Il tuo MANZONI B.a"

[3] "Buttura Antonio (scrive il Romussi) buon critico e poeta, nato a

Malcesine sul Lago di Garda nel 1771, partigiano della Repubblica

francese a Venezia, epperciò favorito da Napoleone, si trasferì,

dopo il Trattato di Campoformio, a Parigi, dove morì nel 1832. Fu

professore al Pritaneo di San Ciro ed all'Ateneo, dove successe al

Ginguené; la traduzione del Boileau, di cui parla il Manzoni (in

una sua lettera del 1806), fu pubblicata nel 1816.

X

Carme autobiografico.

Quantunque già pubblicato a Lugano in fronte alle _Vite degli illustri

italiani_ di Francesco Lomonaco, fino a pochi anni innanzi era

pochissimo noto il Sonetto giovanile di Alessandro Manzoni, ove si

muove lamento, perchè l'Italia trascuri i suoi migliori ingegni, fin

che son vivi, per piangerli morti:

Tal premii, Italia, i tuoi migliori; e poi,

Che pro se piangi e 'l cener freddo adori,

E al nome vôto onor divini fai?

Sì, da' barbari oppressa, opprimi i tuoi,

E ognor tuoi danni e tue colpe deplori

Pentita sempre, e non cangiata mai.

Nel principio del Sonetto, diretto a Francesco Lomonaco, si compiange

la sorte di questo giovine e già illustre esule napoletano, obbligato

a condur vita misera e raminga come Dante, l'antico esule gloriosa

fiorentino, del quale il Lomonaco aveva narrata la vita. Due anni

innanzi, in una nota al terzo canto del _Trionfo_, ove si descrivono

le stragi di Napoli, il Manzoni raccomandava già "l'energico e

veramente vesuviano rapporto fatto da Francesco Lomonaco patriotta

napoletano". Vogliono che il Manzoni vecchio dicesse avere in gioventù

concepite del Lomonaco grandi speranze, che non furono poi mantenute;

ma chi riferì quelle parole del Manzoni dovette frantendere; il

Lomonaco non ebbe tempo d'acquistar maggior gloria, poichè nell'anno

1810 che era, a pena, il trentesimoprimo della sua vita, egli

miseramente s'uccise. L'ingratitudine è cosa mostruosa in tutti, ma

più nei grandi ingegni. Ora io non posso credere che il Manzoni degli

scrittori che lo fecero maggiormente pensare, e quello che importa,

pensar giusto. Io ho voluto rileggere la _Vita di Dante_ scritta dal

Lomonaco. Ora, udite quali parole si leggono in fine di quella _Vita_:

"I benemeriti della repubblica letteraria non sono i pedanti, o i

servili imitatori, bensì quei che informati di una qualche potenza

vivificativa sanno altamente e profondamente pensare. Un filosofo

interrogò una volta l'Oracolo: quai mezzi praticar dovesse per divenir

immortale, e l'Oracolo gli rispose: _Segui il tuo genio_." Ci sono

simpatici quegli scrittori che esprimono meglio i nostri proprii

sentimenti; il Manzoni deve aver detto leggendo tali parole: esse

furono scritte per me; ed averle presenti quando, due o tre anni dopo,

scriveva in Parigi il suo programma civile e poetico, ossia il Carme

per l'Imbonati.[1] È vera fortuna per l'Italia che, nella primavera

dell'anno 1805, Alessandro Manzoni abbia dovuto recarsi in Francia. È

possibile, invero che proseguendo a rimanere in Milano, a respirar

l'aria delle scuole letterarie d'Italia, a vivere tra le maldicenze

puerili e pettegole de' nostri letterati, egli, a malgrado di tutta

l'originalità del proprio ingegno, non avrebbe trovato così presto

quella forma chiara, schietta, popolare di linguaggio, pel quale

veramente col Carme dell'Imbonati per la nostra poesia _incipit vita

nova_. A Parigi egli si trovò libero d'ogni impaccio scolastico, ed il

suo genio, per la prima volta, potè spaziare per vie proprie e non

ancora battute. _Sentir_ e _meditar_: ecco la sua gran formola

poetica; in Francia egli trovò pure il modo di esprimere naturalmente

questi _sedimenti meditati_, per l'esempio che gli offrivano gli

scrittori francesi. Il Carme per l'Imbonati è una prova eloquente che

il Manzoni ha sentito, meditato e imparato a scrivere con semplicità e

naturalezza. Esaminiamo ora dunque quali forti sentimenti dovessero

agitarlo e commuoverlo, quali pensieri governarlo, quando egli scrisse

a vent'anni, in Parigi, il bellissimo Carme. Che cosa sia veramente

avvenuto nella famiglia Manzoni, nel principio dell'anno 1805, quando

la signora Giulia Beccaria s'indusse a lasciare precipitosamente

Milano in compagnia del figlio Alessandro, non si può fino ad ora bene

affermare. Che il giovine Alessandro avesse avuto in Milano de' grossi

dispiaceri, si può argomentare dai versi stessi del Carme, ov'egli si

sfoga contro i vili che armarono contro il suo _nome_ l'operosa

calunnia. Carlo Imbonati era morto il 15 marzo dell'anno 1805, in

Parigi, assistito dalla signora Giulia Beccaria, madre del Manzoni. La

Giulia accompagnò le spoglie dell'amico a Brusuglio: villa, di cui

egli, sebbene avesse parecchie sorelle, l'aveva fatta erede. La madre

ed il figlio, dopo quella morte, partirono per Parigi, lasciando solo

Don Pietro in Milano; l'eredità lasciata alla Giulia Beccaria diede

occasione a molte ciarle; ora le ciarle, nelle quali anche gli uomini

eletti che vi si abbandonano, diventano volgo, le nove volte su dieci,

come sono figlie dell'ozio, sono madri di maldicenza. La signora

Giulia Beccaria non dovette essere risparmiata. Che fece allora il

figlio? Prima di tutto, egli non l'abbandonò più, e poi si preparò a

vendicarne, come potè, la fama oltraggiata. Del padre che morì

settantenne in Milano, due anni dopo la morte dell'Imbonati, e a cui

il figlio, avvertito troppo tardi in Parigi, non arrivò in tempo a

chiudere gli occhi, non troviamo se non un rapido cenno, abbastanza

freddo, per annunciarne la morte, in una lettera che il Manzoni

diresse nel marzo del 1807 all'amico Pagani da Brusuglio, ov'egli

s'era per pochi giorni condotto con la madre a mettervi in ordine i

suoi affari più urgenti. Nella stessa lettera, invece, il Manzoni

rappresenta all'amico la propria "felicità di avere per madre ed amica

una donna, parlando della quale, egli dice, troverò sempre più ogni

espressione debole e monca."[2] Ignazio Calderari, comune amico del

Manzoni e del Pagani, avendo poi, allora per l'appunto passato, com'ei

diceva: "due mezze giornate in paradiso," o sia, nella villa

dell'amico Manzoni a Brusuglio, scrivendo nel giorno stesso al Pagani,

gli fa il ritratto della signora Beccaria: "Che dirotti di sua madre?

Mi palpitava il cuore nel viaggio pel desiderio di conoscere una tal

donna, che io già amava e venerava come quella che forma la felicità

del nostro Manzoni, e da quanto vidi non posso ingannarmi che l'uno

formi la contentezza dell'altro, perchè nulla è tra loro di segreto:

l'uno a vicenda ambisce di prevenire i desiderii dell'altro, e si

protestano l'un dell'altro indivisibili. Tu trovi in lei una donna,

cui, non mancando alcuna delle vere grazie che adornano una donna, è

dato un senno maschio ed una facile quanto soave ed affettuosa parola;

è poi nel discorso tutta sentimento; ma quel che più attrae

l'ammirazione, è il vedere queste prerogative d'ingegno e di cuore

accompagnate da modestissimo contegno e spoglie affatto d'ogni

donnesco, benchè minimo pettegolezzo; mi pare insomma che essa si

assomigli perfettamente a quello che ce la rappresentavano le sue

lettere a te e al sempre caro e adorabile Arese, quando le leggevamo

insieme. Che bella coppia è mai quella! In verità, io credo non si

possa pregare miglior cosa ad un uomo che di avere una tal madre o un

simile padre!" Ma è pure unica la fortuna di una donna, la quale abbia

avuto per padre un Cesare Beccaria[3] e per figlio un Alessandro

Manzoni.[4] La madre del Manzoni, quando si recò a Parigi, non si

faceva chiamare altrimenti che la signora Giulia Beccaria; il nome del

Beccaria servì di passaporto e di commendatizia anche al nostro

giovine Alessandro presso la più eletta e la più colta società

parigina, ov'egli ebbe pure occasione di conoscere, fra gli altri

valentuomini, lo storico piemontese Carlo Botta, il quale, non potendo

ancora presagire in lui il futuro caposcuola del romanticismo in

Italia, gli divenne amico.[5] Il Manzoni stesso, in quel tempo, un

poco per farsi meglio conoscere, ma molto più forse per compiacere

alla propria madre, firmava le proprie lettere col doppio nome di

Manzoni-Beccaria; quando poi l'amico suo Pagani fece ristampare in

Milano, per conto dell'Autore,[6] il Carme _In morte dell'Imbonati_,

egli lo pregò di aggiungere pure sul frontispizio il nome del

Beccaria, specialmente dopochè il poeta Lebrun, allora molto in voga,

inviandogli un suo nuovo componimento stampato, lo avea, senz'altro,

salutato col nome di Beccaria, soggiungendo nella dedicatoria

manoscritta queste parole: "C'est un nom trop honorable pour ne pas

saisir l'occasion de le porter. Je veux que le nom de Lebrun choque

avec celui de Beccaria."[7] Il Pagani o dimenticò o finse o volle

dimenticare il singolare desiderio espressogli dall'amico, il quale

dovette contentarsi di sentirsi chiamare semplicemente: Alessandro

Manzoni. I versi per l'Imbonati non furono dunque scritti, come

sembrami siasi creduto fin qui, immediatamente dopo la morte di colui,

che, discepolo del Parini, dovea, se avesse vissuto, divenire la guida

spirituale del Manzoni; ma parecchi mesi dopo, nel febbraio dell'anno

1806, quando s'appressava l'anniversario della sua morte, ed assai

probabilmente per dare, in quel giorno funebre, una consolazione alla

nobile amica derelitta dell'Imbonati. Noi sappiamo ora intanto dal

signor Romussi che, per quell'anniversario funebre, il Manzoni faceva

ristampare i suoi versi in Milano, per mezzo del suo amico Pagani, al

quale soggiungeva il seguente poscritto: "Il 15 corrente è il fatale

giorno anniversario della morte del virtuoso Imbonati. Mia madre dice

che un tuo sospiro per lui sarà a lui un omaggio, una consolazione a

lei, e che in quel momento le nostre anime saranno unite."[8] Nel

Carme commemorativo, ove si esalta la virtù dell'Imbonati, ove si

confessa pubblicamente l'amicizia che lo legava a Giulia Beccaria, ove

si promette dal poeta all'ombra dell'Imbonati ch'egli avrebbe seguito

i sapienti consigli dell'amico di sua madre, si esalta insieme e si

consola la virtù e il dolore della madre. Sotto questo aspetto

speciale, parmi che il Carme, sebbene già notissimo, _In morte

dell'Imbonati_, possa ora venir riletto dagli ammiratori del Manzoni,

con più viva, se pure non nuova, curiosità, poichè insieme col genio

nascente del poeta ci mostra il coraggioso ed eloquente affetto del

figlio vendicatore dell'onore materno.[9] Incomincia il Poeta

accortamente col rivolgersi alla madre, rammentando com'egli fosse

solito a scusarsi presso di lei, per avere fino a quel di coltivata

solamente la poesia satirica, poichè non gli era apparso sopra la

terra un solo raggio di virtù, al quale potesse consacrare l'ingegno

poetico. Ma, dopo avere inteso come la madre rimpiangesse la rara

virtù dell'amico che le era stato tolto, gli parve almeno che il

ricordo di quelle virtù potesse destare in alcuno il proposito di

farle rivivere in sè. Il giovine Poeta vede veramente o immagina

d'avere veduto in sogno il conte Carlo Imbonati, ma in figura di

malato già consunto dal proprio male. Egli serba tuttavia sempre molta

calma nell'aperto volto e nell'aspetto, i quali inspirano pronta

fiducia anche agl'ignoti. Pensosa è la fronte di lui, mite e sereno lo

sguardo, il labbro sorridente. Il Poeta ventenne fa prontamente atto

di volerlo abbracciare e di favellargli:

ma irrigidita

Da timor, da stupor, da reverenza

Stette la lingua.

Allora l'Imbonati stesso prende a parlare, e dice come un affetto

imperioso lo muova a ritornar presso di lui, che, nel fine di sua

vita, era stato oggetto dei suoi più vivi desiderii:

E sai se, quando

Il mio cor nelle membra ancor battea,

Di te fu pieno, e quanta parte avesti

Degli estremi suoi moti.--Or, poi che dato

Non m'è, com'io bramava, a passo a passo,

Per man guidarti su la via scoscesa,

Che, anelando, ho fornita, e tu cominci,

Volli almeno una volta confortarti

Di mia presenza.

L'Imbonati, non credendo forse ancora imminente l'ultimo suo giorno,

avea diretta al giovine Manzoni che, in quel tempo, dovea condurre fra

la gioventù milanese una vita alquanto dissipata, una prima ed ultima

lettera eloquente, dove gli dava alcuni suoi consigli amorosi,

fiducioso certamente di deporre il buon seme in ottimo terreno. Il

Manzoni, alla sua volta, rispose con una lettera caldissima; ma la

risposta arrivò all'Imbonati, quand'egli avea già chiusi gli occhi

alla luce. Mi si domanderà: Come sapete voi questo? In quale biografia

l'avete voi letto? Avreste, per avventura, vedute quelle preziose

lettere? No: lo non le ho vedute; ma ho semplicemente letto, con

intento biografico, i versi stessi del Manzoni. Gli abbiamo letti

anche noi, e sono chiari abbastanza da non abbisognare di commenti. Io

ne convengo perfettamente, e vi prego dunque soltanto di rileggerli

ancora una volta:

.... Allor ch'io l'amorose e vere

Note leggea, che a me dettasti prime,

E novissime fôro, e la dolcezza

Dell'esser teco presentìa, chi detto

M'avrìa che tolto m'eri! E quando in caldo

Scritto gli affetti del mio cor t'apersi,

Che non sarìa dagli occhi tuoi veduto,

Chiusi per sempre! Or quanto e come acerbo

Di te nutrissi desiderio, il pensa.

Il Manzoni non pare dunque aver conosciuto l'Imbonati, ma essersene

solamente innamorato per la fama delle sue molte virtù e per l'affetto

sincero e profondo che egli aveva inspirato alla signora Beccaria; il

che è intieramente regolare, poichè sappiamo dal Fauriel che la

Beccaria s'era recata a Parigi con l'Imbonati fin dai primi anni del

Consolato. Si spiega quindi pure come, per un certo periodo della vita

giovanile di Alessandro Manzoni, appaia educatrice di lui non già la

madre, ma una zia uscita da uno de' conventi soppressi, nel tempo in

cui i Manzoni abitavano nella Via di Santa Prassede.[10] Essa aveva

l'incarico di accompagnare in chiesa il giovinetto, e di fargli dare

lezioni di musica e di danza, forse pure di scherma. Come spiegarsi

altrimenti che l'Imbonati fosse così poco noto al figlio di colei, per

la quale egli era tutto, e che, invece di parlare al Manzoni, egli si

risolvesse a scrivergli? Un giorno qualche altra lettera inedita ci

darà forse la chiave di questo enigma biografico; intanto proseguiamo

la nostra lettura:

Io sentìa le tue lodi; e qual tu fosti

Di retto, acuto senno, d'incolpato

Costume e d'alte voglie, ugual, sincero,

Non vantator di probità, ma probo,

Com'oggi, al mondo, al par di te nessuno

Gusti il sapor del beneficio, e senta

Dolor dell'altrui danno. Egli ascoltava

Con volto nè superbo, nè modesto.

Io, rincorato, proseguia: se cura,

Se pensier di qua giù vince l'avello,

Certo so ben che il duol t'aggiugne e il pianto

Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto,

Te perdendo, ha perduto.

L'Imbonati sorride mestamente, e risponde:

Se non fosse

Ch'io l'amo tanto, io pregherei che ratto

Quell'anima gentil fuor delle membra

Prendesse il vol, per chiuder l'ali in grembo

Di Quei ch'eterna ciò che a Lui somiglia.

Che, fin ch'io non la veggo, e ch'io son certo

Di mai più non lasciarla, esser felice

Pienamente non posso. A questi accenti

Chinammo il volto, e taciti ristemmo;

Ma, per gli occhi d'entrambi, il cor parlava.

Dopo questo omaggio che il giovine Poeta, preteso ateo, rende per le

parole dell'Imbonati alla credenza in Dio e nella immortalità

dell'anima umana, egli domanda all'ombra dell'Imbonati quale

impressione essa abbia provato nel punto della morte.[11] Essa

risponde evasivamente che non provò alcun dolore, che le parve

liberarsi da un breve sonno; ma poi, ridesta alla vita eterna, le

increbbe non ritrovarsi più vicina la cara donna che vegliava, con

amorosa pietà, al fianco di lui infermo. Altro l'Imbonati non può

rimpiangere di questa vita mortale, nè il tristo mondo ch'egli

abbandonò. Anima virtuosamente stoica e scettica ad un tempo, comunica

il proprio scetticismo all'amica diletta ed al carissimo alunno:

Che dolermi dovea? forse il partirmi

Da questa terra, ov'è il ben far portento,

E somma lode il non aver peccato?

Dove il pensier dalla parola è sempre

Altro, è virtù per ogni labbro ad alta

Voce lodata, ma ne' cor derisa;

Dov'è spento il pudor, dove sagace

Usura è fatto il beneficio, e frutta

Lussuria amor; dove sol reo si stima

Chi non compie il delitto; ove il delitto

Turpe non è, se fortunato; dove

Sempre in alto i ribaldi e i buoni in fondo.

Dura è pel giusto solitario, il credi,

Dura e, pur troppo, disugual la guerra

Contro i perversi affratellati e molti.

_Tu, cui non piacque su la via più trita

La folla urtar che dietro al piacer corre

E all'onor vano e al lucro, e delle sale

Al gracchiar vôto, e del censito volgo

Al petulante cinguettìo, d'amici

Ceto preponi intemerati e pochi,

E la pacata compagnia di quelli

Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma,

Segui tua strada; e dal viril proposto

Noti ti partir, se sai._

Qui, dove torna pure ad affacciarsi in parte il poeta de' _Sermoni_

che si mostra alieno dai pubblici affidi, appaiono chiare le ragioni,

per le quali il Manzoni, disgustato della società milanese, si recò in

Francia con la madre. Segue il già citato ricordo dell'educazione

ricevuta in collegio, quindi l'allusione allo innominato maestro

ch'egli disprezza; viene infine l'alunno sdegnoso alle calunnie dei

vili che assalirono il _nome_ del giovine poeta in Italia, alle quali

egli non diede risposta, unico modo savio per farle cadere; e caddero

infatti così bene, che non si potrebbe oggi più argomentare con

qualche fondamenta di qual natura veramente esse fossero e onde

partissero. È possibile tuttavia, se è vero che il Manzoni abbia, in

qualche modo, nella gioventù di Lodovico, voluto raffigurar la propria

ch'egli, non ignaro, per averle particolarmente studiate, delle leggi

cavalleresche, invece di sfidare il suo avversario calunniatore

l'abbia disprezzato, per mostrare poi in età più matura, con tutta la

forza stringente della sua logica poderosa, e per l'esempio del duello

di Lodovico, come un tal partito, tragico insieme e ridicolo, non

risolva mai alcuna questione d'onore. I versi giovanili del Manzoni ci

dicono, in somma, in modo indiretto, che egli nè entrò in polemica

letteraria, nè chiese a' suoi calunniatori alcuna riparazione di

sangue:

Nè l'orecchio tuo santo io vo' del nome

Macchiar de' vili che, ozïosi sempre,

Fuor che in mal far, contra il mio nome armâro

L'operosa calunnia. Alle lor grida

Silenzio opposi, e all'odio lor disprezzo;

Qual merti l'ira mia fra lor non veggio;

Ond'io lieve men vado a mia salita

Non li curando:

non curanza che, ricordando il disdegnoso verso dantesco,

Non ti curar di lor, ma guarda e passa,

conferma pure il verso del Manzoni giovinetto:

Spregio, non odio mai.

Per quale intima associazione d'idee non si potrebbe ora ben dire, il

giovine Manzoni domanda quindi all'Imbonati, se sia vero quello che di

lui si va dicendo, ch'egli abbia, cioè, disprezzato i poeti e le Muse.

Ma l'Imbonati è pronto a soggiungere che gli furono venerandi e cari

Vittorio Alfieri e Giuseppe Parini, ma ch'egli disprezza, invece, i

poeti triviali, arroganti, viziosi, di perduta fama, i quali fanno un

vergognoso mercato di lodi e di strapazzi, e dai quali si attende una

vecchiaia oscura e ignominiosa; e qui forse il Manzoni mirava ancora

al cavaliere storiografo Vincenzo Monti od all'improvvisatore

Francesco Gianni che viveva a Parigi, e metteva in verso i bollettini

delle vittorie napoleoniche. La vecchiaia dell'Autore della

_Bassvilliana_ e della _Mascheroniana_ fu, pur troppo, quale il

Manzoni la pronosticava ai venali poeti, dai quali egli abborriva; al

Gianni fu invece, dopo la caduta di Napoleone, conservata la sua lauta

pensione. Udite, pertanto, le generose parole dell'Imbonati, il

Manzoni prorompe egli stesso e conchiude stupendamente il Canto:

Gioia il suo dir mi prese, e _non ignota_[12]

Bile destommi; e replicai: deh! vogli

La via segnarmi, onde toccar la cima

Io possa, o far che, s'io cadrò su l'erta,

Dicasi almen: su l'orma propria ei giace.

_Sentir, riprese, e meditar; di poco

Esser contento; dalla mèta mai

Non torcer gli occhi; conservar la mano

Pura e la mente; delle umane cose

Tanto sperimentar, quanto ti basti

Per non curarle; non ti far mai servo;

Non far tregua coi vili; il santo vero

Mai non tradir; nè proferir mai verbo,

Che plauda al vizio, o la virtù derida._

O maestro, o, gridai, scorta amorosa,

Non mi lasciar; del tuo consiglio il raggio

Non mi sia spento, a governar rimani

Me, cui natura e gioventù fa cieco

L'ingegno e serva la ragion del core.

Così parlava e lagrimava; al mio

Pianto ei compianse, E, non è questa, disse,

Quella città, dove sarem compagni

Eternamente. Ora colei, cui figlio

Se' per natura e, per eletta, amico,

Ama ed ascolta, e di figlial dolcezza

L'intensa amaritudine le molci;

Dille ch'io so ch'ella sol cerca il piede

Metter su l'orme mie; dille che i fiori

Che sul mio cener spande, io li raccolgo,

E li rendo immortali; e tal ne tesso

Serto che sol non temerà nè bruma,

Ch'io stesso in fronte riporrolle, ancora

Delle sue belle lagrime irrorato.

Dolce tristezza, amor, d'affetti mille

Turba m'assalse; e, da seder levato,

Ambo le braccia con voler tendea

Alla cara cervice. A quella scossa,

Quasi al partir di sonno, io mi rimasi;

E con l'acume del veder tentando

E con la man, solo mi vidi; e calda

Mi ritrovai la lagrima sul ciglio.

Qui tutto è vero e caldo come fiamma viva; qui spira l'alito di una

poesia originale e potente. L'ombra dell'Imbonati, in conformità delle

idee svolte nell'Ode pariniana _Sull'Educazione_ e di quelle del

Fauriel (il prediletto tra _i pochi ed intemerati_ amici del Manzoni

in Parigi), il quale, intorno a quel tempo, stava, per l'appunto,

meditando una storia dello Stoicismo, traccia al discepolo e, per

mezzo di esso, a noi, un intiero bellissimo programma di Filosofia

stoica. Con un tale espediente, non saprei dire se più ingegnoso o

affettuoso, avendo l'Imbonati parlato per mezzo del figlio all'amico,

la signora Giulia Beccaria dovette persuadersi come, per la virtù

dell'amor figliale, divenuta poesia sovrana, la madre non solamente

potea consolarsi, ma avesse ogni ragione di inorgoglirsi, nella lieta

certezza di aver fatto all'Italia il dono celeste di un nuovo grande

poeta.[13]

[1] È giusto tuttavia l'avvertire che consigli simili il Manzoni

dovea averli talora intesi dallo stesso Monti. Questi, in una sua

lettera di risposta al Tedaldi-Fores, ringraziando il giovine

Poeta romantico per un _Inno all'Aurora_, gli scriveva come lo

potrebbe ora fare un manzoniano: "Perchè in avvenire trionfi ne'

vostri versi l'affetto, innamoratevi, fate che le vostre idee

prima di andar sulla carta passino per mezzo il fuoco del cuore;

in una parola, _sentite_."

[2] In una lettera del marzo 1806 diretta da Parigi al Pagani, il

Manzoni si esprime così. "Scrivimi presto, te ne prego per me e

per mia madre, che legge le tue lettere coi miei occhi. Ella t'ama

quanto io t'amo. Ella è continuamente occupata.... ad amarmi e a

fare la mia felicità."

[3] Quando, nel 1793, il Beccaria morì, il Manzoni si trovava in

collegio, e contava appena otto anni. Non pare ch'egli abbia

ricevute altre impressioni del nonno, fuori di quelle che gli

furono comunicate dalla madre e dalla lettura delle opere,

specialmente dei due libretti, _Intorno ai Delitti e alle Pene_, e

_Intorno alla Natura dello stile_. In quest'ultima opera,

quantunque scritta assai male, trovansi parecchi pensieri, che

devono aver servito di base ai primi discorsi che il Manzoni tenne

in Parigi col Fauriel intorno allo stile. Io ne accennerò alcuni

che mi sembrano particolarmente essere divenuti manzoniani:

"Un'eccellente poetica sarebbe quella che insegnasse a risvegliare

in sè stesso l'indolente ed indeterminata sensibilità, che facesse

scorrere lo spirito osservatore su tutte le cagioni che gli

produssero piacere o dolore. Sono le osservazioni sopra le interne

operazioni dello spirito, non sulle esterne manifestazioni di

esso, che formano le vere istituzioni.--Io parlo solamente a

quegli animi pronti e penetranti che sanno ripiegarsi in sè

medesimi e sentir profondamente, ed a quegl'ingegni arditi e

liberi che si formano una scienza de' loro pensieri e non degli

scritti altrui." Il sensismo del Condillac adoperato nella

statistica è il fondamento della dottrina del Beccarla, che il

Manzoni tradusse in pratica. "Il principal artificio (conchiudeva

il Beccaria) di chi vuole riuscire eccellente scrittore sarà

quello di ridurre a tutte le idee sensibili, componenti, tutto il

corredo delle parole, delle quali egli, conversando e studiando,

carica la memoria, il che finalmente si riduce al principio

medesimo esposto nella prima parte di queste ricerche; se

l'eccellenza dello stile consiste nell'esprimere immediatamente il

massimo numero di sensazioni unibili colle idee principali, per

mettersi in istato appunto di esprimere questo massimo numero, il

miglior mezzo sarà quello di averne ricca l'immaginazione. Ora

come mai ciò potrà aversi se tre quarti dell'istituzione nostra si

fa per mezzo delle parole, ed è necessario di farlo attesa la

complicata coltura de' nostri costumi? non certamente in altra

maniera, infuori che in quella di studiosamente e ad ogni

occasione portare l'unione delle generali ed indeterminate

espressioni alle sensibili, precise e determinate.

[4] Così l'Imbonati che ebbe per discepolo il Manzoni, aveva avuto

per maestro il Parini. Il Manzoni stesso dovea avere per maestro

un Monti, per amici un Foscolo ed un Fauriel, un Rosmini ed un

Grossi, per critico un Goethe, per genero un Azeglio, per

discepolo ideale un Giusti! Le visite del Mazzini e del Garibaldi,

di Vittorio Emanuele e del Principe Umberto, di Don Pedro

d'Alcantara e del Granduca Alessandro di Weimar, erano

dimostrazioni particolari di quel consenso universale

d'ammirazione, pel quale la gloria letteraria del Manzoni fu

insuperata ed insuperabile.

[5] Il Botta dava a leggere al giovine Manzoni il manoscritto della

sua _Storia della Indipendenza degli Stati Uniti_, della quale il

Manzoni scriveva con entusiasmo all'amico Pagani, dicendogli, tra

l'altre cose: "Credi che, dopo i nostri storici vecchi, nulla

d'eguale è mai comparso in Italia," e gli raccomandava di

trovargli un editore in Italia. L'editore non si potè trovare. Il

Botta stampò il libro a sue spese; poi, avendo la moglie malata, e

bisogno urgente di far danaro, vendette tutta l'edizione a peso di

carta!--È noto come, dopo la pubblicazione de' _Promessi Sposi_,

il Botta classicheggiante si schierò tra gli avversarii della

Scuola manzoniana.

[6] La prima edizione de' soli cento esemplari, uscita nel febbraio

del 1806, non fu messa in vendita; l'edizione di Milano fu di 1000

esemplari, ed uscì nel marzo di quello stesso anno.

[7] Fra i poeti che destarono maggior entusiasmo nel giovine Manzoni

vuol essere ricordato, per l'appunto, questo Lebrun. {P. D. E., da

non confondersi con un altro poeta Lebrun (P. A.) nato nello

stesso anno, in cui nacque il Manzoni, morto membro dell'Accademia

Francese, di cui il Dumas figlio ebbe a tessere l'elogio insieme

col D'Haussonville. Questo Lebrun ebbe pure una gloria precoce,

cantò pure le vittorie napoleoniche, e ottenne perciò anch'esso

una pensione annua, ma di soli 1200 franchi.} Egli era nato nel

1729, e s'era acquistato fra i suoi contemporanei il nome di

_Pindare francais_. A quattordici anni aveva già fatta un'Ode che

prometteva un poeta insigne. Nato nella casa del principe di

Conti, che lo prese a proteggere e lo adoperò poi per molti anni

come suo segretario, vogliono che egli potesse esserne figlio. Il

figlio del grande tragico Racine, poeta egli stesso, innamorò il

giovane Lebrun della poesia; naufragato il Racine presso Cadice,

il Lebrun lo pianse con un'Ode tenerissima. Sopra il suo quinto

lustro, il Lebrun noveravasi già fra i primi Lirici francesi.

L'indole satirica del poeta gli fece molti nemici; ma vuolsi pure

ricordare che la figlia del grande Corneille ebbe dote per un'Ode

famosa, nella quale il Lebrun supplicava in favore di lei il

Voltaire. E quando il Voltaire morì, il Lebrun lo onorò con questa

strofe efficace:

O Parnasse! frémis de douleur et d'effroi!

Pleurez, Muses, brisez vos lyres immortelles

Toi dont il fatigua les cent voix et les ailes,

Dis que Voltaire est mort, pleure et repose-toi.

Ma gli epigrammi pungenti del Lebrun sono molto più numerosi. La

morte del prìncipe di Conti, la sua separazione dalla moglie, il

fallimento del principe di Guémenée, presso il quale il Lebrun

avea collocati i suoi risparmii, ne amareggiarono la vita. Per la

intercessione del conte di Vaudreuil e del Calonne, impietosito il

re Luigi XVI concesse al povero Lebrun una pensione annua di

duemila franchi, il che non impedì, allo scoppiar della

rivoluzione, che il Pindaro francese scrivesse le più ardenti odi

rivoluzionarie. Ma il regno del Terrore lo spaventò; il Lebrun

lamentò allora la libertà perduta e l'umanità oltraggiata. Passata

la tempesta rivoluzionaria, creato l'_Institut National_, ei fu

de' primi ad esservi accolto. Sotto il Direttorio, gli fu dato

quartiere nel Louvre, con una pensione annua di mille scudi;

Napoleone, primo console, la portò nel 1804 a seimila franchi.

Negli ultimi anni della sua vita, il poeta perdette la vista; ma

la ricuperò, in parte, per le cure del dottor Forlenze, onde il

Cournand componeva la graziosa strofa seguente:

D'un nuage fatal tes yeux étaient voilés;

Forlenze, par son art, te rendit la lumière.

En des siècles plus reculés

Ce qu'il fit pour Pindare, il l'eût fait pour Homère.

Ma del beneficio della luce il Lebrun godette per poco tempo,

poichè morì nel mese di settembre dell'anno 1807. I critici

contemporanei del Lebrun non lo stimavano inferiore al lirico

Giambattista Rousseau, specialmente per le due Odi al Buffon, per

l'Ode sopra il vascello _Le Vengeur_, e per le sue traduzioni e

imitazioni delle _Odi_ d'Orazio. Ebbi sotto gli occhi un ritratto

del poeta Lebrun, una figura nervosa, un profilo sottile, che non

doveva inspirar molta simpatia; il Manzoni era tuttavia in

quell'età, in cui tutti gli scrittori celebri sembrano degni

d'essere amati, quando incontrò il Lebrun; e però il 17 marzo

dell'anno 1806 scriveva da Parigi al suo amico Pagani: "Ieri ebbi

l'onore di pranzare con un grande uomo, con un poeta sommo, con un

lirico trascendente, con Lebrun. Avendomi onorato di un suo

componimento stampato, volle assolutamente scrivere

sull'esemplare, che conserverò per sempre: _A. M. Beccaria_. Ho

avuto l'onore di imprimere due baci sulle sue smunte e scarnate

guancie; e sono stati per me più saporiti che se gli avessi colti

sulle labbra di Venere. È un grande uomo, per Dio! Spiacemi che le

sue _Odi_ sieno sparse e non riunite in un volume per potertele

far conoscere; il suo nome lo conoscerai certamente. Credimi che

noi Italiani siamo alquanto impertinenti, quando diciamo che non

vi è poesia francese. Io credo e creder credo il vero, che noi non

abbiamo (all'orecchio), che noi non abbiamo un lirico da

contrapporre a Lebrun per quello che si chiama forza lirica. E

perciò qui lo chiamano comunemente _Pindare Lebrun_, e non dicono

forse troppo. Per contentare la loquacità che oggi mi domina, e

per giustificare la mia opinione, ti trascriverò qualche verso qua

e là delle sue _Odi_. In una imitata dall'_Exegi monumentum_ di

Orazio, egli dice che il suo monumento è più ardito della piramide

e più durevole del bronzo. E poi (ascolta, per Dio!):

Qu'atteste leur masse insensée?

Rien qu'un néant ambitieux:

Mais l'ouvrage de la pensée

Est immortel comme les Dieux.

Eh? e nella medesima Ode:

Comme l'encens qui s'évapore

Et des Dieux parfume l'autel,

Le feu sacré qui me dévore

Brûle ce que j'ai de mortel.

E nella stessa ancora:

J'échappe à ce globe de fange:

Quel triomphe plus solennel!

C'est la mort même qui me venge;

Je commence un jour éternel.

E, in un'Ode a Bonaparte, due anni fa:

Le peuple souverain qu'un Héros sent défendre

N'obéira qu'aux Lois;

Et l'heureux Bonaparte est trop grand pour descendre

Jusqu'au trône des Rois.

In un'Ode per la famosa notte del 10 agosto,--attento bene:

O Nuit, dont le voile imposteur

Servit un roi conspirateur,

Je te dénonce à la mémoire!

ors de ta lâche obscurité,

Parais dans ton affreuse gloire,

Subis ton immortalité!

Se questi non sono versi, quelli d'Orazio e di Pindaro sono

cavoli!--E parlando di Dio in un poema;

Au-delà du soleil, au-delà de l'espace,

Il n'est rien qu'il ne voie, il n'est rien qu'il n'embrasse,

Et la création respire dans son sein.

[8] Una lettera del maggio 1806 diretta in poscritto dalla Giulia

Beccaria al Pagani lo pregava di visitare in Milano la tomba

dell'Imbonati: "Un vostro puro _vale_ (scriveva essa), sarà

aggradito da Lui, sarà accetto dal mio povero cuore."

[9] L'Autore della _Biografia_ del Manzoni che si legge ora nel_

Supplemento all'Enciclopedia popolare_ del Pomba, preferisce

invece far credere che il Manzoni abbia scritto il Carme per

l'Imbonati, per riconoscenza della pingue eredità ricevuta!

[10] "Il Manzoni (scrive lo Stoppani) si ricordava fin negli ultimi

suoi anni della buona zia, la quale gli aveva lasciato delle

impressioni vivissime, che egli ricordava agli amici, come fossero

ancora quei giorni. Ritornata ai patrii lari, l'ex-monaca si era

assunta lei una parte dell'educazione di Lisandrino, a cui aveva

preso a volere un gran bene, e questa parte era di farne un

giovinotto... se vi par troppo il dire galante, diremo brillante,

chè non daremo così occasione di pensar male a nessuno. Non pare

che per una coltivazione di questo genere il terreno fosse così

facile, come avrebbe desiderato la coltivatrice. Anche il Manzoni

dovette subire il supplizio inevitabile delle lezioni di musica e

di danza.... Non vi cadesse mai in mente che l'ex-monaca fosse una

donna meno che ammodo, anzi meno che pia; ella non mancava mai di

condur seco Lisandrino alla benedizione nella chiesa detta _alla

Pace_. Vuol dire che lungo la via c'era tempo di discorrere

d'altre cose.--Vede lei,--diceva un giorno il Manzoni, in uno

degli ultimi anni della sua vita, ad un amico, mentre passavano

per la Via di Santa Prassede,--vede lei quella finestra? Un giorno

ero là colla zia che m'insegnava il viver del mondo. D'un tratto

eccoci alle spalle lo zio monsignore; e la zia svelta a

regalargli, come si dice, una buona cavatina, cambiando discorso

con tale disinvoltura, da fare invidia al comico più

provetto.--Dove mai aveva la zia appreso una tattica così

sorprendente? Ma!... La cosa aveva fatto un gran senso al

giovinetto, e gli avrà dato certamente da pensare. Talvolta

certamente nella conversazione il discorso cadeva sulla

soppressione, con tutti quei pro e contro che udiamo anche noi a'

nostri giorni. La zia a questo proposito non si lasciava mai

cogliere nelle spire di un ragionamento qualsiasi. Con quel suo

fare spigliato e disinvolto saltava a piè pari alla

conclusione.--Io per me--diceva--sono del parere di Giuseppe II.

Aria: Aria!--soggiungeva, trinciando nell'aria di gran cerchi

colla mano destra, quasi avesse voluto farsi largo, e sgombrarsi

dattorno quel non so che, da cui aveva impedito per tant'anni il

respiro."

[11] Questa pareva una preoccupazione forte nel Manzoni: noi abbiamo

veduto nelle lettere che scrive intorno all'Arese moribondo

com'egli si sdegni contro il sacerdote che viene a crescere il

terrore della morte; è noto poi come l'estrema agonia del Manzoni

sia stata dolorosa, pel terrore che lo invase nell'ultimo momento.

[12] Egli ricordava senza dubbio, in quel punto, il proprio già citato

Sermone contro i cattivi poeti.

[13] L'indole intieramente soggettiva del Carme, le lodi date

all'Imbonati amico di sua madre, quando il padre ancora viveva, e

la possibilità che alcuno venisse un giorno, come venne pur

troppo, a sospettare ch'egli cantasse l'Imbonati per riconoscenza

venale, dopo che il Conte aveva diseredato i proprii parenti per

lasciare le proprie sostanze alla bella ed intelligente amica,

furono, senza dubbiò, i motivi gravissimi, per i quali il Canzoni

ebbe più tardi a dolersi d'avere scritto quel Carme giovanile.

Alessandro Manzoni, Studio Biografico Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford nel maggio dell'anno 1878, notevolmente ampliate · 第 23 / 35 题