Non meno che in tempo degli Angioini, fu ciò praticato co' Re
_Aragonesi_. Re Alfonso I espose ad Eugenio IV, da poi ch'ebbe dal
medesimo ricevuta l'investitura colle solite clausole, che nel Regno
v'era consuetudine di non riceversi i Prelati provvisti da Roma senza
il suo beneplacito; ed il Papa non v'ebbe difficoltà alcuna, che per
l'avvenire potesse valersi di questa prerogativa. Per ciò, essendo
stato nel 1451 provveduto il Vescovado di Marturano in Calabria, il
Re Alfonso diede al provvisto l'_Exequatur_, come dal suo diploma,
rapportato dall'Ughello[253]. Il medesimo Re, avendo Papa Calisto
III conferita la Badia di S. Pietro in _Pariete_ fuori le mura del
Castello di Cilenza dell'Ordine di S. Benedetto della Diocesi di
Vulturara a Fr. Baldassare di Montauro, monaco del Monastero di S.
Pietro della Canonica fuori le mura d'Amalfi dell'Ordine Cisterciense,
diede l'_Exequatur_ alle Bolle, che gli furono da costui presentate, ed
ordinò a 29 luglio del 1457 al Conte di Termuto che si eseguissero. Lo
stesso fece alla concessione, che il Gran Maestro di Rodi dell'Ordine
Gerosolimitano avea fatta a Filippo Ruffo di Calabria, figliuol
naturale di Carlo Ruffo Conte di Sinopoli[254], del Priorato e Governo
della Chiesa di S. Eufemia di detto Ordine, situata nella Provincia di
Calabria, dandogli l'_Exequatur_, ed ordinando a' suoi ufficiali che
l'assistessero nel pigliar il possesso, ed alla percezione de' frutti.
Morto il Re Alfonso, e succeduto nel Regno Ferdinando I suo figliuolo,
questi, nel Pontificato di Sisto IV, seguitando le medesime pedate de'
Re suoi predecessori, non ebbe chi tal prerogativa gli contrastasse;
anzi nel 1473 ne stabilì Prammatica, al cui esempio il Duca d'Alcalà ne
promulgò poi un'altra nel 1561, della quale si dirà più innanzi[255];
egli per ciò alle Bolle, ed altre provvisioni, che venivano da Roma,
quando non poteva considerarsi inconveniente, dava l'_Exequatur_,
ed avendo il Pontefice suddetto conferito il Vescovado di Capaccio a
Lodovico Fonellet Arcivescovo di Damasco per Bolle Appostoliche dei
20 marzo 1476, presentategli le Bolle, assenti, ed a' 13 maggio del
medesimo anno scrisse al Capitano di Capaccio ed a' suoi Ufficiali, che
l'eseguissero.
Assunto che fu poi al Pontificato Innocenzio VIII, portando la
condizione di que' tempi, che la corruzione in Roma arrivasse insino
all'ultima estremità, si vide non meno in lui (ma più ne' Pontefici,
che gli successero) una ambizione così sregolata, che niente altro si
studiava, che per ogni via rendersi assoluti Monarchi sopra i Principi
della Terra; cominciò a dispiacer loro quest'_Exequatur_, ovvero
_Placet_, che praticavasi in tutti i Dominj de' Principi Cristiani di
Europa.
Innocenzio VIII adunque fu il primo, che per mezzo d'una sua
Costituzione[256] cercò toglierlo a tutti, e tentò la prima volta
contrastarlo al nostro Re Ferdinando: ma siccome la sua Bolla non ebbe
alcun seguito, e fu riputata inutile e vana negli altri Regni, così
ancora nel nostro: si continuò per tanto l'_Exequatur_, e Ferdinando
istesso, avendo il medesimo Pontefice conferito il Vescovado di
Sessa ad un tal Fr. Ajossa Napoletano, non si fece eseguir la Bolla,
se non presentata a lui, il quale, a' 3 aprile del 1487 concedè
l'_Exequatur_[257].
Succeduto, ad Innocenzio Alessandro VI Pontefice dotato di tante belle
doti e virtù, quante il Mondo sa; costui per le cagioni rapportate nel
_lib. 29_ di questa Istoria, essendo molto avverso al nostro buon Re
Federico, fra l'altre cose gli contrastò l'_Exequatur_ con maggiore
ostinazione e vigore; e vedendo che tutti i suoi sforzi gli riuscivan
vani, lo portò tanto innanzi la sua stizza, che non ebbe punto di
difficoltà nel 1500 a' 25 giugno di deporlo dal Regno, e fra l'altre
colpe che gl'imputava, per le quali veniva a dare tal passo, era questa
ancora, ohe aveva in più modi impedite le provvisioni Appostoliche,
eziandio quelle fatte in favore de' Cardinali, e voleva che le Bolle di
Roma non si mandassero in effetto, senza il _Regio Exequatur_[258]. Ma
altronde, che dalla collera di Alessandro e dalla sua vana deposizione
vennero le disgrazie a questo infelice Principe, il quale in tutto
il tempo che proseguì a regnare fra noi, non soffrì, che le Bolle si
ricevessero senza l'_Exequatur_: anzi ora vie più forte che mai, a' 3
di luglio del medesimo anno 1500, scrisse una molto grave lettera al
Vescovo di Carinola, dicendogli, che in tempo de' Re suoi progenitori
e massime del Re Ferdinando suo padre, era stato da antichissimo tempo
e continuamente osservato nel Regno, che niuna provvisione venuta
da Roma, o da altro luogo straniero, era stata ammessa, letta, nè
pubblicala senza licenza del Re: e così ancora erasi osservato da'
successori di Ferdinando dopo la sua morte, e che tutto ciò erasi da'
predecessori Pontefici sopportato; ma che presentemente scorgendosi,
che alcuni, per la revoluzione de' tempi, sogliono scusarsi non avere
di ciò notizia, perciò avea egli voluto farlo intendere a tutti i
suoi sudditi, con incaricar loro, che niuna Bolla, Breve o Scomunica e
qualsivoglia altra sorta di provvisioni, che venga da fuori del Regno,
si debba leggere, ammettere e pubblicare per persona del Mondo, senza
sue lettere esecutoriali, osservando detta antica consuetudine, e
non faccia il contrario se ama la sua grazia. In esecuzione del quale
stabilimento, avendo inteso, che al Maestrodatti del Vicario Capuano
era stata presentata inibitoria di Roma senza Exequatur; scrisse a' 3
dicembre del medesimo anno 1500 al Capitano di Capua, che proccurasse
aver nelle mani detta inibitoria, e la mandasse a lui, per provedere a
ciò che stimerà necessario.
Ma in niun tempo fu ciò con maggior rigore fatto osservare, quanto
nel Regno di _Ferdinando il Cattolico_, e negli anni che fu il Regno
governato dal Gran Capitano, e dopo la sua partita, da' _Vicerè_ suoi
successori.
In tempo del _Gran Capitano_ leggonsi presso il Chioccarello[259] molti
ordini da lui dati, affinchè non si desse la possessione a' Vescovi ed
Abati senza _Exequatur_; e di vantaggio si è proceduto al sequestro
delle rendite, nel caso si fosse presa senza di quello, e questo
medesimo fu praticato ancora nelle Badie concedute a' Cardinali, i
quali nè tampoco ne sono in ciò esenti, e per ciò non ebbero ripugnanza
di cercarla, siccome fece il Cardinal d'Aragona per la Badia di S.
Maria dello Mito posta in Provincia di Terra d'Otranto, concedutagli
da Papa Giulio II nel 1505. Così ancora quando dal detto Papa, per
resignazione fattane dal Cardinal Oliviero Caraffa Arcivescovo di
Napoli, fu dato il Vescovado di Chieti a Gianpietro Caraffa, poi
Cardinale e Papa, detto _Paolo IV_, fu la Bolla spedita a' 30 luglio
del detto anno 1505 presentata al Gran Capitano, il quale a' 22
settembre del medesimo anno, vi diede l'_Exequatur_.
Parimente procedè il Gran Capitano con gran rigore contra coloro, i
quali ardivano di servirsi di qualunque scrittura, anche di scomunica,
o interdetto, venuta di Roma senza il _Placito Regio_. Così avendo
con grandissimo rincrescimento inteso, ch'erano state poste nella
porta della Chiesa Metropolitana di Cosenza alcune scomuniche, o
interdetti contra Suor Arcangela Ferraro Monaca dell'Ordine di S.
Bernardo, senza essersi ottenuto prima _Regio Exequatur_, scrisse a'
23 dicembre del detto anno 1505 una molto grave lettera al Governadore
di Calabria, ordinandogli che ne prendesse informazione, e trovando le
suddette censure essere state affisse da persona laicale, la castighi
severamente, ed esemplarmente: se poste da persona Ecclesiastica ne
gli dia avviso, acciò che possa procedere a quello sarà di dovere. E
non pure nelle provvisioni di beneficj, o censure venute da Roma, ma
anche di commessioni venute dalla Sede Appostolica vi si cercava il
_Placito Regio_. Così avendo il Papa mandata commessione a D. Nicolò
Panico Commessario Appostolico, che insieme col Vescovo di Melito avea
da far inquisizione e castigare alcuni Preti delinquenti della Chiesa
di Melito, fu detta Commessione presentata al G. Capitano, il quale a'
20 giugno del seguente anno 1506 vi diede il _Regio Exequatur_.
Partito che fu Consalvo da Napoli per Ispagna col Re Ferdinando il
Cattolico, il Re lasciò in suo luogo il _Conte di Ripacorsa_ Castellano
d'Emposta, Aragonese e glie ne spedì commessione nel Castel Nuovo sotto
li 5 giugno del 1507, nella quale lo chiama suo nipote[260]. Rimasero
parimente in Napoli la Regina Giovanna vedova del Re Ferdinando I
d'Aragona, sorella di Ferdinando il Cattolico; l'altra Regina Giovanna
la giovane, che fu moglie del Re Ferdinando II, Beatrice Regina
d'Ungheria, figliuola del Re Ferdinando I, ed Isabella Duchessa di
Milano, figliuola del Re Alfonso II, la quale, per la morte del Duca
Giovanni Galeazzo suo marito, succeduta nel tempo che passò in Italia
il Re di Francia Carlo VIII, fu scacciata da quel Ducato da Lodovico
il Moro. Ferdinando il Cattolico vietò che a questo Principe si desse
la minima molestia intorno alla possessione delle Città e Terre che
possedevano, assignate loro in tempo de' Re Aragonesi per loro doti
ed appannaggi, e confermate nel trattato di pace, che Ferdinando
conchiuse col Re di Francia, quando si divisero il Regno, nel quale fra
gli altri patti si legge, che queste Regine dovessero durante la loro
vita, tenere e quietamente possedere tutti i Dominj, Terre e rendite
che per cagione di dette loro doti possedevano nel Regno così in
Napoli, Terra di Lavoro, ed Apruzzi, (metà assegnata al Re di Francia)
come ne' Ducati di Calabria e di Puglia, altra metà appartenente al
Re Ferdinando[261]. In esecuzione di che Ferdinando trattò sempre
la Regina Giovanna vedova del Re Ferdinando I sua sorella con sommo
rispetto, e la mantenne nella possessione de' suoi Stati con tutte le
preminenze regali, che vi esercitava, come se di quelli fosse libera ed
indipendente Signora.
Possedeva questa Regina la città di Lucera di Puglia, ovvero _de'
Saraceni_, la città di Nocera detta _dei Pagani_, la città di
Sorrento, la città della Cava, e, come Principessa di Sulmona, la
città di Sulmona, colle loro appartenenze. Il nuovo Vicerè Conte di
Ripacorsa rispettava questa Regina come Padrona, nè si impacciava nel
governo di quelle città dove ella esercitava assoluto ed indipendente
imperio. Osserviamo per ciò in questi tempi, spediti alle scritture
provenienti da Roma, più _Regii Placiti_, non meno dal Conte di
Ripacorsa nel Regno, che dalla Regina Giovanna nelle sopraddette città
a lei appartenenti. Tutti con più chiarezza dimostranti l'inconcussa
pratica di tal requisito, e reputato allora grave eccesso e delitto il
trascurarsi.
Ma niun più chiaro documento conferma questo rigore, quanto una
lettera, che il Re Ferdinando il Cattolico scrisse a' 22 di maggio
dell'anno 1508 a questo Vicerè piena di minacce e molto terribile,
per aver il Conte, forse a riguardo della Regina Giovanna, rilasciato
alquanto il rigore in una occasione, che saremo a riferire. Essendo
insorta una controversia nella città della Cava, nella quale la
Regina come città sua vi avea parte, avea il Papa mandato un Corriere
Appostolico con un Breve, il quale ebbe ardimento di valersene senza
il _Placito Regio_, e di notificarlo allo stesso Vicerè; ciò che
partorì gravi disordini. Il Conte di Ripacorsa con sue lettere ne
avvisò Ferdinando, il quale risedeva allora a Burgos. Rispose il Re
con tal risentimento e tanta alterazione, che fra l'altre cose gli
scrisse, che egli era rimaso molto mal contento di lui, che non avea
in affare cotanto grave proceduto con quel rigore, che meritava, con
aver permesso un pregiudizio di tanta importanza contra la sua dignità
Regale e sue preminenze, e come abbia potuto soffrire quell'atto del
Corriero Appostolico, senza farlo tosto impiccare: che questo era un
attentato contra il diritto, e che non vi era memoria, che contra un
Re, o Vicerè di questo suo Reame, si fosse altre volte ardito tanto,
ch'egli voleva far valere questa sua ragione nel Regno di Napoli,
siccome nelli Regni di Spagna, e siccome praticavasi ancora in quelli
di Francia; che questi attentati del Papa, siccome l'esperienza ha
fatto conoscere, non eran ad altro drizzati, che ad augumentare la
sua giurisdizione; onde aveano fortemente scritto al suo Ambasciadore
residente in Roma, affinchè portasse al Papa le sue querele, con
dimostrazioni forti, poich'egli era risoluto, se non rivocava il Breve,
e si cassassero tutti gli atti, ch'erano seguiti, di sottrarre dalla
sua ubbidienza tutti i Reami della Corona di Castiglia e d'Aragona:
facesse avvertita bene la Regina di questa sua fermezza e proposito,
ed egli invigilasse, che nel Regno non entrasse Bolla, Breve o altra
scrittura Appostolica contenente interdetti o altra provvisione
toccante quell'affare direttamente o indirettamente, nè permetta, che
qualsivoglia altre scritture di tal natura siano quivi rappresentate,
o pubblicate.
Questa lettera del Re, ancorchè non rapportata dal Chioccarello, fu
tutta intera impressa nel suo idioma Spagnuolo dall'autore del Trattato
_de Jure Belgarum circa Bullar. receptionem_[262]; e viene ancora
rapportata in idioma franzese da Van-Espen nel suo Trattato _De Placito
Regio_ nell'Appendice[263], dove allega questa pratica del nostro Regno
per inconcussa e non mai interrotta.
Il Conte di Ripacorsa, atterrito da questo risentimento del Re, non
tralasciò in tutto il tempo del suo governo invigilare più di quello,
che avea fatto per lo passato, che non si ricevesse scrittura alcuna
di Roma senza il _Placito Regio_, e di punire i trasgressori, siccome
avea già fatto nell'occasione del possesso dato senza _Exequatur_ d'una
Rettoria, con farne carcerare molti, e ad un Prete, che per la stessa
cagione era parimente stato carcerato, obbligollo a dar malleveria di
presentarsi, e così lo fece rilasciare.
Parimente essendo stato avvisato, che s'era presentata nella Corte di
Cività Ducale un'inibitoria del Papa, onde il Giudice non voleva in
quella causa procedere, scrisse egli a' 7 aprile di questo medesimo
anno 1508 al Governadore di quella Terra, che restava di ciò molto
maravigliato, perchè dovea sapere, che in questo Regno tutte le
provvisioni Appostoliche non si possono presentare senza _Exequatur_:
ed essendo stata presentata quell'inibitoria senza tal atto non
ne dovea fare alcuna stima, e per ciò gli ordinava, che dovesse in
quella causa procedere, non ostante detta inibitoria, e che questo
praticasse nell'avvenire, quando occorrerà, in simiglianti casi. Ed a'
30 giugno del medesimo anno diede ordine all'Arcivescovo di Nazaret
Regio Cappellan Maggiore di non dar licenza, senza cognizione di
causa, di far citare per Roma i Possessori dei beneficj, e senza che
egli ne stia inteso. E nel seguente anno 1509 fece condur prigione con
buona custodia in Napoli un tal D. Felice, della Diocesi di Nola, per
essersi servito di certe provvisioni di Roma senza il dovuto _Exequatur
Regium_[264].
Non meno che il Conte di Ripacorsa, la Regina Giovanna d'Aragona serbò
questo istituto nelle Città del suo Dominio. Come padrona di Lucera
de' Saraceni, a primo giugno del 1510 concedè il suo _Regio Exequatur_
ad un ordine venuto di Roma contra il Patriarca d'_Antiochia_,
Vescovo di quella Città. Come Principessa di Sulmona a' 8 maggio del
1512, concedè il suo _Placito Regio_ a Prospero de Rusticis per lo
Vescovado della Città di Sulmona conferitogli da Papa Giulio II con
Bolle Appostoliche de' 30 aprile del 1512. Come Signora della città di
Nocera de' Pagani, a 30 giugno del medesimo anno concedè _Exequatur_
a Domenico de Jacobaccio per lo Vescovado di detta città, conferito
dal medesimo Pontefice; siccome a' 12 febbrajo del 1515, lo concedè
a D. Pietro Jacopo Veneto di Napoli per la Chiesa Parrocchiale di S.
Matteo di Ancipontico di detta città di Nocera conferitagli dal Papa.
Come padrona della città di Sorrento lo concedè a 8 ottobre del 1514,
al Reverendo Messere Alberto fratello del Cardinal di Sorrento per
l'Arcivescovado di Sorrento, che il Papa glie lo avea conferito per
resignazione fattagli dal detto Cardinal suo fratello. E finalmente,
come Signora della Cava concedè l'_Exequatur _ad una Bolla del
Pontefice Lione X[265] il qual Pontefice, ancorchè avesse promulgata
una terribile Costituzione[266] contra gl'Imperadori, Re ed altri
Principi, che pretendevano doversi ricercar il loro _Placito_ o sia
_Exequatur_ alle provvisioni di Roma; non fu però quella accettata da
niun Principe, ma rimase vana ed inutile e senza effetto veruno.