CAPITOLO SESTO

IL MONDO IDEALE DEI LAPPONI — LA LORO POESIA — I LORO PROVERBII E

INDOVINELLI — NOVELLINE.

La poesia lappone è una rivelazione tutta moderna e se alcuni dotti

non avessero raccolto con cura paziente quegli inni polari, essi

sarebbero andati perduti per la storia dell’arte e del pensiero umano.

La civiltà, che tutto lisciando e tutto livellando, distrugge tanti

lineamenti della nostra psicologia, avrebbe consunti anche quei canti

epici e lirici della Lapponia, che hanno un sapore così agreste, una

forma così fantastica e note così tenere d’affetto. A furia di passare

di bocca in bocca, senz’essere stati mai consegnati alla penna, si

sarebbero evaporati insieme al fumo azzurro, che esce dalle povere

capanne dei lapponi.

Friis fu il primo, che nel 1856 pubblicò[18] una raccolta di favole

e leggende lappone, col modesto proposito di dare un saggio di

quella lingua, che egli aveva studiata con tanto amore. Prima di

lui si sapeva appena, che questo popolo iperboreo e in apparenza

così povero di pensiero avesse un mondo ideale, benchè Scheffer

fin dal 1673 nella sua _Lapponia_[19] avesse pubblicato due liriche

lapponiche nell’originale e nella traduzione[20]. Anche il pastore

Linder di Umea, che viveva ancora nel 76 più che nonagenario, aveva

pubblicato nel 1849 nel giornale svedese _Läsning för folket_ notizie

interessanti sulla Lapponia svedese e sui suoi abitanti, dando un

sunto del canto _I figli del sole_; ma erano poche gemme raccolte da

un tesoro ancora quasi inesplorato. Il Van Düben nella sua classica

opera sulla Lapponia ci diede tradotto per intero _I figli del sole_

ed altre poesie epiche, raccolte specialmente dalla bocca del venerando

pastore lappone Fjellner. Il Donner, finlandese di nascita, venuto dopo

tutti, ci ha dato una vera antologia lapponica, pubblicata prima in

un giornale in lingua finnica e poi in un volume a parte pubblicato ad

Helsingfors[21].

Il venerando Fjellner, che forse vive ancora, merita una calda

parola di riconoscenza per avere conservato lo scrigno prezioso della

poesia lapponica. Nell’estate del 74 il Donner, passando per Umea e

Lycksele, viaggiando a piedi e in barca, si portò a Sonde, dove il

vecchio Fjellner di ottant’anni e cieco viveva colla sua famiglia e

le sue poche renne, predicando ai suoi paesani la parola del Signore.

Cortesissimo col dotto filologo finlandese gli dettò la maggior parte

delle poesie che faremo conoscere agli italiani.

Anders Fjellner nacque a ciel sereno in una fredda notte di autunno,

il 18 settembre 1795, sui nevosi altipiani di Ruta, fra Votta e Sal

nell’Herjedal. I suoi genitori erano lapponi nomadi e ancor prima di

ricevere il battesimo del cristiano, ebbe il battesimo lappone, dacchè

appena nato lo lavarono in una sorgente ghiacciata. Mortogli il padre

nel 1804, fu mandato da lontani parenti alla scuola di Ostersund nel

Jämtland, poi al ginnasio di Hernösand e nel 1818 all’Università di

Upsala. Fin dai primi anni della sua educazione egli stesso aveva preso

il nome di Fjellner, perchè nato sopra un _fjäll_ (altipiano, monte).

Lo studio del latino, del greco e della teologia si alternavano colla

vita nomade del pastore, che egli riprendeva con passione nelle vacanze

della scuola. Nel 1820, lasciata l’Università, passò molti anni fra

i lapponi svedesi, facendo il missionario, finchè, presa seco la

moglie, due figliuoli e undici renne, portò la sua carovana a Sorsele,

dove rimase sempre come curato (_pastor_). Nessuno più di lui poteva

raccogliere con religioso amore la poesia di un popolo, di cui aveva il

sangue nelle vene, benchè l’educazione lo avesse posto tanto in alto;

e Van Düben e il Donner, conversando col vecchio _pastore_ di Sorsele,

trascrissero ciò che il povero cieco non poteva più tramandare ai

posteri colla parola scritta.

Il Fjellner crede di ravvisare nelle poesie epiche della Lapponia

un’origine asiatica; ma il Van Düben e il Donner non sono di

quest’avviso. Benchè questi canti abbiano un’origine antichissima,

e può dirsi preistorica, sembrano ad essi lapponi, null’altro che

lapponi. In alcuni di essi sono evidenti alcune ricuciture e rammendi

fatti in epoche posteriori, per cui sulla maschia e mitica orditura

antica si vedono i ricami medioevali e le storpiature moderne di nomi e

di paesi. La stoffa primitiva però è così robusta e così ben tornita,

che rammendi, ricuciture e ricami non bastano a guastarla, e noi ci

troviamo innanzi agli occhi una delle più franche e più originali

espressioni del mondo ideale di un popolo iperboreo.

Lasciamo, che eruditi e filologi dissertino sopra l’origine di questi

canti. È probabile, che essi rimontino ad un’epoca, in cui le diverse

stirpi finniche si trovavano raccolte in un più stretto territorio.

Separate le une dalle altre per successive emigrazioni, portarono seco

il palladio prezioso della poesia dei loro padri, e se la tramandarono

con culto religioso da padre in figlio.

Leggendo le poesie lapponiche, che daremo letteralmente tradotte dallo

svedese o dal tedesco, voi troverete i caratteri più salienti d’ogni

poesia arcaica di popoli primitivi insieme ai lineamenti più speciali

della natura e dei costumi lapponici. Il nervosismo sommo di quella

gente, che li espone ad allucinazioni frequenti, a veri miraggi della

fantasia, dà anche alla loro poesia il carattere fantastico; e lo

stesso Fjellner, cristiano, sacerdote e dottorato ad Upsala, raccontava

in piena buona fede di aver veduto un giorno la figlia del sole. Egli

viaggiava sui monti dell’Herjedal e si trovava ravvolto nella nebbia.

Egli ode a un tratto un grande scampanio di armenti e vede sedere sopra

una pietra la splendida figlia del sole. Egli pian piano se l’avvicina

per di dietro, onde stringerla fra le sue braccia; ma egli non stringe

che una pietra, contro cui batte il capo. Essa era sparita! La figlia

del sole, _paive neita_, è detta anche dai lapponi _saivo neida_ o

figlia del mondo sotterraneo, o _ruona neida_, cioè la figlia della

primavera o la verdeggiante. Chi riesce ad abbracciarla senza che ella

se n’accorga, conserva i suoi armenti di renne e le sue ricchezze.

Friis, il quale si è occupato specialmente della favola e della

leggenda, le divide in tre categorie: la prima è mitica e ci offre

sotto la forma di leggende i ricordi dell’antica religione dei lapponi;

la seconda attinge le sue ispirazioni da avvenimenti storici e ci parla

specialmente delle lotte fra tribù o popoli diversi; la terza ci dà le

descrizioni e i costumi degli animali. Nelle pagine seguenti il lettore

troverà molti saggi di queste tre diverse forme di poesia, e senza

bisogno di commenti saprà assegnare ad ognuna di esse il battesimo

scolastico. A noi però importa assai più il segnare i caratteri

salienti di questa poesia, che è forse neolitica e che certamente

accompagna i primi crepuscoli ideali del pensiero umano.

Voi trovate nelle pagine seguenti i ricordi atavici dell’antropofagia

e dei sacrifizii umani[22], il culto degli astri e le lotte e le

rapine fra tribù e tribù. L’ardore dei sensi è nudo e innocente come

la natura, senza foglie di fico, nè veli di ipocrito pudore. L’astuzia

primitiva e quasi infantile, va compagna della violenza selvaggia,

ma il sentimento della famiglia domina il campo degli affetti, e il

tradimento, la viltà, la menzogna sono assenti; per cui il carattere

di questo popolo si dimostra fino dalla più remota antichità onesto,

buono, sincero. Se a questo aggiungi un amore caldo, tenerissimo per

gli animali domestici, per il renne, amico e compagno inseparabile

dell’uomo iperboreo e il terrore sacro per gli animali selvaggi, tu

avrai segnati i lineamenti caratteristici di questa poesia lapponica,

che a volta a volta dalle puerili fantasie si innalza fino alle forme

più auguste dell’epopea omerica, o si intenerisce fino alle note più

soavi della nostra poesia moderna. Uno studio critico di questi canti

segnerebbe di certo le leggi più fondamentali dell’estetica dell’arte,

mostrando ciò che è umanamente bello per tutti e ciò che commuove le

viscere e il pensiero di ogni creatura intelligente nata sotto il sole.

Il viaggiatore russo Dantschenko fece un viaggio nella Lapponia russa

durante il 1873 e raccolse parecchie canzoni dalla bocca degli stessi

abitanti del paese. Eccone una ch’egli udì cantare da una fanciulla,

che lo conduceva sul lago Imandra, facendogli da barcaiolo:

Venne da me un vecchio pescatore

Un ricco pescatore del lago Murd,

Mi portò reti dorate

Reti d’oro e reti d’argento.

Ascoltami, o fanciulla, disse egli,

Io ti voglio prender nella rete,

In quella d’argento, in quella d’oro.

Io risi così forte al pescatore,

Che mi si udì al dì là dei monti:

Vecchio pescatore tu sei venuto troppo tardi,

Ricco pescatore, colla rete

Colla rete d’argento, colla rete d’oro.

La tua buona pesca è andata a male

E tu hai lasciato scappare il pesce:

Da lungo tempo è già caduto

In un’altra rete, che lo stringe

Non nella tua d’argento, nè nella tua d’oro,

Ma in una rete tessuta di canapa.

Ma non sei tu che l’hai preso, ricco pescatore,

Ma un povero giovinotto.

Un’altra canzone lappone raccolta dallo Dantschenko è la seguente:

Sugli alti monti io me n’andai

Alla caccia del rangifero,

Uno ne cadde colla freccia di ferro

E il ferro penetrò

Nel caldo cuore dell’animale.

Ad un tratto cadde il renne

Sulla neve e giacque senza moto.

Presi l’animale sulle mie spalle

E lo portai giù al villaggio.

Gli tagliai ambo le corna

Le staccai e gettai sdegnoso

Nel lago le superbe corna.

Tagliai pure tutte le zampe

Le tagliai e le gettai nell’onda.

Solo il corpo io presi con me

E lo portai nella capanna ai miei genitori

E diedi ad essi la carne.

Solo il caldo, l’ardente cuoricino

Diedi io festoso alla mia fanciulla.

Nel prezioso libro del Donner troviamo questi altri saggi di poesia

lapponica:

Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier · 第 29 / 96 题