Da Götaborg a Stocolma ho attraversato la Svezia, seguendo la via dei
laghi e trovando ad ogni momento insufficienti le parole ammirative
del nostro dizionario e anche tutte le altre più mirobolanti del
vocabolario tedesco, ad ammirare tutte le bellezze, che passavano
dinanzi ai miei occhi innamorati: _wunderschön, wundergross,
wunderhübsch_... In Scandinavia bisogna sapere il tedesco, e sulle
coste della Norvegia conviene conoscere l’inglese per non vivere
isolati in mezzo a un mondo che non intendiamo e che non ci intende.
Pur troppo però anche il tedesco e l’inglese non servono che per
parlare colle persone colte; nelle botteghe, col popolo minuto, cogli
impiegati delle ferrovie ci vuole la lingua universale della mimica
e quella ancor più eloquente del denaro e delle minaccie; i due poli
entro i quali si muovono e si fanno muovere tante cose di questo mondo
sublunare.
La mia ammirazione durò tre giorni e tre notti, e all’ultimo era
talmente esaurita da potersi dir morta. I poveri nervi umani hanno
anch’essi dei confini e la coppa della gioia ha pur troppo un fondo che
si trova presto.
Consiglio i _touristes_ di non prendere il battello a vapore a
Götaborg, ma di raggiungerlo colla ferrovia a Traulhettan, per poter
visitar meglio e con maggior calma le incantevoli cascate del Gotaelo.
Così ho fatto; e a piedi, assaporando voluttuosamente il morbido e
fresco contatto dei muschi e delle borraccine, son passato d’una in
altra cascata, sulla guida del vispo e biondo monello, che portava
scritto sul suo berretto: _Cicerone N. 12_; una parola italiana giunta
fino nell’interno della Svezia e portata in capo del più caro e ingenuo
ragazzetto, ch’io m’abbia visto. Altri undici _ciceroni_ gli eran
compagni alla stazione, ma appena videro di non essere stati scelti
a nostra guida, ci salutarono cortesemente, senza neppur lanciare
al cielo una bestemmia o dare un pugno al fortunato rivale. Quanta
differenza fra quei ciceroni numerizzati di Traulhettan e i nostri,
che non portan numero sul berretto, ma che sono così spesso insolenti,
brutali e insopportabili!
Chi ha veduto le cascate classiche della Svizzera troverà che queste
della Svezia sono meno grandiose, ma in nessun luogo ne vedete in
maggior numero e che si succedono con maggiore varietà. Qui il fiume
si precipita d’un colpo da una grande altezza, circondando una rupe
con una chiesuola e un po’ più in là raccoglie un getto di spuma per
lanciarlo in un abisso nero, stretto e profondo; mentre a un mezzo
chilometro di distanza le acque spumeggiando fanno fra le rupi tre
o quattro salti, che si alternano con ondosi riposi, a guisa di un
cavallo, che fremendo caracoleggi. Fanno cornice alle cascate colline
gentili coperte di pini e fabbriche di carta di legno o casette
romantiche, che fanno spuntare attraverso gli alberi un profilo
civettuolo.
Passate la notte all’albergo di Traulhettan, tutto di legno e fragrante
del simpatico profumo del pino e dei mazzi di fiori e dei ramoscelli
di ginepro o di pino, che voi trovate sparsi nell’atrio delle case
o raccolti in piattini messi per terra in ogni camera; uso svedese e
norvegiano che è pieno di selvaggia poesia.
Al mattino seguente lasciate la terra e vi imbarcate nel _Baltzan
von Platen_, vapore che rassomiglia in tutto a un grosso cetaceo,
ma che porta un nome illustre, quello dell’uomo, che, con ferrea
pertinacia, ha dato alla Svezia una delle vie acquatiche più lunghe e
più meravigliose che si conoscano. Non povertà del paese, non avarizia
di ministri, non capricci di parlamento poterono farlo recedere dal
suo proposito; e oggi coi sistemi di conche, che si succedono le
une alle altre, quasi gradini di una scala gigantesca, centinaia di
canali serpentini allacciano tutto un sistema di laghi naturali; per
cui ferro, legname e passeggeri si muovono da Götaborg a Stocolma,
riunendo due mari e due coste in fraterno amplesso. Il povero Platen
moriva pochi anni prima che la sua gigantesca impresa fosse ultimata,
ma moriva felice di saperla ormai assicurata per sempre. Non volle
grandiosi monumenti: egli dorme l’ultimo sonno sulle rive del suo
canale presso Motala, all’ombra di betule gigantesche, ed io gli ho
cavato il cappello, trovando che aveva scelto a se stesso la più grande
e la più poetica delle tombe. L’uomo che dorme al piede della sua
opera, deve dormire il più dolce e il più glorioso dei sonni.
Attraverso le conche stupende della Scozia ho ricordato il nostro
grande Leonardo e le lontane glorie del mio paese. Come appassionato
amante delle bellezze naturali son rimasto estatico cento volte,
vedendo da lungi le navi gigantesche, che innalzavano i loro alberi
al disopra dei pini, vedendo coi miei occhi avverato il sogno di un
battello incantato, che si muove fra le foreste e in cima dei monti. È
poi davvero incredibile la somma abilità con cui quei marinari infilano
i loro piroscafi e le loro grosse navi in quelle conche, scendendo e
montando senz’urti, senza scosse e senza il menomo accidente. Anche il
timoniere deve essere abilissimo, perchè ad ogni momento il canale si
piega, e si ripiega, come un serpente, seguendo i capricci del bosco e
del piano, accarezzando le rive per baciarne i fiori, non già per fare
avarie alla nave.
A Venersborg il canale si apre a un tratto nel lago di Vener, il più
grande della Svezia, il terzo di tutta l’Europa. Basterà dirvi che ha
una superficie di 5,215 chilometri quadrati, una lunghezza di 150 e
una larghezza di 75 chilometri. È insomma un vero mare, che ha infatti
le sue procelle e i suoi naufragi, ma che io ho trovato tranquillo
e carezzevole, coperto da un magnifico cielo azzurro, intorno a
cui faceva bella corona un’aureola di nubi bianche con forme quasi
meridionali. Dopo aver serpeggiato fra i pini e aver navigato sui
monti, quel gran lago silenzioso e calmo produceva in me una sensazione
nuova, profonda, che mi rammentava le vicende della vita, che si
alternano con quadri così variati.
Finito il lago, rientrate nel canale, e fra l’una e l’altra conca
potete scendere e passeggiare lungo le sue sponde, pestando un tappeto
morbidissimo di fiori, quasi foste in un parco principesco. Ed è un
parco, che è lungo quasi tre giorni di viaggio, e che vi innamora
colle sue fresche ombre, coi suoi licheni scintillanti di rugiada, col
velluto dei suoi muschi. Ad ogni stazione del vapore bionde ragazzine
dal musino sempre pulito, vengono ad offrirvi mazzolini di mughetti, di
narcisi, di lilla, e ve li presentano senza parlare, senza insistere,
accontentandosi di un soldo, magari di nulla. Come erano belle e
carine nel loro silenzio! Mi pareva che fosse la natura stessa, che ci
offrisse quei fiori per mezzo di piccole ninfe, che non erano di questo
mondo.
Dopo un lungo giro di canali, attraversate un altro lago, quello di
Vetter, azzurro come lo zaffiro, e poi altri fiumi e canali senza fine.
Il sole tramonta dopo le nove, in un cielo che fiammeggia fra la
porpora e le perle. Nel morbido contorno delle colline lontane un
mulino a vento gigantesco, fermo anch’esso in tanto silenzio, riposa
l’occhio, e sembra una croce che pianga la morte del sole. I villaggi
dalle case porporine di legno dormono anch’essi, e le betule tremolanti
muovono appena le loro eleganti foglioline e senza far rumore.
Durante la notte, colla luna che fa all’amore con una luce di sole,
che qui e in questa stagione non muore mai, vi sono punti nei quali il
nostro battello si fa strada fra i rami delle betule e dei pini, e noi
possiamo dal cassero accarezzare le piante.
Alla mattina, passate per Motala, città delle grandi officine, e per
una gradinata di conche, scendete nel lago Boven, grazioso, gentile;
un vero amore, uno specchio trasparente, nel quale il cielo si guarda
civettuolo, e vi si riproduce colle sue nubi bianche. Le coste sono
tutte flessuose, tondeggianti, fin voluttuose, con ondulazioni molli di
corpo di donna; pubescenti di abeti e di betule.
In una delle più belle colline si nasconde pudica fra gli alberi
una villa forata a giorno, e il fortunato mortale che la possiede,
nell’atrio della sua casa può vedere in una volta sola due laghi,
perchè il Boven, girando intorno ad una penisola, si raddoppia,
moltiplicando all’infinito le sue bellezze. La temperatura dell’aria è
tiepida e fresca nello stesso tempo, e mi sembra la carezza d’un uomo
burbero, che riesce tanto più simpatica quanto più è rara.
Poi passate Husbyfiöl e il lago di Jocksen, posto fra collinette
ondulate, lillipuziane, con villaggi sparsi e ville bianche e nere,
basse, adagiate in prati molli e fra cornici di pini, e che ti sembrano
fatte per nascondervi le delizie segrete di un lungo amore.
Passato Norskolm, il canale corre parallelo a un fiume che si vede
dall’alto, e che nella moltiforme varietà delle sue rive si svolge
dinanzi ai vostri occhi come un nastro magico. E la corsa fantastica
continua, e voi dai laghi, dai canali, dai fiumi entrate di notte nel
Baltico, senza accorgervene, e di nuovo per un canale ripassate in
un lago, quello di Melarn, che vi condurrà fino a Stocolma. E voi la
vedete seria, là nel fondo dei pini, colle sue alte cupole e il suo
campanile sforato di ferro nero nero, e acuto come una spada.
O amanti fortunati, che volete un nido fresco e tranquillo per godervi
il vostro primo amore, andate nella verde Svezia, e baciatevi sulle
rive di quei laghi che mi hanno innamorato.