_Governo di D. GIOVAN DI ZUNICA, Conte di MIRANDA reso travaglioso per
l'invasione degli sbanditi. Suoi monumenti e leggi che ci lasciò._
All'espettazione d'un prudente governo, che per la fama precorsa delle
sue virtù, s'avea del _Conte di Miranda_, non difforme dell'altro
Zunica suo zio, ben corrisposero i successi: e dal vedersi, d'essere
stato egli mantenuto per nove anni continui dal Re Filippo in questo
governo, si fece manifesta la soddisfazione, ch'egli incontrò non
meno del proprio Principe, che de' popoli a sè soggetti. Fu ricevuto
egli in Napoli dopo la partenza del Duca d'Ossuna, nel mese di
novembre di quest'anno 1586 con molta contentezza ed applauso. Ma
nuovi accidenti resero pur troppo faticosi e molesti gli anni del suo
governo. Ancorchè ne' tempi de' suoi antecessori avesser gli sbanditi
cominciato ad inquietare le province del Regno; nientedimeno il male
ne' suoi principj non riputandosi cotanto grave, se non fu trascurato,
almeno non s'usarono que' rimedj, che si convenivano per toglierlo
affatto, ed in su lo spuntare dalle radici estirparlo. Questo fece che
tuttavia crescendo, si videro a schiera que' masnadieri rinselvarsi
ne' boschi, assassinare i viandanti, e svaligiare i Regj Procacci; e
sempre più avanzandosi la loro audacia e ribalderia, arrivarono sino
a saccheggiare le Terre anche murate, e metter tutto in desolazione e
ruina, tal che il traffico non era sicuro, e 'l commercio impedito.
A tutto ciò s'aggiungeva la difficoltà di praticare il rimedio,
che sovente riusciva peggiore del male, poich'essendo pur troppo
multiplicati, per dissiparli, si mandavano soldatesche, le quali
apportavano maggiori incomodi e desolazione a' luoghi ove capitavano, e
sovente inutilmente, e senza buon successo; poichè tra' monti e balze
niente giovavano le milizie regolate, ed erano bene spesso deluse, e
sovente anche malmenate.
Il Conte di Miranda non per ciò tralasciò d'impiegarvi per estirparli
tutti i suoi talenti, e vennegli fatto d'avere in mano quel famoso
bandito Benedetto Mangone, di cui rimane ancora l'infame memoria
per le tante scelleratezze commesse nella Campagna d'Eboli. Fu, per
altrui spaventoso ed orribile esempio, sopra un carro fatto tirare
per le strade della città, strappandosegli con tenaglie le carni, e
poi condotto al Mercato a' 17 aprile del seguente anno 1587 sopra una
ruota a colpi di martello gli fu tolta la vita. Ma niente giovò questo
terribile spettacolo; non guari da poi s'udirono le incursioni d'un
altro famoso ladrone detto _Marco Sciarra_ Apruzzese, che imitando
il _Re Marcone_ di Calabria, si faceva anche chiamare il _Re della
Campagna_: avea egli unita una comitiva di seicento ladroni, a' quali
comandava. E per la vicinanza d'Apruzzo collo Stato della Chiesa teneva
corrispondenza con gli banditi di quello Stato, col quali davansi
scambievolmente la mano: il Vicerè non trascurò ripararvi: proccurò in
prima col Pontefice Sisto V, successor di Gregorio, che in vigor degli
antichi concordati tra la Santa Sede ed il Regno di poter perseguitare
i Banditi ne' loro Territorj, e scambievolmente ajutare in ciò l'un
l'altro, se gli accordasse di poter mandare Commessarj nello Stato
Ecclesiastico a questo fine, senza richieder ad altri licenza; e Sisto
a' 14 maggio di quest'anno 1588 ne gli spedì Breve, nel quale gli
dava potestà, che tanto esso quanto i Commessarj da lui destinati per
la persecuzione de' Banditi e delinquenti, potessero entrare nello
Stata della Chiesa, e quelli perseguitare e pigliare per tre mesi
senza cercare ad altri licenza[356]. Oltre a ciò mandò più Commessarj
forniti di soldatesche per sterminarli; ma furono inutili tutte queste
spedizioni e cautele; poichè per le carezze, colle quali lo Sciarra
generosamente trattava i naturali delle Terre dove dimorava, era
fedelmente avvertito dell'imboscate, che gli si tendevano dalle genti
di Corte: e la sua vigilanza era grandissima, poichè alloggiava sempre
in siti inaccessibili, distribuiva le guardie, piantava le sentinelle
e ripartiva la gente in luoghi proprj ed opportuni. Erasi per ciò reso
poco men che invincibile, onde in molti cimenti si disbrigò sì bene,
che il danno de' suoi fu poco, e la strage degli aggressori era molta.
Sopraggiunsero in questi tempi non leggieri sospetti conceputi per le
stravaganti e boriose azioni del Pontefice Sisto V, il quale essendo
d'un ingegno _agreste_, come lo qualifica il Presidente Tuano[357],
non la preghiera, o la sommessione il piegava, ma solo il timore, o la
forza. Quindi il Re Filippo avea date istruzioni al Conte di Miranda,
che usando di questi ultimi mezzi il tenesse a freno. Il Vicerè per
tanto presa quest'occasione di perseguitare i banditi, con animo per
altro impegnato di sterminare Sciarra, fece ammassare quattromila
soldati tra fanti e cavalli, e datone in quest'anno 1590 il comando
a D. Carlo Spinelli, lo spinse contra colui per sterminarlo, ma pure
riusciron contrarj gli effetti alle concepute speranze; poichè in
quella azione mancò poco, che lo Spinelli stesso non vi lasciasse la
vita; onde in vece d'abbatterlo, crebbe tanto il suo ardire, che senza
contrasto saccheggiò la Serra Capriola, il Vasto e la città istessa di
Lucera, dove restò miseramente ucciso il Vescovo Colpito in fronte da
una archibugiata, mentre affacciavasi ad una finestra del Campanile,
dov'erasi posto in salvo. Resesi vie più baldanzosa la sua insolenza,
per la corrispondenza, che a dispetto del concordato di Sisto col
Vicerè, e' coltivava co' banditi dello Stato del Papa, co' quali
davansi scambievoli ajuti: a tutto ciò s'aggiungeva la protezione,
che dava loro Alfonso Piccolomini ribelle del Gran Duca di Toscana, il
quale ricovratosi nello Stato di Venezia, militava sotto gli stipendi
di quella Repubblica nella guerra, che allora avea mossa contro gli
Uscocchi.
Ma nuovi accidenti, poco da poi seguiti, tolsero alle Sciarra
tutti questi sostegni. Il Gran Duca di Toscana, perchè i Vineziani
discacciassero da' suoi Stati il Piccolomini, avea loro proposto, e
assiduamente inculcavagli, che meglio era servirsi dello Sciarra contra
gli Uscocchi, che del Piccolomini; ma avvenne, che ciò, che per questa
via non potè ottenere, gli riuscì per un'altra; polche il Piccolomini,
per avere in certa occasione arditamente risposto a' Capi di quel
Governo, fu scacciato dallo Stato di Venezia, ed inciampato negli
aguati tesigli dal Gran Duca, fu fatto in fine da costui violentemente
morire. I Vineziani perciò chiamavano lo Sciarra per ispedirlo contra
gli Uscocchi; ma egli non molto curava i loro inviti. Finalmente morto
il Pontefice Sisto, e succeduto in suo luogo _Clemente VIII_, questi
nutrendo i medesimi sentimenti del Conte nostro Vicerè, e tutto inteso
contra i banditi dello Stato della Chiesa, vi spedì Gianfrancesco
Aldobrandini per estirparli.
Il Vicerè dall'altra parte, richiamato lo Spinelli dal governo delle
armi, sperimentate sotto la sua condotta poco felici, diede la cura di
questa impresa con assoluta potestà a D. Adriano Acquaviva Conte di
Conversano; il quale uscito da Napoli nella Domenica delle Palme del
1592 con fresche milizie, ne ammassò altre paesane, come più pratiche
della campagna: ed astenendosi d'alloggiar in luoghi abitati, per
non aggravarli, si conciliò totalmente gli animi de' Paesani, che
tutti cospirarono con esso alla sterminazione dei banditi. Così lo
_Sciarra_, spogliato della protezione del Piccolomini, e vedendosi
stretto non meno dalle genti del Vicerè, che del Pontefice, deliberò
finalmente di abbracciare il partito che gli offerivano i Vineziani;
onde traghettando il mare con sessanta de' suoi sopra due Galee della
Repubblica, portossi in Venezia. Ma non per ciò coloro, che rimasero,
s'astenevano di danneggiar la campagna, guidati da Luca fratello di
Sciarra, e fomentati dallo stesso Sciarra, che da Venezia di quando
in quando ritornava ad animarli, finchè, una volta, giunto alla
Marca con parte della sua Comitiva, non fosse stato ucciso da un suo
compagno chiamato Battimello, che in premio del tradimento ottenne
dall'Aldobrandini per sè e per altri tredici suoi compagni il perdono.
Questo fine ebbe lo _Sciarra_, che per lo spazio di sette anni continui
avea travagliato lo Stato della Chiesa ed il Regno. Cessarono con la
sua morte le scorrerie de' banditi, sterminati poi interamente dal
Conte di Conversano, che ritiratosi con molto onore in Napoli, fu dal
Vicerè molto ben visto e careggiato. Ma se cessarono al presente, non
fu però, che non pullulassero ne' seguenti anni, travagliando il Regno
sotto altri Capi, non men di quello che aveano fatto sotto lo Sciarra e
Mangone. La gloria di doversi affatto estirpare e di perdersene fra noi
ogni memoria, l'avea riserbata il Cielo all'incomparabile D. Gaspare
di Aro Marchese del Carpio, a cui il Regno, fra tanti, deve questo
inestimabile e grande beneficio.
Non meno per queste incursioni, che per le continue premure, che
venivan di Spagna per denari e per gente, riuscì travaglioso al Conte
il suo governo. L'impegno, nel quale il Re Filippo era entrato contra
l'Inghilterra e la Francia, finì d'impoverire il Regno, per tante spese
e donativi, che fu d'uopo somministrare. In quella grande Armata, che
con infelice successo spinse egli contra l'Inghilterra, vi ebbe ancor
parte il nostro Regno: nel nostro Arsenale furono fabbricate quattro
Galeazze, che dal Conte di Miranda furon mandate nel Porto di Lisbona
per accrescere quella armata, la quale dissipata dalle tempeste nel
1588, e assorbita dal mare, rovinò la Spagna, e sparse tutti i suoi
disegni al vento, e le mal concepite sue vaste idee. Per la guerra che
i Franzesi aveano accesa in Savoja, furono parimente dal nostro Regno
nel 1593 inviati dal Conte quattromila e cinquecento pedoni sotto il
comando del Prior d'Ungheria, acciò che nella Savoja fossero impiegati
contra i Franzesi. Per supplire adunque alle spese di tante spedizioni
ne' nove anni di questo suo governo, nel 1586, 1588, 1591, 1593 e
finalmente nel 1595, si estorsero dal Regno cinque donativi, ciascuno
de' quali fu d'un milione, e ducentomila ducati[358].
Non meno da Francia e da Inghilterra, che da Costantinopoli
vennero in questi tempi al Conte ed a noi i mali e le travagliose
cure. L'apparecchio d'una potentissima armata, che facevasi
in Costantinopoli, pose il Regno in molti timori, ed in grave
costernazione: per prevenire il male, il vigilante Vicerè fece tosto
provedere di munizione, e di gente le Piazze più gelose del Regno,
e particolarmente i Castelli di Brindisi, d'Otranto, di Taranto
e di Gallipoli: fece radunare anche la Cavalleria e Fanteria de'
Battaglioni, e pose alcune Fregate in que' mari, che vegliassero a'
disegni dell'inimico. Ed in effetto queste precauzioni, ancorchè
dispendiose, non riuscirono infruttuose: poichè nell'anno 1593,
tentatasi in vano da' Turchi l'invasione della Sicilia, s'avvicinarono
alla Catona, luogo della Calabria vicino a Reggio, dove subitamente
accorso Carlo Spinelli, dichiarato Capitan a guerra dal Vicerè,
convenne loro partirne, se bene con preda d'alcuni, e di qualche danno
recato alla campagna: ma ritornati a' 2 di settembre al Capo dell'Armi,
diedero fondo con cento vele nella Fossa di S. Giovanni, saccheggiarono
Reggio, e quattordici Terre di quel contorno: e comparsi ne' Mari
di Taranto e di Gallipoli, scorgendo di non potere in quelle spiagge
tentar cosa di loro profitto, per la vigilanza delle soldatesche che le
guardavano, si ritirarono alla Velona.
Ma con tutte queste fastidiose cure e travagliose occupazioni, non
mancò con perenni monumenti, che si ammirano ancora, di beneficare
la Città e Regno ad imitazione de' suoi predecessori. A lui dobbiamo
quel maestoso piano, che si vede fino al dì d'oggi davanti al Regio
Palagio, il qual serve non meno alle milizie di Piazza d'armi, che
d'Anfiteatro dignissimo alla Nobiltà, in occasione di giostre, giuochi
di tori, tornei ed altri spettacoli. A lui dobbiamo la strada, che
da Napoli conduce in Puglia fatta di suo ordine spianare per maggior
comodo de' Viandanti. A lui si deve l'ingrandimento del Ponte magnifico
della Maddalena su il fiume Sebeto; e 'l ristoramento dell'altro,
che conduce dalle radici del Monte d'Echia al Castello dell'Uovo.
Alla sua magnificenza parimente si dovea il prospetto della Chiesa
di S. Paolo de' PP. Teatini, ove era il Tempio dedicato a Castore
e Polluce, riducendolo in quella forma, che si vedeva prima che
l'abbattesse il tremuoto accaduto a' 5 giugno del 1688, ed alla sua
pietà dobbiamo il ristoramento delle tombe e sepolcri de' Re Aragonesi
posti nella Sagrestia di S. Domenico, i quali, coperti di broccati,
fece riporre nel medesimo luogo sotto ricchissimi baldacchini. Egli in
fine con maggiore utilità fece edificare quel palagio, che diciamo la
Polveriera, per evitare il pericolo degl'incendj tante volte accaduti,
facendolo perciò costruire in luogo disabitato fuori la Porta Capuana,
per uso della fabbrica della polvere.
Durò il suo governo nove anni, ne quali pubblicò intorno a cinquantotto
Prammatiche, donde si vide quanto gli fosse stata a cuore la giustizia,
la emendazione de' Magistrati, q la uguale distribuzion delle Cariche a
proporzione del merito. Tolse egli molti abusi introdotti nel Tribunale
della Vicaria, e del S. C. e fece molte ordinazioni per la sollecita
spedizione delle cause, e diede varj provvedimenti intorno alla
pubblica annona, li quali possono vedersi nella Cronologia prefissa
al tomo primo delle nostre Prammatiche. Partì da Napoli per la venuta
del successore a' 25 novembre dell'anno 1595, accompagnato dalle
benedizioni de' popoli, lasciando in Napoli, quasi per pegno del suo
amore, D. Giovanna Pacecco sua nipote, maritata con Matteo di Capua
Principe di Conca e G. Ammiraglio del Regno.