tremava vedendovi nel padiglione... temeva che vi si volesse costringere
a subire quella barbara usanza del nostro paese. Non che mi impaurisse
il pensiero che aveste a perdere il vostro trono, giacchè vi avrei amato
lo stesso, e voi mi avreste amata ancora di più; ma tremava per me
medesima.. mi avrebbe fatto ripugnanza vedervi col naso forato, vi avrei
abbracciato con dispiacere. Se aveste veduto vostro padre... che figura
faceva vostro padre col naso così trapassato da quell'osso! Ma... ora
come farete a sottrarvi a quel supplizio? Vi siete rifiutato di
acconsentirvi?
--Sì.
--E credete di poter sfuggire all'adempimento di quest'obbligo crudele?
--Non so, diss'io, ma per fermo sono risoluto a niegarmivi. Tanto più
che voi mi preferite così, che non mi amereste altrimenti....
--Oh si, si, disse la fanciulla abbracciandomi con innocente civetteria,
non voglio, io, che vi si guasti il naso, questo naso greco, questo naso
così grazioso.... Ma del resto io vi amerei in tutti i modi. E se voi
doveste abbandonare quest'isola io vi seguirei lo stesso. Non è vero che
voi mi permettereste di seguirvi?
--Son io, dissi, che vi seguirei, che perdendo il mio regno, troverei un
compenso adeguato nell'acquisto che potrei fare del vostro amore.
Perchè... soltanto che voi mi amiate, che siate disposta a rifuggirvi
meco nel mio paese, io avrò la forza di oppormi a tutte le torture che
mi minacciano. Credo che i tesori di mio padre superino di gran lunga le
più ricche fortune che ci sono in Europa e in quanto ai mezzi di
rimpatriare, i miei ministri sono abbastanza corruttibili--come tutti i
ministri che ho conosciuto nel mio paese--per lusingarmi che vorranno
accordarmeli.
--Quanto sarei contenta di venire con voi nel vostro paese! Non crediate
già che noi siamo felici qui dentro. Non amiamo nessuno, noi; non siamo
amate da nessuno: io per esempio mi reputava assai sventurata prima di
vedervi; ed ora... sento bene che sarò felicissima con voi, tanto più se
lungi di qui, perchè... queste dame... ve ne sono delle graziose, delle
più avvenenti di me....
--Non è possibile, io dissi con asseveranza.
--Oh, sì, diss'ella ve ne sono delle più graziose... e voi le amereste.
--Mai.
--Voi le amereste.
--E via, diss'io abbracciandola, non pensate a queste cose.
--Una scena di gelosia, a quest'ora, ruminava intanto tra me stesso; e
vedendo che Opala aveva gli occhi inumiditi di lacrime, pensai di dare
una diversione più lieta al nostro discorso. Ma non trovava argomento di
una diversione che tornasse anche acconcia a' miei disegni. Cambiai
argomentazioni di sbalzo.
--Che occhi furbi che avete, le dissi affissandola con aria che stava
tra l'ammirazione e l'insolenza.
--Non è vero.
--Sì, è vero, avete degli occhi meravigliosi veramente! E che capelli!
Lasciatemi toccare.... che trecce piene, abbondanti! Ma non avete freddo
ai vostri piedini, così, con quelle pianelle sì trasparenti?
--No.
--È impossibile. Che piccoli piedi! scommetto che sono più brevi della
mia mano. Vediamo, lasciatemi misurare.
--Ecco.
--Vedete: avanza tutta l'unghia del dito, tanto così.... Siete pur
graziosa! Come non amarvi? Bellissima creatura!
--Via, via, voi mi adulate....
--No, non è vero.
--Sì.
--No, ve lo giuro.
--Giurate soltanto di amarmi.
--Lo giurerò dopo. Datemi un bacio.
--Ecco.
Ma Opala aveva detto troppo presto questa parola.
Mentre che ella curvava il suo volto sul mio si arrestò a mezzo
dell'atto: la fanciulla aveva ascoltato un rumore improvviso all'uscio
del gabinetto.
--Affrettatevi, diceva dal di fuori colla sua voce stentorea, il mio
primo ministro, l'ora del giudizio è già trascorsa, e la folla vi
attende con impazienza; un indugio maggiore potrebbe peggiorare le gravi
complicazioni politiche in cui versiamo, non fatevi aspettare più oltre.
--Mio Dio! io dissi, interrogando di nuovo il mio vecchio orologio di
Ginevra, è vero, l'ora fissata è trascorsa di qualche minuto. Ma è un
abuso cotesto.... ho o non ho un'autorità sovrana, assoluta?
Disturbarmi, sorprendermi così nelle mie stanze, interrompermi durante
le espansioni più doverose delle mie tenerezze domestiche? Se giungo a
consolidarmi sul trono, rifarò da capo il regolamento interno della mia
casa.
E ricordandomi che il ministro attendeva fuori dell'uscio--vengo,
soggiunsi a voce più alta, sono da voi, avvertitene il popolo.
Quindi abbracciai la fanciulla che mi diceva: è un vero dispetto,
venirvi ad importunare a questa ora. Che orrore! Ma ci rivedremo
stassera.
Mi avviai alla sala del giudizio: era mia intenzione di tenere un
contegno severo, di impormi, di farmi temere; ciò che pareami sarebbe
tornato assai più efficace di un'indulgenza che i miei sudditi erano ben
lungi dal meritare.
Oltre a ciò aveva in animo d'introdurre nelle leggi dello Stato alcune
disposizioni, la cui saggezza avrebbe potuto dare il concetto più
lusinghiero della mia sapienza governativa.--Sarò severo, diceva tra me
stesso, ponendo il piede sul limitare della sala, sarò inflessibile: e
debbo confessare che in quel momento la mia anima macchinava tristi
progetti a danno del mio popolo. Se io riesco a consolidarmi sul trono;
se coi tesori di mio padre potrò formare un partito numeroso alla mia
causa, muterò sull'istante i vecchi statuti del Regno--ruminava tra me
medesimo--e cambierò il governo costituzionale che mi tiene legate le
mani in un governo dispotico. Farò, come mio padre, un colpo di Stato.
Che cosa è questo governo costituzionale? Una derisione per la mia
persona, per la mia qualità, per le tradizioni gloriose della mia casa.
Il popolo fa ciò che gli aggrada, e io debbo accennare della testa come
un fantoccio snodato di Norimberga quando gli si tira il filo che lo fa
gestire. Aveva appreso nel mio paese come si debba governare una
nazione: allora era suddito, adesso era re, ma non si trattava che di
invertire le parti.--Guai a quel capo dello Stato, ripeteva a me stesso,
che non sa fare del suo popolo tanti tipi perfetti di cretino, che
invece di pensare a fruire di tutte le risorse della sua posizione, e a
dare al paese buon numero di sudditi di sangue reale e plebeo
incrociato, si occupa coscienziosamente dell'avvenire e della dignità
della nazione che gli ha affidato i suoi destini. Questa testa coronata
è una testa già distaccata dal collo. La civiltà è una mannaja che
taglia le teste coronate.
Io confesso che il mio orgoglio non lasciava più alcun limite alla mia
fantasia. In quell'istante di entusiasmo, la teocrazia stessa era ancora
poco per la mia ambizione.
Entrai nella sala, e presi posto sul trono: a' miei fianchi stavano i
ministri, d'innanzi a me i colpevoli, all'intorno la folla.
I Denti neri si alzarono e mi fecero un'ovazione fragorosa; ma quegli
scellerati Denti, bianchi coi loro orribili denti bianchi, armati dai
piedi alla testa, mi guardarono torvi e sdegnosi tacendo. Feci allora un
piccolo discorso di occasione che provocò qualche applauso dalla tribuna
dei giornalisti stipendiati; dopo di che tentai il mio colpo d'effetto;
domandai che mi si portasse la raccolta delle leggi dello Stato, e
pregai il mio segretario particolare a dar lettura dei nuovi regolamenti
che io aveva raffazzonati a questo scopo lungo il viaggio, e che
intendeva inserire in quegli Statuti.
Consistevano in una serie di articoli relativi all'abolizione del
melodramma dal teatro Potikorese, basati su queste ragioni: essere il
dramma musicale il non-senso più enorme, l'assurdo più mostruoso e più
ridicolo di cui la scienza si sia resa colpevole. A questo progetto ne
andava annesso un altro relativo ai mimi, ai ballerini, ai tenori e ai
baritoni dalla trachea più o meno dilatata; ai primi dei quali doveva
essere inflitta una pena di ridicolo pel diritto di esercitare il loro
mestiere, e ai secondi s'imponeva l'obbligo di ricordarsi consistere
tutto il loro merito nella forma e nella dimensione della trachea.
Un secondo progetto di legge regolava i diritti degli autori e degli
editori. Cinquanta articoli si riferivano esclusivamente a questi
ultimi, ed erano sì severi e ad un'ora sì giusti, che mi sento
addoloratissimo di doverli ora tacere in causa della loro prolissità. Mi
limito a rammentare che in uno di essi, per un caso di pirateria
libraria, era proposta la pena della sospensione pei piedi fino a totale
estinzione di vita,--e credo che fosse poco.
Altri articoli stabilivano pene pei delitti letterari. V'erano
severamente puniti i lavori di collezione e di circostanza; quei lavori
di schiena che si atteggiano a lavori di testa, ec. ec.
Un'appendice a questa disposizione interdiceva alla classe dei
professori di credersi letterati, e li chiamava responsali d'innanzi
alla posterità della istruzione eunuca e della catalessi intellettuale
che è condannata a subire la giovine generazione dei tempi nostri.
Un'altra disposizione legislativa toccava delle fame imposte e delle
fame usurpate; proponeva pene pei letterati funamboli; condannava a
perpetuo bando dall'isola i poeti che si fossero attentati a dar lettura
dei loro versi a qualche infelice costretto a subire questa violenza, e
vietava finalmente la rappresentazione del dramma e della
tragedia--considerate come le più ridicole parodie del dolore e delle
sciagure umane.
Erano, in una parola, un complesso di leggi inspirate dalla più alta
saggezza, e la mia mortificazione non fu sì grande come la mia
meraviglia quando intesi che esse erano già state introdotte nel Codice
di Potikoros, fino dal tempo in cui quest'isola si reggeva a repubblica.
La repubblica aveva dunque giovato a qualche cosa? Per la prima volta io
compresi che il _Due dicembre_ di mio padre aveva avuto in sè tutto il
carattere di un tradimento indegno, e mi sentii tratto a fare un
apprezzamento più benigno di quegli onesti Denti bianchi che coi loro
atteggiamenti minacciosi, e coi loro terribili incisivi foggiati ad
uncino, reclamavano la ricostituzione del primo sistema governativo
dello Stato.
Ma in quel momento non poteva, come avrei voluto, soffermarmi su queste
considerazioni; e d'altronde il mio interesse personale mi avrebbe reso
ingiusto nell'apprezzarle. Credete voi che tutti coloro che
sedettero--come io ho seduto--su un trono, non abbiano fatte le stesse
considerazioni, benchè le abbiano poi soffocate nel fondo della
coscienza collo stesso spirito di egoismo?
Un fatto meraviglioso si presenta, fino dalle prime epoche della storia
dei popoli, agli occhi dell'osservatore e del filosofo. Cinque o sei
furbi matricolati regolano a bacchetta i destini di tutta questa massa
sterminata di pecore che è l'umanità. Ho letto, non so più dove: mala
bestia esser l'uomo, divina cosa la umanità. Non è vero! Per me ho
dovuto sempre guardare all'uomo, all'individuo, alla creatura isolata
per sapermi trovare meno in disagio colla massa degli uomini; mi sono
riconciliato alla meglio, dacchè vivo, con tre o quattro di loro, ma
credo che non mi riconcilierò mai col resto dell'umanità. D'altronde
questa credenza ha cessato di addolorarmi.
Ma bando alle digressioni.
Era tempo d'incominciare il giudizio, e feci perciò avanzare il primo
colpevole. Fu data lettura dell'atto d'accusa.
Io era tutto orecchi nell'ascoltare, anzi per servirmi d'una frase
inglese, era tutto un orecchio, poichè non ignorava che il mio destino
dipendeva totalmente dall'esito di quel giudizio.
L'atto di accusa era concepito press'a poco in queste parole:
«Akriundaz, della provincia di Pikliya-pokenos, di anni trentadue--della
tribù dei Denti neri, di professione incettatore di merli bianchi, è
imputato del furto di due pani rubati nella bottega Srikis
Tenariasbikeloz esistente sul corso principale della nostra città di
Potikoros, con rottura d'un vetro, e senza circostanze attenuanti».
Benchè la lettura di quell'atto scritto in lingua Potikorese avesse
fatto poco meno che spezzarmi i timpani delle orecchie, riordinai come
sapeva meglio le mie idee, e invitai l'imputato ad esporre le sue
difese.
--L'incetta dei merli bianchi, disse egli, essendo diventata più
difficile e meno lucrosa per l'introduzione del merlo nero operata dalla
Serenità di vostro padre nella nostra isola, e in causa dell'omaggio che
vien reso ad esso dal popolo, essendo caduti in dispregio i merli
dell'altro colore, io mi sono trovato da qualche tempo fuori della
possibilità di vivere dei frutti del mio commercio. Ho chiesto stamane
all'onorevole fornaio Tenariasbikeloz che mi fossero dati ad imprestito
alcuni pani. Rifiutandomeli egli io ho spezzato un cristallo della
vetrina e ne ho tolti due. Io sono un onesto Dente nero. Causa
essenziale di questa violenza, fu l'intenzione che aveva di festeggiare,
come mi permettevano i miei mezzi, l'assunzione di Vostra Maestà al
trono di Potikoros.
Questa difesa cui non mancava l'intingolo dell'adulazione, mi dispose
in favore dell'imputato.
--Avreste dovuto, io dissi, far conoscere alle autorità del vostro
paese--parmi, se non erro, Pikliya-pokenos--che vi trovavate nelle
circostanze che avete esposte; quel solerte questore di polizia vi
avrebbe autorizzato a chiedere l'elemosina senza violare le leggi
dell'onestà con una appropriazione sì violenta.
--A chiedere l'elemosina! disse meravigliato il mio ministro.
E vide che gli uditori avevano sbarrato tanto d'occhi nell'udire quelle
parole.
--Sì, ripresi io, a voce più alta, lo si sarebbe autorizzato alla
mendicità, lo si sarebbe munito di apposita placca, come corre l'uso nei
paesi civili dell'Europa.
Un bisbiglio immenso si sollevò dalla folla, un bisbiglio di
disapprovazione universale. Io sentii salirmi il sangue dai piedi alla
testa, e subito precipitare dalla testa ai piedi, e rimontare di nuovo
alla testa.
--Ignoro, aggiunsi con coraggio, quali sieno le leggi di polizia di
questo paese, ed è evidente che non possa sull'istante conformarvimi.
Sarà mia premura di prenderne subito cognizione.
--Tra noi, interruppe il mio segretario particolare, non è ammessa in
alcun modo la mendicità; appena conosciamo il significato di questa
parola per le notizie che abbiamo avuto delle usanze invalse in Europa.
Nell'isola di Potikoros ogni suddito ha diritto al lavoro; e in caso
d'impotenza, ha diritto al mantenimento a spese dello Stato.
--Sono leggi veramente saggie, io dissi, veramente apprezzabili.
Ringrazio il mio degno segretario particolare di avermene reso
informato; ma.... riprendiamo il corso del nostro processo: L'onorevole
fornaio....
--Tenariasbikeloz, suggerì uno dei ministri.
--Tenariasbikeloz.... si trova egli presente all'udienza? In questo caso
deponga se è vero che l'imputato gli abbia chiesto ad imprestito i due
pani prima di rubarglieli.
Il fornaio si avvicinò al tavolo della presidenza e depose esser vero.
--Quando è così, io ripresi, atteggiandomi a severità, udite le
giustificazioni dell'accusato, visto la necessità di mantenere inviolate
le leggi fondamentali d'ogni diritto civile, tenuto conto
dell'asserzione del derubato, e delle altre cause attenuanti, condanno
il nominato Akriundaz--credo Akriundaz, incettatore di merli bianchi,
alla pena di quattro anni di lavori forzati.
Non avessi mai pronunciata quella sentenza! Un urlo di disapprovazione
si sollevò dalla folla, un urlo così fragoroso e feroce che i miei
stessi ministri se ne sentirono impauriti. I capelli mi si drizzarono sì
rigidamente sul cranio, che m'accorsi che la mia corona doveva essersi
sollevata due buoni pollici dalla testa. I Denti bianchi, digrignando i
loro terribili incisivi, domandavano che ne andasse libero l'accusato, e
che si sottoponesse invece a processo l'onorevole fornaio
Tenariasbikeloz: adducevano a pretesto il diritto che egli aveva di
appropriarsi quei pani che aveva chiesti, e che gli erano stati
rifiatati; e citavano non so qual articolo di legge, nel quale era detto
che ogni cittadino resosi, per qualsifosse ragione, impotente al lavoro,
poteva esigere il mantenimento gratuito a spesa dei privati ricchi e
dello Stato.
Io non so come giungessi a sedare quel tumulto. La fermezza del mio
contegno e quella de' miei ministri--sento il dovere di rendere loro
questa giustizia--riuscirono a poco a poco a ristabilire un po' d'ordine
nella adunanza.
La minaccia di far sgombrare la sala da un mezzo pelottone di Denti neri
ottenne il suo effetto.
Quando la calma fu ristabilita, ordinai che si facesse avanzare il
secondo colpevole.
Era il direttore del giornale _Il Giudizio Universale_ (il giornale
ufficiale di Potikoros) accusato di aver recato il disonore in una
onesta famiglia con alcune taccie infamanti, destituite d'ogni verità.
L'onorevole direttore parevami una persona seria e meritevole d'ogni
riguardo, oltre di che io mi trovava in certo qual modo legato a lui da
una vecchia intimità di famiglia, e sentiva il dovere di difenderlo e di
pronunciare per esso una sentenza assai mite.
--Ove è il gerente? io chiesi: se l'accusato non è direttore
responsabile, si conduca qui il gerente e si lasci libero il
giornalista.
--Il gerente! esclamò il mio giudice istruttore, che cosa è il gerente?
Può egli darsi che una persona qualunque si faccia responsabile dei
reati di un'altra? Puniamo i reati, o puniamo le coscienze?
--Un tale sistema, io dissi, è invalso in tutte le nazioni d'Europa, nè
io posso giudicare di questa accusa senza conoscere le leggi speciali
che regolano la stampa Potikorese. D'altronde.... parmi che questo sia
un fallo assai mite; una semplice riprensione.... un semplice
ammonimento--Indugierò, ad ogni modo, a pronunciare la mia sentenza fino
a che non avrò presa cognizione delle leggi che ho ora accennate. Prego
l'onorevole magistrato a fare avanzare il terzo colpevole.
Uscitone in tal guisa pel rotto della cuffia, gettai gli occhi sulla
folla per conoscere l'impressione che vi avevano prodotto le mie parole.
Il disordine si era in parte rinnovato; non era precisamente lo stesso
scompiglio, la stessa disapprovazione plateale di prima; ma poco meno.
Si vedeva chiaro che la impazienza dell'uditorio stava per prorompere in
una dimostrazione più energica e più difficile a reprimere. L'interesse
che destava il terzo accusato ebbe virtù di distogliere in tempo i loro
animi da questa disposizione.
Era egli un alto funzionario governativo, imputato di grave
prevaricazione per una somma di molti milioni sottratti alle casse dello
Stato. Come suole avvenire in simili casi, le prove erano bensì
manifeste, ma confutabili in mille maniere, e facili ad essere ritorte
a danno di altri funzionarii. Io diressi ed illuminai in alcuni punti lo
svolgimento del processo; ma benchè fosse universale la convinzione che
si aveva del suo reato, le prove volute dalla legge non avevano tutti i
dati necessarii per autorizzarmi a pronunciare un verdetto di
colpabilità.
Io mi trovava posto in una titubanza terribile--era il caso
dell'incudine e del martello--e considerando che l'accusato era un Dente
bianco, e faceva parte di quella tribù di cui doveva starmi specialmente
a cuore il favore; che egli apparteneva alle alte sfere governative,
nelle quali è stabilito il principio che una mano lava l'altra, che
questa appropriazione sarebbe stata considerata nel mio paese come una
bagattella di nessuna importanza, come uno _spostamento di cifre_ (è la
parola addottata da alcuni governi costituzionali per definire i furti
governativi) credetti mostrarmi abbastanza severo nel pronunciare una
sentenza che lo spogliava semplicemente della sua qualità, e lo
esonerava dalla sua carica.
Fu la scintilla che cagionò l'incendio: il furore del popolo proruppe sì
vivo, sì unanime, sì violento che io mi avvidi subito che non vi era più
mezzo a contenerlo. I miei stessi ministri erano rimasti meravigliati
della stoltezza del mio giudizio; e temendo che i rivoltosi non li
considerassero come facienti causa comune col re, si affrettarono a
ritirarsi prudentemente nelle anticamere. Io rimasi come paralizzato,
come pietrificato sul trono; e solamente alcuni istanti dopo, quando mi
avvidi che la folla gridando «abbasso il re, si destituisca il re,» ed
altre graziosita di questo genere, si accingeva a superare lo steccato
per impadronirsi della mia persona, pensai a mettermi in salvo
nell'interno della reggia.
Non dirò quali fossero i pensieri che mi passavano allora pel
capo,--rapidi, vari tumultuosi, inutili tutti....
Fu però un'incertezza di un istante. Quando vidi che le persone della
mia casa cercavano di rifuggirsi nei gabinetti segreti, e non solo non
avevano a cuore la salvezza della mia maestà reale, ma era molto se non
attentavano essi medesimi alla mia vita; quando intesi che il tumulto
popolare andava orribilmente crescendo, e che i Denti bianchi erano già
penetrati in alcune sale della reggia, deliberai di cercare salvezza
nella fuga.
Mi precipitai verso il mio serraglio, poichè non sentiami la forza di
abbandonare il mio regno senza portarne meco la fanciulla che mi aveva
affascinato, e abbracciando Opala, le dissi:
--La rivolta sta per spogliarmi del regno e della vita.... fuggiamo,
vieni meco: io sarò ancora il monarca più felice, il più ricco, il più
fortunato se potrò trascorrere il resto della mia esistenza con te....
se tu sarai mia, mia cara Opala, mia dolce fanciulla! Sì, sì, fuggiamo
nella mia patria, dove la dignità e la coscienza popolare assicurano la
monarchia da questi pericoli, dove i re non sono costretti ad infiggersi
un osso di balena nel naso, ma menano essi stessi pel naso i sudditi
devotissimi.... vieni, vieni.... Ma lascia prima che io prenda i tesori
di mio padre.... Ove sono i tesori di mio padre? quel diamante favoloso,
quegli smeraldi....
Opala allacciandomi il collo colle sue braccia bianche e delicate, mi
diceva colla voce interrotta dal singulto:
--Non uscire, non uscire di qui; forse i Denti bianchi non entreranno in
questo tempio, rispetteranno il culto che queste vergini rendono
all'amore, forse....
--Ma è impossibile, io interruppi, fuggiamo, fuggiamo, ripariamo verso
il mare; se possiamo attraversare la capitale senza essere conosciuti,
se...
Ma in quel momento si spalancò l'uscio del serraglio, e una turba di
Denti bianchi apparve minacciosa sul limitare. Io non vidi che una cosa,
i loro denti, tanto essi erano orribili, tanto erano _bianchi_, lunghi,
aguzzi, scoperti dalle labbra che l'avidità del mordere aveva rovesciate
e contratte in una smorfia feroce. Lo ripeto, io non vidi che i loro
denti; e in questo stesso momento in cui scrivo, quelle orribili
rastrelliere che si digrignavano da sè, come segregate dal resto della
persona, come attaccate a qualche cosa d'impercettibile, mi balenano
dinanzi agli occhi simili alle dentiere artificiali d'un cavadenti
collocate per mostra sopra un fondo di velluto nero in una vetrina.
Vederli e rabbrividire, e rimanere là immobile e paralizzato sul luogo,
come se vi avessi messo radici, fu un punto solo. Un Dente bianco si
spiccò allora dal limitare dell'uscio, e venne verso di me, avventandomi
una specie di giavellotto che teneva fra le mani. Fu un istante. Opala
lo vide, si rivolse, si interpose, e... oh mio Dio!... ricevette ella
stessa il colpo mortale che mi era stato diretto.
Non tenterò qui di evocare quella memoria terribile. Io vedo ancora il
suo candido seno lacerato da una ferita profonda, vedo i suoi grandi
occhi nuotanti nella morte e nelle lacrime, e ascolto le sue ultime
parole interrotte dall'anelito: «io muoio per te... io ti ho amato....
ricordami.»
Commosso, tratto di senno, inferocito a quella vista, volli allora
avventarmi, inerme come era, contro i ribelli... ma quelle orribili
rastrelliere mi balenavano ancora dinanzi agli occhi; io le vedeva
ancora là, lunghe, bianche, isolate come le dentiere del cavadenti; e
sentiva quel rumore sordo, quello scricchiolio freddo e secco che
producevano digrignandosi. Mi arrestai a mezzo dell'atto; qualche cosa
di nero mi passava dinnanzi alla vista; sentii che le mie forze mi
abbandonavano... vacillai e caddi privo di sensi.
Quando rinvenni mi trovai carico di catene, e circondato da alcuni
vecchi denti bianchi, i quali avevano costituito un apposito Consiglio
di guerra per giudicarmi.