Stocolma è una bella città, severa e grande, e le fanno cornice alcune
foreste così profonde, così verdi, così alte da far diventar druido
chiunque passeggi sotto le vôlte di quelle betule gigantesche e di
quelle quercie, che contano i secoli come noi contiamo gli anni. Chi ha
confrontato Stocolma a Venezia non ha visto Stocolma o non è mai andato
a Venezia, o, meglio, non ha veduto alcuna di queste città. La capitale
della Svezia è posta sull’acqua e circondata dall’acqua; ma non ha il
silenzio misterioso dei canali veneziani, non ha i marciapiedi di mezza
città cambiati in acqua, non ha la gondola; infine non è un luogo che
ti fa dire: _Qui non si può che cospirare o fare all’amore._ Stocolma
è posta sulle rive del lago Målar e sopra un’isola che si adagia sulla
sua imboccatura nel mare e l’acqua s’intreccia colla terra in amplesso
amoroso; per cui in nessun altro luogo si sente più vivo il bisogno di
avere un _yacht_ elegante per muoversi in quel labirinto di acque salse
e di acque dolci, di foreste e di ville.
La città è dominata dall’imponente palazzo reale, che innalza le sue
mura colossali con pareti di 130 e 137 metri. Di faccia vedete un altro
palazzo, che non è fatto per i re, ma per _comfort_ dei viaggiatori;
è il Grand-Hôtel, uno dei più belli che abbia veduto in tutta Europa
e che domina colla sua posizione il più bel panorama di Stocolma.
Tanto qui come in Danimarca vedete alternarsi la pura architettura
greca colla scandinava. Parrebbe in teoria che, messe l’una accanto
all’altra, dovessero dare una nota stridente di disarmonia, ma le
affratella una certa maestà severa, che viene dalla semplicità delle
linee. Tutto può passare in architettura, purchè rappresenti un’idea;
nulla più mi ripugna del pasticcio, dell’invasione delle chincaglierie
e fin delle confetterie nei sacri dominii di quell’arte suprema, a cui
dovrebbero attingere ispirazione e guida tutte le altre.
Il palazzo delle Belle Arti, o Museo nazionale, è uno splendido
edifizio di architettura veneziana del rinascimento, e noi vorremmo
vedere così splendidamente alloggiati i nostri capolavori.
Sgraziatamente a Stocolma il contenuto è meno importante del
contenente. Nell’atrio vi accorgete subito di essere in Scandinavia,
ammirando le tre statue colossali fatte dal Fogelberg, di Odino, Thor
e Balder. Al primo piano troverete molti disegni del Dürn, e alcune
statue di Sergel, di Byström, di Göthe, di Fogelberg e Quarnström, che
non si vergognano troppo di vedersi accanto all’Endimione dormiente,
quello stesso che fu trovato nel 1783 nelle rovine della Villa
d’Adriano. Come cosa curiosa, non lasciate di guardare una Venere
Callipigia, che il re Gustavo III fece fare da Sergel, mettendovi la
testa della contessa di Höpken, per vendetta dell’opposizione, che
questa dama dell’alta aristocrazia moveva alla Corte.
Stocolma ha anche un museo preistorico dedicato solo alla Svezia, un
museo etnologico ricco specialmente in oggetti delle razze iperboree,
e un museo antropologico, che è storicamente il padre di tutti i musei
antropologici del mondo, essendo stato fondato dal grande Retzius,
creatore della craniologia moderna e padre di uno dei più illustri
scienziati che abbia oggi la Svezia. Il figlio è professore d’istologia
nell’Università e con Kei ha fatto scoperte importantissime sulla fine
struttura del sistema nervoso. In questi giorni ha pubblicato un’opera
gigantesca sull’etnologia e la craniologia dei finni e che non sarà
messa in commercio essendo stata tirata a soli 200 esemplari; ma di
questi una dozzina almeno è destinata all’Italia, che Retzius e la
sua signora adorano tanto, da aver convertito la loro casa ospitale
in un piccolo tempio dell’arte italiana. Mobili, sculture, acquerelli,
incisioni, vasi, tutto è italiano, e belle piante del tropico, facendo
corona a quei gioielli artistici, ti fanno del tutto dimenticare che
tu sei su terra scandinava. Ora Retzius si sta occupando dell’istologia
comparata dell’orecchio nei batraci, nelle salamandre e nei pesci, e le
sue prime scoperte sono già molto importanti, portando nuovi e preziosi
materiali alla scienza darwiniana.
Per non parlare che dei miei studii, quanti grandi scienziati non ha
oggi la Svezia; e il Loven, l’Illebrand padre a figlio, l’Axel Kei, il
Montelius, il Van Düben, lo Stolpe e tanti altri, stanno a dimostrarci
che le terra che ci ha dato Linneo e Berzelius, continua ad esser
feconda di grandi uomini, che aprono orizzonti nuovi nel campo della
natura.
La fisonomia degli svedesi è caratteristica. Nel basso popolo tu vedi
non rare le facce a tipo finnico, direi quasi lapponico; sono quadrate,
larghissime con naso piccolo, bocca grande. Nella classe alta vedi
invece la fisonomia germanica o meglio _scanica_. In generale è gente
grassa, bionda, robusta e rubizza, che esprime la forza e la bonomia;
occhi grigi o azzurri, non grandi. Allegri, senza _grazia rotonda_
nei loro movimenti. Tutto è in essi angoloso; salutano inchinandosi, a
guisa di compasso che si chiuda, o abbassano e innalzano il cappello
più volte come macchine. Cortesi, ospitali, ti offrono mazzolini di
fiori ad ogni momento.
Fu detto che gli svedesi sono i francesi del nord, ma ciò fu detto
anche dei russi e queste frasi ad effetto sono quasi sempre dei _lieux
communs_, che ci risparmiano le osservazioni fine e profonde. Un
carattere umano è cosa che non si definisce con una frase.
Fu anche detto, che i costumi sono piuttosto _facili_ nella Svezia, e
qualche statistica proverebbe che Stocolma è, dopo Monaco, la città
che dà in Europa il maggior numero di figli illegittimi. Io vorrei
ancora mantenere aperta la questione, perchè ho veduto molto contegnoso
il riserbo nelle figlie d’Eva d’ogni classe, e non ho trovato le
etarie, che in tante altre città portano in giro le loro provocazioni
impertinenti.
Nella Svezia ho trovato assai accentuata una tendenza democratica
nelle classi medie e più ancora fra gli uomini di lettere e di scienza.
Mentre in Danimarca un nastro all’occhiello fa felici tanti mortali,
nella Svezia nessuno porta il nastro e conosco molti professori
dell’Università che lo hanno rifiutato. Il Nordenskjöld, il grande
esploratore del polo, che si aspetta da un giorno all’altro col
bottino glorioso delle sue intraprese, ebbe una volta una lezione dal
re. Questi gli aveva conferito non so qual ordine e il Nordenskjöld
l’aveva rifiutato. Il grande scienziato alla sua volta offerse al re
una magnifica pelliccia portata dal suo viaggio, e Oscar l’accettò,
dicendogli: «Tu sei più superbo di me; io ho accettato il tuo dono, tu
hai rifiutato il mio.»
Il partito _pietista_ è nella Svezia molto _remuant_, ed è combattuto
con molta vivacità dalle classi medie e dagli scienziati. L’istruzione
popolare è coltivata con immenso amore, e le signore più distinte di
Stocolma vi dedicano il meglio del loro tempo e del loro danaro.
Ho avuto il piacere di essere invitato ad un pranzo, in cui il Retzius,
con squisita cortesia, volle circondarmi degli antropologi e fisiologi
più illustri della capitale. Più schietta, più larga, più splendida
ospitalità io non aveva mai veduto. Un pranzo in Svezia è qualche cosa
di originale, di grande, che rammenta il medio evo nelle sue più belle
forme. Innanzi tutto vi vedete schierati in tavola almeno dodici o
venti piattini, nei quali la terra e il mare vi offrono i loro tesori
più pizzicanti e appetitosi; lingua di bue e uova di merluzzo, aringhe
della Norvegia e anguille marinate, salame crudo e prosciutto. Si
pizzica qua e là e poi si beve un bicchierino d’acquavite, che potete
scegliere profumata in tre o quattro maniere. Poi viene la zuppa, che
può essere di tartarughe o di gamberi di acqua dolce o anche d’ortiche.
Tengon dietro i grandi pesci di mare o di fiume, il cervo o il bove
e i fagiani della foresta; gelati, crema balsamica; i vini di tutti
i popoli della terra che hanno una vigna. Il Retzius con delicata
premura aveva messo in tavola anche il fiasco del Chianti e il moscato
di Gerace. Ed ogni volta che il padrone di casa beveva, m’invitava
a bevere con lui, facendomi sempre un nuovo augurio. Ed io beveva e
ringraziava; mentre tutti i commensali dirigevano verso di me i loro
bicchieri con grazia affettuosa. Sempre che si beve, si invita qualcuno
all’amichevole augurio e questo si chiama _skole_. Circolò anche a
metà del pranzo la maestosa _Olbolle_, immensa tazza di legno dipinto,
piena di birra, e tutti bevettero nello stesso nappo fraternamente.
Dopo il pranzo ognuno va a stringere la mano al padrone e alla padrona,
ringraziandoli. Sono usi patriarcali, pieni di un profumo di antica
cavalleria, che ci riportano a un tempo, in cui non si arrossiva
di esprimere quel che si sente, per poi imparare con sottilissima
ipocrisia ad esprimere quello che non si sente. Benedetti i paesi, nei
quali _progresso_ non vuol dire cancellare tutte le memorie del passato
e vergognarsi di aver avuto degli antenati.