Il libro del signor Romussi ci ha recata in quest'anno una grata
sorpresa, ponendoci sott'occhio alcune lettere o frammenti di lettere
giovanili del Bianconi, dalle quali ricaviamo il nome de' suoi tre
primi amici. Il più intimo tra questi fu Giambattista Pagani di
Brescia, col quale il Manzoni avea studiato a Pavia; le lettere del
Manzoni ce lo mostrano affettuoso, devoto, pronto a render servigii,
alcuna volta anche troppo, come quando volle dedicar di suo capo, in
nome del Manzoni, a Vincenzo Monti il Carme _In morte dell'Imbonati_,
che si ristampava in Milano dal De Stefanis.[1] Veniva secondo
Ignazio Calderari, che il Manzoni stesso chiamava _aureo_, _amabile_ e
_rispettabile_; e pure doveva essere un giovine ardente e pieno di
entusiasmo, a giudicarne dalla lettera, in cui egli descrive il
proprio viaggio a Brusuglio, la nuova villa manzoniana, per conoscere
la madre dell'amico e per vedere se l'amico era sempre il medesimo.
Pare che il Manzoni fin d'allora scrivesse lettere mal volentieri, e
preferisse, stando a Milano, incaricare l'amico Calderari di mandare i
suoi saluti al Pagani, anzi che scrivere egli stesso. "Aggiungi (egli
scriveva al Pagani) che nel mio soggiorno a Milano la facilità di aver
tue nuove per mezzo del nostro Calderari favoriva e scusava la mia
pigrizia, la quale, a dir vero, non era scossa da alcuna tua
sollecitudine a scrivermi." Il terzo amico, Luigi Arese, morì tisico
nel 1806, intorno a' suoi vent'anni; gli amici lo chiamavano: "caro e
adorabile."[2]
Non è raro il caso che le amicizie fatte nella scuola si raffreddino e
si dileguino nella lontananza, per tornare a ravvivarsi nella
vecchiaia. Il Calderari non accompagnò altrimenti la vita del Manzoni;
la loro corrispondenza parve cessare quasi intieramente nell'anno
1808, quando il Manzoni, sposata Enrichetta Blondel, si ritrasse a
vivere per alcuni anni isolato In Brusuglio; ed anche l'amicizia col
Pagani cessò, dopo quell'anno, dall'essere attiva. Così non sappiamo
altro dell'amicizia che il Manzoni parve avere con Antonio Buttura,
letterato amico di sua madre,[3] e con Francesco Lomonaco.
[1] Mi giova qui intorno al Pagani riferire per intiero la nota che
trovasi nell'importante volume del Romussi; "Giambattista Pagani
fu condiscepolo di Manzoni nel Collegio dei Nobili (Longone) di
Milano, e gli conservò sempre un'amicizia che molti anni di
lontananza non riescirono nè a spegnere, nè ad indebolire. Fino ai
loro ultimi giorni si scambiarono con schietta cordialità proteste
di affetto; e la ritrosia di Manzoni in questi ultimi anni a
scriver lettere non lo fece mai tardo nel rispondere all'antico
amico. Il Pagani era nato nel 1784 in Lonato: era quindi maggiore
di un anno di Manzoni. Terminati gli studii del Collegio, il
Pagani passò a Pavia a studiar giurisprudenza, e colà conobbe
Vincenzo Monti, che teneva cattedra d'eloquenza, e che lo accolse
fra i suoi famigliari. In quel tempo Manzoni erasi recato a
Venezia, e di là mandava all'amico i versi che man mano scriveva,
fra cui un Sermone allo stesso Pagani indirizzato, e nel quale
parla dapprima della vocazione ch'ebbe fin dall'infanzia di essere
poeta e giustifica il genere satirico di poesia, cui intendeva
consacrarsi. Questo Sermone rimase ignoto fino al 1874, in cui fu
pubblicato dall'abate Antonio Stoppani nel suo bel libro: _I primi
anni di Alessandro Manzoni_. Il Pagani aveva ingegno da
comprendere l'amico, egli pure scrisse reputati lavori: opere
giuridiche, perchè avea per la severa scienza del diritto una vera
passione, e opere letterarie, cui si applicava per diletto, ma con
molta intelligenza. Fra queste ultime si ricorda un _Discorso
intorno all'Adelchi_ letto all'Ateneo di Brescia, in difesa
dell'opera dell'amico che era allora da molti, con indegna guerra,
combattuto. Fra le giuridiche sono lodati il _Repertorio legale
pei diritti reali_ ed un _Trattato sulle Rendite giuridiche_.
Durante il primo Regno d'Italia era stato eletto Conservatore
delle Ipoteche in Brescia. Nei dolorosi anni della dominazione
straniera conservò, con dignitosa fermezza, la fede e l'affetto
per la patria, che ebbe la gioia di vedere risorta. Morì nel 19
febbraio 1874, e fu pianto da tutti i buoni, che perdevano un
vivente esempio d'integrità e di modestia."
[2] Le due lettere del Manzoni al Calderari e la lettera intermedia
al Pagani, pubblicate dal Romossi, volgono intorno alla malattia
ed alla morte dell'Arese; le riproduco, perchè rivelano bene
l'animo ed i pensieri del giovine Manzoni, il preteso ateo che
dovea fare il miracolo di convertirsi:
"Parigi, 7 settembre 1806,
"Mio Calderari,
L'amara novella che mi hai data mi ha riempito di dolore e di
melanconia. Io era per iscrivere a te, a Pagani, al povero Arese
per annunciarvi il mio ritorno a Parigi, e per chiedere di voi
tutti. Non puoi credere quanto m'abbia colpito l'annuncio della
grave malattia del nostro Arese. La speranza che tu conservi,
rianima la mia; ma le circostanze che tocchi, la indeboliscono pur
troppo (_In questo passo si vede già l'amore speciale del Manzoni
per le antitesi, amore che si può pure avvertire nella lettera del
1803 al Monti già citata._) L'apparato della morte è quello che la
accelera. Chi ha avuto il cuore di dargli la sentenza finale? Di
farlo soffrire nei forse ultimi suoi momenti? Oh piaccia a Dio che
io possa avere da te nuova del suo rivivere! Quando un malato ha
presso di sè dei veri amici che gli nascondono il suo stato, egli
muore senza avvedersene; la morte non è terribile che per quelli
che rimangono a piangere. Ma quando gli amici sono allontanati,
quando vi sentite intronare all'orecchio: Tu devi morire! allora
la morte appare nel suo aspetto più deforme. Povero Arese! Ho
sempre davanti gli occhi quella sua camera deserta degli amici,
senza te, senza Pagani che potreste sollevarlo. Alcuni sono morti
che sarebbero guariti, pel timore solo cagionato loro dalla
sentenza che fu data al povero nostro Arese. Ti prego di scrivermi
presto e senza interruzione; non ho bisogno di raccomandartelo.
Mia madre divide la mia afflizione, e freme parlando della fredda
crudeltà che è tanto comune nei nostri paesi. Scrivimi, ti prego,
a lungo ogni minuzia che riguarda Arese. Povero Arese! nel fiore
dell'età! Ti prego di scrivere a Pagani che io non ho ora testa nè
tempo di scrivergli, ma che, al primo ordinario, lo farò
sicuramente. Se mai il mio silenzio gli fosse dispiacente, digli
che io sono sempre il suo Manzoni; al mio Pagani ciò deve bastare.
Tu amami, Calderari, e sii certo che io ti amo e ti riverisco
veramente, e scrivimi presto. Addio; dammi nuove di Arese.