Dopo che il signor Lachard uscì dalle gabbie dei leoni, e la folla si

ritirò a poco a poco e si disperse, Rosen disse al suo compagno

stringendogli la mano:

--Credo, mio caro Lamperth, di aver trovato un modo infallibile per

farmi uccidere; permettete che non vi dica altro; andate all'albergo del

Ciclope dove fra un paio d'ore o mi rivedrete vivo, o avrete la notizia

della mia morte. Vi raccomando la lettera per mia moglie.

--Non temete della mia puntualità--e si portò la mano sul cuore--mi

dispiace di perdervi sì presto, ma se ciò è inevitabile... Vi auguro

buona fortuna.

Rosen, lasciato solo, chiese di parlare col signore Lachard, e trattolo

in un angolo del recinto gli disse:

--Io sono un barone inglese appassionatissimo del lottare e bramo

cimentarmi con qualche lottatore evidentemente più forte di me. Desidero

di combattere con uno dei vostri leoni, ma è necessario che ciò rimanga

un segreto tra noi; occorre che voi mi lasciate solo in questo

serraglio, e che si creda, per vostra e mia giustificazione, che io vi

sia entrato senza il vostro consenso, e avendo aperta io stesso la

gabbia, come farò, sia stato assalito dalla vostra bestia. Quanto è il

prezzo di questo animale? io ve lo pagherò due volte.

--Non meno di cinque mila franchi, disse il domatore; parlo di Behemet,

il più alto e il più forte: l'ho comprato io stesso a Bourck, sul limite

occidentale del deserto; non ha ancora due anni compiuti e non gli manca

un pelo. Ma, intendiamoci, io non debbo saper nulla di ciò; io mi

ritirerò dal serraglio come faccio tutte le sere, e voi sarete un

imprudente che vi sarà entrato senza mia licenza, ecco tutto; se poi voi

ucciderete il leone, la cosa rimarrà tra noi, e non avrà altra

conseguenza.

Rosen gli sborsò dieci mila franchi; e siccome la sera era già molto

inoltrata, il domatore licenziò il suo guardiano, e lasciò Rosen nel

recinto di cui socchiuse appena la porta, dopo avergli detto:

--Vi auguro che abbiate ad uscirne gloriosamente, ma temo che Behemet vi

saprà spianar le costure.

Rimasto solo Rosen comprese di esser posseduto da un panico

indefinibile, e vi fu un istante in cui si sentì tentato di rinunciare a

quella specie di morte, e di raggiungere Lamperth all'albergo del

Ciclope, per combinare con lui su qualche mezzo di distruzione meno

inumano. Ma era troppo tardi. E d'altra parte, giacchè era d'uopo

morire, conveniva accettare quel mezzo che era più pronto, più sicuro e

che non avrebbe lasciato concepire alcun sospetto d'inganno sulla sua

fine. Chi sa! Forse il morire tra le zanne d'un leone poteva essere più

dolce, più rapido che il morire di ferita o di veleno, o per altra causa

qualunque--certo era più verosimile e più ardito.

Animato da questo ragionamento, Rosen si avvicinò alla gabbia, e sollevò

le tre aste di ferro che nè formavano l'uscio. Paralizzato dal timore,

colle mani appoggiate sull'orlo dello steccato, in atteggiamento di

vittima rassegnata aspettava che Behemet uscisse.

Il leone dopo essersi allungato due volte e aver sbadigliato lungamente

inarcando la lingua come una bestia che sa di potersi pigliare i suoi

comodi, si affacciò allo sportello, guardò con aria d'indifferenza il

barone di Rosen cui era venuto, suo malgrado, la pelle di cappone; e

discendendo nello spazio riservato agli spettatori, incominciò a

passeggiarvi per lungo e per largo, agitando la coda, e mandando un

certo suo ruggito prolungato e sommesso in suono di soddisfazione e di

gioia.

Quando Rosen si avvide che Behemet non si curava di lui, avendo ripreso

animo in quel breve intervallo di tempo, discese ed affrontò

arditamente il leone, cui percosse d'un colpo di frustino. A quella

provocazione, Behemet, come una bestia ubbidiente, si ritirò

precipitosamente nella sua gabbia, Rosen lo inseguì, ed essendosi munito

d'un asta appuntata di ferro, lo stimolava con quella ad uscirne. Il

leone, rannicchiatosi nel fondo del suo covacciolo, ruggiva e spalancava

le fauci orribilmente senza avventarsi; Rosen era al colmo

dell'impazienza e dell'ira.

Dimenticando che egli parlava con un leone--Uscite, gli gridava, uscite

da cotesta gabbia, miserabile. Ma tutto era indarno, Behemet, non

intendeva questo linguaggio provocatore, e rimaneva quieto come olio.

Disperando di potersi misurare con lui, Rosen decise di entrare nella

gabbia delle pantere, ma si avvide che Lachard, toltone quel solo, aveva

assicurati tutti gli sportelli con due buoni giri di chiave.

--Ah! Lachard assassino, esclamava Rosen acciecato dalla bile, egli

sapeva che questo era un coniglio, e mi ha arraffato dieci mila franchi

senza lasciarmi il compenso d'una scalfittura, ma rivedremo le nostre

partite domani.

E gettando uno sguardo pieno di disprezzo nella gabbia di Behemet, uscì

dal serraglio, e corse difilato all'albergo del Ciclope.

*

* *

Lamperth che stava rivedendo alcune sue carte presso una tavola su cui

si scorgevano gli avanzi della sua cena, si mostrò molto meravigliato

del ritorno di Rosen, il quale era sì acciecato dallo sdegno che a

stento potè fargli il racconto di questa sua nuova sventura.

--Che domando io? Che voglio? Che spero? Morire, ecco tutto; la cosa più

semplice, più facile, più naturale del mondo, diceva Rosen nel

conchiudere il suo racconto, e tuttavia eccomi condannato da una

desolante fatalità a sopravvivere a tutti i miei sforzi, a tutti i

pericoli cui mi espongo per impedirlo. Ahi vi giuro che io affronterei

in questo momento qualunque rischio, approffitterei di qualunque

circostanza per uscire di questo stato.

--Calmatevi, gli rispondeva Lamperth, non ve ne mancheranno mai le

occasioni, bisogna aver fede: intanto ordinate la vostra cena, lo

stomaco ha le sue esigenze, e credo che voi dobbiate avere appetito.

--È vero, disse Rosen, cenerò; l'uomo è il servitore d'uno stomaco, anzi

l'uomo è uno stomaco, la credo la definizione meno inesatta fra le tante

che si son fatte di questo animale. E ordinò una costoletta di castrato

colle patate.

Non aveva Rosen addentato la sua costoletta, che un nuovo arrivato entrò

nella sala, e venne a sedersi di faccia a lui, dal lato opposto del

tavolo.

Rosen era tutt'occhi nell'osservare i movimenti di quel suo commensale,

e si augurava che la punta d'uno de' suoi stivali venisse a colpire uno

de' suoi stinchi per aver ragione di bisticciarsi, quando l'altro

cacciando il naso nel suo piatto e indicandolo col dito al cameriere gli

disse:--portami una vivanda come quella... è una costoletta di castrato

in salsa dolce.

--Voi mentite per la gola, o signore, disse Rosen sollevandosi un poco

dalla sedia, questa costoletta è in salsa piccante.

--Per il cielo, esclamò l'altro un po' turbato da quella sorpresa, voi

ci tenete molto al sapore della vostra costoletta e ne fate una

questione di onore; del resto non c'è che dire, vi siete servito di una

espressione felicissima; trattandosi di sapori, io ho precisamente

mentito per la gola. Voi siete inglese?

--Di Londra.

--E contate di attraversare la Francia?

--Precisamente.

--Dubito se arriverete al termine del vostro viaggio senza trovare

qualcuno che...

--Che cosa?

--Che v'abbia a rivedere il pelo. Siete mai stato in Guascogna?

--Oh! che voi siete Guascone?

--Per l'appunto.

--È una provincia che in fatto di millanterie ha delle tradizioni

grandiose; spero che saprete farmi conoscere tutta la estensione del

pericolo che io avrei corso se vi avessi insultato nel vostro paese.

--Voi siete un pazzo o un imbecille, disse l'altro che era tutto sangue

di guascone, illividendo fin sulla punta del naso; venite qui dietro le

mura, e ci taglieremo due dita di fegato.

--Sono a vostra disposizione, rispose Rosen. E si accommiatò da Lamperth

che gli diceva all'orecchio:--abbiate giudizio, contenetevi da uomo

onesto, lasciatevi ammazzare, pensate a vostra moglie, pensate che

quell'uomo fu provocato da voi e che la fortuna non vi regalerà tutti i

giorni di queste magnifiche occasioni.

--Non dubitate, disse Rosen, spero che mi vedrete tornare in lettiga.

Rosen e lo sconosciuto giunsero in breve tempo dietro lo spaldo; alcuni

avventori dell'albergo che avevano inteso quel battibecco li seguivano

da lontano, e un amico del guascone portava le due sciabole sfoderate

sotto il mantello.

--Avete i vostri padrini? chiese lo sconosciuto all'inglese.

--Non ne ho alcuno.

--Non importa, questi signori serviranno come testimonii ad entrambi.

Già, non escluderemo i colpi di testa e di punta, e ci batteremo fino a

che uno di noi non sia rimasto sul terreno.

--Siamo intesi, era la mia intenzione.

--Allora possiamo incominciare.

--Incominciamo.

E il Guascone, senza attender altro, si assicurò bene nel pugno la sua

sciabola, e si scagliò furiosamente sul suo avversario. Rosen lo

attendeva di piè fermo. La notte era sì buia che l'uno poteva

distinguere a stento la direzione dei colpi dell'altro: gli spettatori

vedevano nulla o pressochè nulla; distinguevano due masse nere agitarsi,

avventarsi; vedevano di quando in quando il lampeggiare delle lame su

cui si rifletteva un debole filo di luce che proveniva dal fanale dello

spaldo, e sentivano il cozzo frequente delle sciabole senza poter

giudicare quale dei due avversarii avesse maggiore perizia nelle armi, e

desse indizio di uscirne vincitore.

Ma ad un tratto uno di essi si arresta, vacilla, cade: gli spettatori si

gettano sopra di lui... era il guascone.

Che cosa era avvenuto? Il francese era un pessimo schermitore, Rosen non

aveva ancora trovato il tempo di scoprirsi opportunamente, quando

avendogli fatta una _finta_ di destra, l'altro vi rispondeva con una

parata di sinistra, e, investendo la sua sciabola, si feriva gravemente

al collo, senza che il suo avversario avesse alcuna intenzione di farlo.

Rosen era rimasto pietrificato dal dolore e dalla meraviglia. Vi era

senza dubbio una strana fatalità che pesava sopra di lui, che rendeva

vani e funesti tutti i suoi tentativi di morire.

Mentre egli stava così appoggiato colle mani riunite sull'elsa della

sciabola, intese uno degli spettatori chiedere: Chi è costui che lo ha

ferito? E un altro rispondergli: È un inglese.--Bene. Bisogna chiedergli

ragione di questo fatto: non si può dirlo un duello questo; non v'erano

padrini, non v'era nulla di regolare; è stato un omicidio bello e buono.

Guardate, il morto è un francese, è un guascone, e si sono battuti per

una costoletta; c'è qui il suo collega Pirolet a confermarlo; non

bisogna permettere che questo marrano d'inglese se ne vada via liscio

liscio: facciamo le cose per bene, conduciamolo al Commissario di

polizia.

Rosen che all'intendere da principio quelle parole, aveva sentito

discendergli nel cuore un debole raggio di speranza, rabbrividì tutto

quando udì discorrere del Commissario di polizia; e conobbe che era

necessario l'andarsene quatto quatto, se era ancora possibile, e partire

in quella notte stessa da Amiens.

Ma egli non aveva fatto ancora questa risoluzione che si vide circondato

da tutta quella folla, e udì uno di essi che gli s'era avvicinato più

degli altri, imporgli di consegnargli la sciabola, e di seguirlo

all'ufficio del dipartimento. Rosen prese allora una grande

determinazione. Avendo osservato che alcuni fra loro erano armati di

stocco, e che uno di essi teneva tra mano la spada del suo avversario,

immaginò che gli sarebbe riuscito agevole il farsi uccidere da tutta

quella gente, gettandovisi in mezzo come uomo perduto, e menando botte

alla cieca per costringerli a restituirle.

Detto fatto--non è che un punto--Rosen impugna la sua sciabola a due

mani, e piomba in mezzo a quei malarrivati picchiando a destra e a

sinistra, ove gli capita meglio, e gridando con quanto ha di

fiato--paltonieri, miserabili, anime di conigli, difendetevi,

arrestatemi se ne avete il coraggio.

Ma egli conseguisce così uno scopo affatto opposto: tutti quegli uomini

spaventati da tanto ardimento si danno alla fuga, e Rosen non ha che il

dispiacere di vederne quattro cadere feriti al suo fianco, e la certezza

che questo avvenimento va a creargli una terribile responsabilità in

faccia alla sua coscienza, e ciò che a lui più importa, una

responsabilità non meno fatale in faccia all'autorità governativa.

Rosen si decide su due piedi: nessuno lo conosce ad Amiens; non ha detto

il suo nome a nessuno; appena ne hanno intravista la figura alla luce

del fanale; egli si getta alla campagna e tenta di giungere nella notte

a Montdidier, servendosi di qualche cavalcatura che spera acquistare in

una fattoria, lungo il viaggio.

Un'ora dopo questo avvenimento Lamperth riceve da un contadino un

biglietto così concepito:

«Caro Lamperth,--Un destino singolare, altrettanto che inesorabile,

rende infruttuosi e funesti tutti i miei disegni di morire. Io vivo a

dispetto mio, ad onta di tutto e di tutti. Avrete inteso che ho ucciso

quel guascone, e ferito quattro o cinque francesi che volevano tradurmi,

come un malfattore, all'ufficio di polizia. Questo avvenimento mi

costringe a riparare a Montdidier senza esser visto, giovandomi d'un

cattivo cavallo che ho acquistato ora in una casa di coloni da cui vi

scrivo. Vi aspetto dunque a Montdidier, al Caffè della Pace, dove si

beve il miglior fiore di latte che si trovi in tutta la Francia.»

*

* *

Mentre Rosen cavalcava per quelle ridenti campagne che corrono da

Neufchatel, fino a Hermont e fino alla riva dell'Oise, pensava a quella

sua vita spensierata di Londra, a sua moglie, a' suoi amici, alle sue

ricchezze dissipate, e a quello strano capriccio della fortuna che gli

aveva indicato per rimediarvi una via sì colpevole e sì singolare.

La notte s'era fatta piovosa, e Rosen era triste. Mai, come in quel

momento, egli aveva sentito un più vivo desiderio di morire: mai come in

quel momento, la fortuna aveva sembrato allontanarlo di più dalla morte.

Era cosa sì difficile il morire? Egli sentiva in sè una pienezza di vita

straordinaria, un'armonia inusitate in tutte le funzioni della sua

macchina: un ordine, uno scorrere del sangue sì calmo, sì regolare, sì

dolce, che non aveva conservato memoria di aver provato mai un simile

stato di benessere, anche negli anni della sua fanciullezza.

Quel trotto monotono della sua cavalcatura sembrava cullarlo a guisa di

un bambino; l'acqua che gli percoteva a spruzzi leggerissimi e quasi

vaporosi sui capelli e sul viso, pareva accarezzarlo come una mano di

donna adorata; il vento che spirava leggerissimo, pareva soffiargli sul

viso come l'alito profumato d'una fanciulla; oltre a ciò gli alberi

erano pieni di usignuoli che cantavano nonostante l'imperversare della

pioggia; e vi era nell'aria qualche cosa di sì voluttuoso e sì molle che

rendeva impossibile qualunque sentimento che non fosse stato calmo,

affettuoso e gentile.

Ad onta di questo stato di cose, Rosen pensava in che modo gli sarebbe

riuscito domani di morire, giacchè egli era intollerante d'indugii, e

vagheggiava nuove venture e nuovi progetti.

Ad ogni ombra che pareva disegnarsi ai lati della via, ad ogni lieve

rumore di passi, il cuore di Rosen batteva più concitato e si riapriva

alla speranza e alla gioia. Egli entrò ad arte nelle macchie, e

attraversò il piccolo bosco di _Cok-sautin_ trattenendo quasi il respiro

tanta era la sospensione d'animo in cui si trovava, e l'impazienza di

imbattersi in qualche pericolo, o di dare in una imboscata di

malandrini.

Ogni gruppo di piante gli pareva un assembramento di ladri, ogni

cespuglio un assassino appostato sul suo sentiero, ogni ramo coperto di

lichene bianco una lama di coltellaccio, o una canna di trombone.

Egli pensava in che modo si sarebbe contenuto con essi. Certo i ladri

non sarebbero stati meno di due o di quattro, forse anche di più--che

gioia!.... e avrebbero avuto delle buone armi.... E come trattarli?...

Colle buone?.. peggio! non si sarebbe fatto nulla: bisognava dir

loro--assassini, furfanti, paltonieri, non mi sfuggirete; sono il

Commissario generale io, domani sarete arrestati, e giuro al cielo che

vi farò impiccare come tanti cani, senza darvi il tempo di fare un esame

di coscienza.

Rosen si era talmente investito della sua parte che inveiva ad alta voce

contro questi assassini immaginarii come se li avesse avuti dinanzi, ed

era già uscito dal bosco di _Cok-sautin_ senza avvedersene.

Il giorno era sull'albeggiare allorchè egli incominciò a scorgere in

lontananza i campanili della città, e sentì i rintocchi misurati di una

campana che pareva suonare l'allarme. Aguzzando lo sguardo su quella

linea bianchiccia dell'orizzonte, sul cui fondo si disegnavano a masse

oscure e confuse le case di Montdidier, gli parve distinguere un'ampia

colonna di fumo che si sollevava a spire nere e pesanti e si riuniva

alle nubi che pendevano ancora fitte ed oscure sulla città. Rosen spronò

il suo cavallo, e come fu più dappresso alle mura, distinse delle lingue

di fiamme che uscivano dal tetto e dalle finestre d'una casa, e conobbe

che si trattava d'un incendio.

Rianimato da questa nuova speranza abbandonò le briglie sul collo della

sua cavalcatura, le ficcò nel ventre gli sproni e giunse alle porte di

Montdidier prima che gli abitanti di quel paese, che hanno fama di

essere la gente più dormigliona, e le teste più tarde di tutta la

Francia, fossero accorsi a domare in qualche modo l'incendio.

Rosen arrivò dunque dei primi, e non aveva ancora avuto agio d'osservare

da che parte e con quale pretesto avrebbe potuto gettarsi, nella casa

incendiata, che lo colpirono queste voci:

--Bisogna salvare papà Caupin, povero papà Caupin! egli deve essere

inchiodato sul suo letto dall'artritide... egli morrà soffocato. Non vi

è alcuno che voglia salvare papà Caupin?

--Sono qua io, disse Rosen, dove è la stanza di questo malato?

--O signore, che il cielo ve ne rimuneri; è la prima stanza a sinistra,

al secondo piano, vi è l'uscio lì sulla scala; se non vi fosse lo

trovereste nel gabinetto appresso.

Rosen senza aspettar altro, sicuro che quel mezzo di morte era

infallibile, entrò sorridente nel pianerottolo e si avviò risoluto su

per le scale, esclamando tra sè stesso: è la provvidenza che mi ha

mandato a Montdidier.

Ma non aveva salito due gradini che le fiamme lo circondavano da tutte

le parti, e gli toglievano il respiro; i capelli e la barba friggevano

cagionandogli terribili scottature alle guancie; i suoi abiti

incominciavano ad arricciarsi; e fu caso se un sentimento istintivo di

umanità e la fermezza sua nel proposito di morire, valsero a spingerlo

fino al secondo piano nella stanza di papà Caupin che giaceva svenuto

sul pavimento. Sollevarlo, recarselo sulle spalle, ridiscendere a

precipizio le scale, fu l'opera d'un istante per Rosen, che si presentò

alla folla accolto da una salva di grida e di battimani; e stava per

rigettarsi nell'incendio, quando si sentì afferrare l'abito da una

giovine donna tutta discinta e coi capelli disciolti a onde giù per le

spalle, che gli diceva lacrimando:--Deh? per carità, signore, salvate i

miei due bambini, li troverete nella terza stanza a destra, al terzo

piano... ma fate presto.... andate... pregherò sempre il cielo per voi!

Rosen non aspettava altro, e si ricacciò nell'incendio. Fu visto

ricomparire poco dopo, tenendo nelle braccia i due fanciulli che venne a

consegnare alla loro madre, ma sì sfigurato dalle bruciature e dalle

fatiche, che lo si poteva riconoscere a stento. Nondimeno egli non aveva

smarrito ancora la ragione, nè dimenticato lo scopo vero e diretto del

suo disegno.

Benchè stordito dal dolore, affannato dall'anelito, e quasi acciecato

dal fumo e dalla luce, si gettò una terza volta nelle fiamme. Gli

spettatori tentarono invano di trattenerlo, gridando:--Cosa fate? È

inutile... non c'è più nessuno da salvare. Povero giovine, non capisce

più nulla... già... non discenderà più questa volta. Che eroismo! che

cuore! Ed è dei nostri? È di Montdidier?

Ma Rosen non aveva inteso o voluto intendere nulla: era suo disegno di

raggiungere il piano più elevato, buttarsi sul primo pavimento che

minacciasse di sfondare, e farsi travolgere con esso nelle rovine.

Era giunto così al quarto piano, sotto l'arco di un uscio che poneva in

comunione due stanze; le travi dei due solai crepitavano, e le fiamme ne

uscivano qua e là lungo le pareti; egli scelse quello tra i due che

pareva sarebbe sfondato più presto, ma vi s'era appena gettato che vide

l'altro piegarsi nel mezzo, aprirsi e precipitare scompostamente con un

orribil rovinio, mentre quello su cui egli stava distaccatosi soltanto

dalle pareti, scendeva dolcemente tutto intero, e senza piegare,

sfondando i piani sottostanti che ne ammorzavano l'urto e la rapidità

col loro ostacolo.

In una parola Rosen si trovò in fondo come se ve lo avessero calato con

delle carrucole, e non aveva avuto tempo a meditare sulla sua

situazione, che gli spettatori, vistolo dalle finestre del pian terreno,

vi penetravano da tutte le parti, e lo estraevano, suo malgrado, da

quelle rovine.

Rosen era sì sofferente e sì addolorato che svenne. La folla piena di

gratitudine e di ammirazione per lui, lo accompagnò, acclamandolo, fino

ad un'altra casa del signor Caupin, dove fu portato in lettiga, e posto

a letto per essere medicato delle sue ferite.

Nella sera di quello stesso giorno Lamperth, giunto a Montdidier, si

recò al caffè della Pace, dove Rosen gli aveva dato convegno, e dopo

avervi bevuto il fiore di latte, che ha fama di essere il migliore che

si beva nella Francia, tolto in mano il giornale della provincia, vi

lesse con suo stupore queste parole:

«_Eroismo._--Un grande incendio si è sviluppato stamane nella casa del

signor Caupin. Si avrebbero avuto a deplorare perdite dolorose,--quella

dello stesso Caupin impedito nel camminare, e di due piccoli

fanciulli--se un viaggiatore inglese arrivato in quel momento nella

nostra città, non li avesse tratti a salvamento, gettandosi, senza

esitare, nelle fiamme, e riportandone tali ferite che lo costringono al

letto nell'altra casa dello stesso signor Caupin dove venne ricoverato.

Egli è certo barone Alfredo di Rosen, nativo di Londra. Siamo lieti di

annunciare che il comune di Montdidier, in seduta d'oggi, gli ha

conferita ad unanimità di voti, la medaglia d'argento al valore civile.»

*

* *

Lamperth, dopo essersi informato del luogo ove era situata la casa del

signor Caupin, andò a rendere una visita a Rosen. Lo trovò profondamente

abbattuto, e sì trasfigurato dalle scottature e dalla perdita delle

sopraciglia, dei capelli e della barba, che durò fatica a riconoscerlo.

Lamperth stesso che non aveva un cuore tenero come la giuncata, si sentì

tutto rimescolare a quella vista, e stendendogli la mano con atto di

pietà e d'interessamento che pareva, ed era certo, sincero, gli chiese:

Come state?

--Voi vedete in me, gli disse Rosen con aria di abbattimento profondo e

senza rispondere direttamente alla sua domanda, voi vedete in me un uomo

che è incontrastabilmente il più sventurato fra quanti abbiano patite

sventure d'ogni sorta nel mondo. E ciò non di meno sento che questo

dolore non ha il potere di uccidermi; e ho non so quale presagio nel

cuore che mi dice che io devo vivere, vivere inesorabilmente a dispetto

della mia volontà, e de' miei progetti. Ah! domandare soltanto di

morire.... e non poter morire! È una cosa orribile!--Che volete? sono

travagliato da un'idea fissa, da un dubbio, da un sospetto che mi

atterisce. Sarei io mai dotato di una natura immortale? È un pensiero

che mi fa rabbrividire, e non di meno non lo posso scacciare dalla mia

mente. È un pensiero che se io fossi suscettibile di morire, basterebbe

solo ad uccidermi.

--Sentite, riprese Rosen dopo qualche intervallo di silenzio, se io

potessi morire di veleno, dopo il fatto di ieri, dopo che si conosce a

Montdidier la mia qualità di barone, credete che potrei destare sospetto

di suicidio?

--Non lo credo, disse Lamperth, ma dovete pensare che ne cadrebbe il

sospetto sopra persone innocenti. Le cronache giudiziarie registrano a

questo proposito dei fatti terribili, e i primi tentativi che avete

fatto per morire vi hanno già creata una responsabilità abbastanza

grave.

Racconti umoristici: In cerca di morte; Re per ventiquattrore · 第 2 / 8 段