sovvertire gli ordinamenti dello Stato con una interpretazione falsa e
speciosa delle leggi che lo governavano: di aver fatto atto di
disprezzo verso le usanze del paese--usanze che avevano forza di
legge--rifiutandomi a trafiggere il mio naso greco con quell'ornamento
grazioso di balena: di aver poste in grave pericolo la quiete e la
sicurezza della nazione, costringendola, in seguito alla mia decadenza
dal potere, a riadottare la forma primitiva di governo, il regime
repubblicano, o ad eleggersi un re nazionale. In causa dei quali reati
io veniva considerato come decaduto dal trono di Potikoros, e
condannato alla pena della morte per sospensione.
Fui invitato ad esporre le mie difese.
--Anzi tutto, io dissi non posso ammettere in questo onorevole Consiglio
di Denti bianchi il diritto di giudicarmi. Io vedo qui rappresentata una
sola metà della nazione. Ove è l'altra metà? Ove sono i degni
rappresentanti dei Denti neri? Ma ove pure essi facessero parte di
questo consesso, i diritti di un re non posson essere discussi da suoi
sudditi, e le sue colpe--se un re può commettere delle colpe--non
possono essere nè giudicate, nè punite da essi. Io venni qui, in un
paese i cui ordinamenti si erano rilassati per un lungo interregno, nel
quale la demagogia incominciava a difondere le sue dottrine
rivoluzionarie, le cui leggi erano violate da un'anarchia impossibile ad
arrestarsi. Io vi venni chiamato dal suffragio popolare, invitato da una
rappresentanza della nazione, eletto dal voto di tutti i governi
d'Europa. Io venni a governare questo popolo cieco e traviato che aveva
bisogno di essere ricondotto sotto il regime della monarchia: vi venni
per un puro istinto di umanità, per un semplice spirito di abnegazione.
Affetti e interessi mi trattenevano in Europa. Il mio sangue, il sangue
di mio padre, è uno dei più antichi e dei più nobili tra tutte le
dinastie di quel gran continente incivilito. Io ho avuto pietà di voi;
io era venuto ad apportarvi l'_ordine_ e la felicità che regnano in
molte capitali di quegli stati; mi era sacrificato a mutare il mio
berretto di cotone europeo in un turbante di penne, a ricevere quaranta
milioni di appannaggio, a comandare a quaranta milioni di sudditi, a
vivere da monarca in questa reggia... aveva fatto tutto questo per voi;
quale è la ricompensa che mi avete accordata? Sdegno giustificarmi più
oltre: la razza dei re è una razza speciale, e ogni re che si rispetti
non può ammettere in voi il diritto di giudicarlo. Gli storiografi
stipendiati, i sudditi devotissimi di cui non vi sarà mai deficienza
nelle generazioni future mi giudicheranno. Ho detto.
Uno scroscio di risa feroci accolse le mie parole, e delle voci si
sollevarono dalla folla che gridavano: alla corda, alla corda.
Fui condotto al luogo destinato ai supplizii. Quivi un abisso profondo,
immenso, si apriva nel seno di una montagna: in fondo alla voragine,
sulle punte di granito e di metallo taglienti come lame, roteavano
stormi di astori e di aquile.
Fui legato ad una corda annodata alla punta di un albero, il quale
inclinandosi sull'abisso, ne guardava il mezzo colla cima. Prima che la
corda abbandonata a sè, mi sospendesse perpendicolarmente sulla
voragine, io diressi ancora alcune parole ai Denti bianchi:
--Domando, io dissi, che la salma reale sia trasportata in Europa, per
ricevere sepoltura nelle tombe de' miei padri. Che, ove non ottemperaste
a questo desiderio, la mia nazione invierebbe immediatamente la sua
flotta a bombardare i porti di Potikoros, e impadronirsi dell'isola.
Nè io pensava in quel momento che era impossibile tornar da
quell'abisso, e che mi sarei fatto a brani cadendo sulle punte di
granito che formavano il fondo. E comprendeva benissimo che la mia salma
doveva aver nulla di più sacro della salma d'un zoccolante; poichè il
corpo d'un re e quello d'un mendico producono la stessa specie di vermi;
e, come aveva letto nel Amleto, si può gettar l'amo ad un pesce col
verme che mangiò di un re, e un mendico può mangiare di quel pesce, per
modo che il corpo di un re entri nelle viscere di un mendico. Nondimeno
la mia vanità mi spinse a proferire quelle parole.
Vanità inutile, poichè i Denti bianchi tornarono a sorridere di quel
sorriso feroce che mi aveva poc'anzi agghiacciato il sangue nelle vene,
e a contrarre le labbra a quella smorfia infernale, di cui non saprei
darvi un'idea se non richiamandovi alla mente quello scoprirsi delle
mandibole che osserviamo nei mastini e nelle fiere quando stanno per
avventarsi, e che noi soliamo indicare col dire: mostrano i denti.
Non si frappose più indugio alcuno al mio supplizio.
Fui condotto sull'orlo della voragine, e spintovi in guisa che, essendo
stato annodato alla corda, mi trovai sospeso perpendicolarmente sopra
l'abisso. I cavalieri dei Denti bianchi, i miei stessi ministri, le
persone più autorevoli dello Stato disposti in circolo sull'orlo della
voragine, tentavano di tagliare a colpi di freccia la corda che mi
teneva sospeso.
Era un supplizio lungo, lento, crudele, atrocissimo. Ogni trecciolino
della corda tagliato si arricciava da una parte e dall'altra,
assottigliando sempre più il centro di essa, su cui erano dirette le
freccie. Dopo due ore di patimenti infiniti, la corda rotta in più
luoghi, non reggeva più che per un semplice filo al mio peso.
Curvandomi e guardando sotto di me, io vedeva l'abisso nero e profondo
che mi attendeva, gli uccelli di rapina che aspettavano il mio cadavere
per divorarlo, e qua e là le ossa imbiancate degli infelici che avevano
subito prima di me quel supplizio tremendo....
Un solo filo reggeva ancora la corda, le freccie passavano fischiando da
tutte le parti e non la colpivano: io guardava la corda e l'abisso, poi
la corda, poi ancora l'abisso, e mi contraeva, mi arricciava, mi
aggomitolava, come avessi potuto con ciò sollevarmi dal fondo della
voragine.
Non so quanto durasse quell'agonia. A un tratto una freccia colpì nella
corda, la ruppe, precipitai, innalzai un grido di orrore e... oh mio
Dio!.... mi svegliai, e mi trovai nel mio letto.
* * * * *
--Che vergogna! mi disse Elettra appoggiata col gomito al mio capezzale,
è da jeri sera che tu dormi; sono ora ventiquattro ore....
--Ventiquattro ore!
--Sì cotesta tua abitudine di bere... io ti vegliava inquieta...
--Ventiquattro ore! ripetei tra me stesso stordito: un sogno di un
giorno, perocchè adesso...
--Siamo di sera. Hai dormito un giorno intero.
--Un giorno!
* * * * *
Ed ora, miei lettori, dubiterete ancora che non sia questa la storia di
un giorno della mia vita?
FINE
Nota del Trascrittore
Minimi errori tipografici sono stati corretti senza annotazione. Un
breve indice, non presente nell'originale, è stato inserito nella
versione HTML. Sono stati inoltre corretti i seguenti refusi (tra
parentesi il testo originale):
dei dadi del _whist_ [wihst], o col giuoco pericoloso dei
biglietti sul vassoio [vasoio], aggiunse:--raddoppio.
rata dà [da] diritto all'intera rendita convenuta,
Crediamo superfluo raccomandare [racomandare] al signor
innocente, nè [ne'] compromettere la sua fama di
--Sono a vostra disposizione [disposione], rispose Rosen.
credete che potrei destare sospetto [sopetto] di suicidio?
spesso sul pianerottolo [pianerettolo] ad inacquarvi i suoi
E si avviarono all'ufficio di polizia [pulizia].
che Lachard e Tricotèt [Tricotet] gli avevano arraffate
colla quale avesse [avese] potuto trasportare alcune
--Fermatevi [Fermatavi], o siete morto.
tutti i miei sensi. È [E'] là, io diceva, che
vigilanza degli eunuchi [enunchi], i ventagli di penne di
il suo braccio alla monarchia, non dispero [disspero]
Le sorprese [soprese] più grate mi attendevano in quel
si appressò [appresò] timida e sorridente, e dopo aver
Quanto [Quante] è vero l'affetto che sente già il
io languiva qui così sola, così abbandonata [abbandodonata]...
mio padre, quel diamante [diamente] favoloso, queste
I miei ministri e i miei [mei] ufficiali meravigliati
come le oche [ocche] debbano trovarsi in
di pensiero sopra un soffice guancialetto [guacialetto]
dell'osservatore [ossservatore] e del filosofo. Cinque o
mantenimento [mantimento] a spese dello Stato.
End of Project Gutenberg's Racconti umoristici, by Iginio Ugo Tarchetti