"Parigi, 30 ottobre 1806."
"Caro il mio Calderari,
O Arese, giovine buono, amico vero della virtù e degli amici,
giovine che in tempi migliori saresti stato perfetto, ma che nella
nostra infame corruttela ti conservasti incontaminato, ricevi un
vale da quelli che ti amarono caldamente in vita, e che ora
amaramente ti desiderano. Povero Calderari, tu lo amasti, tu lo
desideri e tu non hai potuto vederlo, consolarlo! Egli è morto nel
fiore degli anni, nella stagione delle speranze, e l'ultimo
oggetto che i suoi occhi hanno veduto non è stato un amico. Egli
che era degno di amici! Povero Calderari! Mia madre ed io
piangiamo sopra di Arese e sopra di te. Seppi da Buttura che tu
eri assiduo alla sua porta, che le tue lagrime mostravano la forza
del tuo affetto, ma invano. Noi rileggiamo le lettere di Arese,
quel che ci resta di lui, quello che rimane in questo mondaccio di
quell'anima fervida e pura. Odi quello che egli ci scrisse
nell'ultima lettera, dove traspira quasi un presentimento della
sua separazione. Egli parla con mia madre e con me, e par ch'egli
non abbia voluto darmi l'ultimo addio, se non unendomi con Lei che
tutto divide con me, e che abbia voluto così render più sacre per
me le ultime sue parole. La lettera è del mese di giugno o di
luglio al più tardi: "Ho veduto con sommo dolore partire il mio
Pagani. Mi rimane Calderari, che è un angelo. È veramente degno di
miglior sorte e di.... Le sue disgrazie, che egli soffre con animo
veramente forte, mi stringono a lui più fortemente, e mi servono
di un grande esempio. Oh Giulia, Giulia! non è così rara in Italia
la virtù come tu pensi!" E finisce con queste parole che mai non
rileggiamo senza un fremito di dolore e di speranza: "Giulia,
Alessandro, ci rivedremo certamente. Un giorno, superiori
all'umano orgoglio, beati e puri ragioneremo sorridendo delle
passate nostre debolezze. Addio." Oh sì! ci rivedremo. Se questa
speranza non raddolcisse il desiderio dei buoni e l'orrore della
presenza dei perversi, che sarebbe la vita? Calderari, noi siamo
afflitti di non poter essere con te. Tu sei degno d'aver degli
amici, e in noi troveresti del cuore, quello di cui tu hai
bisogno. Non posso scrivere a Pagani. Egli pure deve essere
conturbato. In verità la morte di un amico nel fior degli anni vi
lascia, oltre il dolore, un certo risentimento; pare un'orribile
ingiustizia. Addio, caro ed infelice Calderari, amami e scrivi.
Addio.