dell'Eden, i paesaggi incantevoli del Bosforo, le rive stupende del
Reno, la vegetazione rigogliosa dell'Asia, le mille meraviglie della
natura disseminate qua e colà sulla vasta superficie del globo--tutto
ciò riunito e disposto in un punto solo dalla mano maestra del Creatore,
potrebbe offrire un'idea ancora assai debole delle bellezze di quel
piccolo paradiso sconosciuto che è l'isola di Potikoros.
Ebbene, nel mattino memorabile del ventisette aprile
milleottocentosessantadue, io giungeva a quell'isola--il trono di
quell'isola era vacante, ed io era l'erede di quel trono.
Premetto uno schiarimento.
Venti anni prima di quell'epoca, mio padre onesto commerciante di
cotone, nel recarsi a Caledonia, aveva naufragato sulle coste di Taiti.
Dodici viaggiatori si erano salvati con lui sopra una zattera di tavole,
e avevano approdato a Potikoros. Erano essi i primi europei che
ponessero piede in quell'isola: gli indigeni erano in parte selvaggi, ma
umani, la civiltà americana aveva ingentiliti in qualche modo i loro
costumi, un trattato di commercio colla piccola repubblica di Tongia li
aveva pressochè educati alla vita sociale, e ammaestrati nelle arti e
nelle costumanze delle altre nazioni; ma la vanità che è sentimento
istintivo nell'uomo li rendeva tenaci nei loro pregiudizii e nelle
strane esigenze della loro toeletta--portavano infisso attraverso al
naso un osso bianco di balena; e quando mio padre co' suoi dodici
compagni di naufragio chiese loro l'ospitalità e la vita, essi, pure
annuendo alle loro preghiere, presentarono a ciascuno di loro uno di
quegli ornamenti, perchè dessero così la prima prova di sottomissione
nell'usarlo.
Vanitosi e timorosi ad un tempo, gli altri europei esitarono,
vacillarono, rifiutarono, e gli indigeni li trafissero colle loro
freccie; ma mio padre che era uno spirito forte, brandì in aria il suo
osso di balena, e gridando! viva l'isola di Potikoros, se lo infisse
eroicamente nel naso. Le tribù indigene meravigliate a quell'atto, lo
portarono in trionfo sui loro archi e lo elessero a Presidente della
repubblica. Un anno dopo mio padre faceva un colpo di stato, e
assicurava una corona alla sua dinastia. Quella corona gli era costata
il naso, ma non tutti i re si conquistarono un trono a questo prezzo.
Io stava scrivendo un giorno una dissertazione sull'influenza del debito
nell'equilibrio sociale, quando fui avvertito che una deputazione
d'ambasciatori Potikoresi veniva ad annunciarmi la morte di mio padre e
la mia successione al trono di Potikoros.
Tutti coloro che, come l'autore di questa storia, furono condannati al
mestiere del letterato,--il pessimo dei mestieri--e giova sperare pel
bene dell'umanità che sieno pochi--potranno immaginare la mia
contentezza febbrile, mortale, e i trasporti forsennati della mia gioia.
Io che aveva disperato sì spesso di me, che aveva sognato come la più
gran meta possibile nella mia fortuna quello stato d'imbecillità di
mente e di coscienza che sola può recare fama e agiatezza ai letterati
in Italia, io che aveva lottato sì a lungo con quell'istinto ribelle di
dignità che mi aveva preclusa ogni via, e indarno sempre.... ora ero
figlio di un re, e re io stesso, ed erede di un trono.
Non poteva prestar fede a tanta felicità, durai fatica ad accertarmene:
affrettai la mia partenza, diedi un ultimo addio ad Elettra!.....
(povera creatura!.... Elettra.... essa che mi aveva soccorso sì spesso
di pane e di amore) e dopo tre mesi di navigazione, nel mattino del
ventisette aprile milleottocentosessantadue, giungeva finalmente
all'isola di Potikoros.
Alla distanza di alcune miglia, mi appariva come una vasta conca di
fiori emergente dalle acque; alcune isolette disposte qua e là, attorno
al mio regno, somigliavano a quelle foglie gigantesche di ninfe che si
cullano sulla placida superficie dei nostri laghi: il cielo era alto,
sereno, limpidissimo, e si tingeva curvandosi verso l'orizzonte, d'un
colore abbagliante di croco e di cinabro: il mare giaceva calmo e
maestoso; uno zeffiro profumato ne increspava leggermente la superficie
come l'alito che appanna il velo d'una vergine. Innumerevoli stuoli di
lire e di uccelli di paradiso s'inseguivano a volo nei punti più
luminosi del cielo, e riflettevano i primi raggi del sole colle loro
code di argento. Alcune rondini di mare, posatesi sulle gomene della
nostra nave festeggiavano il mattino con un trillo vivace e armonioso.
Nulla di più incantevole di quella scena, nulla di più celeste di
quella musica: i sogni del fanciullo e della vergine non possono
immaginare un eden più delizioso, nè i poeti un idillio più puro e più
divino.
Quando io potrei rammentare ora delle impressioni di quel mattino non
formerebbe che un quadro tanto imperfetto, tanto lontano dal vero, che
io temerei quasi di nuocere alla mia descrizione tentando di palesarle,
e non lasciandole piuttosto indovinare al lettore. Ma il tumulto che
v'era nell'anima mia sarebbe ancora più inesplicabile. Chi potrebbe
esprimere le mille sensazioni soavissime che agitavano il mio petto, le
mille lusinghe che venivano a blandire la mia vanità; i miei progetti, i
miei sogni, tutto ciò che ha accompagnato questa meravigliosa
trasformazione di uno scrittorimo povero e conosciuto in un re dovizioso
e potente?
Strano prestigio di una corona! Strano potere di far supporre delle
virtù sovrumane nella testa spesso insensata che la sostiene! Più volte
ho desiderato conoscere se tra gli evviva del popolo, in mezzo alle
ovazioni delle folle, allo spettacolo degli archi trionfali e delle
moltitudini accorse da lontano per bearsi della loro vista, qualcuno di
essi abbia sentito risvegliarglisi in cuore la coscienza della propria
nullità, ed abbia o disprezzato, o compianto il suo popolo, e si sia
sdegnato di quella stupida e vile ammirazione. E pure, io stesso, io che
m'era più volte inacerbito per ciò cogli uomini, non poteva contemplare
senza un sentimento di compiacenza il gran cordone dell'ordine
dell'Annunziata che mi pendeva sul petto, e che trasfondendo qualche
stilla di sangue reale nelle mie vene plebee, mi aveva reso a un tratto
cugino di Sua Maestà!... Cugino di Sua Maestà!... Dio, quale onore! Ma
io stesso era re, e la prospettiva di una corona rendeva debole e lieve
la gioia di quella parentela reale.
Pochi istanti prima di approdare, chiamai a me il mio primo ministro,
che pure faceva parte della Commissione Potikorese, e volli essere
informato sulle condizioni finanziarie, sull'esercito, sull'indole del
mio popolo e sulle costituzioni del mio Stato.
--In quanto alla popolazione che il cielo vi ha chiamato a governare, mi
diceva il mio primo ministro, facendosi scorrere tra l'indice e il
pollice il suo osso di balena, essa non si divide che in due tribù
numerosissime, separate l'una dall'altra per una distinzione speciale
della natura, e sono la tribù dei Denti bianchi, e la tribù dei Denti
neri.
--Denti neri! io dissi, ma ciò è orribile, i loro denti non saranno
tutti assolutamente neri.
--Tutti, rispose il ministro con quella dignitosa impassibilità che gli
conferiva l'abitudine della sua carica; e tolga il cielo che io voglia
esaltare la tribù cui appartengo--e in ciò dire mi fece osservare con
una specie di orgoglio i suoi trentadue denti nerissimi--per deprimere
l'altra che pure ha dato dei sudditi valenti a vostro padre; ma i Denti
neri sono la metà migliore del vostro Stato.
--E le femmine, aggiunsi, esse pure....
--Sì, ancor esse, toltene le donne del vostro harem che la compianta
Serenità di vostro padre scelse tutte esclusivamente dalla nostra tribù
dei Denti bianchi.
Io confesso che quest'ultima notizia del mio ministro mi riempì l'animo
d'una gioia straordinaria Ah! l'idea di avere un harem inebbriava tutti
i miei sensi. È là, io diceva, che mi solleverò dalle cure del mio
stato, che mi rifarò ad usura della mia gioventù avvizzita senza
piaceri, che mi vendicherò di questa simulata virtù delle nostre donne
europee.
Un harem! Cento fanciulle che vi adorano, le bellezze più abbaglianti
dell'Asia, le più vezzose creature del mondo che cadranno ad un cenno ai
vostri piedi. Sì io dissi, tenterò di risolvere il problema se
Sardanapalo sia stato più grande di Alessandro, e se il Sultano sia il
più saggio e il più morale di tutti i re della terra.
Dal momento che mi conobbi possessore di un harem mi abbandonai
totalmente a questo pensiero, e tentai di richiamarmi alla memoria
quanto aveva letto di straordinario e di favoloso su questi ritiri di
piacere--la sicura vigilanza degli eunuchi, i ventagli di penne di
pavone, il molle costume orientale, i tappeti vellutati di Persia, i
profumi inebrianti delle Indie, tutto ciò che desta la voluttà e la
spinge alla sua massima azione, e al suo massimo sviluppo compatibile
colla vita.
Il ministro vedendomi assorto profondamente ne' miei pensieri, non osava
interrompermi; ed io temendo che egli comprendesse il motivo del mio
silenzio, e che io vi perdessi non poco della mia dignità reale, mi
affrettai a soggiungere con gravità:
--E l'esercito? Quale è l'ordinamento dell'esercito?
--Ottimo in sè, disse il ministro, un poco imbarazzato da questa
domanda, ma, veramente, le disparità di tribù, costituiscono un motivo
incessante di dissensioni tra l'esercito dei Denti bianchi, e quello dei
Denti neri. Perocchè è bene che Vostra Maestà sappia (io mi era rialzato
di due pollici nel sentirmi chiamare Maestà) che vi sono due eserciti,
come vi sono due tribù, e che la mancanza di un'altra nazione nell'isola
colla quale vi sia possibilità di guerreggiare, fa sì che i due eserciti
dello stato vengano spesso alle armi tra di loro. È a deplorarsi che la
posizione geografica di Potikoros renda assai difficile e assai
fortunosa una guerra colle popolazioni del continente, ciò che
accrescerebbe di gran lunga il prestigio della corona, e distogliendo il
vostro popolo dal desiderio di costituzioni più libere e più
progressiste, gioverebbe non poco a consolidare il trono di vostra
Maestà.
--Come sarebbe a dire?
--Che la popolazione vuol essere sgomentata dalla coscienza della vostra
forza, cioè dalla forza dell'esercito che è tutt'uno; e distolta in
altro modo dal desiderio di miglioramenti interni, compromettendone,
cioè, gli interessi e i destini colla fortuna d'una guerra.
--Ma sarebbe dunque necessario... le condizioni della monarchia
sarebbero tali da.....
--Non dico ciò, riprese il mio ministro visibilmente turbato, ma.... ma
veramente.... la sicurezza della corona richiede molte cure, molti
provvedimenti, la cui necessità vi sarà nota assai presto. Non vi
parlerò di alcune tendenze rivoluzionarie che vostro padre ha dovuto
soffocare con molto sangue, e che questa vacanza del trono ha potuto
sviluppare sensibilmente.... già le idee repubblicane hanno messo radice
in molte teste, ma non sarà difficile il divellerle.
--Le teste? esclamai io inorridito.
--Come piace a vostra Maestà, disse il mio primo ministro, le idee colle
teste.
Io confesso che la mia anima, per quanta violenza le abbia fatta in ogni
tempo la mia ragione, non ha potuto mai perdere un atomo di quella
mitezza imbecille dell'agnello di cui l'ha dotata la natura; ond'è che
per dare una diversione a quel discorso sì poco uniforme alle mie
inclinazioni benigne, soggiunsi: E quale è il costume dell'esercito?
--Il più semplice, ed il più economico ad un tempo, la nudità: i vostri
sudditi non temono in ciò il confronto della razza del continente;
ammirerete sopratutto lo sviluppo dei fianchi e del torace nelle
femmine, le quali hanno pure adottato in gran parte la semplicità
primitiva di questo costume.
--In un paese così economico, io dissi, le finanze dello Stato e dei
privati saranno dunque in floride condizioni.
--Tristissime! rispose il mio ministro con accento mortificato; e poichè
da questo mio viaggio in Europa, ho desunte alcune cognizioni circa i
mezzi di rimediare al dissesto economico dello Stato, ho in animo di
proporre quanto prima alla vostra approvazione un progetto per
remissione di alcuni miliardi di carta monetata che i vostri sudditi
accetteranno con gratitudine.
--E a quanto ascendono le rendite di mio padre?
--Ad una somma considerevole, a parecchie centinaia di milioni, escluso
l'appannaggio che vi è assegnato dalla nazione, e che viene pagato
puntualmente dalle casse dello Stato.
--E ciò non sembra gravoso al mio popolo?
--Vostra Maestà è novizia nell'arte del governare: basterà visitare uno
stabilimento pubblico, un ospedale, un asilo, un istituto qualunque, e
assegnargli una volta ogni tanto qualche centinaio di franchi sulla
vostra cassetta privata, perchè voi siate creduto il più generoso di
tutti i monarchi. Nè ciò potrà diminuire i vostri redditi: i tesori di
vostro padre sono i più ricchi di quanti ve ne siano nei reami che noi
conosciamo.
--I più ricchi?
--Li ammirerete fra poco: vedrete nella sala dei carboncini, un diamante
della grossezza di un uovo d'aquila, che è reputato da noi il più
prezioso di quanti sieno sulla terra.
Io non potei contenere a questa notizia un sorriso di compiacenza che
non isfuggì all'occhio penetrante del mio degno ministro dai denti neri.
--E quali sono, io chiesi, i doveri principali del re, le sue
occupazioni pubbliche?... Voi sapete che io non sono stato educato alla
Corte e che il governo d'un regno mi giunge alquanto inaspettato.
Il mio ministro sorrise a questa domanda che gli parve improntata d'una
ingenuità affatto puerile, e disse; Le occupazioni di Vostra Maestà sono
pressochè insussistenti; il consiglio dei vostri ministri s'incarica
della politica interna--poichè la politica estera non ci crea
combinazioni di molta importanza, stante i rapporti amichevoli che
conserviamo colle nazioni vicine: le vostre attribuzioni si ridurranno
alla firma dei decreti concepiti dal Consiglio, a mostrarvi al popolo
nelle circostanze solenni, a procreare principi del sangue allo Stato, a
recitare al presidente di qualche deputazione un discorso di circostanza
che vi sarà composto dal vostro segretario particolare; e finalmente a
vigilare sull'ordine, sulla varietà, sul buon andamento del vostro harem
ciò che costituisce una delle vostre attribuzioni esclusive.
--Spero, io dissi, di soddisfare a tutti questi mandati, e all'ultimo in
ispecial modo, con quello zelo che varrà a meritarmi la simpatia e la
gratitudine del mio popolo.
Il mio ministro s'inchinò fino a terra.
Aveva appunto posto termine a questa conversazione nell'istante in cui
il bastimento reale gettava l'àncora nel porto di Potikoros che è la
capitale dell'isola di questo nome.
Salii allora sulla coperta della nave per ammirare con un più vasto
colpo d'occhio le meraviglie naturali del mio regno. Ma la mia
attenzione fu distolta da questo esame dalla vista dei preparativi che
s'erano fatti pel mio ricevimento solenne. E d'altronde non m'era
mostrato ancora a' miei sudditi, che delle ovazioni fragorose partirono
dalla riva che era assiepata tutta di popolo; e centinaia di barche
ornate di stoffe a vivi colori e di penne preziose di marabù vennero ad
attorniare la mia nave. Mi fu forza discendere in una di essa, ove si
trovavano riuniti i miei ministri, e che per essere ornata dello stemma
monarchico, conobbi che era destinata alla mia persona. Lo stemma reale
(poichè quello della repubblica era stato atterrato da mio padre)
consisteva in un elissi diviso da un fusto di palmizio in due campi,
come da una sbarra; nell'uno di essi era rappresentato un braccio che
brandiva uno di quegli ossi di balena già nominati a memoria dell'atto
ardimentoso che aveva procurato il trono a mio padre; nell'altro vi era
un merlo nero che, come seppi più tardi dal mio ufficiale araldico, vi
era stato posto in onore di un uccello di questa famiglia, che il re
defunto aveva fatto venire dall'Europa, e che aveva formato la
meraviglia de' suoi sudditi, non essendovi in tutta l'isola di
Potikoros che dei merli bianchi come la giuncata.
Non starò a parlare dell'imbarazzo in cui mi sono trovato per rispondere
alle numerose domande che mi venivano fatte da' miei ministri e dalle
deputazioni delle città secondarie del mio regno. Si era bensì pensato a
mettere nel mio seguito alcuni interpreti, ma il concetto di queste
domande era sì oscuro, e mi erano formulate in modo sì singolare, che io
mi trovava sulle spine a rispondervi. Aveva appena posto piede nella mia
lancia, che un grido prolungato del popolo e dell'esercito salutò il mio
arrivo, e avendo io interrogato uno de' miei interpreti sul significato
di quel grido, seppi che esso voleva dire; «ben venga il nostro re che è
arrivato dal paese dei merli neri.»
Io m'inchinai rispettosamente dinanzi alla folla assembrata sulle
zattere e lungo la spiaggia, e vi fu un momento in cui mi sentii il
prurito di arringare la moltitudine e di guadagnarmene la simpatia
facendo l'elogio dei merli bianchi, ma il bisogno di servirmi degli
interpreti che avrebbero ammorzato colla loro lentezza tutto il mio
fuoco oratorio, me ne distolse. E d'altronde la folla era tanta e il
baccano sì assordante, che la mia voce vi si sarebbe perduta senza
frutto.
Di mano in mano, che aprendoci a stento una via tra le barche, ci
andavamo avvicinando alla riva, lo spettacolo diventava più imponente,
ed il fragore cresceva per modo che le mie povere orecchie ne erano
letteralmente assordate. Il grido di: «viva il re che viene dal paese
dei merli neri!» era ripetuto da tutte le bocche; e le dame Potikoresi
specialmente lo strillavano con certe voci da soprano in modo da farmi
rizzare sulla testa ad uno ad uno tutti i miei capelli reali.
Come Dio volle, noi giungemmo finalmente alla riva, ove mi soffermai un
istante ad osservare gli apparecchi della mia incoronazione e i due
eserciti schierati lungo la spiaggia. E qui non potrei dire
l'impressione inattesa che provai alla vista del mio esercito. I Denti
neri pei quali mi era sembrato che avrei dovuto provare un orrore
insuperabile, avevano aspetto sì dolce, sì mite, sì affettuoso che mi
sentii subito attratto verso di essi da una forza di simpatia
irresistibile, mentre i Denti bianchi mi parvero d'indole sì ribelle, sì
feroce, sì fiera che ne fui quasi atterrito.
Quei denti lunghi, affilati, bianchi, orribilmente bianchi, scoperti
fino alla radice dal labbro un po' rovesciato, acuminati e curvi verso
la punta come i canini, parevano fatti per afferrare, per mordere, per
lacerare la carne viva, palpitante--davano ai loro visi un'apparenza
orribilmente ferina. I denti neri, pel contrario, tozzi, brevi,
quadrati, bene incassati e coperti dalla gengiva, promettevano indole e
tendenze sì mansuete, che avrei dato metà l'isola di Potikoros perchè il
mio regno non fosse stato popolato che di quella razza.
Più tardi, quando rientrai nella vita privata, ho fatto delle numerose
esperienze sul colorito dei denti, e sulla natura dei caratteri
relativi. Non so se Lavater e Gall abbiano esteso anche a ciò i loro
studi, ma io credo di non essermi mai ingannato sui rapporti che ho
fatti e sulle deduzioni che ho tratte in proposito. Diffidate di quelle
persone che hanno i denti bianchi e regolari, ma sopratutto bianchi.
Difficilmente una donna munita di denti piccolissimi, ben fatti, candidi
di quella candidezza abbagliante che esse ambiscono tanto, è una donna
saggia e fedele. Le bellezze più famigerate, le cortigiane più celebri,
le donne più note per grandi vizii o per grandi delitti ebbero, tutte
indistintamente, un pregio siffatto.
I denti neri o ingialliti, mal collocati, indicano quasi sempre mitezza
d'animo, sofferenza, virtù, rassegnazione. Una donna dai denti neri sarà
ributtante, ma mai cattiva: si può essere sicuri della virtù di una
donna munita di tali denti.
Ma forse l'aver io perduto un regno per causa d'uomini muniti di denti
bianchi mi ha tratto a queste convinzioni e a questo ostinato
assolutismo nell'affermarle--desidero di essere smentito. Certo è però
che appena io vidi quella metà del mio esercito, conobbi che non sarei
rimasto sicuro sul mio trono; e pensai con dolore a quelle parole che mi
aveva detto il mio primo ministro, che, cioè, i Denti neri costituivano
la migliore metà del mio regno.
E stava meditando appunto su questo pensiero, quando mi parve di
scorgere che il mio primo ministro e gli altri onorevoli membri
componenti la commissione gettassero sguardi inquieti sulla riva e
specialmente sulle file dell'esercito dei Denti bianchi, interrogandosi
e parlandosi a vicenda con qualche inquietudine.
Per altro lato le file di quell'esercito apparivano sì diradate, e il
contegno dei soldati sì provocante e sì fiero che io, sospettando di
qualche disordine, domandai le ragioni di quel contegno dell'armata e di
quel discorrere caloroso de' miei ministri.
--Sono dolente, disse uno de' miei ufficiali, di dover comunicare a
Vostra Maestà una notizia alquanto spiacevole. Sono scoppiati dei
torbidi in alcune provincie dello Stato, e una buona metà dell'esercito
dei Denti bianchi si è ribellata al governo. L'altra metà che voi
vedete, pende esitante tra il favorire la vostra installazione sul trono
o congiungersi ai ribelli. I soli Denti neri rimangono fedeli a Vostra
Maestà, ma il loro valore non è pari a quello dell'altra metà
dell'esercito. Bisognerà affrettare la vostra incoronazione. Questa
solennità acquieterà tutti i tumulti, questo fatto compiuto troncherà le
esitanze di tutti quelli che non sanno tuttora se darsi alla monarchia,
o secondare le idee repubblicane delle provincie sollevate. Ci giunge
anche notizia che in alcuni luoghi siano stati abbattuti gli stemmi
reali, e deturpato il sacro merlo nero che ne formava l'impresa, ma si è
provveduto a che sieno presto ricollocati. Allorchè, appena compiuta la
vostra incoronazione, Vostra Maestà sarà entrata nella sala del
Tribunale solenne, come richiede l'usanza, e avrà pronunciato giudizio
sui delitti consumati nella giornata, l'esercito e la popolazione,
compresi dalla vostra saggezza, non opporranno altro ostacolo alla
vostra ascensione sul trono.
--Mio Dio! io dissi, sotto quali tristi auspici incomincia il mio regno!
Ancora non ho posto piede sulle rive de' miei dominii che una fiera
ribellione ne agita metà le provincie, e la parte più valorosa
dell'esercito mi abbandona per appoggiarne la rivolta.... Ma andiamo, io
proseguii con voce più ferma andiamo a compiere--se ciò s'ha a far
subito--questa formalità dell'incoronazione; e quindi se il prode
esercito dei Denti neri presterà il suo braccio alla monarchia, non
dispero con esso solo di sottomettere i ribelli, di consolidare il mio
trono, e di conservare intatte le sacre costituzioni del paese.
--Andiamo, ripeterono in coro i miei ministri facendo atto di adesione
alle mie parole.
E uno degli ufficiali aggiunse; l'incoronazione potrà compiersi sul
momento: tutto è preparato, il paludamento reale, la corona, il sacro
osso nasale....
--Il sacro osso nasale!... interruppi io trasalendo, come sarebbe a
dire?
--L'osso di balena che Vostra Maestà introdurrà nelle sue narici reali.
--Nelle mie narici!
--È la consuetudine del paese, è l'obbligo essenziale del re. Vostro
padre....
--Lo so, lo so, io interruppi, non proseguite.... ma quale orrore!
esclamai fra me stesso e io non ci aveva pensato.... ma ciò è
impossibile... il mio naso.... il mio naso greco! il più puro naso greco
che io abbia mai veduto.... ah! io mi ribellerò a questa abitudine
crudele, a questa tortura terribile. Se io tornassi in Europa! Se la
ribellione mi privasse del mio regno.... tornarci col naso forato,
trapassato da un osso di balena... no, no, ciò non può essere.