli tolse un po' di naturalezza e di evidenza al sentimento;
volle fare un commento poetico, anzi un compendio della leggenda
biblica, e in questo lavoro tutto sintetico arrivò talvolta ad
interpretarla in modo grandioso, ma non mai, o quasi che non mai, in
modo popolare. L'Inno sacro manzoniano è buono per l'artista che vuol
credere, ma non pel popolo che crede. Cristo col suo mondo storico
appare, negl'_Inni Sacri_, come qualche cosa d'antico, di lontano da
noi, che la sola immaginazione storica può ritrovare, non già
presente, non già vivo, che nasce, che soffre, che risorge. Le
immagini degl'_Inni Sacri_, quasi tutte bibliche, non sono più vive
per la nostra moderna poesia, e non corrispondono quasi mai
all'altezza de' pensieri e de' fatti che dovrebbero esprimere e far
più evidenti. Tutti hanno a memoria le due prime strofe del _Natale_
cioè l'immagine d'una valanga che ci ricorda il Manzoni alpinista,
tornato di fresco da un viaggio nella Svizzera e dall'ammirazione
della _Parteneide_ del Bággesen; la valanga è stupendamente descritta:
Qual masso, che dal vertice;
Di lunga erta montana,
Abbandonato all'impeto;
Di romorosa frana,
Per lo scheggiato calle,
Precipitando a valle,
Batte sul fondo e sta;
Là dove cadde, immobile
Giace in sua lenta mole,
Nè per mutar di secoli
Fia che riveggia il Sole
Della sua cima antica,
Se una virtude amica
In alto nol trarrà;
a questo punto il lettore s'arresta, perchè ha bisogno di ripigliar
fiato, come l'avrà di certo ripreso assai lungo il Manzoni scrivendo,
e questo riposo che l'autore ed il lettore sono obbligati a prendere
dopo due strofe, non è atto troppo ad agevolare l'intelligenza di
quello che deve seguire. Lasciando poi stare che non è mai venuto in
mente ad alcuno, e al Manzoni meno che ad altri, che _alcuna virtù
amica_ possa immaginarsi di far risalire in cima d'un monte quel
macigno che n'è precipitato, nessuno si sentirà disposto a commuoversi
al pensiero poco dopo espresso che l'uomo, per il peccato originale,
sia caduto nella condizione medesima di quel macigno che non può da sè
risorgere a quell'altezza, onde la giustizia o la vendetta di Dio lo
precipitò. La comparazione dal maggior numero de' lettori che
declamano l'Inno del _Natale_, non è, per fortuna, intesa; si guarda
alla similitudine e non all'oggetto comparato; se fosse intesa, più
tosto che commuovere, quasi offenderebbe. Ed il Manzoni non era di
certo commosso, quando intonava il suo Inno. Proseguendo, il Poeta
s'infiamma nel suo canto mistico e trova parole eloquenti per
esprimere alcuni alti concetti; ma il Bambino Gesù si vede poco, quel
Bambino che nei rozzi canti popolari di Natale, i quali si sentono in
Italia, in Francia, in Ispagna, si ode veramente piangere, ha freddo,
è povero, è accarezzato, è venerato. Io mi ricordo essermi intenerito,
da fanciullo, cantando in coro con ingenua fede uno di que' rozzi
idillii natalizii innanzi al Presepio; nessuno potrebbe innanzi al
Presepio cantare ora tutto il _Natale_ del Manzoni, perchè troppi
versi vi sono, i quali avrebbero bisogno di commento per venire
intesi, atti benissimo a significare alle persone colte (che pur
troppo, in Italia almeno, non vanno più in chiesa a cantar inni) la
grandezza del mistero che si vela nel nascimento di Cristo, ma non già
a rappresentarlo in forma viva al popolo, al quale la poesia sacra è
specialmente destinata. Il fine dell'Inno manzoniano sul _Natale_
assume il tono del canto popolare; tuttavia qua e là occorrono ancora
versi o immagini troppo sapienti. Il popolo capirà, per esempio,
perfettamente il principio di questa strofa:
Dormi, o Fanciul non piangere,
Dormi, o Fanciul celeste;
Sovra il tuo capo stridere
Non osin le tempeste.
Il popolo capisce questa specie di tenerezza; ma essa non avrebbe mai
aggiunto di suo i tre versi rettorici che seguono, i quali descrivono
le tempeste:
Use su l'empia terra,
Come cavalli in guerra,
Correr dinanzi a te;
oltre che al nostro popolo l'idea che la _terra_ sia _empia_ non può
entrare. Il popolo intenderà i due primi versi della strofa che segue:
Dormi, o Celeste, i popoli
Chi nato sia non sanno;
e non più i seguenti:
Ma il dì verrà che nobile
Retaggio tuo saranno;
Che in quell'umil riposo,
Che nella polve ascoso
Conosceranno il Re.
Per il popolo il Bambino nasce ogni anno. Il Manzoni si riporta col
suo pensiero all'anno storico della nascita del Redentore, per
profetare che un giorno il Bambino sarà adorato "in quell'umil riposo"
come il Re. Ma il popolo che canta il Bambino che nasce, e però la
poesia del _Natale_, non si cura di quello che ne penseranno i
posteri; il Bambino è nato a posta per esso, esso lo canta, lo adora,
come suo proprio Dio, che crescerà per lui, che per lui farà miracoli
e si lascerà un giorno ammazzare. Il Manzoni volle, nel suo Inno,
abbracciare il passato e l'avvenire, cantare ad un tempo come un
antico cristiano, e come un cattolico del secolo XIX, quasi da Dio
mandato a spiegare con la poesia i misteri del Cristianesimo. Egli
compose parecchi bei versi, espresse alcuni alti e nobili concetti;
come poeta, sostenne e forse accrebbe la propria fama, ma, sebbene
gl'_Inni Sacri_ si leggano, si spieghino e si raccomandino nelle
scuole e nei seminarii d'Italia, nessuno è riuscito fin qui a farli
imparare a memoria e cantare dal nostro popolo. Il Manzoni credette
talora con immagini popolari render più chiari i suoi concetti morali;
ma l'immagine, senza dubbio, chiarissima ed in Manzoni quasi sempre
pittoresca, per la sua troppa luce abbaglia, e c'impedisce di veder
bene quello che è destinata ad illuminare. Nella _Passione_ ci si
descrive, per esempio, l'altare della chiesa parato a bruno:
Qual di donna che piange il marito.
Ecco l'immagine di una realtà ben viva; ma bisogna andare a pensare
che la Chiesa ha chiamato sè stessa la Sposa di Cristo, per intenderne
il motivo; onde, per capire l'immagine bisogna presupporre nel popolo
una nozione che gli manca. Nella _Risurrezione_, per dirci che Cristo
non durò alcuna fatica a rovesciare il marmo del suo sepolcro, il
Manzoni ricorre ad una similitudine, per la quale il Redentore ci
appare in figura di uno di que' poderosi Giganti della leggenda
popolare indoeuropea, che senza alcuna fatica operano prodigiosi
_tours de force_; e la lenta cura che pone il Poeta nel rappresentarci
la similitudine, diminuisce l'efficacia dell'atto taumaturgico
attribuito al Cristo:
Come, a mezzo del cammino,
Riposato, alla foresta,
Si risente il pellegrino
E si scote dalla testa
Una foglia inaridita,
Che dal ramo dipartita
Lenta lenta vi ristè;
Tale il marmo inoperoso,
Che premea l'arca scavata,
Gittò via quel Vigoroso,
Quando l'anima tornata
Dalla squallida vallea
Al Divino che tacea:
Sorgi, disse, io son con te.
Ma quando il Manzoni, nell'Inno medesimo, lascia stare i dogmi od i
miti, per tornare a predicar semplicemente quella carità cristiana
ch'egli sentiva già fortemente anche prima di mettersi nelle mani del
suo confessore, quella carità ch'è principio, fonte, alimento d'ogni
religione, il suo linguaggio torna semplice, naturale, eloquente.
Nella festa della Pasqua, ossia nella risurrezione primaverile, tutto
il mondo si rallegra e sorride, ed i Cristiani si danno il bacio
fraterno del perdono, e siedono democraticamente ad una mensa comune;
ma perchè tutti mangino, il ricco non deve mangiar troppo; onde il
Manzoni ci canta:
Sia frugal del ricco il pasto;
Ogni mensa abbia i suoi doni;
E il tesor negato al fasto
Di superbe imbandigioni
Scorra amico all'umil tetto;
Faccia il desco poveretto
Più ridente oggi apparir.
Nel _Nome di Maria_ notasi non pure lo stento dei pensieri, ma ancora
un certo stento di parole, non di rado antiquate;[5] il Manzoni si
ricordò forse troppo delle nostre antiche _Laudi spirituali_, e questo
riuscì certamente l'Inno più cattolico del Manzoni. Ma il puro
Cattolicismo non seppe mai inspirar nulla di grande; e se non si
sapesse che il Manzoni non ischerzava mai con le cose sacre, si
direbbe in alcune strofe ch'egli, anzi che scrivere un inno originale,
volesse parodiare certi poeti classicheggianti. È strano infatti il
trovare in una sola poesia manzoniana forme come queste: _quando cade
il die, invita ad onorarte, d'oblianza il copra, se ne parla e plora,
d'ogni laudato esser la prima, in onor tanto avémo, vostri antiqui
Vati, i verginal trofei, nosco invocate_. Conviene invece a tutti i
Cristiani, siano cattolici, sian protestanti, l'Inno manzoniano della
_Pentecoste_, ossia l'inno dell'amore, l'inno della carità. Il Manzoni
sta per uscir dalla tutela troppo opprimente della sua guida
spirituale. Egli è arrivato finalmente a riposare non più nel genere,
ma in una sua propria specie di fede; ma egli vuole poi esser libero
di cantarla come la sente, non vuol più traccie, la traccia egli se la
darà questa volta da sè; non teme oramai più il ridicolo, che da
principio lo disturbava ed irritava, è arrivato alla calma, anzi a
quella pace che _il mondo irride_, ma _non può rapire_, e chi ha la
pace nell'anima è libero e padrone di sè. Perciò, nel suo Canto della
_Pentecoste_, che appartiene già ad un nuovo ciclo della vita
manzoniana, il Poeta ritrova nuovamente sè stesso, tutta la sua
originalità, tutta la sua potenza; noi sentiamo risorgere il Manzoni
dell'Imbonati, ma rinvigorito, ma più eloquente, ma più sereno e più
grande; noi recitiamo commossi la sua magnifica invocazione lirica
all'_Amore cristiano_, perchè si diffonda e si comunichi a tutte le
vite, a tutte le età della vita:
Noi t'imploriam; nei languidi
Pensier dell'infelice
Scendi, piacevol Alito,
Aura consolatrice;
Scendi bufera ai tumidi
Pensier del vïolento;
Vi spira uno sgomento,
Che insegni la pietà.
Per te sollevi il povero
Al ciel ch'è suo, le ciglia;
Volga i lamenti in giubilo,
Pensando a Cui somiglia;
Cui fu donato in copia,
Doni con volto amico,
Con quel tacer pudìco,
Che accetto il don ti fa.
Spira dei nostri bamboli
Nell'innocente riso;
Spargi la casta porpora
Alle donzelle in viso;
Manda alle ascose vergini
Le pure gioie ascose;
Consacra delle spose
Il verecondo amor.
Tempra dei baldi giovani
Il confidente ingegno;
Reggi il viril proposito
Ad infallibil segno;
Adorna la canizie
Di liete voglie sante;
Brilla nel guardo errante
Di chi sperando muor.
Dopo queste strofe sacre il Manzoni non ne scrisse altre; egli sentì
che non si poteva andare più in su, tutti i dogmi religiosi si
riducono finalmente ad una sola parola: _amate_. Dopo aver cantato
l'amore, dopo averlo probabilmente sentito nella sua maggior veemenza,
e sotto le varie forme, con le quali nella vita si può amare, il
Manzoni stava per espandere liberamente il suo genio giovanile già
temprato, e per drizzare il suo proposito virile a segno infallibile.
Ma il confessore gli stava ancora presso per ricordargli ch'egli avea
dato di sè pubblico scandalo, e che come pubblico era statolo
scandalo, pubblica dovea essere la riparazione.[6] Non bastava che
ci fosse diventato cattolico, e che egli avesse composto inni
intieramente ortodossi; doveva adoprare tutto il suo ingegno in difesa
della religione cattolica. La Chiesa sapeva bene quanto quell'ingegno
valesse, e se lo volle appropriare. Al Manzoni fu imposto come
penitenza da monsignor Tosi l'obbligo di scrivere le _Osservazioni
sopra la Morale cattolica_. Noi leggiamo con ammirazione nella _Vita_
dell'Alfieri che il grande Astigiano ordinava al suo servitore di
legarlo fortemente alla sedia per obbligarsi al lavoro; ma non abbiamo
letto senza una grande pietà e confusione, che monsignor Tosi chiudeva
in camera Alessandro Manzoni, perchè mandasse innanzi il libro sulla
_Morale cattolica_ che non voleva andare avanti. Il fatto ci è
assicurato dall'egregio biografo del Tosi, professor Carlo Magenta, il
quale scrive precisamente: "Il Tosi, vedendo che quel lavoro procedeva
lento, perchè l'Autore era occupato in altri studii, trovandosi a
Brusuglio, ad una cert'ora del giorno andava a chiudere il Manzoni nel
suo studio, dichiarandogli che non l'avrebbe lasciato escire, finchè
non avesse scritto un certo numero di pagine." Dallo stesso biografo
abbiamo appreso con una specie di terrore che il Tosi consigliava il
Manzoni a mettere in versi la storia di Mosè ed un lavoro ascetico, di
cui ci è rimasta una traccia. Basterà per saggio che io ne riporti
l'introduzione: "L'uomo aspira a riposare nella contentezza, ed è
agitato dal desiderio di sapere; e, pur troppo, abbandonato a sè
stesso cerca la soddisfazione in vani diletti ed in una scienza vana.
Oggi ci è dato un Consolatore che insegna. Felici noi, se sappiamo
comprendere che l'unica vera gioia e l'unico vero sapere vengono dallo
Spirito che il Padre ci manda, nel nome di Gesù Cristo." Come non
fremere al pensiero che, se il Manzoni s'imbecilliva in un'opera di
tal natura, l'Italia non avrebbe forse mai avuto i _Promessi Sposi_? E
chi sa quante belle pagine de' _Promessi Sposi_ sono andate perdute
per la condanna di quel bravo e sant'uomo, che era monsignor Tosi! Il
signor Magenta ci dice che il Tosi "avrebbe voluto togliere quel brano
bellissimo dei _Promessi Sposi_, in cui il Padre Cristoforo, dopo
avere sciolta Lucia, soggiunge quelle commoventi parole che tutti
sanno: _Peccato, figliuola? peccato il ricorrere alla Chiesa, e
chiedere al suo ministro che faccia uso dell'autorità che ha ricevuta
da essa, e che essa ha ricevuta da Dio? Io ho veduto in che maniera
voi due siete stati condotti ad unirvi; certo, se mai m'è parso che
due fossero uniti da Dio, voi altri eravate quelli; ora non vedo
perchè Dio v'abbia a voler separati;_" parrebbe che questo passo fosso
abbastanza religioso: ma al Tosi non bastava; ei si faceva ancora
scrupolo, non avrebbe prosciolto Lucia dai voti, e da cattolico
conseguente non poteva permettere che l'Autore del romanzo, posto che
Lucia avea fatto voto alla Madonna di non isposar Renzo, li mandasse
finalmente insieme all'altare. Ma si trovò, per fortuna, in Milano un
altro prete di manica più larga, un altro amico, Don Gaetono Giudici,
al quale il Manzoni dava a leggere gli stamponi dei _Promessi Sposi_,
e Don Giudici vedendo che il Manzoni, per obbedienza al confessore,
stava già per dar di frego a quelle parole e a parecchie altre pagine,
vi si oppose energicamente. Il Manzoni lavorava dunque sotto una
duplice censura, l'austriaca e l'ecclesiastica; ed abbiamo tutte le
ragioni di credere che, se la prima sacrificò qualche parola, la
seconda ci privò di molte belle pagine e chi sa forse d'intieri volumi
manzoniani. Non apprendiamo forse dalle lettere del Manzoni al Tosi
che questi cercava pure distoglierlo, nel 1824, dal lavoro sulla
lingua italiana, al quale il Manzoni fin da quel tempo attendeva,
temendo ch'egli vi si affaticasse troppo ed entrasse in polemiche
letterarie? Polemiche contro il Sismondi per la difesa del
Cattolicismo si potevano fare, e non erano da temersi; il Manzoni
dovea invece più tosto riposarsi in un ozio beato ed infingardo, che
correre il pericolo di agitare in Italia alcuna nuova questione
letteraria che poteva divenir nazionale. Ma io qui mi fermo, per
timore di cambiare il mio studio biografico sopra il Manzoni in una
specie di processo contro il suo confessore, che, lo ripeto, era uomo
di santi costumi, ed aggiungerò ancora di svegliato ingegno e d'animo
liberale ed amantissimo della patria; ma i sillogismi cattolici sono
terribili e fatali per la loro angustia; chi si rassegna a ragionare
in quel dato modo, come l'esemplare delle opere del Voltaire già
possedute dal Manzoni, avrebbe potuto indifferentemente sopprimere il
genio del Manzoni. Alcune delle lettere di lui al Tosi ci fanno paura;
questa per esempio:--"Veneratissimo e Carissimo Signor Canonico. Le
rispondo immediatamente, perchè Ella possa assicurare la nota persona
che tutto sarà saldato. Io intanto ringrazio vivamente il Signore che
ci ha offerto questo fortunato mezzo di propiziazione per noi
peccatori, e ringrazio pure di cuore la carità di Lei, del cui Santo
Ministero Dio si vale per tutto quel bene ch'io possa fare. Dico senza
esitare questa parola, perchè malgrado la mia profonda indegnità sento
quanto possa in me operare la Onnipotenza della Divina Grazia. Si
compiaccia di pregare il buon Gesù che non si stanchi di farne
risplendere i miracoli in un cuore che ne ha tanto bisogno. È inutile
raccomandarle il segreto. Si ricordi intanto d'una famiglia che tanto
la venera ed ama, e mi tenga sempre Suo umilissimo e affezionatissimo
Figlio in Gesù Cristo, ALESSANDRO MANZONI."--Questo eccesso di umiltà
cristiana ci atterra. La lettera allude, senza dubbio, ad una buona
azione, a qualche opera di carità, per la quale il futuro Autore di
quei bei versi, in cui si raccomanderà di far l'elemosina:
Con quel tacer pudìco
Che accetto il don ti fa,
domanda il segreto. Ma il linguaggio di quella lettera, pur troppo, ci
umilia. Per fortuna, il Manzoni stesso reagì da sè medesimo contro
quella servitù e contro quell'unzione di linguaggio, per tornare uomo
anche col proprio confessore. Si trovano perciò con piacere molte
altre lettere, nelle quali il Manzoni scrive al Tosi con molta
naturalezza, e si rivela bonariamente qual è, senza prendere ad
imprestito alcuno stile d'occasione e di convenienza o di obbedienza;
che se il Manzoni _solamente cattolico_ ci faceva l'effetto di un uomo
asfissiato, noi ci sentiamo in esse inondare da un aere più spirabile
che ci rinfresca e ci rasserena. Il Manzoni stesso temette, del resto,
egli medesimo d'esser preso per più cattolico ch'egli veramente non
fosse e non si sentisse, e in un momento di molta, se non ancora di
perfetta, sincerità, nei primi giorni dell'anno 1828, se ne confessava
candidamente ad una donna, alla poetessa piemontese Diodata Saluzzo
Roero, la quale rallegravasi con lui, perch'egli fosse apparso al
prete Lamennais di allora "religieux et catholique jusqu'au profond de
l'ame." Quell'opinione lo spaventava come eccessiva, e però egli le
scriveva: "Egli è vero che l'evidenza della religione cattolica
riempie e domina il mio intelletto; io la vedo a capo e in fine di
tutte le questioni morali; per tutto dove è invocata, per tutto donde
è esclusa. Le verità stesse che pur si trovano senza la sua scorta,
non mi sembrano intere, fondate, inconcusse, se non quando sono
ricondotte ad essa ed appaiono quel che sono, conseguenze della sua
dottrina. Un tale convincimento dee trasparire naturalmente da tutti i
miei scritti, se non fosse altro, perciocchè, scrivendo, si vorrebbe
esser forti e una tale forza non si trova che nella propria
persuasione. Ma l'espressione sincera di questa può, nel mio caso,
indurre un'idea pur troppo falsa, l'idea di una fede custodita sempre
con amore, e in cui l'aumento sia un premio di una continua
riconoscenza; mentre invece questa fede io l'ho altre volte ripudiata
e contraddetta col pensiero, coi discorsi e colla condotta; e
dappoichè, per un eccesso di misericordia, mi fu _restituita_
(avvertasi la parola _restituzione_, la quale implica soltanto che vi
furono anni, in cui il Manzoni negò o più tosto non custodì bene la
fede cattolica, in cui era stato allevato, e diminuisce perciò il
merito taumaturgico degli operatori della conversione di lui), troppo
ci manca che essa animi i miei sentimenti e governi la mia vita, come
soggioga il mio raziocinio. E non vorrei avere a confessare di non
sentirla mai così vivamente, come quando si tratta di cavarne delle
frasi; ma almeno non ho il proposito d'ingannare, e col dubbio d'aver
potuto anche involontariamente dar di me un concetto non giusto, mi
nasce un timore cristiano d'essere stato ipocrita, e un timore mondano
di comparire tale agli occhi di chi mi conosce meglio." Questa
preziosa confessione può ridursi ad una sola formola: dal Manzoni
cattolico uscirono, in somma, sole voci di testa; ed ora udremo, se vi
piace, le sue più gagliarde e spontanee voci di petto, e vedremo
finalmente spiegarsi tutta la singolare originalità del genio
manzoniano.
[1] La vita del Manzoni in quegli anni ci è così descritta dal
Sainte-Beuve: "Nel 1808 si ammogliava. Occupavasi d'agricoltura e
d'abbellire la sua villa di Brusuglio presso Milano; poi tornava
in Francia a rivedere gli amici della _Maisonnette_: e dava il
Fauriel per padrino alla sua primonata, imponendole i nomi di
Giulietta-Claudina. Così passava i giorni tra la famiglia, le
piante ed i versi; e questi tenean forse l'ultimo posto. Il
Mustoxidi scriveva da Milano al Fauriel: "Alessandro e gli altri
della famiglia godono salute, e spesso vi ricordano. Tutto dedito
alle cure domestiche, mi pare che s'allontani troppo di frequente
dalle Muse, le quali pur gli furono liberali di santi favori (20
dicembre 1811)." Ma il Manzoni non s'allontanava forse dalla
poesia quanto pareva; essa doveva tornare a lui, di lì a qualche
tempo, ricca di nuovi e più santi gaudii. Dato alla famiglia come
il Racine, sebbene forse un po' troppo presto convertito verso il
1810 alle idee religiose e alla pratica cristiana, padre, sposo,
amico, davasi tutto, con animo pacato, ai più ordinati sentimenti,
prendeva i costumi e gli abiti più puri e naturali; pareva vi si
seppellisse. Non temete! L'immaginazione saprà trovar la sua
strada; essa rimane sempre viva in certe anime ardenti insieme e
delicate. Egli era di quelli, nel quali dovea verificarsi il bel
motto proferito dal Fauriel nei loro primi colloquii:
"L'immaginazione, quando s'applica alle idee morali, cogli anni,
anzichè raffreddarsi, si fortifica e raddoppia d'energia." Il
Manzoni adunque in que' tempi occupavasi pur sempre di poesia, se
non per farne, almeno per godere di tutto ciò che ne forma
l'oggetto, e la parte migliore. Se l'architettura e i disegni di
ville degni del Palladio parevan qualche volta dominare
soverchiamente nelle sue fantasie, l'agricoltura e i suoi piaceri
innocenti gli sorridevano più tranquillamente in mezzo a quella
quiete. Il Fauriel inviavagli di Francia gran copia di scelte
semenze, che riempivano i desiderii dell'amico cadendo su terra
ubertosa; e i bachi da seta soprattutto e i gelsi erano la sua
grande faccenda sul fine di maggio, come la trattura della seta.
Un giorno, nei primi momenti della sua andata in campagna, uno
sciame di api venne a stabilirsi nel suo giardino, proprio sotto i
suoi occhi, quasi per dar pascolo di piaceri e studii classici a
questo figliuol di Virgilio. Erano gioie sì pure, che la poesia
non poteva esser lontana." Fin qui il Sainte-Beuve.--Ho veduto due
opere d'agricoltura, del Re e del Lastri, con postille autografe
del Manzoni. La lettera del Manzoni al Grossi che pubblicai nella
_Rivista Europea_, ed uno scritto pubblicato dai signor Galanti
nella Perseveranza sopra il Manzoni agronomo, provano chiaramente
che egli era non solo molto appassionato, ma anche
intelligentissimo delle cose agrarie. Sappiamo pure ch'egli
s'occupava a Brusuglio di bachicoltura; e non ci deve perciò recar
meraviglia" sebbene possa parere un po' tirata, la similitudine
che troviamo ne' _Promessi Sposi_, quando Don Gonzalo, per
risovvenirsi dell'affare di Lorenzo Tramaglino, un filatore di
seta come il Manzoni, che ha dimenticato "al campo sopra Casale,
dov'era tornato, e dove aveva tutt'altri pensieri, alzò e dimenò
la testa, _come un baco da seta, che cerchi la foglia_."--Poichè
abbiamo ora sorpreso il Manzoni in casa sua, dirò pure che egli
non solo leggeva i proprii libri, ma che li postillava quasi
sempre, mettendosi volentieri in dialogo con l'autore da lui
letto; ebbi in mano alcuni de' suoi libri postillati: uno di essi
che posseggo è il seguente; _La théorie del'Economie politique
fondée sur les faits résultants des statistiques de la France et
da l'Angleterre_, par M. Ch. Ganilh: Paris, 1815. Nel secondo
volume si trovano sei postille. Credo che possa destare qualche
curiosità il vedere in qual modo il Manzoni leggeva e intendeva e
criticava un libro di economia politica. Alla pag. 249 l'Autore
scrive: "Comme l'on ne peut consommer habituellement les produits
de l'étranger, qu'autant qu'on peut en payer la valeur en produits
indigènes, il s'ensuit évidement que la consommation des produits
indigènes est de la même valeur; et ce qu'il ne faut pas perdre de
vue, c'est que, sans la consommation des produits exotiques,
l'équivalent en produits indigènes n'aurait pas existé. L'effet
nécessaire de la circulation des produits étrangers dans un pays,
quand ils sont d'une nature différente de celle des produits
nationaux, est donc d'accroître ces produits, de favoriser
l'industrie particulière de chaque peuple, etc." Il lettore
Manzoni riproduce in margine lo stesso passo con una breve
omissione e con alcune proprie aggiunte, che segneremo in corsivo:
"Comme l'on ne peut consommer, habituellement _ou non_, les
produits de l'étranger (_qu'ils soient ou non d'une nature
differente de celle des produits nationaux_) qu'autant qu'on peut
en payer la valeur en produits nationaux, il s'ensuit évidemment
que la consommation des produits exotiques, quelle _que soit leur
nature_, nécessite la production d'une quantité de produits
indigènes de la même valeur. L'effet nécessaire de la circulation
des produits étrangers dans un pays, _même quand ils sont de même
nature que les produits nationaux_, est donc d'accroître ces
produits, de favoriser l'industrie particulière de chaque peuple,
etc." L'Autore ripiglia: "Enfin les peuples, en se refusant à la
circulation de leurs produits identiques, me semblent avoir rempli
parfaitement les intentions de la nature, et s'être conformés
strictement à ses lois bienfaisantes. La circulation des produits
identiques ne peut s'établir et se maintenir que par la
concurrence, qui excite parmi les concurrens l'envie, la haine, et
toutes les passions anti-sociales". Il Manzoni è pronto a
ribattere: "_Oh prodige d'irréflexion! Il ne s'est pas souvenu que
la concurrence est tout naturellement établie entre les fabricants
et les débitants de produits identiques dans un même pays. Pour la
prévenir, il faudrait qu'il n'y eût, par exemple, qu'un seul
cordonnier en France_." Alla pag. 221, il Ganilh scriveva; "On
chercherait inutilement, par la pensée, un seul cas où un individu
quelconque pût être offensé ou affligé de voir, dans le marché de
sa localité, des produits différens de ceux de son sol et de son
industrie." Il Manzoni, che ama la precisione, scrive in margine,
con la solita arguzia: "_Il n'a pas observé qu'il y a des produits
de nature différente, et qui servent aux mêmes usages. Ainsi_ un
individu quelconque_ qui fabriquerait des étoffes de laine ou de
fil, pourrait être fort bien _offensé_ ou _affligé_ de voir
apparaître pour la première fois sur son marché des étoffes de
soie; un fruitier de voir pour la première fois arriver des
oranges, etc."_ A pag. 222, l'Autore dice d'un'imposta che è a
danno dei produttori e dei consumatori, ma torna a beneficio dello
Stato: il Manzoni annota maliziosamente: _"Il faut donc entendre
un État duquel sont exclus les consommateurs et les producteurs."_
A pagina 224, il Ganilh si pronuncia contro la libertà sconfinata
del cambio, che "tend a soumettre toutes les industries
particulières a l'industrie du peuple le plus industrieux, toutes
les aisances nationales a la richesse du peuple le plus riche." Il
Manzoni, logico implacabile, interrompe questo slancio di
eloquenza protezionista, osservando che il popolo più ricco vende
_"mais a condition que ceux qui lui achètent ne s'appauvriront
pas; car autrement il ne pourrait plus leur vendre."_ Alla pag.
292, l'Autore sconsiglia i trattati di commercio con la Cocincina;
l'Europa comprerebbe dalla Cina che, alla sua volta, non farebbe
acquisto dei prodotti dell'Europa. Il Manzoni obbietta:
_"Inconcevable! Il ne voit pas que si l'Europe achetait le sucre
de la Cochinchine, celle-ci aurait le moyen d'acheter les produits
du sol et de l'industrie de l'Europe: car, sans cela que
ferait-elle des 125 millions (supposés} que l'Europe lui
enverrait? Il ne voit pas que 125,000,000 importés tous les ans et
jamais rendus embarrasseraient autant un pays que la même somme
exportée annuellement et jamais remplacée. Au reste, il suppose
que la Cochinchine pourrait fournir du sucre pour la consommation
entière de l'Europe, etc., etc."_
[2] "Au sortir (scrive il Loménie) d'une conversation avec une
personne fort distinguée qui a vécu dans l'intimité de Manzoni, et
qui, après m'avoir raconté en quelques mots sa vie assez dénuée
d'incidents pittoresques, avait excité au plus haut point mon
intérêt en me parlant longuement du caractère et des habitudes du
poëte milanais, dans le but de me prouver que Manzoni était,
suivant l'expression du narrateur, _tout ce qu'ily a de moins
homme de lettres,_ je m'en allais cherchant parmi les _hommes de
lettres_ de notre pays et de notre temps quelque poëte célèbre,
douè d'une modestie plus grande encore que son talent, d'une piété
aussi sincère qu'éclairée, sans affectation comme sans
intolérance; quelque nature riche à la fois d'élévation, de
finesse, d'ingénuité et d'abandon; quelque caractère reste simple,
honnête et bon, malgré les séductions du génie et les corruptions
de la gloire; quelque chose enfin qui pût m'aider à comprendre et
faire comprendre Manzoni au lecteur par la comparaison. J'étais un
peu embarrassé, quand j'eus l'idée de rétrograder de deux siècles,
et de relire les Mémoires que le fils de Racine nous a laissés sur
la vie de son père. J'avais trouvé mon affaire.--Et ce n'est pas
seulement par le côté moral qu'il (Manzoni} ressemble á Racine; ce
n'est pas seulement parce qu'il s'est renfermé très-jeune encore
dans ces jouissances paisibles et pures d'époux, de père et de
chrétien, qui firent le bonheur de Racine après _Phèdre,_ depuis
son mariage jusqu'à sa mort; ce n'est pas seulement parce qu'il a
de Racine, avec la simplicité des goûts, une légère teinte de
causticité tempérée par le sentiment religieux qui charme dans
maintes pages du beau roman des _Fiancés,_ comme elle se fait jour
dans la comédie des _Plaideurs;_ ce n'est pas seulement parce
qu'il abhorre franchement, comme Racine, tout entretien relatif à
lui-même et à ses productions littéraires, que l'auteur de
_Carmagnola_ et d'_Adelchi_ peut, sous plusieurs rapports, être
comparé à l'auteur d'_Esther_ et d'_Athalie._ Ces deux hommes
représentent à la vérité dans l'art dramatique deux systèmes bien
différents; mais, de tous les dramaturges de l'école dite
_romantique,_ je n'en connais point qui, par la délicatesse du
sentiment moral, le fini et la distinction de la forme, se
rapproche autant que Manzoni du plus pur, du plus élégant, du plus
harmonieux représentant de la tragédie classique. Offrant dans
leur caractère, dans le tour de leur inspiration, et dans la
physionomie générale de leurs oeuvres, je ne sais quel air de
famille qui perce à travers la différence des idées, des pays et
des temps, ces deux poëtes présentent encore une certaine analogie
au point de vue biographique. Des deux côtés c'est la même vie
honnête et simple, plus calme, plus solitaire, plus indépendante
chez Manzoni, garantie plus tôt des orages du coeur par la
croyance religieuse et les chastes douceurs d'un mariage heureux,
moins affairée que celle de Racine, moins mélangée de soucis
mondains et de devoirs de cour, mais également marquée par une
double période d'inquiétude dans le doute et de repos dans la
foi."
[3] Gli argomenti dovevano esser questi: Il Natale, L'Epifania, La
Passione, La Risurrezione, L'Ascensione, La Pentecoste, Il Corpo
del Signore, La Cattedra di San Pietro, L'Assunzione, Il Nome di
Maria, Ognissanti, I Morti.
[4] Il pubblico italiano non s'accorse degl'_Inni Sacri, _se non dopo
pubblicato il_ Cinque Maggio_. Quando, nel 1817, Carlo Mazzoleni
indirizzava per essi complimenti al Manzoni, questi gli
rispondeva: "Io non so quali grazie rendervi per le lodi, colle
quali mi fate animo a proseguire questi lavori. Se io non dovessi
attribuirle in gran parte alla indulgente vostra amicizia, mi
leverei davvero in superbia; ma ad ogni modo _l'indifferenza del
pubblico_ mi farà stare a segno." Quando il Manzoni era forse
ancora contento degl'_Inni Sacri_ usciti di fresco da un parto
molto laborioso, il pubblico non se ne volle accorgere; quando il
pubblico se ne accorse e se ne contentò, chi non era più contento
degl'_Inni Sacri_ era il Manzoni stesso
[5] In Milano si conservano alcune strofe dello stesso componimento,
non più felici, che lo stesso Poeta tolse via, nel momento di
stamparlo.
[6] Dopo la morte del Manzoni, fu raccontato che il grand'uomo un
giorno a chi lo ringraziava del bene ch'egli avea fatto, rispose
commosso: "Senta, se c'è un nome che non meriti autorità, questo
nome è il mio. Lei forse non sa che io fui un incredulo e un
propagatore d'incredulità e con una vita conforme alla dottrina,
che è il peggio. E se la Provvidenza mi ha fatto vivere tanto, è
perchè mi ricordi sempre che fui una bestia e un cattivo." Il
Manzoni evidentemente, per eccesso di umiltà cattolica e
d'immaginazione, si calunniava, esagerando la propria giovanile
empietà e gli stravizii della sua vita di studente.