Quel piccolo gruzzolo del signor Meustrier non era giunto inopportuno

per Rosen; egli era stato a un filo dal vedersi senza un quattrino; e

d'altra parte considerava quel dono singolare della fortuna, come un

compenso alle somme che Lachard e Tricotèt gli avevano arraffate prima

del suo arrivo a Parigi. Ciò di cui egli si sgomentava non era tanto il

ritardo che tutte quelle mille fatalità frapponevano al raggiungimento

del suo scopo, quanto quel non so che di ostinato e di derisorio con cui

quelle stesse fatalità tentavano di paralizzarne l'azione. Tuttavia,

appena arrivato a Melun, si era avveduto che una nuova serie di

avventure le attendeva in quella città. La Senna, ingrossatasi per le

pioggie che erano state frequenti in quei giorni, era uscita dal suo

letto e aveva allagato buona parte di quelle campagne. Molte case di

coloni erano rimaste sepolte a metà dalle acque, senza che le famiglie

che le abitavano avessero avuto il destro d'uscirne: non poche di esse

mancavano di provvigioni, o erano minacciate in altro modo nelle loro

case medesime, che scalzate dal fiume alle fondamenta erano in procinto

di rovinare. Ogni giorno si numeravano nuove vittime, e quei pochi

generosi che s'erano spinti in loro soccorso ne costituivano la maggior

parte.

Rosen aveva appreso queste notizie non appena partito da Parigi, ond'è

che giunto a Melun, era corso tosto alla riva del fiume per vedere le

cose da sè, e confortarsi della certezza di questo avvenimento.

Tutta quell'estensione di campagna così allagata presentava uno

spettacolo stupendo. Dalla parte di Corbeil, l'occhio non giungeva a

distinguere il limite estremo dell'allagazione, e l'orizzonte si

chiudeva in una linea confusa e bianchiccia, come avviene in una scena

di mare, quando le onde agitate presentano alcune creste di una

bianchezza abbagliante sopra un fondo oscuro e verdastro. Dal lato

opposto, la via di Fontainebleau, dove le acque si erano arrestate in un

declivio, porgeva l'aspetto di un serpente smisurato che stesse per

uscire dal fiume. Dappertutto biancheggiavano delle case, quali scoperte

in gran parte, quali sepolte fino al tetto, di cui non si scorgevano che

i comignoli, simili ad alberi di nave naufragata; le piante investite

dalla corrente oscillavano sui loro fusti; e molte di esse sradicate

erano travolte impetuosamente dalle onde; in alcuni punti il fiume era

limpido e calmo, in alcuni altri scorreva con un fragore spaventoso, e

si riversava negli avallamenti, che riempiuti si scaricavano negli altri

seni più bassi. Mille altri particolari completavano la scena stupenda

di quel quadro.

Rosen gioiva dal più profondo del cuore nel contemplarlo. Quanti

pericoli non avrebbe egli potuto corrervi domani, e quanti pretesi non

avrebbe egli avuto per correrli? Come doveva essere facile il morire in

quel luogo!--una barca rovesciata, una riva franata, una casa sfasciata

dall'acqua, un naufrago che invoca soccorso.... no, era impossibile che

questa volta non riescisse a Rosen di morire.

Dopo che egli ebbe passato alcune ore beandosi in quella vista, rientrò

nella città che la notte era di molto inoltrata, si gettò sul letto

fantasticando, ebbe sogni pieni di voluttà e di visioni. Gli pareva che,

essendosi gettato nella Senna, le onde lo avessero travolto e

inghiottito senza che egli od altri avessero avuto tempo di opporvi la

menoma resistenza; le acque si erano chiuse sopra di lui, egli si

sentiva affondare affondare, scendere scendere continuamente senza poter

giungere al fondo, la corrente lo portava con impeto e lo faceva girare

su sè stesso come una foglia investita dal vento. In quel lungo

sommergersi Rosen provava una strana sensazione di piacere, avrebbe

voluto scendere così eternamente senza toccare il letto del fiume; ma

non avea concepito questo desiderio che ne scorse il fondo tutto coperto

di musco e di conchiglie, e non l'ebbe raggiunto che disse a sè stesso

con un senso di tranquilla rassegnazione: sono morto sono finalmente

morto!

Allora una miriade di pesciolini e di piccoli mostri acquatici si

precipitarono sopra di lui per divorarlo.

A quella vista Rosen si spaventò e destossi.

--Sia lodato il cielo, diss'egli, questo sogno è una previsione,

andiamo. E vestitosi in fretta si avviò verso il fiume.

Appena giunto alla Senna fu lieto di apprendere che si era costituita

fra alcuni filantropi di Melun una società di soccorso per le persone

che si trovavano chiuse nelle case allagate. Rosen domandò sull'istante

di farne parte e lo ottenne. Da lungo tempo egli godeva nel suo paese

fama di abile nuotatore, e pensò con piacere che prima di morire avrebbe

potuto rendere realmente qualche servigio a quegli sventurati: in fondo

in fondo egli non era cattivo, e un istinto di umanità lo aveva tratto

sovente a sacrificare per l'utile altrui, il bene proprio, come aveva

fatto in occasione dell'incendio di Montdidier.

Rosen chiese che gli fosse affidata una barca colla quale avesse potuto

trasportare alcune provvigioni nelle fattorie che ne avevano difetto, o

tentare di trarre in salvamento gli abitanti di quelle case che

minacciavano rovina.

Per due giorni fu un prodigio di attività e di fortuna, e rese beneficii

immensi alle vittime di quell'innondazione--tutta Melun era occupata di

lui e del suo coraggio, il nome di Rosen era sulle bocche di tutti--ma,

al terzo giorno, quando appunto prostrato da quelle fatiche e impaziente

di morire, aveva risolto di tentare qualche cosa di decisivo, avvenne

che guidando egli una barca su cui trasportava alla riva due fanciulle

raccolte sopra un piccolo rialzo di terra che era stato circondato dal

fiume, questa investì in un albero che scendeva giù trascinato dalla

corrente, e n'andò rovesciata. Al momento in cui Rosen incominciava a

sommergersi guardò alla riva, vide la folla che assisteva al triste

caso; e non potendo più dubitare che la sua morte non potesse venir

impedita e non dovesse essere considerata affatto accidentale, provò nel

fondo dell'anima una strana gioja, e disse: oh finalmente.... Ma non

aveva ciò pensato, che si sentì afferrare da una di quelle fanciulle che

si erano sommerse con lui, e che gli s'avvinghiava alla persona con

tutta quella disperata tenacità che dà l'istinto della vita. Il cuore

di Rosen non era eccessivamente pietoso, ma pure ne sentì compassione, e

slacciandosi alla meglio dalle sue braccia, e stringendola con una mano

alla cintura, incominciò a nuotare verso la riva. V'è un'altra vittima

da salvare pensava egli tra sè stesso, mentre lottava disperatamente

colle onde, nessuno mi toglierà il pretesto di rituffarmi nel fiume.

E messo in pace da questo pensiero continuò ad affrettarsi alla sponda.

Rosen vi giunse sì spossato, sì oppresso dalla fatica che appena potè

intendere le grida e gli applausi della folla, che stava schierata lungo

la riva. Ma non ebbe posata a terra la fanciulla, che, fingendo di voler

correre alla salvezza dell'altra, tornò ad immergersi, e prese a nuotare

verso il largo della Senna.

Intanto alcune barche si erano distaccate dalla sponda; Rosen le vide, e

fosse la fatica fosse il timore che potessero venire in suo soccorso, si

sentì venir meno, incominciò a perdere la vista dell'orizzonte, a

gettare le braccia inerti sull'acqua, a diventare leggiero, nel tempo

stesso che si sentiva inghiottire dalle onde; e smarrendo in un istante

ogni forza ed ogni coscienza di sè, si sommerse.

In quell'intervallo di tempo due barche lo avevano raggiunto, e due

francesi si erano già gettati nell'acqua per salvarlo. Rosen non aveva

avuto tempo di toccare il letto del fiume, che uno di essi lo aveva

afferrato alla cintura e trattolo fuori e coricatolo nella barca, lo

aveva ricondotto alla riva. Tutto ciò era avvenuto in istante, e senza

che Rosen, che era svenuto, avesse potuto avvedersene.

Ma quale non fu la sua maraviglia, quando nel risensare si trovò nella

sua stanza, nel suo letto; e vide Lamperth seduto al suo fianco; e

richiamando in un istante le sue memorie, potè indovinare agevolmente

tutte le particolarità della sua sventura.

--Ah! sono ancora vivo, egli disse, sono ancora vivo!... e si riposò con

dolore su questa parola.

Egli era sì debole che un istante dopo si pose a piangere e singhiozzare

come un fanciullo, esclamando colla voce interrotta dalle lagrime:--Io

non morirò più!... Io non potrò più morire!...

Indarno Lamperth si provò a consolarlo: il suo abbattimento era estremo.

--Io morirò di crepacuore, io morirò di angoscia, ripeteva Rosen ad ogni

frase del suo amico. E l'altro a soggiungergli:--è il genere di morte

più valido dinanzi alla società di assicurazione.

Alcuni giorni dopo Rosen guarito aveva detto a Lamperth:--Andiamo via di

qui, non fermiamoci più fino a che non saremo giunti in Italia. E

stavano per partire, quando una deputazione del municipio di Melun entrò

nella stanza recando a Rosen un indirizzo di quel comune, nel quale lo

si ringraziava del soccorso prestato durante l'inondazione, e gli si

offriva, come unico compenso degno di tanta abnegazione, la cittadinanza

di Melun.

Rosen volle rispondere, ma provò tale un eccesso di sdegno contro la

sua fortuna e contro sè stesso, che si sentì soffocare dalla bile; e non

potendo reagire e superare la sua emozione, cadde svenuto sopra una

sedia.

--Egli è ancora assai debole, disse un membro della deputazione a

Lamperth, e questo attestato di onore che ha voluto porgergli la nostra

città, lo ha profondamente commosso.

--Sì, disse Lamperth, lo ha commosso molto profondamente.

*

* *

Dopo quindici giorni di viaggio, Rosen e Lamperth giunsero a Grenoble,

col pensiero di passare le Alpi presso Brianzure, e di passarle a piedi

come due buoni inglesi. Rosen era prostrato dalle tante disillusioni

sofferte; ma come suole avvenire in tutte le nature immaginose e

fantastiche, si confortava di nuove speranze. Gli pareva che in Italia

sarebbe riuscito, che anzi sarebbe riuscito alla prima prova, e aveva

deciso di non tentare più che avventure serie, avventure utili, nelle

quali la sua sensibilità e la sua coscienza non avessero più a

distoglierlo dallo scopo immediato dei suoi tentativi. Oltre a ciò

sentiva in sè stesso un presagio consolante, il presagio che egli si

avvicinava al suo fine, che qualche cosa di solenne, qualche cosa di

decisivo doveva accadergli in quei giorni.

Gli s'erano già offerte tre o quattro occasioni, ma aveva ricusato di

approfittarne, come quelle che non promettevano un esito sicuro, quando,

essendo giunto ad un piccolo villaggio alle falde dalle Alpi, e avendo

saputo che in una foresta vicina era imboscata una grossa masnada di

assassini che vi commettevano delitti inauditi, risolse di andarli ad

incontrare.

Fino allora non s'era dato esempio di viaggiatori che fossero capitati

nelle loro mani e che ne fossero usciti vivi, per quanto danaro avessero

lor dato, e per quante preghiere avessero rivolte; era naturale che

Rosen, deciso a difendersi e a provocarli, potesse lusingarsi di correre

lo stesso destino.

Accomiatandosi da Lamperth che sicuro della morte del suo amico lo

abbracciò colle lagrime agli occhi, Rosen tolse pretesto di una

passeggiata su pel monte, e s'inoltrò arditamente nella foresta.

Camminava triste e pensoso, guardando gli alberi che distendevano i loro

rami sopra di lui, come un ombrello gigantesco; raccogliendo per

distrazione qualche corbezzolo, e compiacendosi di sentire sotto i suoi

piedi quel non so che di molle e carezzevole che hanno gli alti strati

di foglie così accumulate da anni nelle montagne. Era pensoso, è vero,

ma lo era pel timore di non imbattersi nella masnada: oramai Rosen era

sì indispettito dei suoi casi trascorsi e della sua triste fortuna, che

quasi avrebbe bastato quel suo risentimento, quella specie di amor

proprio che lo rendeva incaponito nel suo progetto, a fargli desiderare

e affrontare qualunque sorta di morte.

Ma i suoi timori erano vani come le sue speranze. Non aveva camminato

più di mezz'ora che udì suonarsi all'orecchio un: Chi vive? uscito da un

petto così robusto, e pronunciato così d'appresso a lui e con suono di

voce così minaccioso, che Rosen, assorto in quell'istante in altro

pensiero, si arrestò, e emise, suo malgrado, un leggiero grido di

spavento. Nel tempo stesso un uomo uscì fuori da una macchia, e

spianando verso di lui il suo fucile, gli disse:

--Fermatevi, o siete morto.

--Miserabile! disse Rosen; e fingendo di prendere la mira, sparò un

colpo di pistola verso l'assassino. La palla passò in aria fischiando;

l'assassino dal canto suo sparò il suo fucile, ma sparò in fallo.

Rosen si percosse la fronte col pugno.

Al rimbombo di quello scoppio, cento masnadieri comparvero da tutte le

bande; e Rosen si vide ad un tratto circondato. Pieno di speranza e di

gioia, deciso a difendersi per eccitarli ad ucciderlo, impugnò le sue

pistole, e avventandosi contro coloro che gli erano più d'appresso sparò

i tre colpi che gli rimanevano, evitando di ucciderne alcuno.

I masnadieri erano rimasti sì colpiti da tanto ardimento, che nessuno di

loro aveva tentato di trattenerlo; e solamente quando lo videro

slanciarsi, già disarmato, contro il nucleo maggiore della loro banda,

si avventarono per colpirlo coi loro coltelli.

A quella vista il capo dei masnadieri accennò loro di arrestarsi, venne

incontro a Rosen, ordinò che non gli si torcesse un capello; e

afferrandolo per le mani, che gli diedero una stretta simile a quella

d'una morsa, gli disse:

--Che cosa volete fare? arrendetevi; avete coraggio, ma siete un

insensato, credete di poterla spuntare con noi?

--Io non mi arrenderò mai, disse Rosen, dovessi combattere a morsi; e

tentò di slacciarsi una mano per menargli un colpo alla guancia, ma era

impossibile.

Il suo avversario riprese con tranquillità:

--Voi siete decisamente un uomo coraggioso; acquietatevi, avete nulla a

temere da noi; non uccidiamo gli uomini della vostra tempra, noi;

uccidiamo quelli che guaiscono come le femmine, che ci ricusano la loro

borsa, che non vogliono ammettere il diritto che noi abbiamo sulle

sostanze dei ricchi, e la missione che ci siamo imposta di migliorare la

società, distruggendo la disparità delle fortune. Voi siete un uomo

straordinario: è a deplorarsi che vi sciupiate così miseramente nella

vita corrotta della città.... ma sareste ancora in tempo a riabilitarvi;

io vi offro uno dei posti più onorevoli nella mia banda; spero che non

sarete per ricusare.

Il capo dei masnadieri aveva rallentato sensibilmente la stretta delle

sue mani nel pronunciare queste parole; Rosen annientato da tanta

avversità di fortuna, taceva.

Dopo un istante di silenzio, l'altro riprese:

--La vostra fisionomia, il vostro coraggio... sareste voi mai un

inglese?

--Sì, disse Rosen rianimato dalla speranza.

--Oh! permettete che io vi abbracci; ho goduto per quattro anni

dell'ospitalità del vostro paese, e ho sempre sentito una simpatia

irresistibile per la vostra nazione. L'Inghilterra è l'asilo di tutti

gli uomini liberi. Non ci vogliate usare scortesia, aggiunse

abbandonando le mani che teneva strette nelle sue--qui vi sono uomini

che hanno ammirato il vostro coraggio, e che sanno di dovervi

rispettare.... Sono lieto di aver fatto il vostro incontro, e vorrei

dimostrarvi in qualche modo la gratitudine che ho pel vostro paese....

Il governo pontificio in Italia mi offre un posto di capobanda con un

corpo di quattrocento uomini; io sono disposto a cedervi il comando di

questa onesta brigata... accettate?

--No, mormorò Rosen, è impossibile...; dei legami di famiglia.... dei

doveri... duolmi sinceramente di dover respingere un'offerta così

onorevole; anzi io devo accommiatarmi; sono atteso per stassera al

villaggio.

--Bene, bene, disse l'altro, sia come non detto; aggradite ad ogni modo

prima di partire un attestato della mia ammirazione per voi e della mia

gratitudine pel vostro paese.

Così dicendo si tolse dal dito un anello di molto valore, e lo fece

passare nel dito di Rosen; quindi, riconsegnandogli le sue pistole,

ordinò a due dei suoi soggetti che lo accompagnassero fuori del bosco

per difenderlo da qualunque malvivente; e lo abbracciò con effusione,

mentre molti dei masnadieri venivano a stringergli la mano e offrirgli

rispettosamente i loro servigii.

*

* *

Rosen, giunto a casa, si pose a letto; era malato, aveva la febbre: ciò

che gli era successo era stato superiore a tutte le sue previsioni più

scoraggianti. Oramai gli era venuto meno il coraggio di tentare altre

vie, e doveva risolversi a tornare in Inghilterra.

Dieci giorni dopo stava per riprendere il suo viaggio, quando gli giunse

all'orecchio la notizia di un disastro accaduto in quel giorno lungo la

via che egli doveva percorrere. Una carrozza, il cui cavallo aveva

perduto il freno era precipitata, in un abisso profondissimo che

costeggiava la strada, e che era chiamato il Picco del diavolo; non una

persona si era salvata.

Una nuova luce si fece allora nella mente di Rosen; andò a visitare

quell'abisso, e conobbe che era impossibile sopravvivere a quella

caduta: risolse sull'istante, uscì solo in vettura, spinse il cavallo

alla carriera più concitata, e si precipitò giù dal picco. La carrozza,

discendendo orizzontalmente, si impigliò nelle liane che crescevano

lungo il fianco dell'abisso, e si rovesciò rimanendovi sospesa, quando

non rimaneva più che un terzo della rupe a raggiungere il fondo.

Rosen ne fu sbalzato fuori, e cadde sul corpo del cavallo che era morto.

Raccolto da alcuni terrieri fu trasportato all'albergo, dove aveva

lasciato Lamperth. Da principio fu creduto estinto, ma alcune ore dopo

la sua caduta rinvenne; e il chirurgo constatò che si era spezzato il

femore sinistro, e che era d'uopo amputare la gamba nello spazio di

quattro ore, prima che si sviluppasse la cancrena di cui avrebbe dovuto

morire.

Quando Rosen, che era già poco meno che morto per la meraviglia di

ritrovarsi vivo, udì parlare della cancrena, sentì finalmente che tutto

era finito, che tutto era compensato; e rivolgendosi al chirurgo gli

disse:

--Voi potete ritirarvi.... io non mi farò amputare mai.... io sono vile

dinnanzi al dolore.... preferisco morire.

--Pensateci, rispose l'altro, ripasserò fra due ore, e mi lusingo che

sarete di parere diverso.

Partito il chirurgo, Lamperth entrò nella stanza dove Rosen era stato

lasciato solo; e levandosi gli occhiali dal naso, ciò che non era solito

fare che nelle circostanze solenni, e assumendo un nuovo tuono di voce

gli disse:

--Signor Alfredo di Rosen, è tempo che noi definiamo la nostra

posizione, è tempo che io cessi dal rappresentare una parte che mi

affligge per quanto sia doverosa, e che io desista da una finzione che è

oramai divenuta inutile. Io sono un'agente della Società

d'assicurazione. Quando ella è venuta ad assicurare la vita di sua

moglie, la nostra società non ignorava la di lei posizione finanziaria e

le gravi perdite che ella aveva subite al giuoco nella notte precedente.

Si sospettò ciò che era vero, che ella volesse, cioè, ingannare la

società con una morte volontaria; e io fui incaricato di seguirla e

procurarmi le prove che avessero constatato questa determinazione.

Questa è la lettera che ella mi ha incaricato di rimettere alla signora

baronessa sua moglie, e nella quale ella dichiara di voler morire

spontaneamente per darle diritto all'assegnamento vitalizio. Ancorchè

ella avesse ora a morire, a questa lettera che i doveri della mia

qualità m'impongono di consegnare alla società, priverebbero la signora

Rosen di qualunque compenso. Ella intende ora che non le rimane una via

più onorevole e più doverosa che quella di sottoporsi a questa

amputazione e di tentare di vivere per compiere quei doveri di uomo e di

marito che ha troppo trascurato finora. In quanto a me io non ho fatto

che obbedire alle esigenze della mia carica.

Rosen stette lungo tempo senza poter rispendere, tanto il dolore, lo

sdegno e la meraviglia lo avevano reso muto e agghiacciato. Quando fu in

grado di pronunciare alcune parole, disse:

--Oh Lamperth, voi mi avete rovinato.... Un colpo simile in questo

momento!... una rivelazione di questo genere nell'istante in cui io

stava per raggiungere la mia felicità!... ah, voi avete un cuore di

tigre, Lamperth!... fingere in questo modo... trascinarmi a questo

punto... senza una gamba!... Ma noi ci batteremo, per l'inferno noi ci

batteremo; io vi domanderò conto di questa indegna simulazione.

--È inutile, non avrete più che una gamba.

--Ci batteremo alla pistola, seduti.

--Via, via, disse Lamperth riponendosi gli occhiali; sono un padre di

famiglia io, ho sette figli, e ci penso alla mia vita e a miei doveri.

Voi avete profusa una fortuna, avete tenuta una condotta riprovevole,

avete tentato d'ingannare una società di onesti speculatori, l'avete

tentato a costo della vita degli altri; vergognatevi, io sento in questo

momento tutta la superiorità morale che ho sopra di voi.... Non

costringetemi ad abusare del vostro stato.

--Avete ragione, esclamò Rosen piangendo come un fanciullo, oh! avete

ragione; voi siete ciò che io non sono più, un uomo onesto... Io vedo

troppo tardi il male che ho fatto.

--No, no, non è troppo tardi, riprese in tuono affettuoso Lamperth,

tornandosi a levare gli occhiali, e stringendo le mani del malato. Ecco

qui, io vi restituisco la lettera che vi accusa dinanzi alla società;

voi guarirete, me ne ha accertato il chirurgo; e io vi farò ottenere un

posto elevatissimo in questa stessa società di cui avete voluto eludere

le disposizioni. Potrete essere ancora felice, perchè potrete ancora

meritarlo.

Due mesi dopo, Rosen amputato e guarito, ritornava in Inghilterra, dove

Lamperth che ve lo aveva preceduto, manteneva la sua promessa.

La natura che gli aveva ricusato fino allora le gioie della paternità

gli diede ora dei figli. Lamperth divenne il suo subordinato e ad un

tempo il suo amico. Nulla turbò più da quel giorno la sua vita.

Alfredo di Rosen è il più esemplare dei padri e dei mariti.

FINE.

RE

PER VENTIQUATTRORE

STORIA

D'UN GIORNO DELLA MIA VITA

RE

PER VENTIQUATTRORE

Perchè la sola storia di un giorno?

E se voi credete che gli avvenimenti della vostra vita possano formare

soggetto d'una storia curiosa e dilettevole, perchè non tessere il

racconto intero della vostra esistenza?

Io ho supposto nello scrivere la prima linea di queste pagine che

qualche lettore mi avrebbe indirizzata una simile domanda.

Devo giustificarmi.

Anzi tutto se la vita vuolsi misurare dagli anni piuttosto che dalle

passioni, io non ho fatto finora che un primo passo nella vita. Sappiano

le mie lettrici--ed è ad esse specialmente che io rivolgo questa

osservazione--che io non ho che ventisette anni, e sono in tutto il

vigore della gioventù e della salute: Oltre a ciò la mia esistenza

scorse finora sempre uguale, sempre modesta e ignorata, fu una vita come

tutte le altre, una lotta del bisogno coll'impotenza, dell'aspirazione

col nulla, dell'ideale col fango;--e in mezzo a tutto ciò qualche punto

nero e qualche raggio di sole, qualche virtù, qualche vizio, alcune

colpe, molti affetti, molte lacrime e molte delusioni--tale è la storia

sintetica della mia esistenza.

Ma pure in questo povero dramma della mia vita fuvvi un giorno così

splendido, così ricco di avvenimenti bizzarri e insperati, così fertile

di piaceri sommi come di sommi dolori, che mi parrebbe non poter essere

più in pace con me stesso, se dappoichè mi sono dato al mestiere del

letterato, e mi sono proposto di destare nell'anima degli altri un eco

delle sensazioni della mia, frodassi l'umanità di un racconto così

meraviglioso.

E sento nel cuore una voce che mi dice: non ti si presterà fede, ti si

accuserà di menzogna... No miei lettori, no chè voi non mi potreste

smentire: io vi esporrò il mio racconto con tutta la coscienziosa

veracità di uno storico, io non esagererò menomamente l'importanza delle

mie avventure, e se queste vi parranno da principio o un poco strane o

impossibili, esitate nondimeno a giudicare della loro veracità fino a

che non avrete letto compiutamente il mio racconto.

La grande isola di Potikoros giace nell'Oceano equinoziale, al

trentesimo grado di latitudine, non molto lontana dal piccolo arcipelago

dei Navigatori.

Racconti umoristici: In cerca di morte; Re per ventiquattrore · 第 4 / 8 段