Cristiania è una delle città più originali di Europa, e solo qua e là
ti ricorda qualche lineamento della Scozia e dell’Olanda. Essa è in
ordine di tempo la terza capitale della Norvegia. Toccò all’antica
Nidaros (oggi Trondhjem) l’onore di essere la prima fino al 1397,
quando Margherita, regina dì Danimarca, che fu chiamata la Semiramide
del Nord, univa sul suo capo e tramandava ai suoi successori le tre
corone di Danimarca, di Svezia e di Norvegia. Dopo il 1397 divenne
capitale la città di Opslo, fondata verso l’anno 1100, ma nel secolo
XVII fu totalmente distrutta da un incendio. Fu allora che Cristiano
IV, re di Danimarca, edificò nel 1624 una nuova città, che dal suo nome
fu detta Cristiania.
Nel centro della città avete alcune vie molto larghe e dirette, dove le
case si appoggiano le une alle altre come in tutte le città del mondo,
ma fuori di lì, senza strozzatura di mura nè tirannia di regolamenti
urbani, Cristiania si muove a suo capriccio nel piano, sui colli e
lungo il _fiord_, seminando di ville un largo giro di terreno. Son case
isolate, tutte o quasi tutte di legno, ora candide come il marmo, ora
bianche e nere, ora gialliccie, coperte di piante arrampicanti, che
fanno lieta ghirlanda alle scale esteriori, al balcone e alla _varanda_
e che si nascondono pudicamente fra boschetti di lilla, violetti e
bianchi, che in questa stagione mostrano una profusione incredibile di
fiori di un raro splendore. Dalla maggior parte di queste ville si gode
una vista bellissima sul mare lontano, sui colli e sulla città.
Fra gli edifizi più rimarchevoli di Cristiania ho notato il palazzo
reale, imponente e bello che domina l’intiera città, circondato da un
gran parco, dove passeggiano i pacifici norvegiani, trovando sotto
la frescura degli alberi anche botteghine democratiche, dove bevete
dell’acqua di Seltz per cinque centesimi e vi è servita quasi sempre da
una bionda e giovane figlia di Thor.
Sotto il castello (che così si chiama il palazzo reale) trovate
l’Università, fondata solo nel 1811 e che è divisa in varii edifizi.
Uno di essi è la _Domus Academica_, destinato alle lezioni di teologia,
di diritto, di lettere e di filosofia, e dove hanno sede il gabinetto
numismatico e il gabinetto delle antichità norvegiane. Nell’edifizio
centrale hanno loro stanza la facoltà di medicina coi suoi laboratorii
e i musei di storia naturale; mentre un terzo edifizio, parallelo al
secondo, non contiene che la biblioteca, ricca di circa 200,000 volumi.
Il professore Roeg mi fece da cicerone nel museo preistorico e
archeologico, dove non si trovano che cose norvegiane, che sono del
resto molto rassomiglianti alle svedesi. Anche qui manca affatto
l’epoca paleolitica che la Norvegia non ebbe mai. Il giovane Nielsen
mi fu guida cortese nella corsa che feci nel museo etnografico moderno,
che è giovane di età, ma già molto ricco, specialmente in oggetti della
Lapponia e della Groenlandia. Vi sono anche molte e buone cose della
Polinesia, della Nuova Zelanda e moltissime della China e del Giappone.
Il Nielsen è l’autore della miglior guida per la Svezia e la Norvegia,
guida che ha il merito raro di essere scritta in lingua tedesca e non
in danese[2].
Lo _Storthingshaus_, o edifizio del parlamento, è più originale che
bello, ma ha una fisonomia severa, del tutto medioevale.
Tutta la città coi suoi palazzi, colle sue chiese è però un nulla in
confronto dei suoi dintorni, che formano un parco gigantesco, in cui
potrebbe muoversi ed anche nascondersi tutta la popolazione di Parigi
o di Londra. Vale la pena di venire in Norvegia anche soltanto per
ammirare lo splendido panorama, che si gode dall’alto della torre di
Oscar’s Hall, villa dei re di Svezia, posta sulla riva opposta a quella
su cui è edificata la città di Cristiania. Quel castello, tutto bianco
come la neve, innalza le sue torri merlate sopra un oceano di smeraldi,
dove vi sembra di nuotare in mezzo a tutte le gradazioni infinite del
verde. In fondo il _fiord_, che è lago, mare e fiume in una volta,
colle sue grandi isole; di faccia, la città colla massa imponente del
palazzo reale e la gran cupola della chiesa della Trinità.
Tutto all’intorno colline, piani ondulati, monti, prati e ville e
villaggi e gruppi di betule, che riposano sopra tappeti molli, smaltati
di fiori, o un ondeggiare di ombre e di luci argentine in mezzo ad un
silenzio di uomini e di cose, che nei nostri paesi del mezzodì ci è
affatto sconosciuto. Mai come al castello di Oscar’s Hall io ho provato
l’ebbrezza del verde, del verde fresco, infinito, che riposa e calma i
nervi irritati dal nostro cielo caldo e azzurro.
Ho veduto molte terre e molti mari, ma io credo di poter mettere
accanto ai divini panorami di Rio Janeiro e di Napoli quello di
Cristiania veduta da Oscar’s Hall. Il golfo di Rio è la ricchezza
feconda, inesausta, del cielo tropicale; Napoli è uno dei più bei
quadri della natura mediterranea; Oscar’s Hall è il quadro più fresco
delle verdi bellezze del nord. Nè questo è il solo paesaggio divino,
che si può ammirare nei dintorni di Cristiania. Sono salito anche sul
colle, dove è posto il grande serbatoio d’acqua dolce per spegnere
gli incendi, e ho veduto anche lì profili nuovi e nuove bellezze nel
contorno dei monti e dei colli e nell’argentino bagliore del _fiord_
norvegiano, che mi stava ai piedi. Quel serbatoio, quell’acqua e
l’apparato dei pompieri mi sembrarono però una grande ironia, perchè
proprio in quel momento stesso, in cui mi godeva quello stupendo
panorama, bruciavano cinquanta case di legno in Cristiania, senza che
si potessero salvare che i camini, che erano di calce e di mattoni.
Nessuno però si inquietava molto per quella sventura, dacchè non si
aveva alcuna vittima. I norvegiani sono calmi, sereni, pazienti, come
gente che campa molto e che non si affretta mai. _Straks_ vuol dire sul
dizionario _subito_; ma quando un norvegiano vi dice _straks_, sia pur
egli un cameriere o un negoziante, un cocchiere o un medico, traducete
pure: _mezz’ora_.
Un altro carattere del norvegiano è l’indipendenza e l’autonomia
dell’individuo. Voi arrivate ad una stazione, dove si deve far
colazione o pranzare e voi vi sedete alla _table d’hôte_, aspettando
di esser servito. Potreste aspettare fino al giorno del giudizio
universale: voi dovete alzarvi, prendervi cucchiaio o forchetta e
servirvi da voi, scegliendo fra i molti piatti, che vedete schierati
sopra un tavolo centrale. Così avviene quando in una _cariole_
giungete ad una casa di posta. Prendete pure la vostra valigia,
slegatela e portatela al nuovo veicolo o all’albergo. Essa è piccina
e il viaggiatore deve avere la forza di portarla da sè. Io non ho
mai guidato un cavallo in vita mia, ma qui mi son visto mettere in
mano le redini e da me solo ho dovuto guidare la mia _cariole_ lungo
gli abissi, per vie impossibili, su ponti rotti, e vi assicuro che
lo _struggle for life_ mi ha fatto diventare in due giorni un famoso
_baroccinaio_.
Fuori dell’unica ferrovia che va da Cristiania a Trondhjem, la Norvegia
non ha altro mezzo di locomozione oltre le gambe di ogni bipede implume
che la _cariole_; e vi posso dire, che, all’infuori dei suoi pericoli,
ha molta seduzione. Figuratevi un guscio di noce, nel quale un olandese
non potrebbe far capire la parte molle e posteriore del suo corpo, ma
dove ogni altro abitante d’Europa deve adagiare la suddetta, mentre
poi non sapete sulle prime dove collocare tutto il resto del vostro
corpo. Ben presto però imparate che testa, collo, tronco, braccia e
gambe devono restare in aria e che vi si concedono due staffe di ferro
per appoggiarvi i vostri piedi. Seduto così in aria e tenuto al disopra
della terra da due grandi ruote, avete in mano due redini, colle quali
dovete trasmettere i vostri desiderii al cavallo, che rapidamente e
quasi sempre senza bisogno di frusta vi trasporta per strade senza
pilastrini e dove la menoma distrazione degli occhi o delle mani vi
precipiterebbe in uno dei bellissimi torrenti della Norvegia o per lo
meno in una torbiera o in un prato. Vi assicuro però, che quando avete
scontate le prime paure della vostra inesperienza, voi provate una vera
ebbrezza di movimento in quella locomozione semiaerea e originalissima.
V
Frederika Bremer, scrittrice molto popolare della Svezia, ha fatto
conoscere nei suoi romanzi, a tutta Europa, le feste che si fanno in
Scandinavia per festeggiare nel giorno di San Giovanni la levata del
sole a mezzanotte. I _touristes_ volgari leggono nelle loro guide che
questo fenomeno è curioso, è interessante; e partono da Londra, da
Dublino, da Vienna, per portarsi a Bodö. E là sulle prime frontiere del
circolo artico otto volte su dieci accade che il cielo è coperto dalle
nuvole e il sole non si può vedere nè di mezzanotte, nè di mezzogiorno.
Nel caso fortunato, in cui l’astro maggiore voglia essere cortese,
i _touristes_ anzidetti cavano dal baule la loro lente biconvessa
comperata _ad hoc_ e concentrando i raggi del sole di mezzanotte sopra
un punto qualunque del loro cappello o del loro soprabito, serbano
eterna memoria di una puerilità umana e di una delle più grandi scene
della natura.
E l’ho veduta anch’io quella scena e me ne sono sentito profondamente
commosso; tanto che cavai fuori penna e calamaio e scrissi nel mio
giornale la data memorabile, dirigendo il pensiero ai miei cari, che
avrei voluto chiamare testimoni del grandioso fenomeno. Humboldt, uno
degli uomini che più di ogni altro ha adorato la natura con intelletto
d’amore, lasciò scritto, che quando il viaggiatore giunge nell’emisfero
australe e si accorge che fin le stelle che brillano sul suo capo
sono diverse da quelle che ha ammirato dalla sua infanzia, sente più
profonda che mai la distanza dalla patria lontana. Questo stesso fatto
si verifica, e con maggiore intensità, quando, giungendo nel circolo
artico, si trova abolita la notte e scomparse per giorni e settimane le
tenebre.
Io era in mare, quando con un cielo serenissimo salutai per la prima
volta l’alba della mezzanotte. Aveva passato di poco l’isola pittoresca
di Torghatten e navigava in quel labirinto insuperabile di monti
nevosi, di colli, di isole, di canali e di coste frastagliate, che
formano una delle scene più originali di questo nostro mondo sublunare.
Il cono di Torghatten si disegnava grande e isolato in un campo di
opale dell’Ungheria, richiamandomi alla mente il _Pan de Azucar_, che
sta all’entrata della baia di Rio de Janeiro. Era quasi la mezzanotte
e del sole non rimaneva sull’orizzonte che un piccol lembo falcato, una
_pepita_ d’oro senza raggi, perchè la refrazione dell’atmosfera marina
ci dava l’immagine di un sole che era già scomparso per pochi istanti.
Da quel punto irradiava una luce d’argento dorato, che illuminava ogni
cosa, come si fosse veduta attraverso un topazzo del Brasile. Tutti
si domandavano, se quell’arco d’oro fosse di sole morente o di sole
nascente. Era l’uno e l’altro insieme, o piuttosto nè l’uno nè l’altro:
era un fantasma del nostro padre massimo, del pontefice supremo della
vita planetaria, che si faceva rappresentare da una larva, mentre era
andato a riposare per pochi istanti. Qualche nubecola crepuscolare
riposava l’occhio in tanta allegrezza di luce, quando ad un tratto
i monti nevosi a mezzodì si fecero color di rosa; poi quel sorriso
innamorato scese giù giù, accarezzando le betule tremolanti, i licheni
policromi, finchè tutto il mare fu preso da un fremito di vita al primo
bacio del sole nascente e dorò le sue onde di zaffiro con uno splendore
di armatura brunita.
Dopo una breve pausa, il sole riuniva in una bellezza sola due
crepuscoli, quasi due sospiri di un amore stanco di voluttà e d’un
altro amore che ricomincia con desiderio nuovo. Un silenzio infinito
avvolgeva uomini e cose, quasi tutto volesse salutare rispettosamente
quella grande scena della natura, immagine di una vita ideale, in cui
il riposo non è che un mutar di lavoro e la luce regna sempiterna e
feconda.
Ahimè! tutto ciò che è grande e sublime dura poco; e quando ogni
giorno da un pezzo voi vedete il sole per ventiquattr’ore di seguito,
incominciate a desiderare le tenebre amiche, che ci riposano gli occhi
e i nervi e il cuore, e colle loro ombre pietose coprono tante miserie
e tante brutture. Noi, uomini di zona temperata, fin dall’infanzia
siamo cresciuti in questa alterna vicenda di luce e di tenebre, e
così come il sole ci invita al lavoro e alla gioia col primo raggio
dell’alba, così ci riposa e ci addormenta col primo velo di tenebre,
con cui ricopre i cieli. L’ombra è il riposo della luce, così come il
sonno è l’ombra della vita, e la luce non ha valore senza le tenebre,
come senza il riposo ogni forza si consuma. Qui invece, dove mi trovo,
la luce ti perseguita sempre, e le case piene di finestre, senza
persiane, senza imposte, ti imbevono di sole ogni ora, ogni minuto del
giorno e della notte; ed io mi guardo più di una volta per vedere,
se mai non fossi diventato trasparente, come un cristallo di rocca.
Il sonno scompare e col sonno la pace dei nervi. E chi andrebbe a
letto quando il sole fiammeggia nell’orizzonte? E quando ti svegli di
notte e ti vedi circondato di luce, ti siedi a soprassalto, credendoti
in ritardo e svegliato di pieno mezzogiorno. La luce sempiterna può
essere un tormento del troppo, come le tenebre sono una tortura del
nulla, e l’estrema Lapponia è nell’estate pessimo clima anche per la
sovraeccitazione continua dell’attività nervosa.
Tutta questa trasposizione di luce ha però quadri secondari di
singolare bellezza. Ad esempio, tu passeggi per le vie solitarie di un
villaggio o di una piccola città: le botteghe attraverso i vetri senza
imposte lascian vedere le loro merci, le case mostrano i loro vasi
di fiori; tutta la vita intima dell’umana famiglia (di una famiglia
senza ladri e senza assassini) si lascia vedere in una nudità pura come
l’innocenza.
Eppure per quelle vie non si vede anima viva, e la luce silenziosa e
trasparente passeggia sola in un mondo abbandonato dagli uomini. Rumore
e luce sono per noi compagni fedeli; qui nelle notti della Norvegia
trovi il silenzio e la luce, che sembrano abbandonarsi ai misteri di un
amore nuovo, di un amore che si direbbe incestuoso.
Io dovrei descrivervi ora le mille e una bellezze delle coste
occidentali della Norvegia, ma chi mi può prestare la magica tavolozza
del mio grande De Amicis? Dovrei dirvi di avere ammirato per la prima
volta una Svizzera in mezzo al mare, e di aver veduta una nuova e
singolare armonia di cose, che sogliono essere disgiunte, quali i
ghiacciai che vanno a toccare l’onda azzurra, e le navi che toccano coi
loro fianchi i monti coperti di prati alpini. E sono catene di monti
che ti accompagnano per giorni e giorni, che si accavallano, che si
intrecciano, quasi ti volessero sbarrar la via, e poi ti aprono una
porticina, e il tuo sguardo di nuovo penetra in altri fiumi di mare, in
altri labirinti di isole, in altri dirupi di roccie scoscese, lacerate
dai ghiacci secolari, dalle bufere, dalle valanghe, dai venti, da tutti
gli agitatori massimi della natura.
Una fanciulletta, che va colle forbici capricciose ritagliando in un
foglio di carta seni e merletti, non potrebbe superare ciò che ha
fatto la natura, frastagliando i _fiords_ della Norvegia e facendo
penetrare il mare in seni di pochi metri o in labirinti di centinaia di
chilometri, che sembrano portare la circolazione capillare della vita
fin nei più interni recessi del continente.
Mancano a quasi tutti i monti della costa e delle isole della Norvegia
occidentale le foreste delle nostre Alpi, ma non mancano però i piccoli
quadri pittoreschi della vita umana e della vita animale. Dopo un
lungo deserto di scheletri di monti, in un piccolo seno della costa
vedi un prato verdeggiante e un boschetto di betule, e lì annidato
un villaggio di legno con cinque o sei case, e all’intorno piccole
torricelle di merluzzo che seccano al sole, e vedi biondi e rosei
fanciulletti e giovani splendenti di salute folleggiare per i prati.
Così su qualche scoglio nero come il carbone trovi casette artificiali
di pietra apprestate dall’uomo all’_eyder_ che vi annida, preparando
ai suoi figliuoli un letto di mollissime piume, che appresterà
più tardi voluttà orientali ai molli fianchi delle nostre ricche
signore. Quelle anitre norvegiane si sentono così protette dall’uomo,
che non si lasciano sgomentare dalla sua presenza, e perfino si
lasciano accarezzare dalle nostre mani. Dove una regione è dichiarata
_vogel-vere_, significa che quel luogo è sacro, che lì annidano gli
_eyder_, una delle ricchezze norvegiane, e che per qualche miglio
all’intorno è proibito tirare un colpo di fucile, per non spaventare
quelle anitre polari. E qui le leggi si ubbidiscono assai più che tra
noi, senza bisogno di _policemen_ o di _questurini_.