Nel principio del Regno di Carlo V fu da' suoi Luogotenenti, mandati
da lui a governar questo Regno, costantemente serbato questo medesimo
istituto. Il Vicerè _D. Carlo di Lanoja_ concedè l'_Exequatur_ alle
Bolle spedite da Adriano VI a Gianpietro Caraffa Vescovo di Chieti, per
l'Arcivescovato di Brindisi. Ed il Vicerè Conte di S. Severina scrisse
al Capitano della città dell'Aquila, che compliva al servizio di S. M.
che il Cardinal di Siena non pigliasse possessione di quella Chiesa,
senza espresso suo ordine, e che debbia stare in questo con grandissima
avvertenza, dandogli di tutto ragguaglio, in modo che la possessione
non si abbia a dare a persona alcuna, senza espresso ordine d'esso
Vicerè[267].
Questo costume, senza minima contraddizione, serbossi inviolabilmente
nel Regno di Carlo V infino che assunto al Papato Clemente VII non
venisse a costui in pensiero di usar ogni sforzo per toglierlo.
Seguitando le pedate de' suoi predecessori promulgò una Costituzione,
a quella di Papa Lione X consimile, nel dì primo gennajo dell'anno
1533[268] ed acciocchè venisse ubbidita nei Regno di Napoli, fece
scrivere all'Imperadore da Antonio Montalto Promotor Fiscale del Regno
di Sicilia, che facesse abolire in Napoli l'_Exequatur Regium_, come
dalle sue lettere in data de' 20 dicembre 1533, dove si legge; _Ricerca
ancora Sua Santità da Vostra Maestà, che levi dal Regno di Napoli
quella servitù del Regio Exequatur, imposto alle lettere Appostoliche,
siccome Vostra Maestà è obbligato di levarla per le condizioni
dell'investitura, che ha di quel Regno, e del giuramento prestato in
essa etc_.[269].
Ma non meno l'Imperadore, che _D. Pietro di Toledo_, che si trovava
allora Vicerè nel Regno, non vi diedero orecchio, e seguitossi come
prima il medesimo istituto; anzi il Toledo, perchè fosse a tutti
nota la costanza del suo Principe, a' 3 aprile del 1540, scrisse una
lettera Regia a tutti i Governadori delle province del Regno, nel
quale ricordava loro quest'antico costume del Regno, che qualunque
provvisione, che veniva da fuori, non si potesse eseguire senza sua
saputa, e licenza: che per ciò gli ordinava, che così dovessero
eseguire e far osservare nelle loro province: e se si facesse il
contrario, ne pigliassero informazione, e subito glie la mandassero;
e contra i Notari e Laici procedessero alla loro carcerazione: e se
fossero Cherici si facci ordine, che vengano fra certo tempo a Napoli
ad informare il Vicerè, acciò si possa per esso procedere, come
conviene.
Ed il Vicerè Francesco Pacecco a' 16 giugno del 1557, scrisse parimente
al Governadore di Benevento ordinandogli, che non facesse pubblicare
in detta città provvisione alcuna venuta da Roma senza licenza d'esso
Vicerè _in scriptis col Regio Exequatur_[270]. Così furono repressi
i pensieri di Clemente VII, nè sino al Pontificato di Pio V si tentò
altro dalla Corte di Roma.
Ma sopra tutti questi Pontefici, niuno più ardentemente combattè
questo _Exequatur_, quanto Pio V, il quale voleva, che in tutti i
modi si abolisse nel Regno; ed avendo l'Ambasciador del Re Filippo
II in Roma voluto da ciò ritrarlo, egli rispose, secondo che rapporta
Girolamo Catena[271], _il preteso Exequatur Regio, o alcuna licenza de'
Secolari, non aver luogo nell'esecuzione di alcun ordine Ecclesiastico.
Ciò essere chiaramente decretato da' Sacri Canoni e Concilj, e
non dissimile dalla predicazione della parola di Dio, della quale
chiedere alcuna licenza a' Secolari, intollerabil cosa sarebbe, etc.
E conchiuse non intendere sì gravi abusi in disonor di Dio e della
Santa Sede tollerare. Che gli Ufficj erano distinti; e però i Principi
conservassero il loro, e lasciassero alla Chiesa quel ch'è di Dio,
replicando spesso quelle parole; Reddite quae sunt Caesaris, etc_.
Al Cardinal Alessandrino suo nipote, figliuolo di sua sorella, che
mandò a Madrid, fra le altre istruzioni dategli, fu questa, e le
dimande, che costui fece al Re Filippo II furono: _Col quale abuso
furono accumulati quelli di Napoli, ove in moltissimi capi non si
osserva il Concilio Tridentino, ed in infinite maniere s'impedisce
l'esecuzione delle lettere, ed espedizioni Appostoliche, a quali abusi,
e particolarmente a quello dell'Exequatur Regio, è obbligata la Maestà
Vostra per proprio giuramento a rimediare e rimovere, come potrà vedere
dalle clausole dell'investitura di Giulio II in persona di Ferdinando
il Cattolico, e di Giulio III in persona della Maestà Vostra da lei
giurata_[272].
Il Duca d'Alcalà nostro Vicerè, che il buon destino lo portò al governo
di Napoli in questi tempi appunto, ove vi era maggior bisogno della
sua fortezza e vigore per resistere a' sforzi del Pontefice Pio, per
combatterlo alla prima, non si contentò di seguitare lo stile degli
altri Vicerè suoi predecessori; ma imitando il Re Ferdinando ed il
costume degli altri Reami, dove i Principi con perpetue e perenni
leggi ed editti, aveano ciò stabilito ne' loro Stati per via di legge
scritta, così volle far egli ancora nel Regno di Napoli.
In Francia è pur troppo noto, che vi sono molti editti de' loro Re,
come di Lodovico XI del 1475, e di molti altri suoi successori, che
possono vedersi ne' volumi delle Pruove delle libertà della Chiesa
Gallicana[273]. Parimente nelle province della Fiandra se ne leggono
moltissimi di Filippo il Buono Duca del Brabante del 1447, degli
Arciduchi Massimiliano e Filippo del 1485 e 1495, e di altri rapportati
da Van-Espen[274]. E così nella Spagna ancora, secondo ci testifica
Salgado, da cui il nostro Vicerè Duca d'Alcalà prese l'esempio.
Perciò egli a' 30 agosto del 1561 fece promulgare Prammatica, colla
quale ordinò, che non si pubblicassero Rescritti, Brevi ed altre
provvisioni Appostoliche senza _Regio Exequatur_ e licenza sua _in
scriptis obtenta_, a fine che quelli, che usassero tale temerità,
si possano castigare; e se si pubblicasse alcuno di detti Rescritti,
Brevi, o altre provvisioni Appostoliche senza sua licenza e consueto
_Regio exequatur_, se ne pigli diligente informazione, e subito se
gl'invii, acciò si possa procedere a severo castigo contra coloro, che
presumeranno d'usare tal temerità.
Questa Prammatica la vediamo oggi il giorno impressa nelle volgari
edizioni sotto il titolo _De Citationibus_[275], la quale fu
sottoscritta anche da' famosi Reggenti Villano e Revertera; e si legge
parimente nel 4 volume de' _M. S. Giur_. del Chioccarello, fu anche
impressa nell'antiche, e viene allegata da molti Scrittori. Nella
Consulta che fece il Consiglio del Brabante nell'anno 1652 all'Arciduca
Leopoldo, che vien rapportata da Van-Espen nell'Appendice[276], si
cita questa Prammatica del Duca d'Alcalà con queste parole: _Quant
au Royaume de Naples, il y a Ordonnance expresse in Pragmatica Regni
Neapolitani, tit. De Collation. prag._ 6 (volendo dire _De Citationib.
prag_. 5). Viene anche allegata da Van-Espen[277] e de' nostri Italiani
lungo catalogo ne tessè il Reggente Rovito ne' suoi Commentarj[278].
In esecuzione di questa legge furono da poi da lui dati varj
ordinamenti, perchè esattamente s'osservasse. Nel 1566 scrisse una
lettera a tutti gli Arcivescovi del Regno, anche a quello di Benevento,
coll'occasione d'una Bolla fatta trasmettere dal Papa nel Regno,
con seriamente esortarli, che sapendo, che simili Bolle, o altre
provvisioni di Roma non possono essere pubblicate ed eseguite senza il
_Placito Regio_, avvertissero molto bene a non farla in modo alcuno
pubblicare, e che a tal fine ordinassero a' Vescovi loro suffraganei
ed altri Prelati, che facessero il medesimo. E ne' seguenti anni,
particolarmente nel 1568, castigò con carceri e più severamente coloro,
che trasgredendo la legge, ardivano valersi di scritture di Roma senza
_Exequatur_.
Dall'altro canto il Pontefice Pio gridava ad alta voce col Commendator
Maggiore di Castiglia, Ambasciador del Re Filippo II in Roma: che
questi erano gravi abusi in disonor di Dio e della Santa Sede,
e ch'egli non poteva tollerarli; siccome in fatti dal Cardinal
Alessandrino suo nipote nell'istesso anno 1568 fece scrivere in
suo nome una lettera a tutti i Vescovi e Prelati del Regno, nella
quale diceva loro che la mente di Sua Santità era, che le Bolle ed
altri rescritti, che erano da lui mandati nel Regno, avvertissero a
non sottoporli ad alcuno _Exequatur Regium_, ma che prontamente li
eseguissero. Ma il Duca d'Alcalà, avvisato di tutto ciò dal Commendator
Maggiore, il quale gli mandò copia di questa lettera, proseguì
costantemente il medesimo tenore, e fattane di tutto ciò Consulta al
Re, egli intanto invigilava con sommo rigore, che non fosse ricevuta
o pubblicata in Regno scrittura alcuna senza prima presentarsegli, e
senza che, prima esaminata, non fosse a quella dato l'_Exequatur_.
Ed è notabile insieme e commendabile la sua vigilanza, che insino
a' Giubilei, che venivano da Roma era da' Nunzi richiesto il
_Regio Exequatur_; ond'è, che a' 14 e 15 decembre del medesimo
anno mandò lettere circolari a tutti i Governadori delle province
del Regno ed altri Capitani d'alcune città principali, facendoli
consapevoli, come il Nunzio di sua Santità residente in Napoli gli
avea presentato memoriale, dimandandogli il _Regio Exequatur_ ad un
Giubileo mandato dal Papa nel Regno, acciò che lo potesse pubblicare,
e che da lui gli era stato conceduto; per ciò ordinava, che con tal
notizia permettessero per le città e luoghi delle dette province la
pubblicazione di quello.
La Corte di Roma, usando delle solite arti, vedendo che gli ufficj
e minacce col Duca d'Alcalà erano senz'alcun frutto, tentò la via
della Corte di Spagna: onde diede incombenza al Nunzio residente in
Madrid presso la persona del Re Filippo, che proccurasse a drittura
col Re far argine al rigore del Duca, mandandogli tre Brevi intorno
alla riforma de' Frati Conventuali di San Francesco, che intendeva
far pubblicare nel Regno, affinchè non ne fosse dal Duca impedita
l'esecuzione. Ma il Re Filippo scrisse sì bene al Duca, che il suo
desiderio era, che s'adempisse a quanto si conteneva in quelli Brevi;
ma nell'istesso tempo, con ammonimento scritto di sua propria mano in
una postdata, gl'insinuò, che facesse eseguire i Brevi colla solita
forma dell'_Exequatur_[279].
Si tentò parimente dal Nunzio in Ispagna doversi togliere quest'uso
in Napoli, così perchè erano cessate le cagioni, perchè prima ne'
tempi turbolenti di guerra, quando l'un pretensore cacciava l'altro,
era forse necessario, come anche perchè presentemente non serviva per
altro, se non per estorquer denari nell'interposizione di quello. Il
Re nel seguente anno 1569 ne diede al Duca per sua lettera di tutto ciò
ragguaglio, dimandando da lui esserne informato, con avvisargli quanti
denari si esigono per la spedizione di quello ed a chi toccano, affine
di potersi trovar modo, che si spedissero _gratis_, e con ciò serrargli
totalmente la bocca. Il Duca d'Alcalà, con sua Consulta fece accorto il
Re di quanto era stato sinistramente informato dal Nunzio: che questo
_Exequatur_ era la maggior prerogativa e preminenza, che tenevano i Re
in questo Regno: che per costume antichissimo, avvalorato anche per
Prammatica fatta dal Re Ferdinando I nel 1473, era stato in tutti i
tempi osservato che non s'estorquon denari per la spedizione di quello,
ma alcuni pochi diritti, de' quali (per sua istituzione) ed a chi si
pagassero ne gli mandava per ciò notamento particolare e distinto:
anzi, per togliergli ogni pretesto, ordinò, che gli diritti, che
spettavano al Cappellan Maggiore, suo Consultore e Maestrodatti non si
esigessero dalle Parti, ma che si ponessero a conto della Regia Corte
per la vita di quelli, che tenevano questi Uffici, e di vantaggio diede
provvidenza, che il tutto si spedisse tosto e senz'alcuna dilazione e
tedio delle Parti[280].
Al Duca d'Alcalà finalmente noi dobbiamo, che l'animo del Re Filippo II
già dubbio e vacillante per le continue istigazioni e sinistri informi
del Nunzio del Papa residente in Madrid, si rassodasse e stesse fermo
e costante, e finalmente ributtasse pretensione cotanto fastidiosa ed
insolente. Il Duca non tralasciava con sue Consulte spesso avvertirlo,
che non cedesse a questo punto, ch'era il fondamento della sua regal
giurisdizione e la maggior prerogativa, ch'egli tenesse in questo
Regno, per la qual cosa il Re ebbe da poi sempre questa avvertenza,
quando vedeva drizzati a lui questi ricorsi insino a Spagna, di
mettersi in sospetto, e di non risolvere cos'alcuna, ma rimetter
l'affare al Vicerè di Napoli e suo Collateral Consiglio.
Si vide ciò nella promulgazione della Bolla _De Censibus_, stabilita
in quest'anno dal Pontefice Pio V, dove regolava a suo talento questo
contratto, e pre tendeva che dovesse quella osservarsi, non meno
nello Stato della Chiesa Romana, che in tutti i Dominj dei Principi
Cristiani. Non istimò la Corte di Roma tentar questo a dirittura
col Duca d'Alcalà, ma fece dall'Arcivescovo di Napoli mandar al Re a
dirittura la Bolla, dimandandogli, che la facesse eseguir ciecamente
nel Regno. Ma il Re sospettando quel ch'era, e riputando l'affare
di molta importanza, non volle risolver da se cos'alcuna; onde a' 3
marzo del 1569, scrisse una lettera drizzandola al Duca Vicerè, al suo
Collaterale ed al Presidente del S. C, nella quale dava loro notizia
della dimanda fattagli dall'Arcivescovo, e che riputando egli l'affare
degno di matura riflessione e di molta importanza, voleva per ciò,
che esaminassero e discutessero questa Bolla, nella discussione della
quale intervenissero non solo i Reggenti della Cancelleria, ma anche
Giannandrea de Curtis, Antonio Orefice e Tommaso Altomare allora Regj
Consiglieri; affinchè, quella esaminata, lo avvisassero di ciò, che
poteva occorrere sopra di quella, e se v'era alcuno inconveniente,
affine di poter pigliare la risoluzione, che conviene; replicando il
medesimo in un altra sua regal carta de' 13 luglio del medesimo anno.
Il Duca d'Alcalà, in esecuzione di questi ordini regali, fece esaminar
la Bolla, e si vide, che in quella il Papa s'arrogava molte cose,
ch'eccedevano la sua potestà spirituale, e si metteva a decider
quistioni, che non s'appartenevano a lui, ma s'appartenevano alla
potestà temporale de' Principi: che quella conteneva alcuni capi, che
volendoli eseguire portavan degl'inconvenienti, e sopra tutto si notò,
che facendosi quella valere nel Regno, si sarebbe impedito il libero
contrattare de' sudditi; onde, sebbene l'Arcivescovo di Napoli avesse
nell'istesso tempo presentato altro memoriale al Vicerè, dimandando
sopra la suddetta Bolla l'_Exequatur Regium_, si stimò bene non
concederlo, e che per ciò quella non si dovesse ricevere, nè presso
noi eseguire, come pregiudiziale al pubblico bene, ed al commercio.
Anzi avendo l'Arcivescovo di Chieti l'arto intendere al Governadore
d'Apruzzo, che il Cardinal Alessandrino aveagli scritto, che facesse
pubblicare nella sua Diocesi la Bolla, e che per ciò egli intendeva
pubblicarla, il Governadore ne avvisò il Duca, il quale a' 7 aprile
del medesimo anno 1569, scrissegli una lettera Regia, incaricandogli,
che parlasse all'Arcivescovo con farlo intero, che contenendo quella
Bolla alcuni capi, li quali eseguendosi, saria l'istesso, che levare il
contrattare, per ciò quella si stava esaminando, per potersi pigliare
resoluzione; e quando quella sarà presa in Napoli, se ne darebbe
notizia per tutto il Regno: e che intanto l'esorti da sua parte, che
non voglia a patto veruno pubblicarla, o farla da altri pubblicare;
e ch'egli stesso avvertito a non consentire, che si pubblichi, così
questa, come altra Bolla, o provvisione di Roma senz'il solito e
consueto _Exequatur_, con avvisarlo di quanto sarebbe occorso[281].
Nè durante il suo governo la fece egli qui valere; ed il Cardinal di
Granvela successore all'Alcalà ne fece ancor egli, a' 31 luglio del
1571, Consulta al Re, con avvertirlo, che quella eseguendosi nel Regno
partorirebbe di molti e gravi inconvenienti. Quindi è che presso di
Noi non fu giammai questa Bolla ricevuta, nè praticata, siccome ora
non si pratica nè ne' Tribunali, nè altrove[282]; ed osservasi la
Bolla del Pontefice Niccolò V, come quella che fu dal Re Alfonso I
inserita in una sua Prammatica, perchè acquistasse fra noi forza di
legge, altrimente nè meno avrebbe potuto obbligarci all'osservanza;
poichè dar regola e norma a contratti è cosa appartenente alla potestà
temporale de' Principi, ed è cosa appartenente ali Imperio, non già
al Sacerdozio; e consimili Bolle avranno tutta l'autorità nello Stato
della Chiesa di Roma, ma non già fuori di quello ne' Dominj degli altri
Principi d'Europa.
L'ordine del tempo richiederebbe, che si dovesse finir qui di parlare
di questo _Exequatur Regium_; ma io reputo serbarne uno migliore, se
per non esser obbligato a venire di nuovo a parlare di questa materia,
con proseguirla dopo la morte del Duca d'Alcalà nei tempi degli altri
Vicerè suoi successori insino ad oggi, perchè tutta intera, quanto ella
è, sia collocata sotto gli occhi di tutti, e particolarmente di coloro,
che avranno parte nel governo di questo Reame, acciò che conoscendo per
tanti successi, quanto fosse stato questo _Exequatur_ sempre odioso
alla Corte di Roma, e che non si tralasciò pietra, che non fu mossa
per abbatterlo, comprendano all'incontro, che tanti sforzi non si
facevano per altro, che per isvellere il principal fondamento della
Giurisdizione Regale e la maggior preminenza, che tengono i Principi
ne' loro Reami; donde sia loro un solenne documento di dovere invigilar
sempre, che non sia quello in minima parte tocco; ma proccurino,
tenendo innanzi gli occhi il vigore e la costanza del Duca d'Alcalà,
far in modo, che rimanga quello per sempre saldo e vie più fermo e
ben radicato, a tal che qualunque furia d'impetuoso vento non vaglia a
farlo un punto crollare.
Morto il Pontefice Pio V, i suoi successori seguitando, come per
lo più sogliono, le medesime pedate contrastarono non meno di lui
l'_Exequatur_. Infra gli altri, que' che più si distinsero, furono Papa
Gregorio XIII e Clemente VIII.
Papa Gregorio, riputandolo come una _disautorazione_ della Sede
Appostolica, non meno che reputollo il Pontefice Pio, l'ebbe sempre
in orrore, e pose ogni studio ed opera col Re Filippo II, perchè
affatto si levasse dal Regno. Trovando però durezza nel Re, fece che
la cosa si ponesse in trattato, e che il Re destinasse suoi Ministri
in Roma per trovare almeno qualche onesto temperamento e moderazione,
già che tentare di levarsi affatto, vedeva essere impresa, non che
dura e malagevole, ma affatto disperata ed impossibile. Fu lungamente
trattato in Roma fra i Ministri del Re e del Papa, infra l'altre
differenze giurisdizionali, di questo punto; ma toltone le promesse
de' nostri Ministri, che si sarebbe usato un modo più pronto, affinchè
il medesimo, senza molta cognizione di causa, si spedisse tosto, e
senz'alcuna dilazione e con poca spesa e tedio delle Parti, i Ministri
del Papa non ne avanzarono altro. Qualunque Bolla, o altra provvisione,
che veniva di Roma, si esponeva all'esame, nè si eseguiva, se non con
permissione regia. Questo Pontefice, a cui dobbiamo la riformazione
del nuovo Calendario, sperimentò ancora, che dal _Principe di Pietra
Persia D. Giovan di Zunica_, il quale si trovava allora nostro Vicerè,
non si volle permettere mai la pubblicazione ed accettazione di
quel Calendario nel Regno, sino che il Re con sua particolar carta
scrittagli a' 21 agosto del 1582[283] non glie lo ordinasse: nè si
fece eseguire assolutamente, ma con alcune riserbe e moderazioni,
come diremo nel libro seguente, quando ci toccherà più diffusamente
ragionare di questa nuova Riforma del Calendario, fatta da Gregorio.
Il _Duca d'Ossuna_ nel 1584 ripresse l'arroganza ed ardire de'
Vescovi di Gravina, di Ugento e di Lecce, il primo de' quali avea
avuto ardimento di pubblicare alcuni monitorj venutigli da Roma senza
_Exequatur_; e gli altri due d'aver parimente pubblicate due Bolle
senza questo indispensabile requisito. Gli chiamò tutti tre in Napoli,
e ne fece due Consulte al Re, rappresentandogli, come perniciosi abusi
questi attentati, a' quali dovea dar presto ed efficace rimedio per
ovviare maggiori pregiudicj e disordini; perchè s'era la Corte di Roma
avanzata sino a spedir da Roma un Cursore ad intimare un monitorio a
Madama d'Austria senza _Exequatur_[284].
Non minor vigilanza ebbe sopra di ciò il _Conte di Miranda_ successore
dell'Ossuna, al quale avendo, nel 1587, scritto l'Ambasciador di Roma
sopra il darsi l'_Exequatur_ ad una Bolla del Papa, per la quale
volendo formare in Roma un Archivio, pretendeva, che si dovessero
mandare dal Regno Inventarj e tutte le scritture de' beni, rendite e
giurisdizioni di tutte le Chiese ed Ospedali di esso: gli fu dal Conte
risposto, che quello non poteva concedersi, mandandogli una relazione
degl'inconvenienti che ne sarebbon seguiti, dandosi a quella Bolla
esecuzione.
Nel Pontificato di Clemente VIII essendo Arcivescovo di Napoli
il Cardinal Gesualdo si ripresero col medesimo vigore le contese,
coll'occasione che diremo. Questo Pontefice nel 1596 avea drizzato al
Cardinale un Breve, per cui ordinava, che tutti i Monasterj di Monache
di S. Francesco dell'Osservanza non stassero più sotto la sua immediata
protezione, ma riconoscessero gli Ordinarj, levando i Monaci, che vi
erano, ed assistevano ne' Divini ufficj, con ponervi de' Preti: nel
qual Breve erano anche inclusi i Monasterj di S. Chiara, dell'Egiziaca
e della Maddalena di Napoli, che sono di patronato regio: il Cardinale
avea fatto intimare il Breve a' Monaci e Monache senza Exequatur; onde
il Vicerè _Conte d'Olivares_ mandò il Segretario del Regno a fargli
ambasciata regia, perchè s'astenesse d'eseguire il Breve, e fece
poner le guardie a' Monasterj; e nell'istesso tempo ne fece Consulta
al Re, ne avvisò il Duca di Sessa Ambasciadore in Roma, e volle anche
scriverne egli a dirittura al Papa. Poteva ben il Conte antivedere
qual risposta dovesse aver da Clemente, il quale non meno che i suoi
predecessori, avea in odio l'_Exequatur_. La risposta del Papa, oltre
di distendersi a biasimare i rilasciati costumi di que' Monaci e
Monache, conteneva che l'_Exequatur_ era un abuso, introdotto nel Regno
ne' tempi turbolenti di guerra, quando l'un pretensore spesso cacciava
l'altro: che ora non ve ne era più bisogno, lodando perciò la condotta
del Cardinale, che, senza ricercarlo, avea intimato il suo Breve. Il
Vicerè replicò al Papa con altra sua lettera, facendogli vedere quanto
giusto fosse e quanto non men antico, che non mai interrotto quest'uso
dell'_Exequatur_ nel Regno: ch'essendo una delle maggiori prerogative
del Re e 'l principal fondamento della sua regal giurisdizione, non
avrebbe permesso, che in conto veruno vi si pregiudicasse. Scrissene
anche al Duca di Sessa, risoluto di venire a' rimedj più estremi per
ripulsare ogni altro attentato, ed in gennajo del seguente anno 1597 ne
fece altra Consulta al Re.
Il Cardinal Gesualdo, come Prelato di molta prudenza, prevedendo,
che continuandosi la via intrapresa, era per capitar male, pensò un
espediente per togliere ogni briga: fece che i Monaci rinunziassero
il governo di que' Monasterj in sue mani, e da lui, come Ordinario,
fu la rinunzia ricevuta, eccettuati però i Monasterj, ch'erano di
patronato regio: fatta questa rinunzia per pubblico istromento, il
Cardinale scrisse due biglietti al Vicerè, ne' quali dandogli di tutto
ciò ragguaglio, dichiarava, ch'egli come Ordinario, senza aver bisogno
del Breve di Roma, e con ciò d'_Exequatur_, intendeva governarli; e
che perciò, esclusi i Monasteri, ch'erano di protezione regia, nelli
quali non pretendeva innovare cos'alcuna, volendo visitare, ed entrar
di persona ne' Monasterj del Gesù, di San Francesco, di S. Girolamo
e di S. Antonio di Padova, pregava il Vicerè, che restasse servito
comandare, che se gli dasse ogni ajuto e favore, acciò, come Ordinario,
potesse fare l'ufficio suo senz'impedimento alcuno. Il Vicerè in
vista di questi viglietti, ordinò al Reggente della Vicaria, che
subito facesse levare le guardie poste di suo ordine in que' quattro
Monasteri, e diedegli licenza, che potesse entrarvi: ed in cotal guisa
fu terminato quest'affare con molta lode, non meno del Vicerè, che del
Cardinale.
Questo tenore fu da poi costantemente tenuto dagli altri Vicerè, che
al Conte d'Olivares successero: e finchè regnò Filippo II, fece valere
nel Regno questa sua preminenza, come in tempo di tutti gli altri suoi
predecessori.
Nel Regno di Filippo III, non si permise sopra ciò novità alcuna, e
questo _Exequatur_, reso ormai celebre per le tante contese sopra di
quello insorte, era costantemente ritenuto e riputato tanto caro e
prezioso, che si stimava, il volersi volontariamente cedere a questo
punto, uno de' più segnalati e preziosi doni, che da Re di Spagna
potesse farsi giammai alla Corte di Roma; la quale l'avrebbe riputato
d'un valore infinito. Tanto che Tommaso Campanella in que' suoi
fantastici discorsi, che compose sopra la monarchia di Spagna, che M.
S. vanno per le mani di alcuni, volendo aggiustar con nuovi e strani
modi quella Monarchia, dice, che il Re di Spagna per togliere al Papa
ogni sospezione, potrebbe cedere al punto dell'_Exequatur_ in qualche
parte, e mandar Vescovi e Cardinali alli governi di Fiandra e del Mondo
Nuovo, e che in cotal guisa le cose riuscirebbero a suo modo; _poichè_
(e' soggiunge) _si vede, che il Papa con la indulgenza della Cruciata,
gli dona più guadagni, ch'egli non spende a regalare Cardinali, Vescovi
ed altri religiosi, e dove si pensa perdere, guadagnerebbe_. Ed altrove
ne' medesimi discorsi, dice, che potrebbe farsi un cambio tra 'l Re
ed il Papa; il Re, che gli ceda l'_Exequatur_, ed all'incontro il Papa
gli doni l'autorità dell'ultima appellazione, sì che possa comporre un
Tribunale, dove egli come Cherico sia il Capo, ed unito a due Vescovi,
siano Giudici d'ogni appellazione. Ma lasciando da parte stare questi
sogni, nel nostro Reame, non meno nel Regno di Filippo III, (dove per
tralasciar altri esempj a' Brevi che spediva il Papa di Conti Palatini
e di Cavalieri aurati, non si dava l'_Exequatur_, se non ristretto, che
potessero solamente portare _torquem, seu habitum Equitis aurati_[285])
che nel Regno di Filippo IV suo figliuolo, e di Carlo II, ultimo degli
Austriaci di questa discendenza, non vi è scrittura, che venga da Roma,
che non sia ricercato l'_Exequatur_. S'espongono tutte all'esame, siano
Commessioni e patenti del Nunzio Appostolico e de' Collettori: siano
Brevi, Decreti o Editti attenenti al S. Ufficio, ovvero al Tribunale
della Fabbrica di S. Pietro: siano per proibizioni di libri, per
Indulgenze e Giubilei: siano in fine monitorj e citazioni: ed in breve
di qualunque provvisione, che di Roma ci venga, non si permette la
pubblicazione, e molto meno l'esecuzione senza questo indispensabile
requisito. Il Vicerè col suo Collaterale Consiglio commette l'esame
della scrittura al Cappellan Maggiore e suo Consultore, il quale ne
fa a quel Tribunale relazione, da cui non vi essendo inconvenienti, nè
pregiudizio, si concede l'_Exequatur_, e sovente anche si niega. Questo
è l'inveterato ed antico stile introdotto nel Regno, fin da che in
quello si stabilì il Principato mantenuto nella serie di tanti secoli,
da tutti i Principi, che lo ressero; ed a' dì nostri maggiormente
stabilito dal nostro Augustissimo Principe, il quale, negli anni 1708 e
1709, residendo in Barcellona, con più sue regali carte[286] dirette al
Cardinal Grimani nostro Vicerè, comandò, che in tutte le provvisioni,
che ci vengono da Roma, si fosse inviolabilmente osservato; in guisa
che al presente dura vie più stabile e fermo, che mai.