(DA KARASJOK)
Vi erano una volta un uomo povero ed un uomo ricco, che erano vicini;
l’uomo povero era molto indebitato col ricco vicino. Un giorno andavano
fuori entrambi in barca per pescare. Il ricco fu fortunato; in poco
tempo riempì la sua barca di pesci e ritornò alla spiaggia. L’uomo
povero rimase sul lago, ma non potè prendere un solo pesce; finalmente
dovette tornare indietro esso pure, ma mentre remava, la barca incagliò
e nello stesso momento sentì una voce sotto la barca che diceva: «Se
tu mi prometti quello che la tua moglie porta sotto il cuore, diverrai
ricco come il tuo vicino.» L’uomo lo promise. «Getta la lenza» disse
di nuovo la voce. Così fece e tosto sentì mordere il pesce. Era molto
pesante, ed a stento potè tirar su il pesce; ma quando l’ebbe avuto
nella barca, escirono fuori dalla sua bocca una quantità di monete
d’oro. L’uomo gettò di nuovo la lenza e prese subito un altro pesce. Da
questo non escirono monete d’oro, ma in poche ore ebbe la barca piena
di pesci, ed allora se ne tornò a casa. Quando entrò, vide la sua casa
piena di oggetti di valore. Egli domandò alla moglie donde tuttociò
era venuto, ma essa non ne sapeva nulla. Essa aveva dormito e quando
si era svegliata aveva visto tutte quelle cose. L’uomo andò subito dal
suo vicino e gli pagò in una volta tutto il suo debito. L’uomo ricco
ebbe paura e pensò che quei denari dovevano essergli stati rubati.
Egli cercò in tutti i suoi nascondigli, ma trovò che nulla gli mancava.
Quando l’uomo tornò dalla sua moglie, questa gli disse che era incinta.
L’uomo non lo sapeva, ma la cosa era così, e quando venne il tempo,
venne al mondo il suo primogenito. Quando il ragazzo ebbe otto anni,
fu mandato a scuola dal prete; il ragazzo era grande per la sua età,
ed imparava con facilità. Il giorno che compì i suoi quindici anni,
il diavolo arrivò in una barca, che somigliava ad una fiamma verde,
per portar via il ragazzo. Quando videro arrivare la barca, il prete
cominciò a scrivere una lettera che il ragazzo doveva portare con sè.
Allora il ragazzo andò giù verso la spiaggia incontro al diavolo, e
quando questi gli disse: — Vieni con me, ragazzo mio, vieni nella mia
barca — il ragazzo stese la lettera al diavolo. Il diavolo non ardì
toccarla; fintanto che teneva la lettera in mano, si grattava la testa
ed era imbarazzato.
— La magagna sia del prete — disse il diavolo — che è causa che io non
possa prendere il ragazzo! Prendi quella barca e vieni con me sul lago!
Il prete stava a guardare.
— Prendi pure la barca e va con lui sul lago! — disse il prete.
Quando furono sul lago, venne un gran temporale, cosicchè il ragazzo
dovette lasciar portare la barca dal vento. Il diavolo allora
volle, che il ragazzo passasse nella sua barca, ma ogni volta che si
avvicinava a lui, il ragazzo gli presentava la lettera. Finalmente
il diavolo si arrabbiò tanto, che se ne ritornò di nuovo sotto forma
di una fiamma verde da dove era venuto. Il ragazzo seguitò ad essere
spinto dal vento e dalle onde. Finalmente arrivò ad un paese totalmente
ignoto, ma sulla spiaggia era un palazzo reale che splendeva come
l’oro. Il ragazzo entrò per una porta, sulla quale era una iscrizione
in lettere d’oro, ed entrò in cucina. La ragazza di cucina gli disse di
non parlar forte, perchè la padrona di casa era lì vicina e dormiva.
Ma il ragazzo andò avanti e nella camera seguente trovò la cameriera.
Questa gli proibì pure di parlar forte, perchè la sua padrona era nella
camera attigua e dormiva. Il ragazzo però andò avanti fin nella camera
della padrona stessa, e vide che questa era ancora più bella della
cuoca e della serva. Essi parlarono insieme per un pezzo e s’intesero
per sposarsi. Ma il ragazzo disse, che avanti di maritarsi doveva
andare a visitare il suo padre e il suo padrino, il prete: — Se sapessi
solamente — soggiunse — dove devo andare per trovarli.
— La cosa è facile — disse la sposa. — Qui al mio dito ho un anello col
quale si può avere quello che si desidera e andare dove si vuole!
Il ragazzo prese l’anello della sua amorosa, se lo mise al dito ed
espresse il desiderio di tornare da suo padre e dal prete. Nello stesso
momento vi giunse. Egli raccontò tutto quello che gli era successo
dal momento che li aveva lasciati, ma nessuno gli voleva credere. Egli
mostrò l’anello che aveva al dito, ma pure non gli volevano credere.
Finalmente la sera, quando ebbero cenato dal prete, il giovane non
potè più tenersi, quantunque la sua amorosa glielo avesse severamente
proibito, dicendogli: «Tu non mi devi desiderare la dove sei tu con
i tuoi!» e disse: «Potesse essere qui la cuoca per sparecchiare la
tavola!» Nel momento la cuoca comparve e portò via il piatto che stava
davanti al ragazzo e sparì. Quando fu l’ora di andare a letto, il
ragazzo disse di nuovo: «Potesse venire ora la cameriera a prepararmi
il letto!» Essa arrivò tosto e gli rifece il letto. Il giovane andò
a letto e formò il desiderio: «Potesse ora venir la mia fidanzata a
riposare al mio fianco!» La sposa comparve all’istante, abbracciò il
giovane e lo baciò. Ma al momento stesso gli prese dal dito l’anello,
escì e non si vide più. Il giovane cominciò ben presto ad avere tal
desiderio della sua amante, che abbandonò suo padre e suo padrino e si
mise in viaggio in cerca della città d’oro. Egli arrivò da prima dal re
dei pesci:
— Buon giorno, nonno — disse il ragazzo, — mi puoi forse dare qualche
notizia sulla città d’oro?
— No! non ne so niente — disse il re dei pesci — ma radunerò i miei
pesci, forse qualcuno di essi ne saprà qualche cosa!
Egli fischiò per radunare i pesci, ma nessun di questi seppe dar
notizia della città d’oro. Lo _Stenbiten_ (_Anarrichas lupus_) non era
ancora venuto, ma finalmente arrivò anch’esso.
— Perchè arrivi tanto tardi? — domandò il re.
— La lontra mi aveva acchiappato — rispose lo _Stenbiten_, — fu a
stento che mi potei liberare!
Ma lo _Stenbiten_ non seppe dir niente neppur lui della città d’oro. Il
giovane andò avanti ed arrivò al re degli uccelli.
— Buon giorno, vecchio nonno — disse il ragazzo, — mi puoi dare nessuna
notizia della città d’oro?
— Non ne so nulla! — disse il re degli uccelli — ma chiamerò i miei
sudditi!
Egli allora fischiando riunì tutti gli uccelli, ma nessuno potè dir
nulla della città d’oro. Per ultimo venne il cigno.
Questi aveva deposte le uova e gli uomini avevano teso un laccio presso
il suo nido, nel quale era rimasto preso. Ne era escito a stento,
ma quando finalmente fu giunto non seppe dir nulla neanche lui della
città d’oro. Il giovane seguitò la sua peregrinazione senza sapere dove
andasse. Mentre camminava vide due figli di gigante che si battevano.
Il ragazzo si avvicinò a loro e domandò:
— Perchè vi battete? Si direbbe che siete due fratelli, ma se è così,
perchè vi battete?
— Sì, siamo due fratelli — risposero entrambi — e ci battiamo per un
berretto ed un paio di scarpe, che abbiamo avuto in eredità da nostro
padre.
Il ragazzo, che era accorto ed istruito, domandò cosa avessero di
particolare il berretto e le scarpe. Gli fu risposto, che quando si
avevano le scarpe, si poteva in un salto essere là dove si voleva e che
quando si aveva in testa il berretto, si diventava invisibili.
— Prestatemeli un momento — chiese il ragazzo — che vi possa provare se
è vero quanto mi dite!
I figli del gigante non vollero dapprima prestare la loro eredità al
giovane che essi non conoscevano, ma infine si lasciarono persuadere,
quando il giovane ebbe promesso di fare solamente due salti come prova.
Ma appena il giovane ebbe messo le scarpe e il berretto, andò d’un
salto alla città d’oro, e vide un gran bastimento dorato sul mare. Gli
dissero che quel bastimento apparteneva ad un figlio di re, il quale
era venuto a cercar moglie. Il giovane entrò senza essere veduto nella
reggia e vide e sentì il figlio del re, che chiedeva la mano della
sua amante. Egli rimase nascosto finchè venne l’ora di andare a letto.
Quando la sua amante andò a letto, vi andò pure il figlio del re e si
coricò al suo fianco. Nel momento che il figlio del re volle baciare la
sua sposa, il giovane gli dette un calcio sulla bocca. Il figlio del
re non potè capire cosa volesse significare un tal trattamento. Egli
si offrì di nuovo, ma ricevette un secondo colpo del duro stivale di
gigante che il giovane aveva nel piede.
— Perchè mi batti così? — domandò il figlio del re, meravigliato dei
modi poco amabili della sua bella.
— Io non ti batto niente affatto — disse la figlia del re; ma il
giovane che stava dietro alla sposa rideva per sè. Nello stesso momento
diede un nuovo calcio al figlio del re, cosicchè questi arrabbiato,
saltò su e ritornò al suo battello dorato. Aveva avuto abbastanza di
quella ragazza, pensò, e ritornò al suo paese. Il giovane si alzò pure,
escì e si levò gli abiti del gigante. Quindi tornò e cominciò così a
parlare colla figlia del re:
— Chi era quel forestiero che venne qua mentre io ero via?
— Era un figlio di re, che veniva a sposarmi — rispose la sposa.
— E perchè non l’hai sposato?
— Oh l’avrei preso volentieri — disse la figlia del re — ma egli ebbe
paura di me!
— E perchè ebbe paura di te?
— Non so donde viene, ma mentre eravamo accanto l’uno all’altro
assicurò che io gli davo dei calci sulla bocca invece di baciarlo, si
mise in collera e se ne andò. Io non lo seguii; sapevo di non avergli
fatto il minimo torto.
Il giovane allora ricominciò la sua antica corte, furono fatte le nozze
ed il ragazzo diventò padrone della reggia della città d’oro.