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I. U. TARCHETTI
RACCONTI UMORISTICI
IN CERCA DI MORTE
RE PER VENTIQUATTRORE
MILANO
E. TREVES E C. EDITORI
1869
AI LETTORI
L'autore di questi due racconti fu uomo che ebbe lagrime e dolori molti;
gioje pochissime; rari sorrisi e fugaci. Nondimeno talvolta fu
piacevole, e in queste pagine si è ingegnato di farvi ridere.
Vi è egli riuscito? Forse non ha fatto che ripetere in altra cadenza,
con altro ritmo quell'inno di dolore che proruppe così spontaneo e così
gagliardo dal suo petto. Forse la sua maschera è sdruscita e sotto il
riso del gioviale s'indovina il gemito d'uno che soffre.
Usategli venia, e siategli grati dell'intenzione. Pensate che egli dorme
alcune braccia sotterra, e che non raggiunse il ventinovesimo anno.
Questi due racconti, dei primissimi che segnarono la sua carriera
letteraria non hanno i pregi d'altri lavori che nacquero più tardi. Sono
ad ogni modo dilettevoli. La forma è facile e spontanea; la tela
bizzarra ed immaginosa.
La lettura d'essi non farà male a nessuno; potrà far bene a coloro che
vogliano conoscere come gl'ingegni sventurati sappiano ridere.
S. F.
Milano, Luglio 1869.
IN CERCA DI MORTE
Pochi anni or sono, in un vecchio palazzo della via Recourse a Londra,
conosciuto sotto il nome di _Game of chance house_ (casa dei giuochi di
rischio), convenivano ogni sera tutti i giovani eleganti del quartiere
così detto di _Reckless-men_, per azzardarvi qualche migliaio di
sterline al whist o al tarocco, ma più specialmente al _diamonds-game_
(giuoco dei quadri).
I _fashionables_, i zerbini di quel quartiere, dopo aver cavalcato lungo
i viali di Regent's park, o tirato di sciabola nelle sale di Mr. Wooden,
il celebre schermitore, o gareggiato nelle corse dei _boats_ sul Tamigi,
provavano spesso degli assalti di _spleen_ tormentosi, degli orribili
istanti di noja; di quella noia fredda, piena, profonda, mortale, che
non può essere provata che dagli inglesi, e che ha tanta analogia col
loro cielo, colle loro pioggie, e colle loro nebbie perenni. Era
naturale che essi sentissero quindi il bisogno di scosse più vive, di
emozioni più eccitanti, e che non potendo procurarsele altrimenti,
venissero a chiederle al giuoco. Il carattere degli inglesi è freddo e
pacato, ma nel fondo del loro cuore vi è sempre qualche cosa di
palpitante e di vivo; essi lo sentono e subiscono spesso, loro malgrado,
il predominio della loro natura lenta e inflessibile: le maggiori
eccentricità inglesi non segnano sovente che il limite estremo dei
maggiori sforzi che essi hanno fatto per dominarla e per vincerla. E se
è vero che l'affetto del danaro costituisce una delle loro passioni più
tenaci, il giuoco che uno dei mezzi più solleciti per moltiplicarlo o
per perderlo, deve offrir loro naturalmente una fonte di emozioni
energiche e grandissime.
Ecco perchè i giovani del quartiere di _Reckless-men_ si raccoglievano
volentieri nelle sale di _Game of chance house_, nelle lunghe sere
d'inverno--per scuotere la loro anima paralizzata dall'atonia, per
ritemprare in qualche modo la loro sensitività coll'attrito dei dadi del
_whist_, o col giuoco pericoloso dei quadri.
Abbiamo detto i giovani, chè nei vecchi inglesi la mania delle emozioni
è trascorsa, il periodo delle eccentricità è superato: un inglese a
quarant'anni è la personificazione del positivismo, è l'incarnazione
vivente del calcolo: i giovani soltanto possono azzardare sull'asse o
sul fante d'una carta una eredità vistosa, una fortuna accumulata in
lunghi anni di speculazioni e di lavoro.
E quante fortune non furono perdute o menomate in tal guisa! quanti di
quei giovani eleganti che alla sera entrarono nella sala del palazzo in
Recourse-street, ricchi d'una bagattella di centomila sterline, ne
uscirono più poveri dell'ultimo operaio di Londra, e s'imbarcarono
all'indomani sul postale delle Indie con un posto pagato di terza classe
per tentare di ricostruirvi la loro fortuna perduta! Si osserva appunto
ciò di singolare nei giuocatori inglesi, che non arrischiano come noi
una piccola somma, una porzione meschina della loro proprietà, ma
mettono anche nel giuoco dell'ardimento e del senno.--Ecco una carta
sulla quale si sono posti centomila franchi--una, due, tre; una, due,
tre; il sette di fiori e la dama di cuori, l'asse di quadri, e il re
delle picche--perduto; si raddoppia la posta--perduto; la si triplica
ancora--perduto: sta bene! All'indomani si va a Hang-king o a Calcutta;
vi si va fiduciosi, imperturbati, tranquilli; vi si negozia nella gomma,
nei datteri, o nei chiodi di garofano; s'impianta una manifattura di
conterie, si perfeziona un tessuto, s'inventa una macchina, si acquista
a metà prezzo un carico di coloniali, e la fortuna è rifatta. Allora si
rimpatria e si dice: io sono quell'inglese che, otto anni or sono, ha
sciupata la sua proprietà al giuoco dei quadri; oggi ritorno col mio
capitale raddoppiato, e con un forte credito all'estero; i miei rapporti
commerciali mi assicurano in pochi anni l'accumulazione di un capitale
importante.
A questo punto della sua vita, l'inglese non giuoca più, non va in cerca
di nuove emozioni; rientra nella famiglia e nell'ordine, frequenta la
borsa, si fa eleggere membro di qualche associazione democratica, e
trasmette a' suoi eredi legittimi un patrimonio di un mezzo milione di
ghinee.
Paese singolare, dove tutto è grande e straordinario; dove anche nel
vizio si rinvengono le traccie di virtù non comuni, dove è riverito il
genio e santificato il lavoro; dove in ogni uomo vi ha parità di
diritti, parità di doveri e consonanza di aspirazioni. Più volte
considerando i caratteri de' miei connazionali, studiando le loro
qualità e le loro tendenze, al confronto del tedesco grave e
malinconico, dell'inglese dotto e laborioso, del francese facile e
colto, ho dovuto arrossire della generale frivolezza degli italiani....
Oh perchè non sono nato sotto quel cielo severo e melanconico
dell'Inghilterra, dove gli uomini crescono liberi, nobili e dignitosi!
*
* *
Non sono molti anni che in _Game of chance house_ fu perduta al giuoco
una delle più ricche fortune d'Inghilterra.--Era una sera triste e
piovosa, le strade di Londra erano deserte, i teatri chiusi, i _clubs_
poco frequentati; e il giovine barone di Rosen, non sapendo come
schermirsi dal tempo e dalla noia, era rientrato, suo malgrado, in
quella casa dove aveva già dissipate somme considerevoli, e dove aveva
risolto pochi giorni innanzi di non porre più piede. Ma i proponimenti
dei giuocatori sono labili come quelli degli amanti: tra il giuoco e
l'amore corrono dei rapporti ben definiti; l'amore non è che un giuoco,
il giuoco non è che amore di danaro--amore e danaro costituiscono le due
passioni più ardenti dell'anima umana, e partecipano entrambi nella
stessa misura, di tutte quelle debolezze che sono proprie della nostra
natura.
Il barone di Rosen era dunque ritornato in una di quelle sale e s'era
seduto ad un tavolo già occupato da buon numero di avventori. In quella
stanza regnava un silenzio assoluto, non interrotto che dal rotolarsi
alternato dei dadi o dallo sfogliarsi delle carte, o dal crepitio della
fiamma del caminetto; i sigari e le pipe esalavano nubi di fumo, tra le
quali apparivano confusamente le fisionomie calme e impassibili dei
giuocatori.
L'arrivo di Rosen non fu avvertito che dal lieve scricchiolio d'un'altra
sedia che venne a posarsi da un lato del tavolo; i vicini alzarono gli
occhi, salutarono accennando del capo, e continuarono il loro giuoco. Si
sarebbe detto tuttavia che essi attendessero qualche grosso guadagno da
quel nuovo arrivato, poichè lo sbirciavano di traverso colla coda
dell'occhio, e parevano aspettare che egli chiedesse le sue carte per
l'intera somma che era collocata sul tappeto d'innanzi al direttore del
banco. La doveva essere infatti una triste sera per Rosen. La posta era
d'un migliaio di sterline: egli trasse di tasca un portafogli, ne tolse
alcuni biglietti, e deponendoli sul tavolo, e indicandoli col dito,
chiese:--carte!
Il banchiere ne diede tre a lui, e tre a sè stesso.
Rosen le esaminò spiegandole con una sola mano, che l'altra teneva
costantemente nella saccoccia, e poichè l'avversario ebbe rovesciate le
sue, disse:--perduto; e collocando nuovi biglietti sul vassoio,
aggiunse:--raddoppio.
Gli furono date nuove carte, ma la fortuna tornò ad essergli
sfavorevole. Il barone vuotò le sue saccoccie sul tavolo, e ripetè collo
stesso suono di voce:--raddoppio.
Gli spettatori si radunarono in circolo; il giuoco incominciava ad
assumere qualche interesse, e a scuotere in qualche modo quella loro
natura impassibile. La fisionomia del banchiere appariva, benchè
s'adoprasse a nasconderlo, visibilmente alterata: il barone di Rosen
aveva rimessa una mano nella saccoccia, e coll'altra spremeva la punta
del suo sigaro, cui non era ancora riuscito a dar aria.
Talora l'impassibilità nel giuoco può condurre a grandi risultati, ma
talora anche non giova--la fortuna ha le sue predilezioni, e non le
smentisce sì spesso,--in quella sera Rosen era predestinato--perdette
ancora.
Successe un momento d'indugio; fu verificata la somma, erano trecento
mila franchi. Il vincitore guardò il barone con uno sguardo che voleva
dire: si continua? Questi accennando col dito al portafogli che vedevasi
vuoto sul tappeto, guardò dal canto suo il banchiere, in atto di
chiedere: si fa credito?
Allora quegli avendo accennato del capo in segno di acconsentimento, il
barone di Rosen levò la mano dalla saccoccia, sfogliò il sigaro colle
dita, e gettandolo a terra, e appressando la propria sedia al tavolo,
disse: vada tutta la posta.
Furono gettate ancora le carte: erano pari, nulla di fatto. Rosen si
drizzò di tutta la persona, e come animato da una inspirazione
infallibile, disse: vada due volte la posta.
Furono ridate le tre carte; il banchiere aveva un sette e due fanti,
l'altro una dama e due assi--Rosen aveva perduto.
Egli ricadde sulla sedia, stette un istante pensieroso, poi riaccendendo
un sigaro, disse: vediamo se la fortuna avrà migliore costanza di me;
giuoco la mia proprietà di Littleford contro la somma che è depositata
sul banco.
A questo punto il suo avversario parve esitare, alcuni amici gli si
appressarono e dissero: Rosen, moderatevi; ma la buona stella di Rosen
era tramontata: anche questo colpo doveva essergli sfavorevole--la sua
proprietà di Littleford fu perduta.
Successe una viva emozione negli astanti. Il banchiere assumendo
quell'aspetto mortificato e increscevole che è proprio dei vincitori di
giuoco, disse con parole interrotte e esitanti: vedo che la fortuna
delle carte vi è contraria, nè io vorrei approfittarne di troppo... se
voi desiderate desistere, o mutar giuoco.... tentare i dadi, o il
tarocco, o....--La mosca, interruppe Rosen.
--La mosca, disse l'altro in suono di adesione. E raccogliendo le somme
deposte sul tavolo, e rialzandosi, entrarono in un'altra camera.
Il barone e il suo avversario si sedettero, e chiesero due tazze di
birra doppia, che furono loro portate assieme con un vaso ripieno di
tavolette di avorio.
Quanto per ciascuna? chiese il rivale di Rosen.
Mille sterline l'una! rispose l'altro. E poichè se l'ebbero divise in
parti uguali, versarono d'innanzi a sè una goccia di birra di pari
grandezza, appoggiarono i gomiti sul tavolo, la testa tra le mani, e
dissero al cameriere: siamo a tempo.
Il cameriere avendo allora fatto osservare che le goccie erano d'uguale
dimensione, e la luce favorevole in un modo ad entrambi; e avvertiti i
giuocatori di non alterare il respiro, e gli astanti di astenersi da
qualunque movimento, pena il pagamento della posta, mosse un cordone che
pendeva lungo la parete, e fece agitare una ventola, al cui movimento le
mosche che coprivano a nubi il soffitto se ne distaccarono, e vennero a
posarsi in parte sul tavolo--le altre continuarono a volare per la
stanza ronzando.
Allora un'ansietà profonda si dipinse sopra ogni volto, gli occhi di
tutti seguivano con impazienza le varie direzioni delle mosche. Tre di
esse avevano già incominciato ad aleggiare intorno alla goccia di Rosen,
e parevano volervisi arrestare, quando, mutando divisamento, passarono
dal lato opposto, e si posarono su quella del suo avversario.
Era una fatalità disperante: il barone diede al vincitore tre tavolette
di avorio. Il cameriere, dopo aver agitata una frasca di felce sulla
tavola, disse: si ricomincia; e scosse di nuovo la ventola.
Una mosca discese allora direttamente dal soffitto e venne a posarsi
sulla goccia sciagurata di Rosen, ma sette altre si posarono ad un tempo
su quella del suo rivale.
Rosen gli passò nuovamente sei marche.
Decisamente egli era destinato a non vincere. Giuocò quanto era lunga la
notte, ma sempre colla stessa fortuna. Verso il mattino tutte le
tavolette erano passate al suo avversario; egli aveva perduto la sua
bella proprietà di Littleford, e due milioni e mezzo di lire...
La sua fortuna era rovinata.
*
* *
Partito da _Game of chance house_ per avviarsi a casa, Rosen passò sul
ponte del Tamigi, e si fermò e si appoggiò un istante al parapetto. Egli
guardò il sole che sorgeva circonfuso di nebbia, le barche che
scivolavano lungo le rive, i tetti delle case coperte di schiste color
di piombo, la natura che pareva mesta e malata; e pensò che la vita era
triste, e che le onde del fiume erano profonde.
Una voce segreta gli diceva all'orecchio: «Rosen, tu sei perduto;
esamina bene la tua posizione; aggiungi le gravi perdite d'oggi a quelle
dei giorni antecedenti, e vedrai che non ti rimane più un quinto della
tua fortuna; quelle mosche ti hanno rovinato: che farai tu qui, in un
paese dove la povertà è disprezzata? tu, inabile ad ogni lavoro di
braccio o di mente; tu barone, onorato, invidiato finora, guardato con
invidia da tutte le belle fanciulle di Redstreet? Vedi, il mondo è così
fatto; viene una cattiva ora per tutti, e anche la tua è venuta. Bisogna
rimediarvi alla meglio: un giovine che non appartenesse alla illustre
famiglia dei Rosen, si darebbe alla mercatura e al lavoro, ma tu non lo
puoi fare, tu: non vi ha rimedio per te... Guarda come scorre bene il
Tamigi, che profondità hanno queste onde, che silenzio vi è lì sotto,
che pace! E che credi? Da questo parapetto all'acqua non corrono più di
trenta piedi inglesi... è una cosa da nulla, tanto come vuotare un
bicchiere di _grog_: risolviti, Rosen, coraggio, Rosen, buttati giù dal
ponte.»
E Rosen stava per buttarsi, quando gli sovvenne che aveva una moglie, la
quale non aveva che ventidue anni, e di cui aveva avvizzita la fede e la
gioventù colla sua cattiva condotta, e dissipata in parte la grossa
fortuna che gli aveva recato per dote.
Sua moglie apparteneva ad una famiglia patrizia di Dublino, e aveva
sposato Rosen per amore. Si erano conosciuti tre anni prima in un
viaggio che il barone aveva fatto in Irlanda; la mente immaginosa della
fanciulla, esaltata dalla lettura dei romanzi di Scott, aveva creduto di
realizzare in lui quell'ideale d'uomo che aveva portato fino allora nel
cuore. Essa lo aveva creduto per quel solo motivo che fa credere alla
donna tutto ciò che le piace credere dell'uomo che ama--perchè Rosen era
bello. La bellezza a venti anni ha grandi attrattive.
Egli era infatti uno dei giovani più avvenenti di Londra. Aveva statura
alta e spigliata, lineamenti esatti, capelli lunghi e biondissimi, occhi
grandi ed azzurri, e vestiva colla negligenza ricercata dai
_fashionables_ inglesi--i soli che per coltura d'ingegno e per
robustezza di mente, emergano in qualche modo su quella classe corrotta
e viziosa della società che chiamasi il mondo elegante. Oltre a ciò
Rosen cavalcava come un paladino provetto; tirava di spada e di
sciabola, e non aveva chi gli togliesse l'onore di un assalto; colpiva
le rondini al volo, traversava a nuoto il Tamigi; e possedeva per giunta
una virtù che non è comune agli inglesi--cantava con dolcezza e toccava
l'arpa con gusto e con sentimento di artista.
Tutte queste doti avevano fatto credere a Emilia Strafford che suo
marito avrebbe avuto anche un cuore; nè ella si era ingannata, che Rosen
ne aveva uno, e non lo aveva cattivo; ma quelle tristi abitudini della
sua vita, quello spensierirsi continuo, quel disgusto di tutto, quel
bisogno che egli sentiva di emozioni sempre rinnovate, lo avevano reso
se non ignorante, almeno trascurante de' suoi doveri più sacri, lo
avevano fatto estraneo alle gioie caste e tranquille della famiglia.
Vi sono molti uomini, dei quali si dice: hanno cuore; e nondimeno li
vediamo vivere sempre lontani dagli esseri che loro appartengono,
compiangerli, ma non sorreggerli di consiglio o di sacrificio, spesso
dissiparne la fortuna, e far pompa di un egoismo crudele. Sono capaci di
uno slancio di virtù, non di una virtù continuata.
Questi uomini costituiscono una delle classi più numerose della società,
e sono coloro di cui le donne esaltate rimangono spesso le vittime.
Meglio i giovani freddi e calcolatori, dei quali si dice con
disprezzo:--non hanno cuore!
Emilia Strafford, benchè avesse indole dolce ed ingenua, non tardò ad
avvedersi del cattivo temperamento di Rosen, e del suo carattere
turbolento e inquieto. Ella non lo amava meno per ciò, chè per una
strana contraddizione del cuore umano e pel bisogno che esso ha di
contrasti, di lotte, e assai spesso anche di dolore, tali uomini
piacciono di preferenza alle donne; ma lo amava senza gioie, senza
speranze, subiva la sua stessa affettività come una forza che era fuori
di lei, e alla quale non avrebbe mai potuto sottrarsi.
Non era così che essa avrebbe voluto essere amata da suo marito.
Rosen passava spesso giorni e notti intere senza vederla; imprendeva
piccoli viaggi, talora concertati in una riunione di amici, e partiva
con essi sul fatto senza avvertirne sua moglie. Due volte le era stato
riportato carico di ferite ricevute in duello, un'altra volta era caduto
rovesciato col cavallo nel salto di una barriera, e ne aveva avuto un
braccio spezzato. Nelle ore della sua assenza Emilia viveva in
un'inquietudine mortale, e non di meno quelle sventure erano state
l'unico pretesto che l'avessero avvicinata a lui in un modo affettuoso e
durevole. Perchè nello stato di malattia Rosen era buono, egli
comprendeva le tacite sofferenze di sua moglie, quell'interessamento
caldo e pietoso, quell'affezione salda e delicata: e spesso in momenti
di sincera effusione, le aveva detto:--perdonami, Emilia, d'ora innanzi
sarò migliore.
Ma col rifiorire della salute tutti i suoi proponimenti erano svaniti; a
poco a poco egli aveva sentito disgusto di tutto, il bisogno di nuove
emozioni lo aveva tratto al giuoco; aveva perduto, aveva sminuito
sensibilmente il suo censo e introdotte delle dure economie nella sua
casa: quelle modificazioni avevano allontanata sua moglie da
quell'elegante società di cui era stata una delle bellezze più
splendide, l'avevano costretta ad un isolamento penoso, a un sistema di
vita più modesto e più oscuro.--Rosen aveva veduto tutte quelle
privazioni, aveva sentite le proprie, e n'era diventato melanconico e
triste; aveva tentato di dimenticarle, aveva trascurata la casa; i suoi
domestici portavano le loro livree sdruscite, i suoi cavalli languivano
da qualche tempo nelle scuderie, i suoi cani impigrivano presso il
focolare, egli stesso fuggiva i suoi amici, i clubs, i teatri, ogni
mezzo di divagazione--non viveva più che della passione fatale del
giuoco.
Ed ora che aveva fatto? Aveva perduta quella grande proprietà di
Littleford che apparteneva a sua moglie, e che ne costituiva unicamente
la dote; aveva perduto quasi tutto il resto della sua fortuna. Come vi
avrebbe rimediato!
Ecco ciò che passava per la mente di Rosen, mentre si appoggiava contro
il parapetto del ponte, e pensava se avrebbe potuto ancora accettare la
vita al prezzo di quelle sventure. La memoria di Emilia gli si
affacciava con un'insistenza tormentosa, con una esattezza e con una
verità di dettagli straziante. Egli la vedeva afflitta, scoraggiata,
piangente; giovine ancora e già tanto avvizzita dal dolore; ancor bella
e costretta a sfuggire la società, a celarsi nell'isolamento, e a
lamentare nella povertà e nell'abbandono le pene di una vedovanza
precoce.
--No, diss'egli scuotendosi, avvenga ciò che può avvenire, non mi
ucciderò; fossi io solo, e fossero queste onde più alte di quelle di
Foreland, andrei a cercarne il fondo col capo, ma così, con mia moglie,
ah! no, non diventerò l'assassino di mia moglie... andiamo a casa
andiamo a letto, dormiamoci sopra, vedremo ciò che si potrà fare
domani.
E quella voce che lo aveva ammonito poc'anzi riprese: «Hai ragione,
Rosen, da bravo, metti giudizio, va a casa, cacciati sotto le coltri; il
sonno è fertile di buoni pensieri, rimedierai a tutto; e, se non fosse
possibile, il Tamigi non vorrà andarsene via per questo; sarai sempre a
tempo a buttarviti dentro.»
Rosen si rivolse e s'incamminò verso casa. Strada facendo, uno di quei
fanciulli che vanno per le vie di Londra distribuendo gli avvisi che noi
usiamo affiggere, gli pose tra le mani un fascicoletto color di rosa. Il
barone lo prese ne lesse il frontespizio senza intenderne una parola, e
lo pose macchinalmente in saccoccia.
Giunto nella sua stanza ne chiuse le imposte, si spogliò in fretta,
buttò gli abiti qua e là sullo spazzo, entrò con mal garbo nel letto, si
disse da sè buona notte; e tirandosi le coltri fin oltre alle orecchie,
decise di non pensare a nulla fino al domani, e tentò di addormentarsi.
*
* *
Ma non poteva prender sonno. Era inutile: si volgeva su un fianco e
sull'altro, e le lenzuola gli parevano piene di spine; chiudeva gli
occhi, e si vedeva dinanzi la tavola da giuoco e quel fascio di
biglietti perduti, e quella faccia fosca e impassibile del suo vincitore
che lo guardava di sbieco; e sentiva ancora nelle orecchie il ronzio di
quelle mosche che per qualche inesplicabile attrazione avevano preferito
andarsi a posare sulla goccia del suo rivale. Stette così sognando ad
occhi aperti due ore, poi si alzò e prese a rivestirsi senza saper bene
ciò che si facesse o ciò che doveva disporsi a fare; passò le mani nelle
saccoccie, e avendovi trovato quel fascicoletto di carta che aveva
ricevuto da quel fanciullo sul ponte lo aperse e lesse: _Regolamento
della Società d'assicurazioni sulla vita.--Norme per assicurarsi_, ecc.
Alzò le spalle indispettito, sfogliò alcune pagine, e continuò a
leggere:
«Art. 24. _Si può assicurare allo stesso modo la vita di qualunque
persona, e costituirle una rendita vitalizia adeguata alla maggiore o
minor somma della rata annuale che si intende versare per la persona
assicurata, a tenore dell'annesso prospetto._
«Art. 25. _Anche il pagamento di una sola rata dà diritto all'intera
rendita convenuta, ove la morte dell'individuo che ha operata
l'assicurazione avvenga in via naturale, e non per volontà della persona
stessa._
Parve a Rosen di fraintendere, non gli pareva vero--rilesse: _Si può
assicurare la vita di qualunque persona e costituirle una rendita
vitalizia_ ecc., e poi: _anche il pagamento di una sola rata dà diritto
all'intera rendita_, ma ben inteso, _ove la morte dell'individuo, ecc.,
avvenga in via naturale_.
Rosen comprese, previde, indovinò tutto, decise, un nuovo orizzonte si
aperse a' suoi occhi. Non v'era dubbio, egli poteva ancora rimediare al
suo fallo, salvare sua moglie da una rovina imminente, sdebitarsi con
lei di tutti i dolori e di tutte le privazioni a cui l'aveva condannata
la sua condotta. Finì di vestirsi con una specie di frenesia, frugò nei
suoi scrigni, e vi raggranellò un migliajo di sterline; prese con sè
quell'avviso, uscì e corse difilato all'ufficio della Società
d'assicurazioni.
--Vengo, diss'egli presentandosi al direttore della Società, ad
assicurare la vita della baronessa Emilia Rosen-Strafford, mia moglie,
nativa di Dublino, senza figli e dell'età di ventidue anni.
--Sta bene, rispose il direttore, ma è d'uopo prima di addivenire a
qualunque trattativa che il signor barone si assoggetti ad una visita
medica. E indicandogli una porta a destra sulla quale era scritto:
_Certificati sanitarii_, gli accennò d'entrarvi.
Rosen ne uscì pochi istanti dopo tenendo tra le mani un documento che
presentò al direttore, il quale lesse ad alta voce: «Dichiariamo che il
barone Alfredo di Rosen, nativo di Londra, e dell'età di anni ventinove,
presenta tutti i requisiti di una costituzione sanissima; ha
temperamento sanguigno un notevole sviluppo muscolare, membra esatte e
ben conformate; ha subíta vaccinazione, e promette di giungere ad età
molto avanzata. Interrogato da noi, ha dichiarato tenere sistema di vita
regolarissima, ciò che apparisce dal suo stato di salute attuale, e
viene a confermare, per quanto lo permettono i limiti ristretti della
scienza, la sopra fatta asserzione.»
Il direttore si mostrò soddisfatto di questa lettura, e disse
rivolgendosi al barone:
--La maggior rendita vitalizia che la nostra Società si assume di
assicurare è di trenta mila sterline all'anno, per la quale, tenuto
conto della di lei età e costituzione, non che di quella della signora
sua moglie, occorre che ella si obblighi al pagamento di rate annuali
anticipate di cinquecento e settantadue sterline e due scellini e mezzo,
come può scorgere dal disposto degli articoli 32, 42 e 44 del nostro
Regolamento.
Rosen non avrebbe mai osato sperare condizioni sì miti e sì favorevoli;
convenne su tutto, stipulò definitivamente il contratto, versò la prima
rata, ne ricevette la quietanza, e si accomiatò dal direttore che gli
diceva:
--Crediamo superfluo raccomandare al signor barone di Rosen la
scrupolosa osservanza dell'articolo 54, il quale prescrive la maggior
cura possibile della salute delle persone assicurate, e proibisce di
esporre una vita così preziosa alla Società, se non per qualche dovere
di umanità universalmente riconosciuto, o per qualche legge di onore.
Giunto a casa, Rosen si presentò a sua moglie con un sorriso che era
inusitato, e abbracciandola con tenerezza le disse:
--Mia cara Emilia, sono succedute nella nostra economia domestica le
complicazioni più strane e più impensate. Ho perduto stanotte al giuoco
della mosca e dei quadri il tuo parco e il tuo castello di Littleford,
non che gran parte delle mie terre di Kingston, ma per altro lato, ho
trovato modo di assicurarti una rendita annuale vitalizia di trenta mila
sterline, decorribili da quest'anno medesimo; ed io mi sono impegnato a
fare un viaggio in Italia dal quale ritrarrò difinitivamente la mia
prosperità e la mia pace. Ti prego di osservare il silenzio più assoluto
su questa confidenza e su questo progetto, e concedermi che io ometta di
dartene i dettagli. Riceverai fra pochi giorni il contratto formale che
ti assicura la rendita di cui ti ho parlato, e la mia prima lettera da
Dover dove prenderò imbarco per Calais. Abbracciami, mia cara moglie; io
ho molti torti verso di te, ma spero di ripararli; abbracciami con
tenerezza; io partirò in questa sera medesima, e benchè un viaggio come
questo che sto per intraprendere, non offra nulla di pericoloso e di
strano, l'Italia è una terra di furfanti, piena di donne infedeli e di
uomini di cattiva fede, e non si sa quel che possa accaderci,
visitandola.
Così dicendo, Rosen, commosso suo malgrado, si strappò dalle braccia di
sua moglie, e rinchiusosi nella sua camera, scrisse al suo amico Edoardo
Barth la lettera seguente;
«Mio caro amico,
«Ti do con questa lettera il mio ultimo addio. Mi sono rovinato al
giuoco, e non mi resterebbe che uccidermi, se l'art. 54 del
Regolamento sulla Assicurazione della vita non m'imponesse di
morire di morte naturale. Io parto stassera per l'Italia. Ti
raccomando mia moglie, la buona Emilia Strafford, di cui ho
consumata la dote, e alla quale sto per assicurare col sacrificio
della mia esistenza una rendita vitalizia di trenta mila sterline.
Il regolamento che ti acchiudo ti spiegherà tutto; io vado a farmi
uccidere, non so ancora da chi, nè in che modo; ma immagino che
non mi riuscirà difficile poter morire in guisa da eludere le
importune disposizioni di quell'articolo.
Credo che mia moglie abbia qualche simpatia per te; quando io sarò
morto obbligherai la mia anima sposandola, e facendole conoscere
come io mi sono ucciso per rimediare allo stato in cui l'avevano
posta le mie dissipazioni, e disobbligarmi della perdita della sua
proprietà di Littleford che ho giocato stanotte _alle mosche_.
_Il tuo amico._
«ALFREDO DI ROSEN.»
*
* *
In quella sera medesima Rosen prese un biglietto di prima classe per
Dover, e rannicchiatosi nell'angolo della vettura, si tirò il bavero
del soprabito fin sulle guance, si calò il cappello sugli occhi,
rintascò ben bene le mani, si lasciò cadere il capo sul petto come una
testa di fantoccio snodata, e incominciò a pensare in che modo gli
sarebbe riuscito di morire, e se gli convenisse più l'indugiare fino al
suo arrivo in Italia, o approfittare subito delle prime occasioni che
gli si sarebbero offerte nel suo viaggio. Dopo molte esitazioni pensò di
attenersi a quest'ultimo partito.
Ma era presto detto--approfittare delle prime occasioni.--Queste
occasioni non sarebbero venute da sè, bisognava cercarle, prevederle,
procurarsele; e, ciò che era più, fare tutte queste cose in modo che non
vi apparisse ombra di premeditazione e di colpa. Rosen conobbe che non
era tanto facile. Bisognava tentare di essere provocati, e in ciò le vie
erano molte; bastava assumere un contegno aspro e insultante, e si
sarebbero trovati di quelli cui sale presto la senapa al naso; ma egli
non avrebbe voluto uccidere un uomo innocente, nè compromettere la sua
fama di schermitore; e oltre ciò l'art. 54 sembrava non giudicar validi
quei duelli che non fossero stati provocati da una questione di onore.
Rimaneva l'implicarsi in qualche pericolo, dare in un'imboscata di
ladri, trovarsi trascinato in una rivolta, gettarsi in un incendio o in
fiume con pretesto di volervi salvare una persona pericolante, l'essere
travolto nella rovina di qualche edificio, procurarsi un'affezione
contagiosa, una caduta, una ferita mortale... ma tutto ciò dipendeva in
gran parte della fortuna, e, diciamolo pure, Rosen non temeva per fermo
la morte--gran chè se ci aveva pensato due volte in quel giorno!--ma
egli abborriva il dolore, avrebbe voluto morire, sì, lo voleva
fermamente, ma avrebbe voluto morire ad un tratto e senza soffrire.
La morte non è cosa sì arrendevole come la si crede, e la vita è più
tenace e più salda di quanto non sia universalmente giudicata.
Mostratemi una cosa che sembri avvicinarsi alla morte più del dolore, e
tuttavia mostratemi un dolore del quale si possa morire. Si dice spesso:
«io morrò di questo affetto, io morrò di questa sventura, io morrò di
questa o di quell'altra cosa», e non si muore mai di quelle cause che
credevamo doverci condurre alla morte. Sembra che tutta la natura sia
animata da una forza di contrasti, da una legge, da uno spirito di
contraddizione immutabile. Gettate gli sguardi sul vostro passato, e
vedrete che la vostra vita, le vostre opere, i vostri affetti non sono
stati che una serie di contraddizioni continue. Volete vivere? morrete.
Desiderate la morte? avrete una vita lunga e affannosa. Che cosa è
questa infelicità di cui gli uomini si lamentano? A che allude questa
eterna elegia di dolore che l'umanità innalza da secoli al cielo, se non
a questa formidabile potenza di contraddizioni che ci governa? La
contraddizione è l'urto, è il moto, è la lotta, è il risultato di due
forze misteriose nella cui azione è forse riposto il segreto della vita
universale. Certo se dalla conoscenza dei nostri destini noi possiamo
attingere alcune idee di quelli che governano gli altri mondi e le altre
creature, e avventarci con esse nell'ignoto, possiamo asserire che
l'universo non è che un'enorme contraddizione.
Mentre Rosen volgeva nell'animo questi pensieri, allungò macchinalmente
una gamba, e pose il piede, senza volerlo, su quello d'un viaggiatore
che gli sedeva di fronte. Egli se ne avvide, ma, pensando che ciò
avrebbe potuto dar luogo a qualche diverbio favorevole a' suoi progetti,
non lo ritrasse, e volse al suo vicino uno sguardo pieno di rancore che
voleva dire: E osereste lamentarvi?
Il vicino tirò indietro il suo piede, e guardando il barone di Rosen con
espressione di dolcezza e di deferenza:
--Perdonate, gli disse, se aveva posto inavvertentemente il mio piede
sotto il vostro.
--Non siete voi, rispose Rosen risentito, che abbiate posto il vostro
piede sotto il mio; sono io che ho posto il mio sopra il vostro. E
comprendendo quanto questo appiglio fosse puerile e ridicolo, chinò il
capo sul petto per nascondere il rossore che si sentiva salire alle
guancie.
--Gran Dio, riprese l'altro, e potrà egli accadere che due uomini
assennati abbiano a bisticciarsi per questo? Del resto, perdonate se
insisto, ma se voi avete asserito d'aver posto il vostro piede sul mio,
è segno che il mio si trovava evidentemente di sotto, e questo punto è
appianato. In quanto all'altro, il mio piede era lì da un pezzo, il
vostro ve lo avete posto ora allungandovi, ed è chiaro come la luna che
fu primo il mio a cagionare questo scontro e a porsi sotto del vostro.
Ma io vedo che voi siete preoccupato da qualche pensiero affliggente. È
un pezzo che vi sto osservando, e che mi sento nel cuore il più vivo
interessamento per voi. Che cosa avete? Posso io farvi questa domanda? E
sarei mai tanto fortunato da potervi giovare?
Così dicendo quell'ottimo signore prese una mano del suo vicino, la
strinse tra le sue e, togliendosi gli occhiali dal naso, lo guardò con
tale aria di affetto che Rosen si sentì subito rappattumato e disposto,
per quel sollievo che ci procura la confidenza d'un grande dolore, a
dividere il suo segreto con lui.
E poi quello sconosciuto aveva un aspetto sì dolce, sì leale e sì aperto
che avrebbe inspirato anche ad un uomo diffidentissimo la fiducia più
illimitata.
Egli pareva essere sui cinquant'anni, aveva favoriti lunghi e canuti,
gli zigomi sporgenti, e i pomelli d'un rosso vivo, gli occhi grigi e
scrutatori. Due solchi laterali incavati dagli occhiali sul naso
indicavano in lui una persona d'affari. Vestiva lindo, ma severo;
portava un'ampia cravatta bianca che gli fasciava due volte la gola, e
le cui due punte giungevano a stento a riunirsi in un piccolo nodo
davanti; aveva un panciotto verde a rigoni, un ampio soprabito col
bavaro di pelo--e faceva passare continuamente da una mano all'altra
una lunga canna di zucchero sormontata da un grosso pomo dorato.
--Sì, voi potreste certamente giovarmi, gli disse Rosen, rispondendo
alla sua offerta.
--E in che modo?
Rosen si chinò presso di lui, e gli disse all'orecchio una sola parola
che lo fece trasalire.
--Cielo! esclamò l'altro, e lo dite voi seriamente? E per quali
motivi?...
--Ascoltate, riprese il barone, e tornò a parlargli all'orecchio.
Il colloquio fu lungo e animato; quello sconosciuto si mostrava afflitto
e sorpreso di ciò che intendeva da lui, e spesso gli avea detto alcune
parole che sembravano accennare a una disapprovazione o ad un consiglio.
Ma alla fine incominciò a dimostrarsi quasi convinto e soprafatto dalla
logica stringente di Rosen che continuava a parlargli all'orecchio con
calore; e discostandosene un poco, come fosse stata esaurita quella
parte della sua confidenza che importava segretezza e silenzio, gli
chiese ad alta voce:
--Ed ella lo ignora?
--Lo ignora.
--Ma converrà che lo sappia.
--Ne ho incaricato un amico.
--Bene, mi sarei assunto io stesso questo mandato, ma se a voi non è
discaro, vi seguirò, e potrò parlarle del modo con cui avrete compiuto
il vostro progetto.
--È ciò che io desidero. Vi incaricherò d'una lettera per lei e
dell'esatto racconto del mio fine.
--Ve ne ringrazio. Ove andate?
--Non ho direzione fissa... pensava di andare in Italia, ma quasi... E
voi?
--Io pure non ho un piano premeditato, viaggeremo di concerto.
--Come vi chiamate?
--Benvenuto Lamperth.
--Siete un uomo che mi va a genio.
--Ve ne sono obbligato, e mi duole che vi abbia a perdere sì presto. Ma
dove contate di sostare stassera?
--A Dover.
--Ecco appunto la stazione di Dover, disse Lamperth ascoltando il
fischio della locomotiva; e avvicinandosigli, aggiunse a bassa voce: È
un paese di litigiosi questo Dover, vi troverete a far qualche cosa di
buono.
Così dicendo il convoglio si era arrestato. Rosen ne discese col suo
compagno, si buttò con lui in una vettura, e si fece condurre al
_Chicken's hotel_ (Albergo del Galletto).
Giunti in camera, egli disse a Lamperth:
--Tant'è, il morire è lo stesso che farsi estrarre un dente; dal momento
che ci duole e che deve essere estratto è meglio che ciò avvenga presto
che tardi; e giacchè voi mi dite che questo è un paese di accattabrighe,
io conto di tentare in questa sera medesima qualche cosa di decisivo.
Rosen tirò il campanello, ordinò carta, penna e calamaio, e scrisse la
lettera seguente:
Mia cara Emilia,
Il signor Benvenuto Lamperth ti consegnerà questa lettera che ti
scrivo da Dover. Il mio amico Edoardo ti avrà fatto conoscere le
condizioni di quel progetto, mediante il quale ho potuto sottrarti
alle terribili esigenze del nostro dissesto economico. Lamperth ti
completerà queste notizie ragguagliandoti distesamente sulla mia
morte. Spero che questo mio sacrificio ti farà perdonare tutte le
crudeli ingiustizie di tuo marito.
ALFREDO DI ROSEN
E piegata la lettera in quattro la porse al suo compagno dicendogli:--Mi
sento appetito, scendiamo; odo laggiù delle voci di bevitori, e ho in
animo di cimentarne qualcuno e di mettermi tosto alla prova.
E discesero nella sala da pranzo.
*
* *
Era una sala elegante e spaziosa, illuminata da alcuni vecchi lampadarii
guarniti di ciondoli di rame e di prismi di cristallo, e decorata di
alcune marine di Viardot mezzo scolorite dal tempo. Intorno alle pareti
erano disposte delle lunghe tavole di quercia coperte di tappeti a dadi
oblunghi, di un colore alternato tra il rosso di mattone e
l'azzurro--quei vecchi tappeti di Germania così in uso fino a questi
ultimi anni, che si può dire non esservi stata famiglia che non ne abbia
avuto uno--e a ciascuna di quelle tavole sedeva buon numero di persone,
tra le quali alcuni crocchi di viaggiatori e di negozianti, e alcuni
ufficiali di marina addetti alle navi di trasporto pel tragitto dello
stretto.
Quando Rosen e Lamperth entrarono nella sala, tutti i posti erano
occupati, Rosen girò attorno lo sguardo, e mormorò tra sè
stesso:--Incominciamo bene, è un appiglio, li costringerò a restringersi
per cedermi un lato del loro tavolo: vo' vedere se avranno l'arditezza
di rifiutarsi.
E si approssimò ad uno di essi.
Alcuni marinai francesi che vi stavano seduti discutendo calorosamente
di certi loro viaggi, troncarono all'istante la loro conversazione,
portarono la mano ai loro berretti, si alzarono; e restringendosi alla
meglio, fecero cenno a Rosen e a Lamperth di sedersi.
--Maledetta questa compitezza parigina, disse Rosen fra sè stesso, che
mi toglie ogni pretesto per bisticciarmi onestamente con questi
paltonieri; ma.... e' sono francesi, li toccheremo nel loro orgoglio
nazionale.... già, in fatto di brighe c'è da ripromettersi molto da
questa sorta di gente.
Il barone e Lamperth sì sedettero, ed ordinarono la loro cena: i loro
vicini ripresero la loro conversazione interrotta.
--Vogliono del Bordeaux Laffitte, del Saint Julienne, dello Champagne, o
del vino legittimo di Boullon o di Abbeville?
--Vogliamo del vino inglese, disse Rosen vivacemente, nient'altro che
del vino inglese; già... in quanto a me abborro tutti i vini di Francia,
e aggiunse ad alta voce, tutte le cose che ci vengono dalla Francia.
Così dicendo, guardò involto a' suoi vicini, ma essi o non aveano udito,
o avevano fatto le mostre di non udire.
--Miserabili! bisbigliò Rosen all'orecchio di Lamperth, non sono pur
suscettibili d'un risentimento sì doveroso.
Poco dopo il cameriere avendo collocato dinanzi a loro alcuni piatti
dipinti, su cui erano rappresentati i principali episodii della vita di
Napoleone, Rosen ne prese uno e presentandolo al suo compagno, gli disse
in modo da essere udito:
--Che ve ne pare? Eccovi qui un uomo che in Inghilterra sarebbe divenuto
tutt'al più un tamburino, e che in Francia è stato creduto un gran
generale. Ma non importa, tutti sanno che a Waterloo le ha buscate dagli
inglesi.
Anche queste parole non ebbero l'effetto che egli si aspettava; uno solo
de' suoi vicini si volse e vedendo Rosen che lo guardava, e immaginando
forse che volesse prender parte alla loro conversazione gli chiese:
--Il signore ha viaggiato?
--Sì, rispose Rosen sono stato un'altra volta da Dover a Calais,
passando per l'arcipelago greco.
--Avete detto?
--Da Dover.
--A Calais?
--A Calais, precisamente, e attraversando l'arcipelago greco.
Tutti gli astanti diedero in uno scoppio di risa, e lo stesso Lamperth
fece mostra di chinarsi a raccogliere il tovagliolo cadutogli dalle
ginocchia, per nascondere il prurito che si sentiva di ridere, e non
guastare i progetti del suo compagno.
--Signori, disse Rosen gravemente, a meno che voi non abbiate navigato
sopra una conca di cartone in una vasca artificiale del vostro giardino,
o vestiate in questo momento l'uniforme della marina francese per fare
una comparsa da teatro, dovreste sapere che si può partire da Dover,
attraversare tutta la terra, non solamente l'arcipelago greco, e
giungere a Calais dopo aver compiuto il viaggio più semplice e più
naturale del mondo.
--Voi avete delle cognizioni geografiche molto profonde, disse uno dei
viaggiatori, ma io vi consiglierei a non manifestarle pubblicamente, se
v'importa che non si rida di voi, e a difenderle con meno calore se non
desiderate di trovare qualcuno che v'abbia ad accorciare le orecchie.
--Per il cielo, esclamò Rosen sollevandosi e battendo del pugno sul
tavolo, mentre si rallegrava internamente del buon esito del suo
tentativo e si sforzava di dissimularne la gioia, non sarete certamente
voi quello che saprà tagliarmi le orecchie, ed è ciò che potremo vedere
sull'istante, appena io sia giunto all'osso di questo _beefteack_, se
avete tanto ardimento nei fatti quanto avete arroganza nelle parole.
--Uscite, uscite, disse il francese cui erano salite le fiamme sul
viso...
E Rosen dando una strappata al suo _beefteack_ come per affrettarsi, si
curvò all'orecchio di Lamperth, e gli chiese:
--Vi pare che il pretesto sia valido? Già... si tratta di amore
nazionale... di una questione di scienza, che...
--Oh! senza dubbio, validissimo, interruppe Lamperth stringendosi nelle
spalle.
Rosen gettò allora il resto del suo _beefteack_ nel piatto, quasi in
atto di compiere un ultimo sacrificio, e riprese:
--Giacchè io sono lo sfidato e sta a me la scelta delle armi, scelgo la
spada, chè da noi non si amano le scalfitture della sciabola, e si sanno
fare gli occhielli a dovere... Questo gentiluomo, mio compagno di
viaggio, sarà mio padrino: ma ove ci batteremo?
--Vi è qui presso, lungo la spiaggia, un terrapieno che non potrebbe
essere più adattato a questo bisogno, andiamo.
--Vi seguo.
Rosen e i suoi compagni giunsero dopo pochi momenti sul luogo.
Inutile dire che Rosen aveva deciso di non difendersi che per quel
tanto che era necessario a nascondere il suo disegno, e a scoprirsi
appena il suo nemico avesse saputo drizzargli un colpo decisivo.
Furono recate le armi: i due avversari posero mano alla spada, e si
avventarono l'uno contro l'altro. Il francese si batteva con fuoco,
faceva delle _finte_ rapidissime, era uno spadaccino brillante.
Rosen lo respingeva con calma, e sorrideva seco stesso, benchè si
arrovellasse di non poter mostrare tutta la valentía in quel giuoco. La
lotta durò alcuni istanti. Rosen era sul punto di lasciarsi ferire,
quando s'avvide che il suo avversario si ostinava a tener alta la punta
per sfregiarlo nel viso. Questa circostanza fu causa che egli perdesse
tutta la sua freddezza, e si dimenticasse dello scopo di questo duello,
per non ricordarsi più che di colpire il suo nemico. Proseguirono con
accanimento; il francese aveva già sfiorata una spalla a Rosen, quando,
scoprendosi a un tratto nel ritirarsi, fu colpito nel petto e cadde.
Rosen si avvide allora del suo fallo, ma era troppo tardi. Lamperth gli
si avvicinò, e gli disse:--Che avete fatto? voi avete ucciso un uomo
innocente.
--Sì, disse Rosen, ma sarà l'ultimo; che volete? sono un insensato...
partiamo subito per la Francia: giuro al cielo che al primo scontro che
io potrò avere in quel paese, mi lascerò sparare come un coniglio.
E al domani s'imbarcarono per Calais, e presero la via di Parigi.
*
* *
Strada facendo, Rosen pensava con dolore al triste risultato di quella
sua prima avventura. Egli aveva ucciso un uomo in duello; ciò non era
poi letteralmente un omicidio, ma questo duello era stato provocato da
lui, non v'era discolpa, quel giovine era stato costretto a battersi, e
doveva a Rosen la sua morte.
Egli è uno strano e insensato apprezzamento questo che noi sogliamo fare
d'un omicidio secondo il modo e le cagioni per cui è avvenuto. Non ne
facciamo tanto una causa di umanità di principio morale quanto ne
facciamo una causa di forma: lo stesso atto ci solleva alla gloria o
alla fama, o ci abbassa fino al delitto più turpe ed alle punizioni più
atroci; può essere eroismo o assassinio, così nella guerra e nelle
contese private; può essere coraggio ed onore, così nel duello.
Rosen, lungo la via, ritornava colla mente su questi pensieri, e
meditava con dolore su quella triste avventura di Dover.
--Che ne pensate? diss'egli rivolgendosi a Lamperth che dormicchiava
rannicchiato in un angolo della vettura.
--Di che cosa?
--Del mio duello di ieri.
--Male, male; se avete intenzione di farvi uccidere, non dovete però
uccidere gli altri; vi sono mille maniere di morire; vi confesso che
fui dolorosamente impressionato da questo fatto.
--Avete ragione, soggiunse Rosen con aspetto mortificato, non mi
cimenterò più in duello, vi è qualche cosa d'istintivo che ci spinge
nostro malgrado a difenderci; ma, giacchè la natura ci ha dato una sola
via al nascere--come a cosa triste--e ce ne ha aperte mille al
morire--come a cosa molto più dolce--io approfitterò in altro modo di
questa prodigalità della natura. Dite. Credete voi che non mi sarà
difficile il morire? Lo sperate?
--Speriamolo, sì, disse Lamperth; se il voto di una persona che vi ama
può avere qualche influenza sul vostro destino, vi giuro che io faccio
voti al cielo perchè il vostro desiderio venga esaudito.
--Vi ringrazio, rispose Rosen scuotendo la mano che il suo amico gli
aveva sporto senza voltarsi, come a meglio rassicurarlo della sincerità
del suo voto, vi ringrazio dal più profondo dell'anima: e pronunciò
queste parole quasi commosso, e colla più schietta effusione di cuore.
In quella sera stessa Rosen e Lamperth giunsero ad Amiens. Alla porta
del paese Rosen, essendosi arrestato per contemplare lo spettacolo della
città, come è costume d'ogni buon inglese, vide affisso alla parete un
ampio cartellone decorato da alcune figure d'animali in inchiostro
rosso, e vi lesse queste parole:
«_Grande serraglio di belve viventi del signor Gustavo Lachard. Due
tigri, quattro pantere, una grande varietà di scimmie, un elefante, e
due leoni africani. Alle ore otto vi sarà il pasto delle fiere. Mezz'ora
prima il rinomato domatore Gustavo Lachard entrerà nella gabbia dei
leoni._»
Rosen guardò l'orologio, erano le sette ore passate; mancavano pochi
minuti alla rappresentazione. Egli si rivolse a Lamperth, e gli disse,
indicandogli quel manifesto:
--Volete che andiamo a visitare questo serraglio? può essere che vi
abbia a trovare qualche avventura favorevole a' miei disegni.
--Andiamo, disse Lamperth, e giunsero in breve al recinto.