E rivoltomi a' miei ministri dissi loro, dissimulando quanto poteva il

mio spavento: illustrissimi signori, io sono felice di procedere

sull'istante alla mia incoronazione, ma è occorsa credo una cattiva

intelligenza in proposito... desidererei... bramerei, se ciò è

possibile, che si indugiasse alcuni giorni per ciò che riguarda la

formalità dell'osso nasale: una fiera costipazione, un potente

raffreddore che mi sono buscato lungo il viaggio, l'infiammazione delle

pareti interne delle narici rendono senza dubbio questa operazione

alquanto pericolosa; pregherei l'eccellentissimo ministro che mi ha

accompagnato fino a Potikoros a voler far conoscere a' miei sudditi

questo desiderio, e disporli all'indugio che è mia intenzione di

frapporre al compimento di una formalità, di cui per altro mi tengo

altamente onorato.

A queste parole i miei ministri si guardarono nel bianco degli occhi

esterrefatti, e il ministro della Guerra in ispecial modo diede non

dubbii segni della sua meraviglia e della sua disapprovazione.

Io ammutoliva per vergogna.

Dopo un istante di silenzio il mio primo ministro rispose: noi siamo

profondamente convinti della verità delle giustificazioni addotte da

Vostra Maestà, ma non sarà molto agevole il convincerne l'armata ed il

popolo. La solennità che doveva compiersi oggi, ha radunato qui una

buona metà della popolazione di Potikoros, nè credo che essa vorrà

partirne senza avervi assistito. Cotesto rifiuto può essere interpretato

in un senso poco favorevole ed essere causa di disordini non lievi nel

regno. In quanto a me, non mi attento a sfidare il furore del popolo,

esponendogli il desiderio reale che Vostra Maestà mi ha fatto ora

l'onore di manifestare.

A questo diniego inatteso io mi sentii venir meno, e trovai appena la

forza di aggiungere: se io stesso devo mostrarmi a' miei sudditi.... se

posso arringarli io in persona, non dispero di convincerli della verità

delle mie asserzioni.... Perchè il mio naso.... la mia mucosa.... E in

quell'istante essendomi balenata alla mente un'idea stupenda, mi

avvicinai al mio primo ministro e gli mormorai all'orecchio:

persuadetene la popolazione, disponetela ad attendere, ed io vi affiderò

il comando della più florida provincia del regno, vi decorerò del gran

Cordone del Merlo nero.... E aggiunsi fra me stesso: se posso uscirne

col naso intatto dimetterò sull'istante questi ministri, rifarò il mio

gabinetto, allontanerò da me questi sudditi ribelli e corruttibili.

Il mio ministro cedette di fatto, come mi era lusingato, a quel

tentativo. Rivoltosi al mio seguito disse; veramente.... l'interesse,

la quiete dello stato ci impongono di accordare a sua Maestà l'indugio

di cui ci richiede. Il momento è grave. Disposto al sacrificio della mia

popolarità pel bene del paese, io sono deciso ad arringare il popolo

circa i motivi che impediscono temporariamente l'attuazione di questa

operazione importante: piaccia al cielo che le mie parole siano ben

accolte e credute!

Quindi rivoltosi a me che in quel frattempo era salito sopra una specie

di carro destinato a recarmi sul luogo dell'incoronazione, aggiunse:

andiamo. E ci riponemmo in viaggio.

Attraversammo un buon tratto di strada tra le ovazioni vivissime della

folla; e giungemmo in breve tempo ad un piccolo rialzo di terra sul

quale era innalzato il mio padiglione. Tutta la campagna circostante era

gremita di popolo; le dame Potikoresi vestite di un costume assai

semplice, spesso di un costume affatto adamitico, stavano raccolte a

gruppi sotto i padiglioni naturali che formavano le palme e i banani.

Alberi giganteschi di paradiso attorniavano il recinto del luogo

destinato alla mia incoronazione, e sovr'essi frotte di fanciulli a

cavalcioni qua e là lungo i rami suonavano certi loro strumenti di cocco

che producevano un rumore indiavolato. Da quel rialzo di terra si

aprivano allo sguardo orizzonti stupendi; da un lato, il mare seminato

in ogni punto di isolette quasi impercettibili e tutte verdi per la

vegetazione più rigogliosa; dall'altro, campagne sterminate, pianure

solcate da fiumi, colli ricoperti di boschi, montagne rivestite di

eriche gigantesche; e sovra tutto ciò, il cielo stupendo del tropico, il

cielo alto, sereno, sempre infuocato di quella terra prediletta dal

sole.

Ma io era in preda ad impressioni che moveano da cause ben diverse. Il

timore che i miei sudditi volessero esigere sull'istante il compimento

di tutte le formalità richieste per la mia incoronazione, il pensiero

che, ove pure mi fosse stato accordato tale indugio, io non avrei potuto

sottrarmi col tempo all'esigenza di quella moda crudele; e poi la

ribellione delle mie provincie, la rivolta dell'esercito, le diserzioni,

la poca devozione dei miei ministri, tutto ciò veniva ad amareggiare la

mia gioia per modo che fui più volte in procinto di rimpiangere la mia

vita modesta, ma libera, di letterato.

E per altro lato, ove avessi potuto superare questi ostacoli, quanti

piaceri mi aspettavano! La mia stupenda posizione anzitutto; e poi quel

lusso, quello sfarzo, quello spensierirsi continuo; e l'harem, l'harem

più d'ogni altra cosa; e quel costume sì grazioso, sì semplice, sì

stuzzicante delle dame Potikoresi.... tutto ciò era pur preferibile

all'oscura aridità della mia gioventù trascorsa.

In preda a questi pensieri io era entrato nel ricco padiglione, ove

doveva essere incoronato, e donde sarei stato condotto alla reggia.

Le sorprese più grate mi attendevano in quel luogo. Oltre i doni

ricchissimi in verghe d'oro e d'argento, e in grosse pietre preziose che

mi erano state inviate dalle provinci e fedeli del regno, le fanciulle

del mio serraglio mi avevano mandato un'ambasciata di dodici delle più

belle tra loro, incaricate di ricevermi e prestarmi ogni sorta di

servigi nel padiglione. Io non aveva veduto mai bellezze più

abbaglianti, nè è possibile che possa manifestare l'emozione che provai

a quella vista.

Il loro abito orientale era tutto ornato di lanugine di cigno e di

perle, i loro calzoncini di seta azzurra erano stretti alla caviglia

piccola e asciutta da un laccio magnifico a fiocchi d'oro, i loro

piedini chiusi in scarpette a ricami erano sì piccini che potevano

essere contenuti nella mia mano; tutte le loro forme erano ad un tempo

sì piene e sì delicate, e spiravano tanta voluttà che io non aveva mai

veduto, o immaginato soltanto, creature più graziose e più seducenti.

Ma una ve n'era sovra tutte che colpì in ispecial modo la mia

immaginazione. È impossibile il dire quanto ella fosse bella, forse

anche impossibile lo immaginarlo: la bianchezza del suo viso era quasi

luminosa--abbagliava: le sue fattezze, i suoi profili si perdevano in

una specie di vaporosità leggermente rosata; i suoi capelli erano sì

sottili, sì neri e sì lucenti che ondeggiavano sotto l'azione della luce

come un drappo serico; e mentre io stava contemplando quel prodigio di

avvenenza, essa mi si appressò timida e sorridente, e dopo aver

pronunciato alcune parole in lingua Potikorese che mi riuscirono per

ciò inintelligibili, asciugò il sudore che mi stillava dalla fronte con

un suo fazzolettino che non era più voluminoso di una tela di ragno, ed

esalava tutti i profumi più inebbrianti. Animato da tanta affabilità, e

più ancora dal pensiero che io era re e che quella divina creatura era

mia, trovai il coraggio di dirle: Come vi chiamate?

--Opala, diss'ella, la più affezionata e la più fedele delle vostre

schiave.

E pronunciò questa parole nella mia lingua.

--Voi non siete nativa del mio regno? le chiesi io meravigliato.

--No, disse la fanciulla. La defunta Serenità di vostro padre mi portò

seco bambina dall'Oriente, e mi apprese la lingua e i costumi della

vostra nazione. Egli mi onorava particolarmente della sua affezione, e

mi ha conferito una speciale autorità sulle donne del vostro serraglio.

--Mio padre, esclamai tra me stesso, non aveva gusti depravati, non

aveva deficienza di senso estetico... una così bella creatura! Ma egli

doveva aver passato i sessant'anni... è impossibile... E rivoltomi ad

Opala le dissi: Mio padre vi amava?

--Molto.

--Di che affetto?

Il volto di Opala si coprì d'un vivace rossore. Io che capiva a stento

in me stesso, non seppi trattenermi dall'abbracciarla, esclamando: io

pure vi amerò molto, io vi lascierò intatta l'autorità conferitavi da

mio padre. Dio mio! voi siete sì bella!... voi sarete la mia prediletta

e la mia regina.

--È egli vero? disse Opala.

--Quanto è vero l'affetto che sente già il mio cuore per voi.

--Per me! la vostra schiava....

--Non dite così, interruppi io--e in quell'istante osservai che le altre

donne si ritiravano inchinandosi e ci lasciavano soli--dite la vostra

amante, la vostra sposa; trovate, se potete, una parola sì dolce che

valga ad esprimere ciò che voi sarete per me.

Opala si gittò alle mie ginocchia, e abbracciandole disse: Grazie,

grazie, io pure vi amerò; io languiva qui così sola, così abbandonata...

perchè vostro padre.... era sì vecchio vostro padre... e sì stizzoso!

Voi siete tutt'altra cosa. Perchè io non era stata educata qui, in

quest'isola... oh! sì, io vi amerò molto, non vivrò che per voi; e

dormirò sul vostro tappeto, vi darò a bere il sorbetto colla mia bocca,

vi solleticherò colle penne del mio ventaglio, vi farò riposare la testa

sulle ginocchia, vedrete, vedrete!

--Oh buona creatura! io dissi tra me stesso, sarei pur felice con te. E

pensai: se fosse possibile abbandonare il mio regno, fuggire con questa

fanciulla, portar meco i tesori di mio padre, quel diamante favoloso,

queste verghe d'oro... e non veder più questi Denti bianchi, questi

Denti neri... questi odiosi ministri... sottrarmi ad un supplizio

spietato.... E mosso da un trasporto di affetto sincero, aggiunsi

abbracciandola e sollevandola: sì, mia diletta fanciulla, se io potessi

fuggire con te, portarti meco nella mia patria!... perchè devi sapere

che mi si vuole già ritogliere il regno, che si pretende deturparmi il

viso, forarmi il naso, il mio naso greco, il naso caratteristico della

mia famiglia... E poi...

Ma in quell'istante un fracasso terribile venne a troncare le mie

parole. Io mi rivolsi e vidi il primo ministro che entrava ansante

impallidito nel padiglione, e dietro ad esso alcuni ufficiali di Corte,

uno dei quali mi disse: avvengono dei gravi disordini; è necessario che

Vostra Maestà si affretti ad installarsi nella reggia; alla sua

incoronazione si penserà dopo... Il popolo non ha prestato fede alle

parole dell'onorevole ministro che voleva giustificare il diniego di

Vostra Maestà a subire tutte le formalità di questa incoronazione.

Indarno egli ha asserito che ella ne è impedita da un raffreddore

potente, che ha inteso egli stesso lungo il viaggio dei fragorosi

starnuti reali.... non gli si è creduto: il sentimento nazionale è

scosso profondamente da questa notizia, e il rimanente dell'esercito dei

Denti bianchi ha abbandonato senz'altro le sue bandiere per congiungersi

alle file dei ribelli. Bisogna affrettare l'entrata nella capitale

finchè la reazione non si è organizzata, e non si è posta in grado

d'impedirlo. I Denti neri sono per noi; ove il giudizio pubblico che

vostra maestà presiederà oggi, incontri il favore popolare, le sorti

della monarchia possono essere ancora rassicurate.

--Io ho potuto, dissi allora, sollevandomi di tutta la persona, animato

da non so qual forza interna, io ho potuto forse mostrarmi debole

d'innanzi ad un'esigenza cui le abitudini contratte nella mia patria mi

rendevano un poco ripugnante, ma non lo sarò mai d'innanzi agli uomini

che vogliono spogliarmi del regno, privarmi dei sacri diritti che mi

sono stati trasmessi da mio padre. Se non potrò sedere sul trono di

Potikoros, saprò almeno morire difendendolo.

E affacciandomi all'uscio del padiglione, e guardando con occhi torvi la

folla, esclamai con voce più alta; recatemi le mie armi e il mio

cavallo, che io indossi il mio paludamento reale, tutti i miei

distintivi di re, e la corona, aggiunsi prendendomela e posandomela sul

capo; saprò ben io difenderla da chi si attentasse a tormela.

I miei ministri e i miei ufficiali meravigliati da tanto ardimento mi

fecero recare in fretta il mio cavallo, e mi aiutarono ad indossare i

miei distintivi. Dopo che, fiero del mio coraggio, balzai in sella colla

spigliatezza d'un giocoliere e mi avviai in mezzo ad essi alla capitale

del regno, e alla reggia.

Ma il coraggio veníami meno lungo la via.

L'accoglienza poco lusinghiera della popolazione, il freddo contegno de'

miei ministri, le urla selvaggie dei ribelli, quei crocchi di Denti

bianchi che incontravamo ad ogni istante sul nostro passaggio mi

facevano venire la pelle anserina, o ciò che si dice più comunemente la

pelle di oca, come se la mia sacra epidermide reale fosse stata

l'epidermide del più volgare e del più ignobile de' miei sudditi. E

tentando di dare come poteva meglio una diversione qualunque alle mie

idee, immaginava come le oche debbano trovarsi in uno stato di spavento

incessante se quel fenomeno della loro pelle è continuo, e mi sentiva

tratto da un sentimento di pietà, a commiserarle. Che se così non fosse,

come potremmo noi esprimere, volendo attenerci strettamente alla

medesima frase, lo stato di spavento in un'oca? Potremmo forse dire che

l'oca ha la pelle di oca?

Io comprendo ora come il quesito che andava formulando in quel doloroso

viaggio a me stesso, fosse meno ancora che puerile e non consentaneo

alla mia dignità di monarca; pure confesso che me ne trovava

imbarazzato, e che fu in virtù di quell'imbarazzo che giunsi alla reggia

senza che i motivi di terrore che mi circondavano, avessero potuto

cagionare in me dei fenomeni più sensibili e più complicati.

La reggia era un edificio stupendo; tutte le meraviglie, tutte le

delizie, tutte le ricchezze dell'Oriente vi erano state accumulate a

larga mano.

Mio padre aveva saputo conciliare fastosamente la mollezza dei costumi

orientali colla severa grandiosità dell'architettura europea. Non credo

vi sieno in Europa reggie o palazzi di privati più eleganti; certo io

non aveva nè veduto, nè immaginato mai edificio più sontuoso e più

splendido. Quantunque le pareti fossero tutte in legno di noce d'India,

gli intagli erano sì stupendi, e le decorazioni in oro, in avorio e in

argento eseguite sì maestrevolmente, e con tanta grandiosità di

dimensioni, che le proporzioni del fabbricato e l'eleganza di quegli

ornati non erano inferiori a quelli di qualunque casa europea.

Il mio appartamento speciale era uno di quei ritiri incantevoli che si

sognano a quattordici anni, di cui spesso non si ha neppure la facoltà

di concepire un'idea, uno di quegli edifici che l'architettura nostra

costretta nei limiti inesorabili dell'arte e delle sue tradizioni, non

avrebbe mai lo slancio e l'ardimento necessario a creare. Io vi rimasi

sventuratamente sì poco che non potrei darne una descrizione

dettagliata. Non ho serbato memoria che delle stelle mobili che si

perdevano nell'azzurro del soffitto di cui non si vedeva il fine, e che

gettavano onde di luce abbagliante del colore dello smeraldo. Forse in

quel cielo artificiale era rappresentato un intero sistema planetario,

co' suoi fenomeni, colle sue orbite, con tutte le sue leggi di

evoluzioni. Ricordo il pavimento elastico e semovente, tutto tempestato

di rubini, la cui azione di elasticità era combinata per modo, che

cedendo dolcemente sotto la pressione del piede e rialzandolo tosto per

forza propria, rendeva affatto nulla la fatica del camminare, in guisa

che vi si avrebbe potuto passeggiare delle intere giornate senza provare

il menomo sintomo di stanchezza.

Mi sovvengono pure alla memoria alcune specie di incensieri che appesi a

certi arpioni d'oro massiccio sporgenti dalle pareti, si dondolavano

per moto proprio; ed emettevano un vapore profumato, in mezzo alle cui

spire volteggiavano delle figurine nude, le quali cambiavano forma e

colore ad ogni istante, e giunte ad una certa altezza, si

assottigliavano e si scioglievano in fumo. Le esalazioni di quei

turiboli agivano sì potentemente sui sensi che io mi sentiva come preso

da ebbrezza, nè poteva prestare attenzione al canto soavissimo di certi

uccelli che non vedeva, ma che pensai dovessero essere rinchiusi in una

gabbia sospesa nell'azzurro del soffitto.

Non parlerò del mio letto, del mio trono, di tutti i mobili delle mie

stanze; sarebbe impossibile dirne la foggia, l'uso, i dettagli; erano

pelliccie sovrapposte a pellicce, tramezzate di strati di petali di rosa

che si mutavano ogni giorno: le sedie si cullavano da sè, volendo

ristavano: e le dame di corte--le più attraenti beltà di

Potikoros--avvolte in un semplice velo color di rosa, andavano e

venivano per le stanze, ansiose di sorprendere ogni mio più piccolo

desiderio, ogni mio bisogno più insussistente, e soddisfarlo colla

rapidità del pensiero.

Appena posto piede nel mio gabinetto particolare, alcune di queste dame

mi presentarono il mio nuovo costume di monarca, e si accinsero a

spogliarmi del mio abito di borghese (sotto il mantello reale che avea

indossato nel padiglione, io vestiva ancora in quell'istante un abito a

coda di rondine, di cui non avevo per anco soddisfatto il conto al mio

sarto) per mettermi in grado di presiedere al giudizio popolare in tutta

l'imponenza, e in tutto lo splendore della mia carica.

Ma il mio pudore non mi permetteva di cedere all'invito di quelle dame

rispettabili; io mi sentivo salire il rossore fino alla punta del naso;

e mi provai a far loro conoscere la mia ripugnanza con un discorso di

questo genere:

--Egregie signore... compitissime signore... le mie abitudini di

toeletta;... il rispetto che io nutro per le loro persone... non mi

permettono di mostrarmi qui in tutta la semplicità del mio costume

naturale... e oltre ciò, i miei arnesi di biancheria, le mie mutande...

in un viaggio sì lungo... senza la risorsa del bucato... esse

capiranno....

E stava per aggiungere peggio, ma mi avvidi che nessuna di esse

intendeva la lingua del mio paese; e non potendo far di meglio, lasciai

fare, con quanta confusione da mia parte, permetto a' miei lettori di

immaginarlo.

Quando mi trovai vestito, attilato, serrato, come in una morsa, dalle

cinture di quell'abito tutto ornato di lamine di metallo e di perle,

avendo chiesto dell'ora fissata pel giudizio pubblico, e avendo

osservato nel mio orologio, (un vecchio orologio di Ginevra che aveva

avuto cura di regolare sul meridiano di Potikoros) che vi mancava una

buona mezz'ora, chiesi di essere condotto al mio serraglio; e mi vi

avviai in mezzo alle persone del mio seguito, parte delle quali mi

precedevano agitando dei grossi ventagli di piume, e parte recando con

sè alcuni di quegli incensieri che aveva già veduto nelle mie stanze.

Dio! dove troverò io espressioni sì eloquenti che bastino a manifestare

la sorpresa, la meraviglia che provai alla vista del mio serraglio! Io

era rimasto muto ed estatico. Appena ebbi la forza di pronunciare alcune

parole per accomiatare gli onorevoli ufficiali della mia casa che mi vi

avevano accompagnato.

Non farò una descrizione di quel luogo: sarebbe impossibile. L'eleganza,

la mollezza, il lusso del mio apartamento erano uno sfarzo meschino a

confronto della magnificenza di quello, tutto si confondeva in un'onda

immensa di luce: era una di quelle illusioni ottiche che si provano nei

sogni da fanciullo; qualche cosa di simile a quelle visioni che si

ottengono a quell'età, vellicando le pupille col rovescio della mano.

Qua e là negli interstizii d'un lungo colonnato erano appese delle

reticelle di seta ripiene di veli e di pizzi, dentro le quali alcune

delle mie fanciulle vestite in quel semplice e delizioso costume di

Potikoros, si dondolavano agitando i loro piccoli ventagli. Altre

stavano sedute su certi divani di raso azzurro, raccontandosi novelle di

fate e di genii; altre mangiucchiavano confetti o coccole profumate, di

cui mordevano la buccia coi loro dentini (credo aver detto che le donne

del serraglio erano tolte tutte dalla tribù dei Denti bianchi) altre

infine giuocavano con dei veli, con delle piume; o imbeccavano delle

tortorelle che erano grandi quanto uno dei nostri scriccioli, e dei

piccoli colibrì che non erano più grossi d'una farfalla.

Opala (io l'aveva cercata collo sguardo appena posto piede in quel

santuario) Opala già mutata d'abbigliamento e raggiante della bellezza

più attraente, era seduta sopra un seggio più elevato, una specie di

trono che occupava per segno di distinzione.

La sua testa graziosa si riposava in attitudine di pensiero sopra un

soffice guancialetto di velluto; i suoi piedini rinchiusi in una

pianella impercettibile d'un tessuto serico quasi trasparente, posavano

riuniti e composti sopra uno sgabellino d'oro e di avorio, le sue mani

piene di una tacita voluttà le pendevano giù pei fianchi in

atteggiamento di abbandono, e le sue lunghe palpebre mezzo socchiuse non

lasciavano ben indovinare s'ella dormisse o sonnecchiasse per vezzo

fantasticando.

Al rumore de' miei passi (nessuna pianella del mio guardaroba reale

avendo potuto calzare al mio piede, io portava tuttora il mio unico pajo

di mezzi stivali a doppia suola), Opala si scosse, e vedutomi, scivolò

giù dal suo trono, e venne ad inginocchiarsi a miei piedi.

A quella vista tutte le reticelle sospese si abbassarono, non so come,

fino al pavimento; le fanciulle ne uscirono così abbigliate come erano,

e si prostrarono esse pure ad una breve distanza da noi. Una musica

divina e sommessa incominciò in quel momento a farsi udire nel

serraglio, e ad elettrizzarmi colle sue note.

--Nobili dame, io dissi rialzando Opala, e rivolgendomi alle altre, cui

accennai di fare altrettanto, prego.... insisto perchè esse si alzino;

qui non vi è etichetta di Corte, non vi sono leggi di convenienze...

Prego a voler considerare la mia persona reale come la persona di un

semplice amico, come una persona di famiglia... già; intendo introdurre

delle modificazioni nel regime interno di questa nostra società...

voglio dire delle leggi d'uguaglianza una parità di diritti, un equa

ripartizione di....

E non venendomi al balzo la parola che calzasse a dovere, temendo di

prometter troppo, e desiderando per altro lato di trovarmi qualche

istante solo con Opala, aggiunsi: già... so ben io quel che intendo di

fare... Le prego intanto di risalire nelle loro reticelle, nei loro

nidi... le prego a rioccupare i loro divani... io mi farò un dovere di

venire più tardi.... col tempo... appena lo permetteranno le gravose

esigenze della mia carica, a rendere a ciascuna di esse l'omaggio del

mio rispetto e della mia ammirazione.

Fui grato alla Serenità di mio padre di aver introdotto nel sistema

educativo del serraglio l'insegnamento della lingua del mio paese,

poichè tutte quelle mie fanciulle, risalirono all'istante nelle loro

reticelle; e Opala, prevenendo i miei desiderii, mi prese per mano e mi

condusse nel suo gabinetto particolare.

Ci sedemmo sopra un soffice tappeto di Persia. Io era sì stanco per le

fatiche della giornata, e sì turbato da tutte quelle apprensioni d'ogni

genere, che quello stato di prostrazione m'induceva quasi per bisogno

alla tenerezza e ad una espansione confidente e sincera.

--Quanto siete buona! io dissi ad Opala abbracciandola, quanto siete

bella! Divina creatura! Voi mi avete preceduto in questa reggia, dove io

non rimarrò forse molto tempo, e d'onde non mi sarebbe doloroso

l'allontanarmi, se non fosse pel pensiero della vostra perdita. Non

credeva di trovarvi subito qui, ve ne ringrazio; aveva proprio bisogno

di sollevarmi un poco con voi dalle cure dolorose del mio Stato.

--Io posso tanto sul vostro cuore?--disse la fanciulla--quanto ve ne

sono grata! Oh, voi siete sì diverso da vostro... era sì nojoso vostro

padre. Non amava che di farsi raccontare delle novelle, di passeggiare

su e giù per le nostre sale, di regalarci qualche balocco, di farsi

accompagnare a braccetto fino alla soglia del suo appartamento, di farsi

reggere da noi la coda dell'abito.... Era insoffribile, perdonate, ma

era insoffribile.... Già, credo che avesse settant'anni.

--Pressapoco.

Racconti umoristici: In cerca di morte; Re per ventiquattrore · 第 6 / 8 段