--Ecco! Ma voi siete sì giovine, sì bello, sì vivace. Non sapete... io

tremava vedendovi nel padiglione... temeva che vi si volesse costringere

a subire quella barbara usanza del nostro paese. Non che mi impaurisse

il pensiero che aveste a perdere il vostro trono, giacchè vi avrei amato

lo stesso, e voi mi avreste amata ancora di più; ma tremava per me

medesima.. mi avrebbe fatto ripugnanza vedervi col naso forato, vi avrei

abbracciato con dispiacere. Se aveste veduto vostro padre... che figura

faceva vostro padre col naso così trapassato da quell'osso! Ma... ora

come farete a sottrarvi a quel supplizio? Vi siete rifiutato di

acconsentirvi?

--Sì.

--E credete di poter sfuggire all'adempimento di quest'obbligo crudele?

--Non so, diss'io, ma per fermo sono risoluto a niegarmivi. Tanto più

che voi mi preferite così, che non mi amereste altrimenti....

--Oh si, si, disse la fanciulla abbracciandomi con innocente civetteria,

non voglio, io, che vi si guasti il naso, questo naso greco, questo naso

così grazioso.... Ma del resto io vi amerei in tutti i modi. E se voi

doveste abbandonare quest'isola io vi seguirei lo stesso. Non è vero che

voi mi permettereste di seguirvi?

--Son io, dissi, che vi seguirei, che perdendo il mio regno, troverei un

compenso adeguato nell'acquisto che potrei fare del vostro amore.

Perchè... soltanto che voi mi amiate, che siate disposta a rifuggirvi

meco nel mio paese, io avrò la forza di oppormi a tutte le torture che

mi minacciano. Credo che i tesori di mio padre superino di gran lunga le

più ricche fortune che ci sono in Europa e in quanto ai mezzi di

rimpatriare, i miei ministri sono abbastanza corruttibili--come tutti i

ministri che ho conosciuto nel mio paese--per lusingarmi che vorranno

accordarmeli.

--Quanto sarei contenta di venire con voi nel vostro paese! Non crediate

già che noi siamo felici qui dentro. Non amiamo nessuno, noi; non siamo

amate da nessuno: io per esempio mi reputava assai sventurata prima di

vedervi; ed ora... sento bene che sarò felicissima con voi, tanto più se

lungi di qui, perchè... queste dame... ve ne sono delle graziose, delle

più avvenenti di me....

--Non è possibile, io dissi con asseveranza.

--Oh, sì, diss'ella ve ne sono delle più graziose... e voi le amereste.

--Mai.

--Voi le amereste.

--E via, diss'io abbracciandola, non pensate a queste cose.

--Una scena di gelosia, a quest'ora, ruminava intanto tra me stesso; e

vedendo che Opala aveva gli occhi inumiditi di lacrime, pensai di dare

una diversione più lieta al nostro discorso. Ma non trovava argomento di

una diversione che tornasse anche acconcia a' miei disegni. Cambiai

argomentazioni di sbalzo.

--Che occhi furbi che avete, le dissi affissandola con aria che stava

tra l'ammirazione e l'insolenza.

--Non è vero.

--Sì, è vero, avete degli occhi meravigliosi veramente! E che capelli!

Lasciatemi toccare.... che trecce piene, abbondanti! Ma non avete freddo

ai vostri piedini, così, con quelle pianelle sì trasparenti?

--No.

--È impossibile. Che piccoli piedi! scommetto che sono più brevi della

mia mano. Vediamo, lasciatemi misurare.

--Ecco.

--Vedete: avanza tutta l'unghia del dito, tanto così.... Siete pur

graziosa! Come non amarvi? Bellissima creatura!

--Via, via, voi mi adulate....

--No, non è vero.

--Sì.

--No, ve lo giuro.

--Giurate soltanto di amarmi.

--Lo giurerò dopo. Datemi un bacio.

--Ecco.

Ma Opala aveva detto troppo presto questa parola.

Mentre che ella curvava il suo volto sul mio si arrestò a mezzo

dell'atto: la fanciulla aveva ascoltato un rumore improvviso all'uscio

del gabinetto.

--Affrettatevi, diceva dal di fuori colla sua voce stentorea, il mio

primo ministro, l'ora del giudizio è già trascorsa, e la folla vi

attende con impazienza; un indugio maggiore potrebbe peggiorare le gravi

complicazioni politiche in cui versiamo, non fatevi aspettare più oltre.

--Mio Dio! io dissi, interrogando di nuovo il mio vecchio orologio di

Ginevra, è vero, l'ora fissata è trascorsa di qualche minuto. Ma è un

abuso cotesto.... ho o non ho un'autorità sovrana, assoluta?

Disturbarmi, sorprendermi così nelle mie stanze, interrompermi durante

le espansioni più doverose delle mie tenerezze domestiche? Se giungo a

consolidarmi sul trono, rifarò da capo il regolamento interno della mia

casa.

E ricordandomi che il ministro attendeva fuori dell'uscio--vengo,

soggiunsi a voce più alta, sono da voi, avvertitene il popolo.

Quindi abbracciai la fanciulla che mi diceva: è un vero dispetto,

venirvi ad importunare a questa ora. Che orrore! Ma ci rivedremo

stassera.

Mi avviai alla sala del giudizio: era mia intenzione di tenere un

contegno severo, di impormi, di farmi temere; ciò che pareami sarebbe

tornato assai più efficace di un'indulgenza che i miei sudditi erano ben

lungi dal meritare.

Oltre a ciò aveva in animo d'introdurre nelle leggi dello Stato alcune

disposizioni, la cui saggezza avrebbe potuto dare il concetto più

lusinghiero della mia sapienza governativa.--Sarò severo, diceva tra me

stesso, ponendo il piede sul limitare della sala, sarò inflessibile: e

debbo confessare che in quel momento la mia anima macchinava tristi

progetti a danno del mio popolo. Se io riesco a consolidarmi sul trono;

se coi tesori di mio padre potrò formare un partito numeroso alla mia

causa, muterò sull'istante i vecchi statuti del Regno--ruminava tra me

medesimo--e cambierò il governo costituzionale che mi tiene legate le

mani in un governo dispotico. Farò, come mio padre, un colpo di Stato.

Che cosa è questo governo costituzionale? Una derisione per la mia

persona, per la mia qualità, per le tradizioni gloriose della mia casa.

Il popolo fa ciò che gli aggrada, e io debbo accennare della testa come

un fantoccio snodato di Norimberga quando gli si tira il filo che lo fa

gestire. Aveva appreso nel mio paese come si debba governare una

nazione: allora era suddito, adesso era re, ma non si trattava che di

invertire le parti.--Guai a quel capo dello Stato, ripeteva a me stesso,

che non sa fare del suo popolo tanti tipi perfetti di cretino, che

invece di pensare a fruire di tutte le risorse della sua posizione, e a

dare al paese buon numero di sudditi di sangue reale e plebeo

incrociato, si occupa coscienziosamente dell'avvenire e della dignità

della nazione che gli ha affidato i suoi destini. Questa testa coronata

è una testa già distaccata dal collo. La civiltà è una mannaja che

taglia le teste coronate.

Io confesso che il mio orgoglio non lasciava più alcun limite alla mia

fantasia. In quell'istante di entusiasmo, la teocrazia stessa era ancora

poco per la mia ambizione.

Entrai nella sala, e presi posto sul trono: a' miei fianchi stavano i

ministri, d'innanzi a me i colpevoli, all'intorno la folla.

I Denti neri si alzarono e mi fecero un'ovazione fragorosa; ma quegli

scellerati Denti, bianchi coi loro orribili denti bianchi, armati dai

piedi alla testa, mi guardarono torvi e sdegnosi tacendo. Feci allora un

piccolo discorso di occasione che provocò qualche applauso dalla tribuna

dei giornalisti stipendiati; dopo di che tentai il mio colpo d'effetto;

domandai che mi si portasse la raccolta delle leggi dello Stato, e

pregai il mio segretario particolare a dar lettura dei nuovi regolamenti

che io aveva raffazzonati a questo scopo lungo il viaggio, e che

intendeva inserire in quegli Statuti.

Consistevano in una serie di articoli relativi all'abolizione del

melodramma dal teatro Potikorese, basati su queste ragioni: essere il

dramma musicale il non-senso più enorme, l'assurdo più mostruoso e più

ridicolo di cui la scienza si sia resa colpevole. A questo progetto ne

andava annesso un altro relativo ai mimi, ai ballerini, ai tenori e ai

baritoni dalla trachea più o meno dilatata; ai primi dei quali doveva

essere inflitta una pena di ridicolo pel diritto di esercitare il loro

mestiere, e ai secondi s'imponeva l'obbligo di ricordarsi consistere

tutto il loro merito nella forma e nella dimensione della trachea.

Un secondo progetto di legge regolava i diritti degli autori e degli

editori. Cinquanta articoli si riferivano esclusivamente a questi

ultimi, ed erano sì severi e ad un'ora sì giusti, che mi sento

addoloratissimo di doverli ora tacere in causa della loro prolissità. Mi

limito a rammentare che in uno di essi, per un caso di pirateria

libraria, era proposta la pena della sospensione pei piedi fino a totale

estinzione di vita,--e credo che fosse poco.

Altri articoli stabilivano pene pei delitti letterari. V'erano

severamente puniti i lavori di collezione e di circostanza; quei lavori

di schiena che si atteggiano a lavori di testa, ec. ec.

Un'appendice a questa disposizione interdiceva alla classe dei

professori di credersi letterati, e li chiamava responsali d'innanzi

alla posterità della istruzione eunuca e della catalessi intellettuale

che è condannata a subire la giovine generazione dei tempi nostri.

Un'altra disposizione legislativa toccava delle fame imposte e delle

fame usurpate; proponeva pene pei letterati funamboli; condannava a

perpetuo bando dall'isola i poeti che si fossero attentati a dar lettura

dei loro versi a qualche infelice costretto a subire questa violenza, e

vietava finalmente la rappresentazione del dramma e della

tragedia--considerate come le più ridicole parodie del dolore e delle

sciagure umane.

Erano, in una parola, un complesso di leggi inspirate dalla più alta

saggezza, e la mia mortificazione non fu sì grande come la mia

meraviglia quando intesi che esse erano già state introdotte nel Codice

di Potikoros, fino dal tempo in cui quest'isola si reggeva a repubblica.

La repubblica aveva dunque giovato a qualche cosa? Per la prima volta io

compresi che il _Due dicembre_ di mio padre aveva avuto in sè tutto il

carattere di un tradimento indegno, e mi sentii tratto a fare un

apprezzamento più benigno di quegli onesti Denti bianchi che coi loro

atteggiamenti minacciosi, e coi loro terribili incisivi foggiati ad

uncino, reclamavano la ricostituzione del primo sistema governativo

dello Stato.

Ma in quel momento non poteva, come avrei voluto, soffermarmi su queste

considerazioni; e d'altronde il mio interesse personale mi avrebbe reso

ingiusto nell'apprezzarle. Credete voi che tutti coloro che

sedettero--come io ho seduto--su un trono, non abbiano fatte le stesse

considerazioni, benchè le abbiano poi soffocate nel fondo della

coscienza collo stesso spirito di egoismo?

Un fatto meraviglioso si presenta, fino dalle prime epoche della storia

dei popoli, agli occhi dell'osservatore e del filosofo. Cinque o sei

furbi matricolati regolano a bacchetta i destini di tutta questa massa

sterminata di pecore che è l'umanità. Ho letto, non so più dove: mala

bestia esser l'uomo, divina cosa la umanità. Non è vero! Per me ho

dovuto sempre guardare all'uomo, all'individuo, alla creatura isolata

per sapermi trovare meno in disagio colla massa degli uomini; mi sono

riconciliato alla meglio, dacchè vivo, con tre o quattro di loro, ma

credo che non mi riconcilierò mai col resto dell'umanità. D'altronde

questa credenza ha cessato di addolorarmi.

Ma bando alle digressioni.

Era tempo d'incominciare il giudizio, e feci perciò avanzare il primo

colpevole. Fu data lettura dell'atto d'accusa.

Io era tutto orecchi nell'ascoltare, anzi per servirmi d'una frase

inglese, era tutto un orecchio, poichè non ignorava che il mio destino

dipendeva totalmente dall'esito di quel giudizio.

L'atto di accusa era concepito press'a poco in queste parole:

«Akriundaz, della provincia di Pikliya-pokenos, di anni trentadue--della

tribù dei Denti neri, di professione incettatore di merli bianchi, è

imputato del furto di due pani rubati nella bottega Srikis

Tenariasbikeloz esistente sul corso principale della nostra città di

Potikoros, con rottura d'un vetro, e senza circostanze attenuanti».

Benchè la lettura di quell'atto scritto in lingua Potikorese avesse

fatto poco meno che spezzarmi i timpani delle orecchie, riordinai come

sapeva meglio le mie idee, e invitai l'imputato ad esporre le sue

difese.

--L'incetta dei merli bianchi, disse egli, essendo diventata più

difficile e meno lucrosa per l'introduzione del merlo nero operata dalla

Serenità di vostro padre nella nostra isola, e in causa dell'omaggio che

vien reso ad esso dal popolo, essendo caduti in dispregio i merli

dell'altro colore, io mi sono trovato da qualche tempo fuori della

possibilità di vivere dei frutti del mio commercio. Ho chiesto stamane

all'onorevole fornaio Tenariasbikeloz che mi fossero dati ad imprestito

alcuni pani. Rifiutandomeli egli io ho spezzato un cristallo della

vetrina e ne ho tolti due. Io sono un onesto Dente nero. Causa

essenziale di questa violenza, fu l'intenzione che aveva di festeggiare,

come mi permettevano i miei mezzi, l'assunzione di Vostra Maestà al

trono di Potikoros.

Questa difesa cui non mancava l'intingolo dell'adulazione, mi dispose

in favore dell'imputato.

--Avreste dovuto, io dissi, far conoscere alle autorità del vostro

paese--parmi, se non erro, Pikliya-pokenos--che vi trovavate nelle

circostanze che avete esposte; quel solerte questore di polizia vi

avrebbe autorizzato a chiedere l'elemosina senza violare le leggi

dell'onestà con una appropriazione sì violenta.

--A chiedere l'elemosina! disse meravigliato il mio ministro.

E vide che gli uditori avevano sbarrato tanto d'occhi nell'udire quelle

parole.

--Sì, ripresi io, a voce più alta, lo si sarebbe autorizzato alla

mendicità, lo si sarebbe munito di apposita placca, come corre l'uso nei

paesi civili dell'Europa.

Un bisbiglio immenso si sollevò dalla folla, un bisbiglio di

disapprovazione universale. Io sentii salirmi il sangue dai piedi alla

testa, e subito precipitare dalla testa ai piedi, e rimontare di nuovo

alla testa.

--Ignoro, aggiunsi con coraggio, quali sieno le leggi di polizia di

questo paese, ed è evidente che non possa sull'istante conformarvimi.

Sarà mia premura di prenderne subito cognizione.

--Tra noi, interruppe il mio segretario particolare, non è ammessa in

alcun modo la mendicità; appena conosciamo il significato di questa

parola per le notizie che abbiamo avuto delle usanze invalse in Europa.

Nell'isola di Potikoros ogni suddito ha diritto al lavoro; e in caso

d'impotenza, ha diritto al mantenimento a spese dello Stato.

--Sono leggi veramente saggie, io dissi, veramente apprezzabili.

Ringrazio il mio degno segretario particolare di avermene reso

informato; ma.... riprendiamo il corso del nostro processo: L'onorevole

fornaio....

--Tenariasbikeloz, suggerì uno dei ministri.

--Tenariasbikeloz.... si trova egli presente all'udienza? In questo caso

deponga se è vero che l'imputato gli abbia chiesto ad imprestito i due

pani prima di rubarglieli.

Il fornaio si avvicinò al tavolo della presidenza e depose esser vero.

--Quando è così, io ripresi, atteggiandomi a severità, udite le

giustificazioni dell'accusato, visto la necessità di mantenere inviolate

le leggi fondamentali d'ogni diritto civile, tenuto conto

dell'asserzione del derubato, e delle altre cause attenuanti, condanno

il nominato Akriundaz--credo Akriundaz, incettatore di merli bianchi,

alla pena di quattro anni di lavori forzati.

Non avessi mai pronunciata quella sentenza! Un urlo di disapprovazione

si sollevò dalla folla, un urlo così fragoroso e feroce che i miei

stessi ministri se ne sentirono impauriti. I capelli mi si drizzarono sì

rigidamente sul cranio, che m'accorsi che la mia corona doveva essersi

sollevata due buoni pollici dalla testa. I Denti bianchi, digrignando i

loro terribili incisivi, domandavano che ne andasse libero l'accusato, e

che si sottoponesse invece a processo l'onorevole fornaio

Tenariasbikeloz: adducevano a pretesto il diritto che egli aveva di

appropriarsi quei pani che aveva chiesti, e che gli erano stati

rifiatati; e citavano non so qual articolo di legge, nel quale era detto

che ogni cittadino resosi, per qualsifosse ragione, impotente al lavoro,

poteva esigere il mantenimento gratuito a spesa dei privati ricchi e

dello Stato.

Io non so come giungessi a sedare quel tumulto. La fermezza del mio

contegno e quella de' miei ministri--sento il dovere di rendere loro

questa giustizia--riuscirono a poco a poco a ristabilire un po' d'ordine

nella adunanza.

La minaccia di far sgombrare la sala da un mezzo pelottone di Denti neri

ottenne il suo effetto.

Quando la calma fu ristabilita, ordinai che si facesse avanzare il

secondo colpevole.

Era il direttore del giornale _Il Giudizio Universale_ (il giornale

ufficiale di Potikoros) accusato di aver recato il disonore in una

onesta famiglia con alcune taccie infamanti, destituite d'ogni verità.

L'onorevole direttore parevami una persona seria e meritevole d'ogni

riguardo, oltre di che io mi trovava in certo qual modo legato a lui da

una vecchia intimità di famiglia, e sentiva il dovere di difenderlo e di

pronunciare per esso una sentenza assai mite.

--Ove è il gerente? io chiesi: se l'accusato non è direttore

responsabile, si conduca qui il gerente e si lasci libero il

giornalista.

--Il gerente! esclamò il mio giudice istruttore, che cosa è il gerente?

Può egli darsi che una persona qualunque si faccia responsabile dei

reati di un'altra? Puniamo i reati, o puniamo le coscienze?

--Un tale sistema, io dissi, è invalso in tutte le nazioni d'Europa, nè

io posso giudicare di questa accusa senza conoscere le leggi speciali

che regolano la stampa Potikorese. D'altronde.... parmi che questo sia

un fallo assai mite; una semplice riprensione.... un semplice

ammonimento--Indugierò, ad ogni modo, a pronunciare la mia sentenza fino

a che non avrò presa cognizione delle leggi che ho ora accennate. Prego

l'onorevole magistrato a fare avanzare il terzo colpevole.

Uscitone in tal guisa pel rotto della cuffia, gettai gli occhi sulla

folla per conoscere l'impressione che vi avevano prodotto le mie parole.

Il disordine si era in parte rinnovato; non era precisamente lo stesso

scompiglio, la stessa disapprovazione plateale di prima; ma poco meno.

Si vedeva chiaro che la impazienza dell'uditorio stava per prorompere in

una dimostrazione più energica e più difficile a reprimere. L'interesse

che destava il terzo accusato ebbe virtù di distogliere in tempo i loro

animi da questa disposizione.

Era egli un alto funzionario governativo, imputato di grave

prevaricazione per una somma di molti milioni sottratti alle casse dello

Stato. Come suole avvenire in simili casi, le prove erano bensì

manifeste, ma confutabili in mille maniere, e facili ad essere ritorte

a danno di altri funzionarii. Io diressi ed illuminai in alcuni punti lo

svolgimento del processo; ma benchè fosse universale la convinzione che

si aveva del suo reato, le prove volute dalla legge non avevano tutti i

dati necessarii per autorizzarmi a pronunciare un verdetto di

colpabilità.

Io mi trovava posto in una titubanza terribile--era il caso

dell'incudine e del martello--e considerando che l'accusato era un Dente

bianco, e faceva parte di quella tribù di cui doveva starmi specialmente

a cuore il favore; che egli apparteneva alle alte sfere governative,

nelle quali è stabilito il principio che una mano lava l'altra, che

questa appropriazione sarebbe stata considerata nel mio paese come una

bagattella di nessuna importanza, come uno _spostamento di cifre_ (è la

parola addottata da alcuni governi costituzionali per definire i furti

governativi) credetti mostrarmi abbastanza severo nel pronunciare una

sentenza che lo spogliava semplicemente della sua qualità, e lo

esonerava dalla sua carica.

Fu la scintilla che cagionò l'incendio: il furore del popolo proruppe sì

vivo, sì unanime, sì violento che io mi avvidi subito che non vi era più

mezzo a contenerlo. I miei stessi ministri erano rimasti meravigliati

della stoltezza del mio giudizio; e temendo che i rivoltosi non li

considerassero come facienti causa comune col re, si affrettarono a

ritirarsi prudentemente nelle anticamere. Io rimasi come paralizzato,

come pietrificato sul trono; e solamente alcuni istanti dopo, quando mi

avvidi che la folla gridando «abbasso il re, si destituisca il re,» ed

altre graziosita di questo genere, si accingeva a superare lo steccato

per impadronirsi della mia persona, pensai a mettermi in salvo

nell'interno della reggia.

Non dirò quali fossero i pensieri che mi passavano allora pel

capo,--rapidi, vari tumultuosi, inutili tutti....

Fu però un'incertezza di un istante. Quando vidi che le persone della

mia casa cercavano di rifuggirsi nei gabinetti segreti, e non solo non

avevano a cuore la salvezza della mia maestà reale, ma era molto se non

attentavano essi medesimi alla mia vita; quando intesi che il tumulto

popolare andava orribilmente crescendo, e che i Denti bianchi erano già

penetrati in alcune sale della reggia, deliberai di cercare salvezza

nella fuga.

Mi precipitai verso il mio serraglio, poichè non sentiami la forza di

abbandonare il mio regno senza portarne meco la fanciulla che mi aveva

affascinato, e abbracciando Opala, le dissi:

--La rivolta sta per spogliarmi del regno e della vita.... fuggiamo,

vieni meco: io sarò ancora il monarca più felice, il più ricco, il più

fortunato se potrò trascorrere il resto della mia esistenza con te....

se tu sarai mia, mia cara Opala, mia dolce fanciulla! Sì, sì, fuggiamo

nella mia patria, dove la dignità e la coscienza popolare assicurano la

monarchia da questi pericoli, dove i re non sono costretti ad infiggersi

un osso di balena nel naso, ma menano essi stessi pel naso i sudditi

devotissimi.... vieni, vieni.... Ma lascia prima che io prenda i tesori

di mio padre.... Ove sono i tesori di mio padre? quel diamante favoloso,

quegli smeraldi....

Opala allacciandomi il collo colle sue braccia bianche e delicate, mi

diceva colla voce interrotta dal singulto:

--Non uscire, non uscire di qui; forse i Denti bianchi non entreranno in

questo tempio, rispetteranno il culto che queste vergini rendono

all'amore, forse....

--Ma è impossibile, io interruppi, fuggiamo, fuggiamo, ripariamo verso

il mare; se possiamo attraversare la capitale senza essere conosciuti,

se...

Ma in quel momento si spalancò l'uscio del serraglio, e una turba di

Denti bianchi apparve minacciosa sul limitare. Io non vidi che una cosa,

i loro denti, tanto essi erano orribili, tanto erano _bianchi_, lunghi,

aguzzi, scoperti dalle labbra che l'avidità del mordere aveva rovesciate

e contratte in una smorfia feroce. Lo ripeto, io non vidi che i loro

denti; e in questo stesso momento in cui scrivo, quelle orribili

rastrelliere che si digrignavano da sè, come segregate dal resto della

persona, come attaccate a qualche cosa d'impercettibile, mi balenano

dinanzi agli occhi simili alle dentiere artificiali d'un cavadenti

collocate per mostra sopra un fondo di velluto nero in una vetrina.

Vederli e rabbrividire, e rimanere là immobile e paralizzato sul luogo,

come se vi avessi messo radici, fu un punto solo. Un Dente bianco si

spiccò allora dal limitare dell'uscio, e venne verso di me, avventandomi

una specie di giavellotto che teneva fra le mani. Fu un istante. Opala

lo vide, si rivolse, si interpose, e... oh mio Dio!... ricevette ella

stessa il colpo mortale che mi era stato diretto.

Non tenterò qui di evocare quella memoria terribile. Io vedo ancora il

suo candido seno lacerato da una ferita profonda, vedo i suoi grandi

occhi nuotanti nella morte e nelle lacrime, e ascolto le sue ultime

parole interrotte dall'anelito: «io muoio per te... io ti ho amato....

ricordami.»

Commosso, tratto di senno, inferocito a quella vista, volli allora

avventarmi, inerme come era, contro i ribelli... ma quelle orribili

rastrelliere mi balenavano ancora dinanzi agli occhi; io le vedeva

ancora là, lunghe, bianche, isolate come le dentiere del cavadenti; e

sentiva quel rumore sordo, quello scricchiolio freddo e secco che

producevano digrignandosi. Mi arrestai a mezzo dell'atto; qualche cosa

di nero mi passava dinnanzi alla vista; sentii che le mie forze mi

abbandonavano... vacillai e caddi privo di sensi.

Quando rinvenni mi trovai carico di catene, e circondato da alcuni

vecchi denti bianchi, i quali avevano costituito un apposito Consiglio

di guerra per giudicarmi.

Racconti umoristici: In cerca di morte; Re per ventiquattrore · 第 7 / 8 段