"Mio Pagani,
M'hai tu dimenticato davvero? Sono tre mesi che non ho tue nuove;
e l'ultima mia lettera, nella quale ti annunciava la mia partita
da Parigi, è rimasta senza risposta. Non posso dubitare della tua
salute, giacchè il nostro aureo Calderari che mi scrive, me ne
avrebbe senza dubbio fatto cenno. Io sperava che Zinammi, col
quale ci siamo abboccati, avesse qualche tua lettera a
consegnarmi; ma, non vedendone ed aspettandone di giorno in
giorno, tardai a scriverti fino al mio ritorno. Scrivimi al più
presto, dimmi se sei ancora il mio Pagani, com'io sarò sempre il
tuo Manzoni; dammi nuove di te, e di tutto quello che ti è a
cuore. Non puoi credere quanta pena mi abbia fatto la nuova della
grave malattia del nostro povero Arese; e mia madre, che divide
ogni mio affetto, ne fu pure assai triste ed in timore. Calderari
mi annunciò qualche miglioramento che mi riempì di gioia e di
speranza. Duolmi amaramente che gli amici non abbiano adito al suo
letto, e che invece egli debba aver dinanzi agli occhi l'orribile
figura di un prete. Nè puoi figurarti quanto dolore ed
indignazione abbia in noi eccitato il sentire da Calderari che ad
Arese era stata annunciata la fatale sentenza (spero, per Dio! che
sarà vana). Crudeli, così se egli schiva la morte, avrà dovuto
nullameno assaporare tutte le sue angosce! E quante volte
l'annunzio della morte ha ridotto agli estremi dei malati che,
ignorando il loro stato, sarebbero guariti? Basta: i mali del caro
ed infelice Arese, che ho sempre dinanzi agli occhi, mi
allontanano sempre più da un paese, in cui non si può nè vivere nè
morire come si vuole. (_Qui vi sono accenti intieramente
foscoliani._) Io preferisco l'indifferenza naturale dei Francesi,
che vi lasciano andare pei fatti vostri, allo zelo crudele dei
nostri, che s'impadroniscono di voi, che vogliono prendersi cura
della vostra anima, che vogliono cacciarvi in corpo la loro
maniera di pensare, come se chi ha una testa, un cuore, due gambe
e una pancia, e cammina da sè, non potesse disporre di sè e di
tutto quello che è in lui a suo piacimento. Mi accorgo di aver
fatto un pasticcio di parole, pazienza! Il mio Pagani è buono. Due
parole di me. Io continuo il ben cominciato modo di vivere, senza
cangiamento, senza interruzione. Se tu rileggi le mie passate
lettere, ti farà ben maraviglia l'udire da me che mia madre,
quest'unica madre e donna, ha aumentato il suo amore e le sue
premure per me. Eppure la cosa è così. Io sono più felice che mai,
e non mi manca che d'esserlo vicino a te e ai pochi scelti nostri
amici, che si riducono ad Arese che vorrei risanato, e a Calderari
che vorrei felice come egli merita. Ho vergogna di dirti che, dopo
i versi stampati, non ne ho fatto più uno: ora però voglio
mettermi il capo tra le mani, e lavorare, massime che mia madre
non ha mai lasciato di punzecchiarmi, perchè io cacci la mia
pigrizia. A proposito di versi, devo parlarti di un affare che mi
è a cuore assai assai, e che in conseguenza premerà anche a te. Io
non ho avuto dal libraio un soldo per l'edizione, e mi sono messo
in puntiglio di non rilasciargli niente niente, perchè non voglio
essere lo zimbello di nessuno e massime d'un libraio. La sua
renitenza o noncuranza è veramente stomachevole. Nè ha alcun
appiglio per eludere le mie richieste e per evitare di rendermi il
mio. Perchè o le copie sono vendute e mi dia il danaro, o sono
invendute e me le renda. Arese si era impegnato di parlargli.
Rispose che egli aveva ottocento copie non vendute: io scrissi a
Zinammi quello che doveva fargli dire da Arese, ma il povero Arese
cadde malato. Ecco la mia risposta: rendere al signor Zinammi,
procuratore di mia madre, il prezzo delle 200 vendute e le 800
copie invendute. E veramente mi fa maraviglia che il numero di
quelle che sono in bottega sia così grande, non già perchè io
credessi che dovessero avere grande spaccio (giacchè v'è un
ostacolo a ciò, non so se per colpa dell'opera o dei lettori), ma
perchè tu mi avevi annunziato che si vendevano a furia. Come tu
facesti il negozio col libraio, così spero che vorrai ora ridurlo
a fine, e te ne prego caldamente. Ho veduto su un giornale di Roma
un giudizio di quei versi, con una lode tanto esagerata, che non
ardisco riportarlo. "Caro Pagani, scrivimi ed amami, anzi amaci,
giacchè tu sai che mia madre non ha mediocre stima di te e
desiderio della tua amicizia. Scrivi a lungo e vale."