CAPITOLO SETTIMO

IL MONDO SOPRANNATURALE DEI LAPPONI — PROFILO DELLA LORO

RELIGIOSITÀ — CONVERSIONE DEI LAPPONI AL CRISTIANESIMO E

FERVORE APOSTOLICO DEI MISSIONARII NORVEGIANI — STREGHE, MAGHI E

PREGIUDIZII — LA MITOLOGIA LAPPONE SECONDO GLI ULTIMI STUDII DI

FRIIS.

Il buon parroco norvegiano Knud Leem trova, che la prima virtù dei

lapponi è quella di essere religiosi: _Inter virtutes lapponum primas

merito tenet veri Numinis cognitio_. È naturale che quel bravo prete

così timorato di Dio si entusiasmi per la calda religiosità dei suoi

amici polari, benchè ne dia il merito principale al _divo_ Federigo

IV, che si occupò con molto amore della loro conversione. Prima di

questo re _immortale_, dice egli, l’ignoranza religiosa dei lapponi era

infinita e aggiunge come prova di questo, che uno di essi interrogato

come Cristo fosse asceso al cielo, rispondeva: _con due tavole di

pietra!_ (confondendo l’ascensione del Cristo con Mosè e le sue

tavole). Ecco le parole testuali di Knud: _Exemplum dabo crassissimae

ignorantiae, qua tunc temporis miserrima gens laboravit_.

Noi, meno credenti di Knud, e più psicologi che teologi, troviamo

strano come i lapponi abbandonassero senza alcuna lotta e quasi direi

senza alcun rimpianto la loro poetica mitologia, che era stata per

tanti secoli la religione dei loro padri e si facessero cristiani

senza spargere una goccia di sangue nè una goccia di lagrime. Mutarono

religione come avrebbero mutato il vestito e abbandonarono quasi senza

rimpianto i loro dèi, i loro tamburi magici, le loro mosche magiche,

tutto l’olimpo fantastico del loro cielo ideale per abbracciare una

religione monoteista ed altissima, nata sotto il cielo azzurro della

Palestina. Credo, dopo averli studiati, che domani si farebbero turchi

coll’eguale facilità, e sarebbero i più fervidi musulmani del mondo.

Egli è perchè sono docili, timidi e pieni di un nervosismo, che li trae

facilmente ad aver paura della forza o delle cose invisibili. Le loro

donne furono le ultime a conservare un culto per i loro idoli, ma oggi

non rimane più dell’antica mitologia, che qualche pregiudizio e qualche

rito appena disegnato nelle nebbie di una superstizione vaporosa e

indistinta[33].

La prima missione cristiana fu fondata in Lapponia nel 1714 e il

Knud, divenuto missionario egli stesso pochi anni dopo, trovava già

profondamente cristiani i suoi neofiti. Alcuni sapevano a memoria 36

salmi. Un vecchio più che settuagenario, di nome Nikka Kokko-gedda,

analfabeta, aveva imparato a memoria in brevissimo tempo le tre prime

parti del catechismo. Chiamavano i loro parroci col nome di _buorre

atzkie, buon padre_. Quando appariva loro dinanzi un prete, si levavano

immediatamente con molto rispetto, offrendogli ciò che avevano di

meglio, _ut lac rangiferinum congelatum, caseum, linguam et medullas

ejusdem animalis_; ringraziavano con parole calde il sacerdote che

aveva fatto la predica, dicendogli più e più volte: _Kiitos ednak

Ibmel sanest, molte grazie per il Verbo di Dio_. Non bestemmiavano

mai, in ciò superiori ai norvegiani (aggiunge il Knud) e moltissimi

fra loro non prendevano cibo senza prima averlo benedetto colle parole

_Jesusatzh sioned_ (benedici, o Gesù).

Molta parte di merito nella conversione dei lapponi è da attribuirsi

ai missionarii, i quali, animati da un santissimo fervore, si

sacrificarono per la loro nobile intrapresa, che fu anche opera di

moralità, dacchè è per essi che i lapponi lasciarono quasi affatto il

vizio dell’ubriachezza, che fino allora era stata la prima loro gioia.

Knud descrive con vera esaltazione il piacere di convertire i lapponi

al cristianesimo, mostrando nello stesso tempo, quali fossero i forti

travagli della vita di un missionario in quelle regioni polari. Allo

svegliarsi veder la brina del proprio fiato ghiacciato sulla pelliccia

del letto, trovar ghiacciato l’inchiostro anche presso il fuoco,

sentirsi ardere i piedi e gelar le spalle e veder disegnata colla

brina la forma del proprio corpo sulle pareti delle capanne, perchè il

corpo faceva da paravento per il calore del focolare: «Praeter omnem

opinionem deprehendi eam parietis partem, quae propter umbram corporis

mei vim calefantis ignis admittere non poterat, pruinam induisse,

meique quasi imaginem et simulacrum albo colore depictum, in pariete

retulisse.

«Nec molle et plumosum cubile in hujusmodi hospitiis Missionario

expectandum est, cui loco culcitae est hispidum corium rangiferinum,

super nudam humum, vel saltem super corrasa lignorum sarmenta expansum,

vestibus, quas cubitum iturus exuerat, loco pulvini suppositis. Ad

requiem qualemcunque ita compositus, ipsam nivem capita fere attingit,

exiguo unius duntaxat palum spatio ab ea remotus, cubat enim in

pavimento, pedibus focum versus exporrectis, capite autem parieti

proximo qui, quemadmodum supra observatum est, ima sui parte perpetuis

nivibus, tanquam vallo cinctus est et circundatur.» (Pag. 535).

E dopo aver descritto il piacere di viaggiare nell’inverno in mezzo a

turbini di neve che oscurano il cielo:

«Accidit praeterea, ut, saeviente frigore et multa nive cadente, genis

proficiscentium glacies incumbat, quae laminae instar, postea avellitur

et stiriae palpebris adhaerescant, digitis similiter avellendae, quod

incommodum admodum molestum est, iis praesertim, qui a teneris perferre

non didicerunt. Incommodis hisce et periculis tandem superatis,

pervenitur in tentorium, teterrimo fumo oppletum, quod sane haud

leviorem viatori molestiam creat; et, ut reliqua incommoda taceam, hoc

unum, memorasse sufficiat, efficere hunc fumum, ut facies hospitis, si

per complures dies hic commoratus fuerit, variis tuberibus intumescat.

«Et, ut paucis multa complectar, tot Missionarium lapponicum

circumveniunt et exercent incommoda, tot labores exantlandi, sive

frigus spectes, quod suo tempore paene intolerabile est, sive hospitium

in parvo et rimoso tentorio, sive denique alimenta consideres, qualia

sunt lac rangiferinum congelatum, fontana, eaque interdum frigidissima

et nive permixta etc. aliaque innumera, quibus recensendis vix

sufficio, incommoda respicias, ut speciali Dei providentiae, eique soli

tribuendum sit etc.»

Dice però che egli non vuole con queste tristi pitture sgomentare i

missionarii, perchè l’idea di far del bene e di far entrare in cielo le

anime dei lapponi basta a tutto.

«Enim vero qui gloriam Dei in tot animarum a tenebris ad lucem, a

potestate Satanae ad Deum, conversione promovendam unica respicit,

haec et alia, quae se circumvenire possunt incommoda, parum curat,

sed puro et sinceri Christi oviumque pretiosissimo ipsius sanguine

redempturum amore incensus quaevis molestias laetus adit, laetus

sustinet et superat. Quae initio dura sunt, uti assueveris, sensim

mollescunt, et profecto (absit omnis jactantia et vana coram Deo et

hominibus gloriatio) confidenter ausim asserere, me omni illo tempore,

qua pars aliqua missionis regiae in hisce oris eram, mea sorte adeo

contentum fuisse ut numquam magis. Si causam quaeris, praeter multas

alias et hanc accipe; esse lapponibus ingenia adeo docilia, mitia et

tractabilia, ut, quod in commercio cum aliis hominibus, sua et aliorum

opinione his multo politioribus, animum liberalem aequique amantem et

justi, haud raro offendant, et ad iram ac indignationem irritant, inter

lappones versanti non sint metuenda.»

Le streghe e i maghi furono gli ultimi a sparire dal mondo mitologico,

e non oserei dire che neppure oggi sia del tutto scomparsa la magia in

Lapponia; nè possiamo stupircene, quando ricordiamo la magia bianca

dello spiritismo, che si esercita anche oggi sotto i nostri occhi da

uomini serii e di buona fede.

Knud racconta molte confessioni di streghe, dalle quali apparisce come

queste donne credessero esse stesse agli straordinarii poteri, dei

quali eran dotate, sia per fare il bene che per fare il male. Alcune ad

esempio credevano di essere state nell’inferno e di aver avuti continui

rapporti col diavolo, altre confessavano di avere coi loro maleficii

fatto naufragar navi o perir vacche e bambini. Il buon Knud è disposto

a credere, che queste confessioni fossero il risultato di sogni o di

accese fantasie, fors’anche estorte dalla paura o dalla tortura; ma non

nega che anche l’arte magica possa essere della partita: «Artem tamen

magicam olim fuisse exercitam, minime nego, cum diabolus in infidelibus

efficax sit, et quis id, quod sacrae paginae luculentis dictis

exemplisque testificantur negare sustineret?»

Prima di segnare a grandi tratti l’antica mitologia lapponica,

raccogliamo le superstizioni e i riti, che regnavano ancora poco prima

del Knud e che possono valere a disegnarci la particolare forma di

religiosità che è propria dei lapponi.

Usavano una specie di sagrifizio in cui ardevano in una _cymbula_

pezzetti di carne, di cacio, di burro e di viscere di renne.

Si credeva, che taluni uomini avessero il potere di lanciare da lungi

piccole freccie avvelenate di piombo per vendicarsi dei proprii nemici.

Queste freccie producevano malattie gravi o contagiose.

Si tenevano lontani i lupi, gridando o piuttosto urlando il canto

_juvigen_:

«Kumpi! don ednak vahag lekdakkam, ik shjat kalka dam paikest orrot,

mutto dast erit daakkan maibme kietzhjai mannat, ja don kalkak dai

patzhjatallat daiheke jetzhja lakai hawanet»

«Lupo, autore di molti mali, non rimaner più qui, vattene lungi di

qui agli ultimi confini del mondo. Altrimenti o sarai trafitto dalle

freccie o in qualunque altro modo perirai.»

I maghi, per scoprire il ladro, mettevano dell’alcool in una _obba_,

e dicevano di sapervi vedere il ritratto del colpevole. Che s’egli non

avesse reso le cose rubate, perderebbe un occhio o un membro. A rendere

più solenne questo esorcismo, il mago urlava durante la sua inchiesta;

e il ladro lappone, assai più ingenuo dei nostri, si rivelava spesso e

restituiva ciò che aveva involato.

Agli antichi lapponi era giorno sacro il giovedì; con minor frequenza

anche il sabato e il venerdì. Nei giorni creduti sacri era proibito

cacciare e pescare.

Rispetto alla menstruazione avevano usi molto simili a quelli degli

antichi ebrei. Quando una donna aveva il flusso mensile, il marito

non poteva dormire con lei e neppur toccarle gli abiti. Essa non

poteva scavalcare colle gambe un fucile giacente sul suolo, nè montare

sul tetto della capanna, nè munger le vacche, nè passare presso la

spiaggia, dove si mettevano a seccare i pesci.

Non mangiavano mai carne di porco, credendo che quest’animale fosse il

cavallo dei maghi.

Non andavano a cacciare o a pescare dove erano chiese.

Non nominavano mai o quasi mai l’orso col proprio nome di _guouzhja_,

temendo di offenderlo e di irritarlo a maggiori stragi. Lo chiamavano

invece _vecchio dalla pelliccia, moedda-aigja_. L’orso ucciso era

condotto quasi in trionfo a casa, ma si costruiva una speciale capanna

per riceverlo, dove doveva esser cotto e dove nessuno entrava prima

di aver mutato gli abiti. Era mangiato quasi unicamente dagli uomini,

e solo qualche pezzetto era portato alle donne, badando che non fosse

però degli arti posteriori. Questo scarso tributo non poteva esser

portato loro attraverso la porta della capanna, ma sollevando in un

angolo riposto un lembo della tenda. Le ossa dell’orso si seppellivano

e per tre giorni uomini e donne vivevano isolati.

Quando si fondevano le palle per il fucile, si pronunziavano parole

oscene.

Chi prendeva uno _Sturnus cinclus_, lo conservava vivo o morto, come un

talismano, che portava fortuna.

Era grande fortuna potersi mettere sotto un albero, dove cantava un

cuculo e rimanervi prima che fosse volato via. Era pure di ottimo

augurio il trovarne le uova.

Trovar pietre singolari per grandezza o per forma significava che

qualcosa di strano doveva accadere.

Il tuono spaventava i maghi e li uccideva; donde il proverbio: _Se non

vi fosse il tuono, i maghi distruggerebbero il mondo_. Si credeva che

i maghi inorriditi dal tuono, corressero qua e là, finchè avessero

trovato un albero in cui nascondersi e appena rifugiati colà, il

fulmine incendiava la pianta maledetta.

Gli alberi fulminati avevano particolari virtù, ad esempio questa, che

una scheggia del loro legno curava il mal di denti.

Appena una donna si sentiva incinta, cercava nel cielo una stella,

che fosse vicina alla luna, e dalla maggiore o minore distanza dei due

astri traeva augurio sulla fortuna della gravidanza e del parto.

_Securi manubrium infigere in domo, ubi puerpera erat, nefas habebant._

Nel travaglio del parto bisognava badar bene che non vi fossero nodi

nelle vesti della partoriente, perchè ognuno di essi rendeva più

laborioso il parto. Gli abiti portati nel momento del travaglio non si

potevano portar più per tutto il corso della vita.

Le donne non potevano mangiare la carne della testa del renne e gli

ammalati non dovevano assaggiare la parte dello stesso animale, che

corrispondeva a quella che in essi pativa.

Durante la malattia si facevano spesso doni votivi alla chiesa vicina.

Morto il malato, si uccideva il renne, che serviva come animale da

tiro al defunto, e mangiatene le carni, si seppellivano le ossa. Si

abbatteva la parte della capanna, in cui si era deposto il cadavere e

spesso si abbandonava anche il luogo visitato dalla morte.

Per difendere il gregge dalle disgrazie si credeva utile sospendere al

fienile una testa di pecora involta di fieno e di lana. Si credeva pure

molto utile segnare una croce sui loro armenti[34].

Dopo aver segnato questi tratti sulla religiosità dei lapponi, daremo

alcuni cenni della loro antica mitologia, desumendola dagli studii

profondi di Friis.

Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier · 第 65 / 96 题