I più ricchi fanno talvolta una cena funebre.

Sul pudore dei lapponi corrono diverse e opposte opinioni. Se dovessi

giudicarne dalla mia esperienza direi che le loro donne sono più

pudiche di molte altre, dacchè non ho riuscito a fotografarle nude, per

quanto offrissi una somma fin di lire 150 per questa accondiscendenza.

Un dotto entomologo tedesco invece, che visse lungamente fra essi, mi

disse di averli veduti sagrificare all’amore nelle loro capanne dinanzi

a’ suoi occhi, e a Trondhiem due lapponi furono arrestati, perchè

contro il muro di una casa riproducevano la specie. È vero però che

erano ubriachi. Alle nostre carezze le fanciulle non dicono sempre di

no e s’abbandonano all’amplesso per simpatia dei sensi, non per avidità

di denaro. Il Knud Leem li difende nella sua opera da un anonimo

scrittore, che li aveva detti scostumati:

_At ego sancte asserere ausim, nullum me unquam ab illis obscoenum

audiisse verbum, nec per totum illud quadriennium, quo inter duarum

Parochiarum Kilvigensis et Kiöllefiordensis, Lappones Missionarii munus

obibam, ullum in utroque coetu, extra legitimum conjugium, partum

fuisse editum, et per integrum sexennium, quo coetui Altensi curio

præeram, unicum duntaxat._

In ogni modo i figli del peccato non sono nè abbandonati, nè sprezzati;

perchè sopra ogni cosa amano veder crescere la popolazione.

Allegri e ciarloni amano chiacchierare lunghe ore; e a noi figli del

secolo XIX sembra strano come possan trovare nel loro piccolo mondo

materia a tante ciarle. Cantano senza alcuna armonia e declamano

volentieri le loro poesie, improvvisando anche i loro _vuoleh_,

specialmente quando sono rallegrati da un po’ di _acquavite_. Spesso

due cantori si abbracciano e tenendosi allacciati lungamente, si

rispondono a vicenda col canto, piangendo per la commozione.

A Hvalsund, un lappone russo, per nome Ole Olssen, udendo dinanzi a

Marmier cantare una melodia tenera e querula, si commosse, abbassò la

testa e le sue guancie si bagnarono di lagrime. — Oh, diss’egli a un

tratto, noi non cantiamo qui, ma noi canteremo nel cielo.

De Latour, leggendo questa scena commovente nelle lettere direttegli da

Marmier, rispose con questo sonetto:

Pendant que tu disais ta ballade de France,

Sous le toit de ton hôte un vieux lapon entra,

Qui s’assit à tes pieds, dans un pieux silence,

Longtemps te regarda chanter et soupira.

Puis ses yeux s’animant d’un rayon d’espérance:

«Nous ne chantons pas, nous, mais une heure viendra,

Où Dieu, prenant pitié de sa longue souffrance,

Dans un monde meilleur le lapon chantera.»

Et tu crois, o vieillard, que sur d’autres rivages,

Parce qu’elle est plus haut, la nue a moins d’orages,

Et que l’homme au bonheur chante un hymne éternel?

Ah! qu’il en est aussi dont les âmes blessées

Traînent avec ennui le poids de leurs pensées,

Et disent comme toi: Nous chanterons au ciel.

I lapponi non hanno orologio e contano alla grossa il loro tempo col

sole. Il tempo per loro è l’ultimo pensiero. Se una cosa non si fa

oggi, si farà domani, e se non potrà farsi domani, si farà un’altra

volta: questa è la loro filosofia. Non si decidono che lentamente,

vogliono e disvogliono, ma una volta decisa una cosa, la eseguiscono

puntualmente.

Sono umoristici come gli svedesi e allo scherzo rispondono con altri

scherzi, che spesso sono anche mordaci. Amano molto dare agli amici

soprannomi, che si pigliano per lo più da difetti corporali. Una volta

un parroco diede ad un lappone (certo per equivoco) del caffè con sale.

Lo bevette senza dir motto, ma restituita la visita dal prete, questi

ebbe delle more salate. Il lappone redarguito rispose sorridendo, aver

creduto che il parroco amasse il sale.

Fétis, in un suo saggio sul sistema di classificare le razze umane

dalla loro musica, disse sull’autorità di Acerbi, che i lapponi erano

affatto distinti dai finni, perchè erano il solo popolo, che non

conoscesse il canto.

Questa però è una esagerazione, perchè anche i lapponi cantano, ma

rarissimamente e molto male. È certo che non hanno alcun istrumento

musicale (_et ne instrumentum quidem musicum inter eos reperire

licet_, Leem). Sommier vide una volta un flauto di arcangelica, ma era

certamente di origine norvegiana. Il Leem tentò più volte di insegnar

loro il canto corale, ma sempre inutilmente. _Modulatio lapponum

incondito cuidam clamori vel etiam ululatui quam vero cantui simili

est._

I lapponi tirano al bersaglio per divertirsi, giuocano alla palla e al

giuoco dell’oca. È una volpe che deve difendersi da tredici oche. Hanno

anche il _sakku_, giuoco antichissimo, forse di origine asiatica, che

rassomiglia assai agli scacchi. Sogliono anche lottare con bastoni.

I loro nomi di battesimo si danno quasi sempre sulla guida dei sogni e

sono nomi norvegiani storpiati dalla desinenza lapponica:

Andrea diventa _Anda_ o _Adda_

Giuseppe » _Iuks_

Lorenzo » _Lalla_

Niccolò » _Nikke_

Olav » _Wulla_ o _Volale_

Pietro » _Piettar_

Paolo » _Pave_

Giovanni » _Anthe_.

Usando però lavare ogni giorno i loro bambini nell’acqua calda, danno

loro spesso dopo il lavacro un altro nome, quando piange troppo od è

malato e quando, come essi dicono, si mostra scontento del primo nome.

Questo battesimo si amministra colle parole:

_De mon bausam duu dam Nabmi N. N., ja dam Nabmi buurist kalkak sellet._

_Io ti lavo nel nome di N. N., col qual nome tu starai bene._

È questa la ragione per cui i lapponi portano spesso due o tre nomi,

e quello del lavacro riesce spesso più poetico, perchè inspirato

dall’affetto delle mamme. Ricordo fra gli altri questo: _utze beivatzh,

piccolo sole_.

I lapponi sono timidi e si lasciano spaventare come fanciulli,

giudicando subito per miracolo ciò che non hanno la facoltà

d’intendere.

La ricchezza dei lapponi è misurata dal numero delle renne che

posseggono. Ai tempi di Von Buch una famiglia, che non avesse che

cento rangiferi, era molto povera e non esente dal pericolo di morir

di fame. Incominciava ad essere agiata, quando il numero delle renne

giungeva a 400. Anche oggi con piccola differenza, queste frontiere

della povertà e dell’agiatezza durano ancora. In caso di epidemia del

bestiame, il lappone rimasto privo d’ogni ben di Dio, non ha altra

risorsa che di servire presso una famiglia ricca o di avvicinarsi

al mare, trasformandosi in pescatore. Il mendicante non esiste in

Lapponia. Noi abbiamo conosciuti lapponi, che possedevano 3000 renne e

70 od 80 mila lire in tanti talleri e gioielli d’argento, che mettevano

alla banca, o più spesso nascondevano sotto terra e nelle torbe. Van

Düben racconta il caso di un ricco divenuto cieco, che non potè più

ritrovare il proprio tesoro, nè dare indizii sufficienti ai suoi,

perchè lo trovassero. Si può calcolare all’ingrosso che duemila renne

rappresentano 20,000 _reichsthaler_, ma una buona renna da tiro può

valere anche 45 lire.

I lapponi in generale sono economi, e nei loro contratti preferiscono

l’argento, che chiamano _blanca_, alla carta, che non ha però corso

forzoso. Una volta il commercio si faceva per cambii, ora si fa invece

col denaro. Fanno spesso dei regali ai loro avventori e clienti, ma

colla sicurezza di riceverne il contraccambio. Ho veduti i lapponi

vendere e comprare e li ho trovati in tutto simili ai miei indiani

dell’America meridionale. Son brontoloni, insistenti, meticolosi;

nascondono la furberia sotto un denso strato di bonomia e di apparente

stupidità, ma alla fin dei conti, trattando con noi, gente di razza

alta e di morale evangelica, riescono più spesso canzonati che

canzonatori.

Ogni mercante scandinavo, che è in rapporto di commercio coi lapponi,

ha i proprii clienti. Quando si vuol fare un contratto, egli deve prima

d’ogni altra cosa far portare dell’acquavite e offrire piccoli doni. Il

lappone dal canto suo offre carne di renne e selvaggiume, che riceve

poi cotta dal suo mercante. In generale, saldati i conti, e chiuso il

bilancio, il povero lappone rimane sempre indebitato, ciò che lo tien

stretto al suo cliente, senza poter offrire le cose sue ad alcun altro

mercante. I debiti si segnano in modo molto semplice con tacche fatte

sopra un pezzo di legno, che si taglia in due pezzi eguali, uno dei

quali rimane al creditore, l’altro al debitore. Ogni tacca indica in

generale una mezza _corona_ (lire 0,75).

Quando si pensa, che immensi deserti di paludi e di ghiacci separano

debitori e creditori per lunghi mesi, si deve dare una corona civica

di onestà ai quei poveri nani iperborei, che menano i loro affari

commerciali con tanta ingenuità di forme e fedeltà di promesse.

I lapponi godono di tutti i diritti dei cittadini di Svezia e di

Norvegia, ma non si accorgono davvero di averli.

Pagano le loro imposte fedelmente; imparano a leggere e scrivere,

perchè è anche questo un loro dovere e perchè si rifiuterebbe loro il

sacramento della confermazione, al quale tengono moltissimo; ma la

loro coltura letteraria si riduce per lo più a leggere malamente il

Vangelo o a fare a un dipresso la loro firma. Alcuni di essi però sono

suscettibili di studio e di coltura. Io conobbi un lappone, maestro

di scuola stipendiato dal Governo di Norvegia e che insegnava il

norvegiano e l’aritmetica ai suoi piccoli scolari della Lapponia. Del

resto meglio assai saranno ritratti i lineamenti psichici di questa

gente nei due capitoli, che dedicheremo più innanzi al loro mondo

ideale e alla loro religione.

Qui basterà a completare il loro ritratto il poco che potrò dire delle

loro industrie e delle loro arti.

Di sensi acuti, sono molto abili al tiro, e così, come nel secolo

scorso erano ancora abilissimi tiratori d’armi, oggi lo sono col fucile

o la carabina.

Del resto, trovandosi in continui rapporti colla civiltà scandinava,

comperano belle e fatte molte cose, che potrebbero e saprebbero fare

da sè, se dovessero ricorrere alle sole proprie attitudini. Oggi essi

si accontentano di preparare il loro filo, le loro pelliccie, i loro

cucchiai d’osso ed altri piccoli utensili.

Il filo si prepara dalle donne coi tendini delle renne. Si tostano

al fuoco, si battono finchè divengono molli, o si masticano e poi

si fregano sulle guancie o sul ginocchio finchè siano ridotti in

fili sottilissimi (_et palma ad maxillam affricando, in tenuissima

fila contorquent_, Leem). Con telai molto primitivi fatti di osso

intrecciano le loro fascie di lana a varii colori. Filano lo stagno con

molta arte e ne ricamano le loro fascie. Sanno anche tingere il panno

in giallo o in rosso, adoperando il _Lycopodium complanatum_, la radice

del _Rumex acetosa_, i fiori del _Galium verum_.

Le donne preparano le pelliccie, scarnando bene le pelli e ungendole

poi a più riprese con olio di fegato di pesce. Gli uomini invece

fabbricano i loro cucchiai colle corna delle renne, incidendovi fiori

e disegni di renne. Fanno anche vasi di legno coi tronchi e le radici

delle betule. Bordier disse, che i disegni incisi dai lapponi sui

loro cucchiai e sulle loro scatole o agorai rammentano quelli dei

vasi scandinavi dell’epoca del bronzo. Egli aggiunge, che filtrano il

latte di renne attraverso un ingegnoso filtro di crino, onde levarne

i peli. Quanto a me, non ho trovato presso i lapponi altro strumento

più ingegnoso di un grande cucchiaio per cogliere rapidamente e bene

una grande quantità di frutti di bagiole, ed io consiglierei i nostri

montanari a farne di simili, invece di cogliere una per una le bacche

dei loro mirtilli. È un cucchiaio di legno simile in tutto a quello,

di cui si servono i barcaiuoli del Lago Maggiore e del Lago di Como

per cavar l’acqua dai loro burchielli e sul labbro anteriore vi è un

pettine a larghi denti, che scorrendo tra le pianticine del mirtillo,

ne distacca i frutti, facendoli cadere nel cucchiaio[16].

Ma questi nostri lapponi, donde sono venuti? Chi son dessi? Per quale

anello si congiungono alla grande famiglia dei popoli dell’Asia o

dell’Europa? Oggi, noi giustamente non crediamo di conoscere bene una

creatura qualunque di questa nostra pallottola sublunare, se non le

abbiamo assegnata la genealogia e il posto gerarchico nella grande

storia del _divenire_.

Per chi si accontenta della mitologia, potrebbe bastare l’iscrizione

seguente, che nel secolo scorso si leggeva ancora sopra un’antichissima

statua dell’isola di Gidschœe:

Findus fratrem interfecit

Quia inter eos de via non conveniebat;

quapropter in Borealem regni partem concessit,

ubi ejus progenies in immensum aucta est,

Ab illo descendunt omnes illi Normanni,

Qui sese Finnos appellant.

Ammessa per vera la leggenda, noi dovremmo sempre dimostrare che fra i

_finnos_ vanno contati anche i lapponi.

Knud Leem crede di riscontrare molti rapporti fra i lapponi e gli

antichi sciti; quali il vestirsi di pelli, la vita nomade e la

pastorizia. Gli par quindi, se non vero almeno verosimile, che i

lapponi siano una propagine degli antichi sciti e in una nota aggiunge,

che anche Leibnitz e Bajerus sono di questa opinione.

Il buon pastore norvegiano però non è troppo forte in etnologia,

dacchè, alcune pagine più innanzi, trova una _quandam etiam

convenientiam_ fra i lapponi e gli antichi ebrei; cioè capelli oscuri,

vestimenti simili, il canto sacro, usi relativi alla mestruazione ecc.

E quasi non bastasse questo vagabondaggio di opinioni, egli trova forse

una parentela fra lapponi e finni della Svezia. Davvero che questi

nostri amici del nord sarebbero parenti universali!

Appartiene forse alle fantasie etniche anche l’idea che i fenici

abbiano visitato il nord della Norvegia e che i cartaginesi andassero a

pescare alle Lofoden, riportando il pesce nella loro terra affricana.

Leopoldo Von Buch dice, che Thule deve essere la Norvegia

settentrionale e non l’Islanda e sostiene la sua opinione con validi

argomenti. Egli ammette che lapponi e finni discendano da uno stipite

comune, ma che si siano separati fra di loro prima di venire lì dove

si trovano oggi. Egli crede probabile, che i lapponi abbiano lasciato

la costa del Mar Bianco per venire ad abitare la Norvegia e la Svezia e

che i finni sian venuti dall’Estonia, attraversando la Finlandia.

Virchow considera i lapponi come un ramo dei finni; Schaffhauser invece

vede in essi i discendenti di mongoli respinti al nord lungo la costa

dell’Oceano glaciale. Ecker crede, che siano un ultimo avanzo di un

popolo, che occupava un tempo tutta la Scandinavia e fors’anche gran

parte della Germania; ma quest’ultima opinione, che pure parrebbe

a priori tanto verosimile, è contraddetta da tutte le ricerche

preistoriche fatte dai dotti paletnologici della Danimarca, della

Svezia e della Norvegia ed oggi in tutta la Scandinavia non vi ha anima

viva, che osi difenderla[17].

A me sembra che il Van Düben abbia il merito di aver studiato più

profondamente le origini dei lapponi, raccogliendo una cronologia

di dodici secoli, accompagnando i lapponi da Erodoto fino ai nostri

giorni. Poveretti! Essi ignorano la loro storia e non sentono il

bisogno di rifarla; tocca a noi, irrequieti indagatori di origini, fare

ciò ch’essi non sanno.

Erodoto è molto buio; ma Tacito nella sua _Germania_ (Caput 45 e 46)

lì dove parla dei sujones e dei finni, ci dà la prima notizia dei padri

antichissimi dei nostri lapponi. Ma dopo Tacito, essi sono scordati per

quasi 500 anni, se pur si vuol dimenticare il poco che ne dice Pomponio

Mela.

Procopio Cesarico verso il 560 dell’èra nostra descrive la storia

delle guerre gotiche e parlando degli eruli, che ritornano a Thule,

loro patria, dice che quella terra era in gran parte disabitata,

ma che la piccola regione coltivata contava tredici popoli diversi

con altrettanti re. Aggiunge che in quel paese ad ogni anno si

ripete il miracolo, che nel solstizio di estate il sole non tramonta

e nel solstizio d’inverno il sole per quaranta giorni sparisce

dall’orizzonte. Fra i barbari che abitano Thule, un solo popolo mena

vita selvaggia e sono gli _scrithiphinni_. Son gente, che non beve

vino, nè raccoglie frutta dalla terra, nè la coltivano; neppure le

donne lavorano in casa, ma escono cogli uomini a cacciare. I loro

monti e i loro boschi danno a loro le carni delle loro belve e dei loro

uccelli. Non hanno lino, ma si veston di pelli, cucite coi tendini.

I loro bambini non poppano, ma succhiano il midollo dei grossi animali.

Appena nasce un bambino, viene sospeso ad un albero e si copre di

pelliccie, dandogli in bocca un pezzo di midollo, che succhia, mentre i

genitori partono per la caccia.

Un altro goto, Jornandez, del tempo di Procopio (pag. 350), descrive

Thule, sotto il nome di Isola Scanzia, che è circondata dal mare e da

moltissime altre isole. Nel nord abita un popolo, che nell’estate ha 40

giorni di sole e nell’inverno 40 giorni di tenebre. Fra tutti i popoli

della Scanzia i più dolci di costumi sono i _fenni_.

Il longobardo Paolo Varnefried, duecento anni dopo, cioè verso il 780,

parla dello stesso popolo. Sono gli _scrito-finni_, che confinano

coll’isola di Scandinavia. Anche nell’estate hanno la neve e vivono

di carne cruda. Il loro nome deriva dal modo di camminare sopra pezzi

di legno in forma di barca. Hanno un animale simile al cervo, della

cui pelle fanno vesti simili ad una tonaca, che scende loro fino al

ginocchio. A ponente, nel mare, vi è un vortice (il Malstroem).

Sulla fine dell’800 il geografo di Ravenna, l’anonimo ravennate, parla

di un popolo scandinavo, che abita il paese più freddo del mondo. E

via via, per secoli trovate molti autori che si copiano l’un l’altro,

lasciandoci la parola di finni, con cui anche oggi danesi, islandesi

e norvegiani battezzano i nostri lapponi. Per il Van Düben i finni di

Tacito sono gli scrito-finni degli scrittori del medio evo.

Un’antica tradizione dice che son venuti dall’oriente; e Castren,

raccogliendo la tradizione, credette di poterla precisar meglio,

dicendo che essi son partiti dall’Altai coi finlandesi; cosa però che

è assai più facile a dire che a precisare. Il Van Düben, più scettico

del Castren, trova i lapponi troppo diversi dai finni per poterli fare

escire da un unico ceppo. È vero, che le loro lingue sono affini,

che appartengono entrambi al gruppo ugro-altaico; ma altra cosa è

l’affinità filologica ed altra la etnica. I lapponi emigrarono forse

per i primi da un grande centro altaico, emigrando verso il nord-ovest,

lungo il fiume Irtisch o l’Obi e passando gli Urali. Dire a qual’epoca

giungessero in Europa è cosa impossibile.

I lapponi hanno nella loro lingua 18 parole per esprimere la forma

dei monti, 20 per il ghiaccio, 11 per il freddo, 41 per la neve e le

sue varietà, mentre d’altra parte sono poverissimi di vocaboli che

esprimono cose di paesi temperati. Anche questo fatto è un potente

indizio per dimostrare, che questa povera gente nacque tra i ghiacci e

tra i ghiacci emigrò, mutando solo il freddo d’Asia in quello d’Europa.

Ecco il poco di sicuro, che la critica etnologica può affermare

sull’origine dei lapponi; inoltrarsi in vie ristrette per cercare

particolari più minuti sarebbe lo stesso che smarrire la via e perdersi

nel laberinto del romanzo storico.

Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier · 第 28 / 96 题