verrebbe poi sempre alla luce.
E avendo veduto che Lamperth aveva come accennato del capo in atto di
adesione, dopo un istante di silenzio, afferrò le sue mani, si sollevò
un poco sul guanciale, e gli disse con suono di voce supplichevole:
--Lamperth, mio buon amico, ve ne scongiuro, deh! procuratemi un veleno.
--Impossibile, rispose Lamperth con aspetto grave e severo; io posso
assistere alla vostra morte, posso assecondare fino ad un certo punto i
vostri disegni, giacchè ho compreso che è impossibile di potervene
distogliere; ma non posso procurarvi io medesimo i mezzi di morire.
Rivolgetevi ad altri. La mia coscienza m'impedisce di favorirvi.
--Bene, bene, disse Rosen, sia come non detto, ma ciò non di meno voi
sapete che ho della simpatia per voi.... voi siete incaricato di una
lettera per mia moglie... avete ricevute le mie confidenze... ve ne
prego, ottimo signor Lamperth, non mi abbandonate sì presto.... Se non
posso morire qui, conto di venire con voi in Italia, dove credo che un
uomo che non chieda che di morire, possa correre miglior fortuna che in
Francia.
--Oh! in quanto a questo rassicuratevi, disse Lamperth, io vi seguirò
dappertutto, e indugierò a partire da Montdidier fino a che non sarete
guarito. Tanto più che si beve realmente dell'ottimo fiore di latte a
Montdidier... bisogna dirlo, non è un cattivo soggiorno...
--No, no, riprese Rosen, vi ho passati alcuni mesi nella mia infanzia, e
non è veramente un soggiorno dispiacevole, ma io non domando che di
morirvi.
--Speratelo, conchiuse Lamperth stringendogli la mano, e accomiatandosi
da lui; la fortuna è capricciosa, e può concedervi domani ciò che vi ha
rifiutato oggi; e quando meno state in aspettazione delle sue grazie,
colmarvi de' suoi doni e de' suoi favori. Ma rimanete tranquillo; verrò
a rivedervi domani; spero trovarvi peggiorato.
Appena Lamperth si fu allontanato, ciò che Rosen aspettava con
impazienza, egli fece chiedere d'un giovine commesso di farmacia che gli
aveva recate alcune medicine, e applicate alcune striscie di taffetà nel
giorno antecedente, e gli disse:
--Voi dovete essere un ottimo ragazzo, e ho in mente di giovarvi per
quanto mi è possibile, combinando l'interesse vostro ed il mio in un
affare che vado a spiegarvi in due parole. Il cuore mi dice che noi
riusciremo a qualche cosa. Ecco come sta il fatto. Si tratterebbe di
un.... bisognerebbe.... ascoltatemi.
--Dite, io sono tutto orecchi.
--Vado a spiegarmi: io ho un'amante nel mio paese, una ragazza a
dovere... figuratevi... una bellezza rara, una bellezza prodigiosa; una
di quelle donne che hanno diritto a pretendere in un amante delle
attrattive irresistibili.... ora... non dico d'averle avute io, ma
certo... voi lo vedete, la mia faccia, i miei lineamenti sono alterati,
io sono ora un uomo brutto, diciamolo francamente, brutto, è la parola.
Io non ho più il coraggio di farmi rivedere da lei in questo stato, ho
preso una risoluzione energica, irremovibile; ho deliberato di... Come
vi chiamate signor Tricotèt?
--Tricotèt, l'avete detto.
--E a che somma ascendono i vostri onorarii?
--Oh! ad una somma assai lieve, se volete, ma considerevole sempre per
un giovine commesso di farmacia, a venticinque lire mensili.
--Bene! riprese Rosen, sappiate adunque che per i motivi che vi ho
esposti, io ho deliberato di... morire; e vi darò qui su due piedi
venticinque mila franchi se voi mi procurate un veleno per farlo.
--Un veleno! esclamò Tricotèt alzandosi due spanne dalla sua sedia; ma,
signore, se non è che il timore della vostra deformità che vi consiglia
questa determinazione, io vi assicuro che voi guarirete: fidatevi di me,
sono in grado di accertarvelo, io; studio il terzo anno di farmaceutica;
e non sono più di due mesi che colla pomata vergine di Vernicot, ho
fatto rinascere le ciglia e i capelli all'illustrissimo signor Verrier,
che è l'avvocato generale del dipartimento, e che era raso quanto una
guancia... Avete detto venticinque mila franchi?
--Venticinque mila.
--E che veleno vi occorrerebbe?
--Oh! un veleno qualunque..... purchè sia potente, pronto, efficace, ma
sopratutto potente.
--In quanto a questo, non avreste a temere.... credo avervi detto che
studio il terzo anno di farmaceutica; queste cognizioni le ho sulle
punta delle dita.
--Bene, bene, riprese Rosen, pensateci seriamente, ne va della vostra
fortuna.
--Ci penserò, disse Tricotèt avviandosi verso la porta per uscirne. Ma
non aveva ancora chiuso l'uscio dietro di sè, che ritornò nella stanza
di Rosen e gli disse:
--Signore, ci ho pensato... parmi di poter accettare.... ho a mia
disposizione una certa pasta nera, il cui effetto è terribile, è
immediato, benchè procuri una irritazione intestinale abbastanza
sensibile... se voi credete... se persistete nella stessa offerta, io ve
la potrei procurare dietro la riscossione della somma su cui abbiamo
convenuto.
--Non v'è che dire, riprese Rosen, voi mi darete il veleno... la
pasta.... ciò che dite, ed io vi sborserò i venticinque mila franchi.
--Accettato, rispose Tricotèt con risolutezza, volo a provvedermene: fra
due minuti sarò di ritorno.
Rosen, sicuro finalmente di morire, si abbandonò tutto alla voluttà di
questo pensiero.
Un istante dopo Tricotèt ricomparve portando con sè un piccolo vaso
ripieno d'una pasta nera che liberò con molta precauzione da cinque o
sei fogli di carta in cui era avviluppato, e lo presentò a Rosen
dicendogli:--Non avrete tempo a prenderne quattro boccate che sarete
freddo.
Rosen gli sborsò i venticinque mila franchi che erano tutto ciò che gli
rimaneva della sua fortuna. Tricotèt li intascò con tutta
l'impassibilità d'un uomo d'affari; ridiscese a saltelloni la scala, e,
preso un posto nella diligenza di Lafitte, partì in quella stessa
mattina per Parigi.
--Rosen, rimasto solo, si raccolse tutto in sè stesso, richiamò tutte le
sue memorie, ripensò alla sua fanciullezza e a sua moglie, fece un breve
esame di coscienza, si pose in pace alla meglio con essa e con sè
medesimo, e dato un addio alla vita e alle sue rimembranze, rinchiuse
gli occhi e ingoiò in quindici o venti boccate tutto il suo veleno.
Era un sapore acre ma dolce, e pareagli d'averlo gustato altre volte;
non aveva nulla di disgustoso, nulla di forte, e Rosen stava per
dubitare della fede di Tricotèt, quando lo incominciarono ad assalire
degli spasimi colici così potenti che non potè trattenere suo malgrado
le grida. Erano dolori orribili, insopportabili, atroci. Rosen, come
tutte le nature vivaci, ma deboli, era vile dinnanzi al dolore. I suoi
lamenti fecero accorrere il signor Caupin che, non ostante le sue
proteste, si affrettò a mandare pel medico.
Rosen nell'entusiasmo del suo sacrificio non aveva preso tutte le
precauzioni opportune, e aveva dimenticato sul tavolo il vaso del
veleno. Se ne avvide troppo tardi quando il medico se l'era già tolto in
mano, e esaminandone le reliquie gli diceva:
--Che diavolo avete preso o signore? Chi è quell'asino di dottore che vi
ha fatto una simile ordinazione? Oh la scienza! E c'è tanto da
vergognarsene... siamo giunti davvero a un bel punto!... Quattr'oncie di
conserva di prune coll'emetico! È una cosa orribile, un'ordinazione da
cavallo!....
--È il signor Tricotèt, mormorò Rosen tra lo spasimo, un commesso di
farmacia che....
--Il signor Tricotèt!.... diamine... ho trovato or ora il suo padrone,
il degno farmacista Sapiston, che ne va in cerca per monti e per mari;
egli ha ricevuto in questo momento una sua lettera in cui gli annunzia
che parte oggi stesso per Parigi, e va ad acquistarvi una delle farmacie
meglio avviate della capitale.
--Ah Tricotèt scellerato! disse Rosen, tenendosi il ventre colle mani,
piccolo malandrino! giuro al cielo che io vo' guarire a posta,
rinunciare a tutti i miei progetti per andargli a strappare le orecchie
a Parigi.
--Via, via, disse il dottore in aria di conciliazione, quel piccolo
monello vi ha fatto uno scherzo di cattivo genere, ma la cosa non ha in
sè nulla di conseguente, prima di domani sarete perfettamente guarito.
Venti giorni dopo questo avvenimento, Rosen ristabilito della sua
malattia, prendeva con Lamperth la strada della capitale.
Un nuovo campo di avventure doveva aprirsi adesso per Rosen. In quel
gran centro che è Parigi dove le statistiche registrano ogni giorno
centinaia di furti, di aggressioni, di delitti, di calamità d'ogni
genere, non doveva riuscirgli difficile di morire. Almeno Rosen lo
sperava; considerava le avversità passate come un brutto giuoco della
fortuna, ma nulla più che un giuoco; era impossibile ch'essa potesse
contendergli più a lungo la realizzazione di un desiderio sì semplice e
sì naturale, il compimento di un destino inevitabile e comune a tutte le
cose. Oltre a ciò egli era divenuto triste e soffrente; bisognava
aggiungere alle cause che lo eccitavano a desiderare con tanta
ostinazione la morte, quel non so che di mesto e di inusitato che gli
era provenuto dalla sua infermità, e il dispiacere delle traccie che
ella aveva lasciato sulle sue fattezze. Perchè Rosen ci teneva alla sua
avvenenza, e non aveva totalmente mentito quando aveva detto a Tricotèt
che non avrebbe potuto reggere al pensiero di rivedere l'Inghilterra
così malconcio.
Il più delle volte noi amiamo di essere belli per noi stessi, perchè
amiamo anzi tutto noi stessi, e consideriamo la bellezza fisica come un
riflesso, come un'espressione della bellezza morale.
I fanciulli che ignorano ancora tutta l'influenza che la beltà esercita
sugli affetti, ambiscono nondimeno di essere leggiadri, ed è questo il
primo istinto di vanità che apparisca ordinariamente nell'uomo. Vi
furono in ogni tempo delle donne segnalate per avvenenza straordinaria,
le quali non amarono alcuno, e furono tuttavia felici, e trovarono nella
sola coscienza di questa loro beltà un conforto a mali grandi e reali
della vita che non avrebbero saputo tollerare altrimenti. Egli è che
esse amavano potentemente e sovra tutto sè stesse; e si è spesso tentati
di credere che quell'amore che si dà ad altrui non sia che
un'esuberanza, un residuo di quello che si dà a noi medesimi. Si toglie
a sè, e si dà ad altri; più amate altrui e meno amate voi stesso: da ciò
il sacrificio in amore, e quella legge immutabile di egoismo che lo
governa provvidamente e lo frena.
Rosen incominciò da quei giorni una nuova serie di tentativi.
Risoluto a non ritentare le sorti del duello che non gli avevano
fruttato fino allora che dei rimorsi crudeli, immaginò nuove imprese e
nuovi disegni: ma non era così agevole l'immaginarne di efficaci e di
utili. Ne concepiva molti, e molti ne rigettava come ineffettuabili. Vi
era sempre in ciascuno di essi qualche ostacolo, qualche conseguenza
probabile che lo distoglieva dall'eseguirla. Perchè egli si era fatto
saggio dopo quelle prime prove, e la sua coscienza infiacchitasi, come
suole nella malattia, gli suggeriva rimedii più cauti e più onesti.
In quel primo periodo della sua dimora a Parigi aveva cercato, ma
indarno, di morire con qualche mezzo comune; si era buttato tre o
quattro volte tra le carrozze che gli attraversavano la via, come
persona che ha difetto d'udito, o che non bada molto a sè per
distrazione soverchia; ma i cocchieri erano sempre stati troppo
avveduti, e s'erano sempre trovati importuni che gli avevano strillato
alle orecchie:--Ehi, signore, la si guardi, badi che le viene addosso
una carrozza; e talora ne l'avevano sottratto a forza, afferrandolo e
trattenendolo violentemente per l'abito. S'era provato a passeggiare
lungamente e pazientemente sotto i ponti e sotto le bertesche degli
edificii in costruzione, sperando la caduta d'una tavola, d'una pietra,
o di un arnese qualunque che avesse potuto ucciderlo, ma indarno: aveva
girato tutto il vecchio Parigi, e cercato tra quelle case antiche e tra
quei vecchi recinti di giardino qualche muro che minacciasse di
sfasciarsi, e vi aveva passato notti intere aspettando che rovinasse, ma
non era stato più fortunato in ciò, di quanto lo fosse già stato
dapprima. Un destino misterioso altrettanto che strano, governava la
vita di Rosen.
Spesso nello scorrere per passatempo i giornali della sera, si arrestava
con un senso di sdegno e d'invidia a meditare sull'elenco dei morti
nella giornata--tre o quattrocento ogni giorno; e tra essi molti più
giovani di lui, molti fanciulli che vi avevano diritti infinitamente
minori..... E tuttavia egli viveva.... Talora si sentiva sgomentato
nello scorgere che la maggior parte di quei morti erano vissuti fino ad
una età molto avanzata, fino a settanta, a ottant'anni; ve n'erano
spesso alcuni che per poco non avevano toccato il secolo.... Se egli
avesse avuto lo stesso destino.... se fosse stato condannato ad una vita
sì lunga!
In quegli intervalli di scoraggiamento tornavalo ad assalire il sospetto
che egli fosse dotato di una natura immortale, che tutti i suoi sforzi
sarebbero riusciti vani, eternamente vani... Non poteva reggere al
pensiero di una vita che non doveva aver fine; era questo fine che egli
voleva affrettare, che egli voleva raggiungere; e quantunque si
avvedesse dell'assurdità di un simile sospetto, n'era soventi in timore,
e passava giornate angosciose, travagliato, come era, da un pensiero
così scoraggiante e terribile.
In quei giorni avendo appreso che molti assassinii succedevano la notte
nei quartieri più remoti di Parigi, sui _boulevards_, al bosco di
Boulogne, in quelle vecchie e strette viuzze che si trovano dal lato
occidentale della città, Rosen vi si cacciava tutte le sere, e vi errava
per lunghe ore senza frutto; rientrava a notte inoltrata, e talora,
verso il mattino, scoraggiato, prostrato, vinto da quella cieca fatalità
che vigilava con tanta costanza sulla sua vita. Oltre a ciò egli doveva
struggersi di celare l'entità della sua persona: le sue avventure di
Dover e di Amiens avevano messo la polizia sulle sue tracce, e benchè
egli non avesse palesato a persona il suo nome, bastava un indizio, un
sospetto, perchè si fosse venuto in chiaro di tutto. Più che di una
pubblicità disonorante, Rosen temeva della violazione del suo segreto,
dell'inutilità del suo sacrificio, e delle ristrettezze domestiche di
sua moglie. Si era creato mille sorgenti di dolori, mille motivi di pene
e d'inquietudini, e comprendeva di non potervi rimediare che morendo.
Aveva risolto di abbandonare Parigi, quando una sera essendo entrato in
una bettola, come soleva fare, per corrervi qualche avventura, e
essendosi seduto colle spalle rivolte a un assito che tramezzava la
camera, scorse da una fessura delle tavole quattro persone, che sedevano
in un angolo della stanza, discutendo a bassa voce circa un complotto di
furto che si proponevano di effettuare in quella notte medesima.
Quantunque essi parlassero assai piano, non riuscì difficile a Rosen che
stava origliando alla fessura, d'intendere queste parole:
--Vi ripeto che il teatro dell'Opera non finisce che dopo la mezzanotte.
È impossibile che egli ritorni prima di quell'ora.
--Ma siete poi sicuro che il signor Meustrier vi vada tutte le sere?
--Tutte le sere.
--Bene! ma io credo ad ogni modo che convenga indugiare fino alle
undici. Sapete che al secondo piano la signora Ronson non si corica mai
prima di quell'ora, e si ferma spesso sul pianerottolo ad inacquarvi i
suoi vasi di basilico. Già, io temo di voi, mio caro amico, perdonatemi,
ma siete così smemorato; metterei un occhio della testa che prima che
siate partito e tornato per le nostre provviste, avrete dimenticato la
strada, la casa, il numero, e perfino la qualità di dottore
dell'onorevole signor Meustrier, e lo scopo per cui andiamo a rendergli
quella visita.
--Via, e lo so a mente come le litanie: vicolo della Chiusa, n. 42,
piano terzo, uscio a sinistra, quattro finestre sul vicolo, abitazione
del signor Meustrier, dottore in ambo le leggi. Ma a me passano pel capo
ben altri timori.
--E sarebbero....
--Ve l'ho già detto; voglio dire quella persona che ci spiava alla
cantina del Falcone, e che sarebbe stato scambiato per un ispettore di
polizia anche da un cieco. Temo che ci abbia uditi.
--Voi non vedete che ispettori di polizia. Ma è tempo che andiate per le
cose nostre... già non vi dimenticherete del convegno... al tocco delle
undici sull'angolo.
--E se...
--Cosa?
--Se nel discendere e nel salire, incontrassimo il signor Meustrier, se
lo trovassimo in casa...
--In casa è impossibile, non torniamo sulle questioni già appianate: se
lo incontreremo per le scale sarà un altro paio di maniche, bisognerà
fargliele ridiscendere a capo fitto.
Rosen non volle udire altro, non mancava più alcun dettaglio al suo
piano; uscì a precipizio dalla bettola, deciso di rappresentare la parte
del signor Meustrier, e di appostarsi sulle scale del suo palazzo. Ma la
cosa più difficile era trovare il vicolo della Chiusa; non è sì agevole
il trovare un vicolo a Parigi sulla semplice indicazione del suo nome, e
Rosen temeva di compromettersi chiedendone notizia a qualche
passeggiero. Non erano però le nove, e gli avanzavano due ore per farne
ricerca: poteva sperare ragionevolmente di riuscirvi. Fino dal primo
momento che aveva sentito i ladri accennare a quel luogo, aveva supposto
che non sarebbe stato molto lontano da quel quartiere, perchè essi non
si sarebbero radunati in un punto opposto della città: era d'uopo
passare ad una ad una per tutte quelle vie e leggervi le indicazioni dei
viottoli traversali: dopo ciò se tutto fosse stato inutile, richiederne
con franchezza qualche persona, e non trovando chi glielo indicasse,
cacciarsi in una vettura pubblica e farvisi condurre come a casa
propria.
Concepito questo piano, Rosen si accinse di buon animo alle sue
ricerche. Ma era inutile; il tempo volava con una rapidità spaventosa, e
Rosen non era adesso più fortunato di quanto lo fosse stato in quei
giorni. Ad ogni breve intervallo di tempo guardava con trepidazione
sull'orologio, e vedeva la lancetta affrettarsi a raggiungere l'ora
fatale, senza che potesse aver indizio alcuno di quella strada. Erano le
dieci e mezzo, mancava mezz'ora al convegno... Risolse allora di
chiederne notizia ad alcune persone che gl'inspiravano qualche fiducia,
ma nessuna di esse seppe indicarglielo. Si azzardò a interpellarne una
guardia di polizia, che lo guardò di traverso come una persona sospetta,
ma anche questi non ne sapeva più dei primi. Intanto erano già
trascorse le undici, Rosen era sulle spine; conobbe che bisognava
tentare rimedii estremi, e aprendo lo sportello d'una vettura pubblica
vi si buttò dentro come una persona disperata strillando alle orecchie
del cocchiere: vicolo della Chiusa, n. 42, a gran corsa.
Il cocchiere dopo essersi raccolto un momento quasi per chiamare a
rassegna tutte le sue cognizioni topografiche, fece scoppiettare la sua
frusta, e spinse il cavallo in una direzione opposta a quella per cui
era venuto Rosen. Si corse per una buona mezz'ora; Rosen era al colmo
della desolazione; mancavano pochi minuti alla mezzanotte, e già aveva
deliberato seco stesso di rinunciare a quel tentativo e di farsi
condurre invece da Lamperth, quando vide la carrozza voltare in una
piccola via, e appena girato l'angolo, arrestarsi. Rosen ne discese,
guardò in alto e vide il numero 42 illuminato dal fanale della strada
che pareva dirgli: questa è la casa, venite. Pagò sontuosamente il
cocchiere, e raccogliendo tutto il suo coraggio entrò nell'atrio, e
cominciò a salire le scale. Era giunto appena al terzo piano, quando gli
parve d'intendere del rumore nell'appartamento del signor Meustrier; e
appressandosi all'uscio, conobbe che le imposte ne erano socchiuse, e
vide uscirne un filo di luce che le illuminava di dentro.
Non v'era dubbio, ladri non ne erano ancora usciti; bisognava usare
dell'audacia, far la parte del signor Meustrier, entrarvi, assalirli, e
lasciarvisi sgozzare come un agnello. Ma Rosen non aveva ancor messa la
mano all'imposta, che udì una voce maschia chiedere di dentro: Chi va
là?
--Io, disse Rosen, spalancando la porta e precipitandosi nella stanza,
io, il dottore Meustrier; chi è che è entrato in mia casa?
--Onorevole dottore, rispose una persona che Rosen riconobbe subito per
un gendarme, li abbiamo pigliati nella trappola; e aprendo l'uscio della
seconda stanza disse: il signor Meustrier è arrivato in questo momento.
Rosen guardò, e vide una quantità di gendarmi, intenti ad ammanettare i
quattro personaggi che aveva conosciuto alla bettola. L'ispettore di
polizia, appena vedutolo, gli si appressò con aria di soddisfazione, e
togliendosi rispettosamente il berretto, gli disse:
--Egregio signor Meustrier, ella ci vorrà perdonare se abbiamo dovuto
violare la sua casa, ma la giustizia ha esigenze sulle quali non è
possibile transigere... D'altra parte le abbiamo ricuperati i quaranta
mila franchi di deposito che ella incassò stamattina, e che questi
galantuomini avevano già fatto passare nelle loro saccoccie. Fu un fatto
molto onorevole per la polizia di Parigi, questo; non lo dico per
vantarmene, io, ma... già, tutto il merito è dovuto al nostro agente, il
signor Chaperron, che ha saputo scoprire il complotto nella cantina del
Falcone, dove questi signori si erano radunati per concertare il loro
piano. Aveva fatto cercare di lei, ma non ci è stato possibile di
trovarla. Ho sentito in questo momento la sua carrozza, e ho detto tra
me stesso: il signor Meustrier è qui, egli rimarrà ben stupito di trovar
tanta gente in sua casa. Come fare? E bisognerà ora che ella abbia anche
la bontà di accompagnarci all'uffizio della sezione, dove redigeremo il
verbale, e le restituiremo il danaro rubato, appena verificata
esattamente la somma.
--Sono ben grato, disse Rosen, che si sentiva calare il sudore gelato
dalla fronte, sono ben grato delle cure che questa benemerita autorità
si assume per la tutela della proprietà privata, e mi duole di non
poterle offrire che un attestato verbale della mia riconoscenza: del
resto, signor ispettore, io mi farò un dovere di far conoscere a tutti
la di lei avvedutezza e il di lei zelo, segnalandolo per le stampe alla
ammirazione ed alla gratitudine del paese.
L'ispettore s'inchinò fino a terra. Rosen, avendo ammiccato dell'occhio
ai quattro arrestati, che lo guardarono stupiti, come avesse voluto dir
loro: non temete, non mi tradite, non sono il signor Meustrier, io; lo
so bene che non mi conoscete, ma sono uno dei vostri, uno che saprà
liberarvi, purchè abbiate un'oncia di giudizio, riprese:
--Signor ispettore, io sono ai di lei ordini, andiamo.
E si avviarono all'ufficio di polizia.
Quivi Rosen che si sentiva i bordoni alla testa, dovette subire un lungo
interrogatorio, declinare il suo nome, la sua qualità, la provenienza
del danaro rubato; dopo di che, avendo firmato il verbale che faceva
constare del fatto, l'ispettore generale gli disse, consegnandogli i
quarantamila franchi, che erano stati tolti a Meustrier:
--Signor dottore, ella può ora ritirarsi, ma è necessario che ritorni
domani al nostro ufficio per assistere all'interrogatorio degli
accusati.
Rosen, intascando alla meglio il danaro, si cacciò giù per le scale,
leggiero come una rondine, si ficcò in una carrozza da nolo, si fece
condurre dal suo amico Lamperth, e gli disse:
--Io parto in questo istante per Melun; sono stato costretto a rubare
quarantamila franchi, e non potrei rimanere un'ora di più a Parigi;
raggiungetemi domani in quella città, dove desidero di giustificarmi con
voi di questa appropriazione.
--Sta bene, ci rivedremo domani a Melun, rispose Lamperth con freddezza.
*
* *