_Contese insorte intorno all'accettazione della Bolla in COENA DOMINI
di PIO V._
Il Pontefice Pio IV non visse gran tempo dopo la fine del Concilio,
essendo morto il dì 9 di decembre dell'anno 1565. Fu in suo luogo
fatto Papa a' 7 gennajo del nuovo anno 1566 il Cardinal Michele
Ghisilieri soprannominato _Alessandrino_, perch'era nato l'anno 1504,
nel villaggio di Bosco vicino ad _Alessandria_[195]. Fu egli Monaco
dell'Ordine di S. Domenico, e fu creato Commessario del S. Ufficio, col
favore del Cardinal Caraffa, di cui era amicissimo e molto famigliare,
il quale essendo fatto Papa, per aver il Ghisilieri con gran severità
ed audacia esercitata quella carica, lo nominò Cardinale nel 1557.
Costui essendo giunto al Pontificato, prese il nome di _Pio V_, e,
nutrito colle massime di Paolo IV, fu terribile contra i Settari, ed in
Roma, ne' primi anni del suo Pontificato, fece ardere Giulio Zoanneto
e Pietro Carnesecco, sol perchè s'era scoverto, che questi tenevan
amicizia e corrispondenza co' Settarj in Germania; ed in Italia con
Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga sospette d'eresia. Questo medesimo
infelicissimo fine ebbe per lui l'eruditissimo Aonio Paleario, il quale
intesa la sua condanna disse: _Inquisitionem esse sicam districtam
in Literatos_[196]. Avea Pio V del Pontificato concetti troppo alti,
ed all'incontro dell'Imperio troppo bassi, e sopra i Principi, non
meno di quello che ne pretese Paolo IV, era persuaso poter far valere
l'autorità della S. Sede, più di quello, che comportava una Potenza
spirituale. Credeva sopra coloro poter tutto, e di dovere caricar la
sua coscienza, se trascurava di farlo; perciò quel che operava, non era
per lui indirizzato ad altro fine, che ad un puro zelo di religione
e di disciplina; onde per questa severità di costumi, e per aver
somministrate grosse somme nella guerra contra i Turchi, s'acquistò
riputazione di santità, e l'abbiam veduto a' dì nostri essere stato
canonizzato per Santo dal Pontefice Clemente XI[197].
Non bastandogli d'essersi fortemente impegnato a far osservare
esattamente i Decreti del Concilio, per maggiormente stabilire nel
Pontificato la Monarchia, opera che incominciossi dalle Decretati
d'Innoncenzio III e IV, di Gregorio IX, di Bonifacio VIII e degli
altri Pontefici suoi predecessori, diede fuori (appena passato il
primo anno del suo Pontificato) quella cotanto famosa e rinomata
_Bolla_, che ogni anno vien pubblicata in Roma nel Giovedì Santo _in
Coena Domini_, donde prese il nome. La pubblicò egli nell'anno 1567.
Poi nell'anno seguente ne pubblicò un'altra, dove s'aggiunsero più
cose, e rendettela vie più fulminante[198]. Comandò, che tutto il
Mondo Cristiano senz'altra pubblicazione, che quella fatta in Roma, a
quella ubbidisse: i Parrochi ogni anno il Giovedì Santo la leggessero
al popolo in su de' pulpiti: e gli esemplari s'affiggessero nelle
porte delle Chiese, ed in tutti i Confessionarj, e che quella fosse la
norma della disciplina e delle coscienze, non meno a' Vescovi, che a
Penitenzieri e Confessori. Contiene ella molti capi, poichè quella, che
va attorno e si vede ne' Confessionarj affissa, è raccorciata e molto
dimezzata. Alcuni Scrittori tutta intiera la rapportano nelle loro
opere, come, per tralasciar altri, Francesco _Toledo_[199] nella di
lui Somma, e Lionardo _Duardo_ Cherico Regolare vi compilò sopra un ben
ampio _Commentario_, e lo stampò in Milano nel 1619 nella di cui Chiesa
Metropolitana era stato lungo tempo Penitenziere[200].
Questa Bolla, oltre infiniti eccessi, butta interamente a terra la
potestà de' Principi, toglie loro la sovranità de' loro Stati, e
sottopone il lor governo alla censura e correggimento di Roma. Per
tralasciarne molti, dal _cap_. 19 sino al 29, si leggono nella Somma
del Toledo diciotto articoli, tutti riguardanti a questo fine.
Nel _cap_. 19 si scomunicano i Fautori degli Eretici, ponendosi con
ciò in balìa del Papa di scomunicar i Principi cristiani, i quali o
per difesa de' loro Regni, o per altro interesse di Stato, facessero
leghe con gli Eretici o infedeli, dandosi ad intendere a' popoli, che
quel Principe non senta bene della fede, come fautor degli Eretici e
degl'infedeli, e con ciò possa disturbarsi dal trono; siccome questa
massima si vide praticata in Francia nella persona del Re Errico
III, Principe cattolico, il quale sol perchè prese la protezione de'
Ginevrini, fu dato pretesto a' Gesuiti d'insegnare, che potessero i
popoli da lui ribellarsi[201].
Nel _cap_. 20 si scomunicano tutti coloro, che dei Decreti, sentenze
ed altri ordinamenti del Papa appellano, o danno ajuto e favore agli
appellanti al general Concilio. Si scomunicano ed interdicono tutte
le Università degli studi, e collegi e capitoli, che tenessero, ovvero
insegnassero che il Papa sia sottoposto al Concilio generale. In guisa
che, non solamente agli articoli stabiliti in questa Bolla, ma a tutte
le Costituzioni, Decreti, e sentenze della Corte di Roma, o si deve
ubbidire, ovvero che s'incorra nella scomunica, ed interdetto, se non
si accetteranno.
Nel _cap_. 21 si scomunicano tutti i Principi, i quali nelli loro
Stati, o impongono nuovi pedagi, gabelle, dazj, o accrescano gli
antichi, fuori de' casi dalla legge a lor permessi, ovvero dalla
licenza speziale, che n'avessero ottenuto dalla Sede Appostolica;
onde Martino _Bacano_[202] in conformità di quest'articolo insegnò
_che il Principe per ragion della sua amministrazione divien Tiranno,
se tirannicamente amministra il Principato, gravando i sudditi
d'ingiuste esazioni, rendendo gli Ufficj de' Giudici, facendo leggi a
se comode, etc._ Così in vigor di questa scomunica sarà posto in mano
del Papa, quando gli piacerà, di dichiarare il Principe Tiranno, e
muovergli contra, i popoli, a discacciarlo dal Trono come Tiranno, se
nell'imposizione de' tributi non avrà prima ottenuta da lui la licenza.
E così bisognerà, che i Principi Cristiani aprano al Papa gli arcani
de' loro Stati, i bisogni che tengono, per ottener facoltà d'imporre
nuove gabelle, o accrescere l'antiche. Di questo pretesto si servì
Bonifacio VIII contra Filippo il Bello, infamandolo, che avea gravato
i suoi sudditi d'ingiusti tributi, e che nel Regno avea diminuita
la ragion della moneta. E già nel Regno, se la provida cura del Duca
d'Alcalà non vi riparava, si cominciavano a sentire da' popoli susurri
intorno alle imposizioni delle gabelle, riputate ingiuste, perchè
imposte senza licenza del Papa, e per ciò di non esser obbligati a
pagarle, come vedremo più innanzi. E nel governo del Duca d'Ossuna nel
1582 si videro pur troppo manifesti gli effetti perniziosi di questa
dottrina, poichè essendosi risoluto dalle Piazze, toltane quella
di Capuana e del Popolo, d'imporre una nuova gabella, ch'era di far
pagare un ducato per ciascuna botte di vino, che si cominciasse a bere,
il popolo tumultuando dichiarossi di non volere che si parlasse di
gabella, fomentati da molti Padri spirituali, che pubblicarono peccare
mortalmente tutti coloro, che si fossero intromessi all'imposizione di
tal gabella, e fra gli altri vi fu un Cappuccino spagnuolo chiamato
_Fra Lupo_, il quale declamando in ogni angolo della Città con molto
fervore, e predicando e protestando a tutti, che lor soprastava un
gran castigo divino, se cotal opra si metteva in effetto: fu bisogno al
Vicerè di farlo uscir tosto da Napoli. Ma con tutto ciò il popolo non
potè mai ridursi a consentirvi; la gabella non si pose, e nel seguente
anno, quanto si potè fare, a disporlo ad un nuovo donativo d'un
milione e ducento mila ducati[203]. Quindi nacque presso di noi quella
perniciosa dottrina de' Casuisti, colla quale regolano le coscienze
degli uomini e la insinuano ne' Confessionarj, che fosse a' popoli
lecito fraudar le gabelle a cagion del pericolo che si corre, e perchè
sono imposte senza tal Papale licenza.
Ne' _capitoli_ 27, 28 e 29 si stabilisce l'immunità degli Ecclesiastici
assolutamente, ed independentemente da qualunque privilegio di
Principe, ed in conseguenza si scomunicano tutti i Presidi, i
Consiglieri, i Parlamenti, i Cancellieri, in fine tutti i magistrati e
Giudici costituiti dagli Imperadori, Re e Principi Cristiani, li quali
in qualunque maniera impedissero agli Ecclesiastici d'esercitare la
loro giurisdizione Ecclesiastica contra quoscumque. Con quest'articolo
viene a cadere tutta l'autorità politica del Principe, e si trasferisce
alla Corte Episcopale; poichè gli Ecclesiastici non solo vengono
ad essere dichiarati immuni dalla giurisdizione politica nelle
cause civili e criminali; ma potranno, secondo ciò che gli verrà di
capriccio, tirare i Laici alle loro Corti; nè i Magistrati si potranno
opporre, perchè come impedienti l'esercizio della Giurisdizione
Ecclesiastica _contra quoscumque_ incorrono nella scomunica.
Si scomunicano ancora in questa Bolla tutti coloro che impediranno
l'estrazione delle vettovaglie ed altre cose da' loro Stati, per
doversi introdurre in Roma, e nello Stato Ecclesiastico per l'annona e
bisogno di quella città e Stato.
Parimente nel _cap_. 13 si scomunicano tutti coloro, che proibiranno
l'esecuzione delle lettere Appostoliche, col pretesto, che vi si
abbia prima a richiedere il loro assenso, beneplacito consenso, o
esame; onde i Dottori Ecclesiastici furon presti a porre in istampa
nelle loro opere, come per tralasciar gli altri, fece Reginaldo[204],
che i Magistrati incorrono nelle censure contenute nel _cap_. 13 di
questa Bolla, quando senza il beneplacito o esame loro impedissero
l'esecuzione delle medesime, anche se si restringessero solamente ad
esaminarle, senza avervi d'aggiugnere segno o nota, ma restituirle
così illese ed intatte, come si esibivano. E con ciò andava a terra
nel nostro Regno L'_Exequatur Regium_, e s'inserivano infiniti altri
pregiudizj e tutti rilevanti: tanto ch'era l'istesso accettarla, che
ruinare il Regno.
Tutti i Principi Cattolici ne' loro Regni di là dei Monti non la
ricevettero a patto veruno, nè permisero, che in qualunque modo si
pubblicasse; e narra il Presidente Tuano[205], che a' medesimi Principi
d'Italia parve ciò un giogo troppo grave ed insolente, e precisamente
al nostro Re Filippo, ed alla Repubblica di Venezia.
In Francia, per più arresti del Parlamento, sotto gravissime pene fu
vietata la pubblicazione della Bolla come quella, che in più articoli
s'oppone a' Regali diritti, a quelli de' suoi Ufficiali, ed alla
libertà della Chiesa Gallicana[206].
In Germania l'Imperador Ridolfo II si oppose alla pubblicazione e la
impedì con vigore. Anzi l'Arcivescovo istesso di Magonza, uno degli
Elettori dell'Imperio, vietò di farla pubblicare nelle sue Terre e
Diocesi[207].
In Ispagna il Re Filippo II parimente alla sua pubblicazione si oppose.
E nella Fiandra testificano Zipeo[208] e Van-Espen[209], che non fu
mai ricevuta; e con tutto che il Nunzio _Bentivoglio_ avesse fatto
ogni sforzo per farla ricevere e pubblicare, con averne mandato gli
esemplari a' Vescovi, non fu però quella ivi mai pubblicata, nè i
Vescovi vollero in ciò ubbidire al Nunzio.
Il Duca d'Alcalà nostro Vicerè, pubblicata che fu in Roma questa
Bolla, col consiglio e parere di quei savj Reggenti ch'erano allora in
Collaterale, fra' quali erano i famosi Reggenti Villano e Revertera,
essendo stato informato de' pregiudizj gravissimi, che quella seco
portava, e che tutti gli altri Principi Cattolici ne' loro Reami
l'aveano affatto rifiutata, anzi che s'usava somma diligenza e rigore
di non farla a patto veruno divolgare, castigando chi la disseminava,
con usar egli l'istesso rigore nel nostro Regno, proccurò, che non si
ricevesse.
I Vescovi tosto ebbero ricorso in Roma, dolendosi col Pontefice Pio
del Vicerè, avvertendolo come si proccurava non farla ricevere: il
Pontefice scorgendo, che sarebbe stata opera perduta il tentare di
rimuovere il Vicerè, usando le solite arti di Roma, col favore dei
Principi non bene informati estorquere l'intento, diede incombenza
al Vescovo d'Ascoli suo Nunzio in Ispagna, affinchè passasse col
Re Filippo premurosi ufficj per indurlo a scrivere al Duca di far
ricevere nel Regno la Bolla; ed il Nunzio colorì così bene la sua
causa, lagnandosi essere in Napoli la giurisdizione Ecclesiastica
malmenata, che nel medesimo anno 1567 indusse il Re, non ben informato,
di scrivere una lettera al Duca, nella quale generalmente ordinava,
che si dovesse tener particolar pensiero di favorire la Giurisdizione
Ecclesiastica, e di non contrariarla; ma con la solita avvedutezza
gli soggiunse, che la favorisse in quanto non sarà contraria la sua
preminenza regale; e che per ciò per poter soddisfare al Papa con più
fondamento, desiderava di aver particolar informazione di tutto ciò,
che in questo Regno s'osservava: onde gl'incaricava, che informatosi da
persone dotte e pratiche e di sperimentata bontà, l'avvisasse di tutto
giuntamente col suo parere.
Il Vicerè rispose a questa lettera con due particolari consulte, una
de' 31 luglio del medesimo anno, e l'altra de' 22 decembre, nelle quali
riferendogli tutti i capi della Bolla, che sommamente pregiudicavano
alla Regal Giurisdizione, l'avvertiva, ch'essendo questo negozio di
grandissima importanza, bisognava star attentissimo, e che egli stimava
di mandar in Roma a Sua Santità un Dottore del Consiglio di Sua Maestà
persona dotta, e ben istrutta delle Prammatiche, Capitoli, Stili ed
Osservanze di questo Regno, il quale insieme col suo Ambasciadore in
Roma trattasse col Papa per rimediare, in un negozio sì grave, a tanti
pregiudicj.
Ma mentre in Ispagna si stavano esaminando queste relazioni del Duca
per deliberare ciò che dovea farsi, l'Arcivescovo di Napoli ed i
Vescovi del Regno, animati dal Papa, non mancavano, quando lor veniva
fatto, di pubblicar la Bolla, e per tutte le loro Diocesi disseminarla,
da che, particolarmente intorno all'esazione delle gabelle e
del _Exequatur Regium_, ne nascevano gravissimi inconvenienti.
L'Ambasciadore del Re Filippo, risedente in Roma, portava le doglianze
col Papa, _di essersi pubblicata ne' Regni del suo Re, e spezialmente
in quel di Napoli, la Bolla in Coena Domini senza il Regio Exequatur_;
ma il Pontefice Pio rispondeva, secondo rapporta il Catena[210], che
_la Bolla in Coena Domini tanto antica, quantunque solamente in Roma
ciascun Pontefice la pubblicasse, avea forza per tutto il Mondo,
siccome le altre Costituzioni generali; ed aver per l'addietro i
Principi e i loro popoli, che si trovavano aver contravvenuto ad alcuna
proibizione di questa Bolla, dimandata l'assoluzione da' Pontefici: di
essa essersi fatta menzione sempre in tutti i Giubilei ed indulgenze,
e nella Bolla della Crociata, conceduta alle volte a richiesta de' Re
di Spagna. Per ciò aver comandato agli Arcivescovi e Vescovi che la
pubblicassero; molto più perchè avea inteso, che in diverse Province
ciò non si faceva, acciocchè non istassero i popoli inviluppati nelle
scomuniche, non iscusandoli l'ignoranza, etc. L'ammonire i Confessori
del debito loro, convenire al vero Pastore, acciocchè essi sappiano fra
lepra e lepra discernere e de' peccati massimamente ne' casi riservati
al Papa giudicare_.
Il Vicerè informato dall'Ambasciador di Roma dell'ostinazione del
Papa, e vedendo co' proprj occhi i disordini, che per ciò accadevano
nella città e nel Regno, a' 15 maggio del nuovo anno 1568, mandò al
Re una terza consulta, nella quale l'informava degli inconvenienti,
che ogni dì nascevano per cagion di questa Bolla, delle novità e
dubbj circa l'esazioni delle gabelle, d'alcune Bolle pubblicate ed
eseguite in Regno senza l'_Exequatur Regium_, ragguagliandolo che
tanto il Nunzio Appostolico, quanto il Vescovo di Strongoli nuovamente
eletto, e mandato in Regno da Sua Santità per Visitatore, aveano
mandato generalmente a tutti li Confessori di Napoli, e segnalatamente
al Confessore di esso Vicerè nel Convento della Croce, ed a tutti i
Confessori delli Reggenti, a ratificargli la Bolla _in Coena Domini_,
ordinando loro che non assolvessero quelli che in qualsivoglia modo
contravenivano alla Bolla suddetta. E di vantaggio, che avendo la città
di Napoli preso un espediente di dare alli Panettieri il grano della
città a minor prezzo di quello, che a lei costava, per non alzare il
prezzo che correa allora del pane, conchè li Panettieri pagassero un
carlino per tomolo di pane che lavoravano, col qual avanzo la città
ne ricaverebbe d'utilità più di ducati sessantamila l'anno; atteso
essendosi bandito il pagamento predetto d'un carlino per tomolo, vi
erano offerte per due anni di centottomila ducati, ed altri davano
intenzione d'avanzare insino a ducati centoventimila, dal che la
città veniva a ristorarsi di quel che avea perduto, e perdea nelli
prezzi de' grani; ed essendosi deputata giornata per l'accension della
candela, la Piazza di Nido erasi ritrattata, per aver osservata la
Bolla _in Coena Domini_, per la quale si scomunicano quelli, che ne'
loro Dominj impongono pedagi, o gabelle, dicendo che incorrerebbero
nelle scomuniche contenute in detta Bolla; e che similmente quelli,
che trattavano questo negozio stavano nel medesimo dubbio, ancorchè
da questa imposizione s'eccettuassero le Chiese, Cherici e persone
Ecclesiastiche; per lo che aveano differito ed appuntato di doverne
cercar parere da' Letterati Teologi sopra questo punto.
Scrissegli ancora sotto l'istesso dì altra consulta, colla quale
ragguagliava il Re, che gli aggravj fatti e che tuttavia si facevano
da' Vescovi del Regno per cagione della suddetta Bolla (se egli colla
sua potente mano non vi riparava) si sarebbero resi irremediabili; e
quel, che più importava al suo regal servigio, era il remedio al capo
dell'_Exequatur Regium_ da darsi alle provvisioni, Brevi e lettere
Appostoliche, poichè per detta Bolla si toglieva affatto questo
costume, ed antichissima consuetudine; ed in effetto alcuni Prelati
aveano già pubblicati ed eseguiti alcuni Brevi e lettere Appostoliche
senza _Exequatur_, e ch'egli era stato costretto di simularlo, finchè
avesse risposta e risoluzione da Sua Maestà, per non incorrere nella
censura contenuta in detta Bolla. Gli avvisò ancora, che il Papa avea
mandata la Bolla all'Arcivescovo di Napoli con un Breve particolare,
che la facesse pubblicare sotto pena di santa ubbidienza; sopra di
che, da parte di Sua Santità, gli avea ancora scritto il Cardinal
di S. Pietro Alessandrino suo nipote, comandandogli, che la facesse
subitamente pubblicare, siccome già era stata subito pubblicata dal
detto Arcivescovo e dal Nunzio per le Chiese di Napoli, senza licenza
del Vicerè, e senza _Exequatur_. Di vantaggio, che nella nuova ed
ultima Bolla in _Coena Domini_ pubblicata, in quest'anno 1568, vi si
leggevano aggiunti molti altri capi pregiudizialissimi alla Regal
Giurisdizione; onde pregava istantemente il Re, che ad un affare
cotanto grave e ruinoso, vi desse presto rimedio; tanto più, che egli
con i Reggenti erano in iscrupolo d'essere scomunicati, perchè aveano
denegato l'_Exequatur_ ad alcuni Brevi di Sua Santità.
Il Re Filippo reputando, per queste insinuazioni del Duca, l'affare
di somma importanza, ed avendo fatto esaminare in Ispagna da' suoi
Consiglj e da' più famosi Teologi di quelle Università la Bolla,
finalmente a' 22 luglio del medesimo anno 1568 scrisse al Vicerè una
ben lunga lettera molto grave e forte, per la quale l'incoraggiava a
star fermo in rifiutar la Bolla, e tutto ciò che s'attentava contra
le sue regali preminenze. Mostra in prima per quella, aver inteso
non senza suo rammarico, essere giunte le cose in quello stato,
ch'egli rappresentava, non potendo lasciar di dirgli aver sentito
molto, che abbia tanto dissimulato, e quelle leggiermente passate,
ed essendo così perniziose, come sono e come egli medesimo lo dicea:
che poteva ben egli aver col Papa molto giusta ed onesta scusa di non
ammettere, nè dar luogo ad alcuna novità, che si pretendeva a tempo
suo introdurre, con dirgli, ch'era suo Luogotenente in questo Regno,
e che stando ad esso raccomandato per governarlo con que' privilegi
e preminenze, nelle quali da tanti anni si trovava in possessione,
in uso e costume, non poteva lasciare di non conservarli, così, come
gli avea trovati: che per questa causa non dovea Sua Santità tenere
a male, nè a disubbidienza, che cercasse prima consultare con sua
Maestà e complire il suo carico ed ufficio: che dovea dire al Nunzio,
che trattanto, che in questo Regno fosse stato esso Duca, non avesse
da permetter cosa, che fosse in pregiudizio e diminuzione delle sue
prerogative e preminenze, colle quali l'avea ritrovato, e che se Sua
Santità pretendeva introdurre alcuna cosa in quello, poteva accudire
a Sua Maestà, come a Padrone, e conveniva, che l'avesse fatto, poichè
toccava a Sua Maestà ordinare quel che avesse voluto, e ad esso Duca
solamente eseguirlo.
Per la qual cosa espressamente gli comandava, che per lo cammino e
termini che meglio gli parrebbono, esso Duca restituisca interamente
nella possessione, nella quale stava il Regno quando egli ci venne,
senza permettere, che la giurisdizione e preminenza reale sia
pregiudicata in un solo punto, come in lui interamente confidava,
perchè altrimenti non sarebbe ammessa niuna replica e scusa.
Che faccia intendere al Nunzio Odescalchi, che frattanto, che esso
Duca tenerà il Regno a suo carico, non s'avran da permettere in quello
simili novità, cotanto pregiudiziali a Sua Maestà.
Che castighi severamente ed esemplarmente quelli che avranno ardimento
servirsi d'alcun Breve, Bolla, o Concessione Appostolica, senza
che preceda l'_Exequatur Regium_, che da tanto tempo, e per tante
necessarie e giuste cagioni s'usa, e sta introdotto nel Regno. E che
(approvando il suo parere d'inviare a Roma persona di qualità) si
risenta col Papa e gli rappresenti gli aggravj ed i pregiudizi che gli
fa con queste novità: gli ordina, che in tanto gli dia subito avviso
d'aver eseguito puntualmente quanto gli comandava; soggiungendo ancora
(per mostrar maggiormente la sua grande premura), che avendo egli
data licenza ad esso Duca per le sue gravi indisposizioni di venire
in Ispagna, se si trovasse forse partito dal Regno, gli ordinava
di ritornar subito che avesse ricevuta quella lettera, da dove si
trovava, a riordinare il Regno, e restituirlo nelle antiche preminenze,
in maniera che lo lasci dello stesso modo, e con quelle medesime
giurisdizioni e prerogative, che lo trovò.
Risponde ancora a ciò, che il Duca gli avea scritto intorno allo
scrupolo, che coloro della città aveano di non imporre fra di loro
gabella: che proccuri di levargli da questa immaginazione ed errore;
poich'avendo egli fatto consultare il caso da' migliori suoi Teologi,
vien giudicato errore ed inganno: onde con effetto, che facci subito
imporre la suddetta gabella, affinchè Roma si disinganni, ed intendano
di non giovargli in simili cose queste strade indirette.
Scrisse parimente il Re, a' 31 luglio del medesimo anno, premurosamente
al Commendator maggiore, a cui appoggiò in Roma questo affare per
doverlo maneggiare col Papa, al quale inviò le sue istruzioni e tutte
le scritture e consulte fatte sopra il medesimo, incaricandogli dover
maneggiarlo con quel calore ed efficacia, che ricerca la qualità
d'un negozio tanto grave e cotanto a lui importante. Oltre a ciò in
piedi di questa lettera soggiunse il Re, di suo proprio carattere, al
Commendatore, che sentiva tanto questo negozio, che non s'avea voluto
confidare con altri, se non con lui, assicurato della sua forza ed
amore con che l'ha da trattare. E narra il Presidente Tuano[211], che
il Re Filippo sì gravemente sdegnossi, che i Vescovi e Parrochi aveano
avuto quest'ardimento di pubblicare in Ispagna ed in Italia ne' suoi
Stati questa Bolla, che con severità di pene pari all'ardimento loro
il proibì, dicendo, secondo che scrive il Tuano: _Nolte se committere,
ut ignava sua patientia majestatem Imperii a majoribus acceptam, atque
adeo aerarium imminuisse videatur; videre se, nec invidere: quod Regi
Francorum, qui regnum sectaria peste infectum habeat, nova quotidie
subsidia a sacro ordine emungere concedatur, id vero ferre non posse,
sibi qui regna ab eadem peste incontaminata servet, interdici, quominus
jura ab omni aevo ad hunc diem ab eodem sacro ordine in suis ditionibus
pendi solita, exigere liceat_. E consimili erano le doglianze de'
Veneziani, i quali per ciò non vollero nella loro Repubblica a verun
patto sopportare queste novità.
Il Duca d'Alcalà, ancorchè avesse ottenuta licenza dal Re di ritornar
in Ispagna, nulladimeno non era per anche partito da Napoli, quando gli
giunse la sua regal carta, dalla quale fu obbligato a trattenervisi,
e quando s'accertò de' risoluti sentimenti del Re, cominciò con
più sicurezza e vigore ad opporsi a' Prelati; onde divenuto più
animoso, per sua discolpa, era tutto vigilante ed attento in riparar
i pregiudizi passati, e proccurare, che non se ne attentassero de'
nuovi: fece far relazione da' Signori Reggenti di non essersi portato
alcun pregiudizio alla regal giurisdizione e preminenze di Sua Maestà
per la pubblicazione fatta dall'Arcivescovo di Napoli, siccome dagli
altri Vescovi nelle loro Diocesi della Bolla: che le cose erano nel
lor primiero stato, e da potersi riparare quando il caso avvenisse. Ed
in fatti, non ostante che in Roma si trattava dal Commendator maggiore
quest'affare, perchè tuttavia non cessavano i Vescovi del Regno, quando
lor poteva venir fatto, di tentare delle novità; così non trascurava il
Vicerè immantenente di opporsi ed impedirgli.
Il Vescovo di Venafro avea ardito di proibire l'esazion delle gabelle
nella sua Diocesi; ma il Vicerè tosto in settembre di quest'anno 1566,
scrisse al Commessario Barbuto ordinandogli, che le facesse esigere non
ostante detta proibizione, ed avendo inteso, che i Sindici e gli Eletti
di S. Germano aveano mandato in Roma per ottener Bolla ed assenso
della Sede Appostolica per poter seguitare l'esigenza delle gabelle
imposte in detta città gli anni passati con licenza e decreto Regio: e
che avendo voluto seguitare ad esigere dette gabelle, erano state dal
Vicario pubblicamente nella Chiesa proibite, notificando essere quelle
riprovate sotto pena di scomunica da Sua Santità in virtù della Bolla
_in Coena Domini_: commise al suddetto Commessario Barbuto, che contra
i Sindici e tutti gli altri del governo, siccome contra coloro, che gli
aveano consultati di mandar in Roma, pigliasse diligente informazione,
e trovatigli di ciò colpevoli, insieme coll'informazione gli menasse in
Napoli, facendo intanto continuar l'esazione.
L'Arcivescovo di Chieti e li Vescovi di Bitonto, di Lavello e di Venosa
parimente ebbero ardimento in virtù della suddetta Bolla di proibir
le gabelle; ma il Vicerè, oltre d'aver acremente ripresi i Prelati
suddetti, acciò non s'intrommettessero in quest'affare e d'aver fatta
continuare l'esazione de' laici, di questi attentati ne fece a' 31
ottobre del 1568 una particolar consulta al Re.
Il Vescovo di Melfi ancora erasi avanzato a procedere contra a' laici,
avendo anche proibita l'esazione delle gabelle di detta città: onde il
Vicerè se gli oppose con vigore, ed a' 11 dicembre del suddetto anno
scrisse un'altra Consulta al Re, pregandolo de' rimedj opportuni contra
questi Prelati, che usurpavano la sua regal giurisdizione.
Il Vescovo della Cava avea parimente impedita l'esazione delle gabelle
di detta città, e pubblicata scomunica contra quelli che volessero
esigerle. Ma il Vicerè, a' 6 febbrajo del nuovo anno 1569, mandò una
grave ortatoria al Vescovo, che rivocasse la scomunica e non impedisse
l'esazione: scrisse ancora una lettera Regia al Capitano ed alla città
della Cava, che dovessero continuar e far continuare l'esazion delle
gabelle imposte con assenso e decreto Regio, alla riserva delle Chiese
e persone Ecclesiastiche, non ostante qualsivoglia proibizione fatta o
da farsi dal Vescovo, e ne fece anche di ciò relazione al Re.
Avendo per tanto il Vicerè, di quanto i Vescovi attentavano e di quanto
egli operava in contrario per riparare i pregiudizj fatti, mandate,
come si è detto, più relazioni al Re Filippo per intendere la sua regal
mente, affinchè non mancasse d'assisterlo in cose così gravi; il Re in
quest'istesso anno 1569 gli rispose con altra sua regal carta, colla
quale non solo approvava la sua vigilanza, ma vie più gl'incaricava
la continuazione con ogni vigore in non permettere a' Vescovi questi
attentati, nè che per un pelo venga pregiudicata la sua giurisdizione
e preminenza regale; per la qual cosa il Duca, assicurato di nuovo
della mente del Re, scrisse una grave ortatoria a tutti i Vescovi,
ed Arcivescovi del Regno, insinuando loro, che non pubblicassero, nè
facessero pubblicare la Bolla _in Coena Domini_, nè altre Bolle senza
il _Regio Exequatur_, altrimenti avrebbe proceduto contra di loro,
come conveniva procedere contra quelli, che pregiudicano la regal
giurisdizione. Scrisse ancora nel medesimo tempo a tutti i Governadori
delle province, ordinando loro, che inviassero persone a posta a
presentare detta ortatoria a tutti, detti Prelati, ed in loro assenza
a loro Vicari; e ch'essi stassero vigilanti in non far pubblicare la
Bolla _in Coena Domini_, e che per tal effetto ordinassero a tutti
i Capitani delle Terre così demaniali, come Baronali, che subito che
sentiranno doversi quella pubblicare debbano tosto levarla di mano di
quel Prelato, o altro, che la pubblicasse, o se per caso la ponessero
nelle porte delle Chiese maggiori, o in altro luogo, la levassero
dove fosse affissa, e subito per persona a posta la debbano inviare
ad esso Vicerè: di più, che debbano anche subito sequestrare li beni
patrimoniali e temporali del Prelato, che presumerà far tal cosa.
Nè questi ordinamenti rimasero senza il loro effetto poichè alcuni
Prelati, che ciò non ostante vollero avere questo ardimento di
pubblicarla, ne furono col sequestro de' loro beni puniti. Avendo
l'Arcivescovo di S. Severina fattala pubblicare in quella città,
scrisse, il Vicerè al Conte di Sarno Governatore di Calabria, che gli
sequestrasse i suoi beni patrimoniali e temporali. Parimente essendosi
inteso che il Vicario della città di Cedogna aveala pubblicata, fu
scritto dal Vicerè al Governadore di Principato ultra, che mandasse un
Auditore a pigliarne informazione, e costando averla fatta pubblicare,
gli sequestrasse i beni, e trovandosi la Bolla affissa nelle porte
della Chiesa, o altrove, la levasse. Consimili ordini furon mandati al
Governadore suddetto contra l'Arciprete d'Erboli: al Capitano della
Terra delli Cameli contra il Vescovo di Bojano ed il suo Vicario:
al Governadore di Principato citra contra l'Arciprete del Casale
dell'acqua: al Governadore di Capitanata contra il Vescovo suddetto
di Bojano ed a molti altri; ad alcuni de' quali, per essere comparsi
in Napoli avanti il Vicerè, e fatto costare, che essi non aveano
pubblicata la Bolla dopo la sua ortatoria, ma l'anno precedente, fu
loro poi tolto il sequestro. Di tutto ciò, così dell'ortatoria generale
spedita a' Vescovi ed Arcivescovi, e degli ordini dati alli Governadori
delle Province, come de' sequestri fatti, e poi ad alcuni levati, ne
fece il Vicerè distinte relazioni al Re in Ispagna.
Restava ancora di levare un'altra cagione, perchè questa Bolla non
si disseminasse, ed era, impedire ai Librai e Stampatori, che non
la stampassero e vendessero; onde il Vicerè avendo notizia, che in
Napoli i Librai tenevano e vendevano gli esemplari di quella; ed
alcuni Stampatori, ancorchè a voce loro si fosse fatto intendere, che
non stampassero cosa alcuna senza sua licenza, con tutto ciò l'aveano
stampata; ordinò che si facesse diligenza nelle loro case e botteghe,
e che quante ve ne trovassero si pigliassero, ed essi fossero posti
in prigione, siccome fu eseguito. Ed avendogli il Conte di Sarno
Governadore della Provincia di Calabria scritto, che in Cosenza in
potere de' Librai di quella città si trovavano molte di queste Bolle, e
parte anche vendute, gli ordinò che facesse far la ricerca nelle loro
case e botteghe, e proccurasse averle tutte in mano, e gli carcerasse
appresso di se: del passo pure ne diede parte al Re nella Consulta, che
gli scrisse a' 7 maggio di questo medesimo anno 1569.
Ma con tutto che il Duca d'Alcalà fosse tutto occhi per impedire la
pubblicazione di questa Bolla, affinchè gli Ecclesiastici non se ne
valessero nel Regno, non per questo da Roma si tralasciava tanto più
insistere ai Prelati, che si fossero opposti, e che per tutte le vie la
facessero valere. Il Pontefice fulminava per questi espedienti presi
dal Vicerè, qualificandoli per violenze; e se deve prestarsi fede
al Cardinal Albizio[212], minacciava di volere scomunicarlo insieme
col Collaterale, e sottoporre ad interdetto la città di Napoli. Ma
riputandosi allora questo rimedio più ruinoso del male, si pensò in
Roma una sottil malizia, e pur troppo scandalosa (niente curandosi di
allacciare le coscienze degli uomini, particolarmente de' più deboli,
che sono i più) la quale fu di comandare a' Confessori, anche regolari,
che negassero l'assoluzione a' loro penitenti: onde vedendo, che poco
frutto si faceva con mandar la Bolla a' Prelati, ed inculcar loro
l'osservanza, si pensò di mandare la Bolla a' Generali delle Religioni,
affinchè la disseminassero a tutti i Confessori dell'Ordine, con impor
loro, che non assolvessero persona, che avea a quella controvenuto.
Saputosi in Roma, che il Vicerè avea per Confessore un Frate del
Monastero della Croce, si cominciò da costui. Il Papa ordinò al P.
Generale de' Francescani, che mandasse a tutti li Confessori del
suo Ordine la Bolla: di più fece scrivere dal detto P. Generale una
particolar lettera ai P. Fr. Michele Guardiano del Monastero della
Croce, ch'era il confessor del Vicerè, che stesse ben avvertito
d'assolvere il Vicerè, sempre che conoscesse aver impugnato la Bolla.
Il Vicerè ebbe copia di questa lettera, e la mandò in Ispagna al
Re insieme con un'altra sua Consulta de' 15 maggio del detto anno,
pregandolo a prender forte risoluzione in cosa cotanto necessaria.
Si venne da poi a' Reggenti del Collaterale, ed in particolare a'
Reggenti Villano e Revertera Consultori del Vicerè. Il Reggente
Villano essendosi andato pochi dì prima di Pasqua Rosata a confessare
al suo Confessore ordinario, che per sua disavventura si trovò essere
dell'osservanza di S. Francesco e del Monastero istesso della Croce,
non fu possibile, che colui avesse voluto assolverlo, per cagion
d'aver contravvenuto alla Bolla: dicendogli di più che il Nunzio avea
secretamente ripreso il Guardiano del Convento, perchè mandava ogni dì
un Frate a dir Messa nella Cappella, che sta in casa d'esso Reggente,
quando sapeva ch'era, per aver contrastato alla Bolla, scomunicato.
Per la qual cosa fu duopo al Reggente andare ad un altro Religioso, dal
quale fu per quella volta assoluto e comunicato nel dì di Pasqua; però
il Frate gli disse, che avesse rimediato col Re a' fatti suoi, perchè
un'altra volta non si sarebbe arrischiato di assolverlo.
Più lagrimevole fu il caso del Reggente Revertera, per aver egli voluto
ricorrere a Gesuiti; andò il Reggente nella Vigilia dell'Ascensione
per confessarsi al suo Confessore oridinario, ch'era della Compagnia di
Gesù: non volle il Gesuita nè meno ascoltarlo, sgridandolo non poterlo
assolvere, perch'era scomunicato, avendo impedito, che si pubblicassero
provvisioni di Roma senza il _Regio Exequatur_: che avea consentito,
che si carcerassero e punissero coloro, che aveano pubblicata la Bolla
_in Coena Domini_, e che facesse continuare l'esazione delle gabelle,
onde non pensasse di essere assoluto nè da lui, nè da altri, perchè il
Reggente Villano intanto era stato assoluto da quel Religioso, perchè
ancora non era venuto ordine al Generale della sua Religione, che non
assolvessero i Reggenti; onde il meschino Revertera tutto confuso e
pien di rossore bisognò andar via. Con tal occasione si seppe che in
Roma s'era dato tal ordine alli Confessori di tutte le Religioni, e
che per ordine del Cardinal Savelli Vicario del Papa, in nome di sua
Santità, s'era imposto al General de' Gesuiti, che dovesse dar ordine
a tutti i Confessori della Compagnia, che non assolvessero il Vicerè,
nè i Reggenti, e che un consimile era stato già dato a tutte le altre
Religioni.
L'esempio di Roma, per di lei insinuazione, era imitato da' Vescovi del
Regno; poichè il Vescovo di Boiano pure s'era avanzato a dar ordini
a' suoi Confessori della Diocesi, e particolarmente a quelli della
Terra di Ferrazzano, che non dovessero confessare, nè assolvere li
Cittadini e persone del governo di detta Terra, che facevano continuare
ad esigere le gabelle: ed ancorchè il Vicerè mandasse ortatoria al
Vescovo, che rivocasse gli ordini, altrimenti avrebbe proceduto come
conveniva, il Vescovo non volle ubbidire: onde il Duca nella nuova
consulta, che fece al Re sotto li 29 gennajo del seguente anno 1670
lo richiedeva, se fosse stato di suo gusto cacciarlo dal Regno e
sequestrargli l'entrate. Scrisse perciò al Governadore di Capitanata,
che facesse subito presentare al Vescovo l'ortatoria; e la rimandasse,
e scrisse parimente al Capitano, ed all'Università di Ferrazzano, che
attendessero ad esigere le gabelle, non ostanti gli ordini del Vescovo.
Il Duca, accertato di questi passi dati da Roma, e di quanto
accadeva nel Regno, ne fece piena consulta al Re sotto li 10 giugno
di quest'anno 1569, pregandolo instantemente a dar pronto riparo,
ponendogli ancora sotto gli occhi, ch'egli era già di 62 anni, il
Reggente Villano ne avea anni 70 ed il Reggente Revertera poco meno,
e potrebbe facilmente ad alcuni di essi sopravvenir la morte con
tali timori e scrupoli, che gli Ecclasiastici esageravano, i quali
finalmente turbano la pace dell'anima, e maggiormente a' vecchi, che
sono nell'estremo di lor vita[213].
Non passò guari, che il Reggente Villano cadde infermo, ed i Confessori
non lo volevano assolvere: venne all'estremo di sua vita, ma non per
ciò trovava da' Confessori pietà; finalmente il Nunzio, essendosi
prima con usar molte diligenze accertato, che veramente era quasi in
agonia, siccome in effetto poco da poi se ne morì, diede il permesso
che si potesse confessare ed assolvere, ma con condizione, che se
fosse vivuto non andasse più dal Vicerè, quando si trattasser cose
di giurisdizione, nè s'intromettesse in quelle: così fu assoluto, e
così morì il cotanto fra noi celebre Reggente Villano, Ministro non
men dotto, che zelante della giurisdizione e preminenze del suo Re,
il cui tumulo oggi s'addita nella Chiesa di S. Lorenzo Maggiore di
questa città. Tutti li Confessori si protestavano, che a patto veruno
non volevano assolvere i Reggenti, se non promettessero prima, di non
intromettersi nella Bolla _in Coena Domini_, ma quella osservare ed
eseguire. Parimente il Vescovo di Nola avea ordinato, che gli Eletti
e Deputati del Reggimento di quella Città non fossero assoluti da'
Confessori per cagion, ch'esigevano la gabella del pane imposta con
decreto, e Regio assenso colla riserva de' Cherici, Chiese e persone
Ecclesiastiche; ed essendogli stata mandata ortatoria dal Vicerè, che
rivocasse gli ordini, e facesse assolverli, non curava ubbidire.
Di vantaggio, avendo il Pontefice pubblicato, in questo nuovo anno
1570, un giubileo, per escludere da questo li Reggenti e gli altri
Ministri ed Ufficiali del Re, vi avea fatto ponere clausola, che non
potessero di quello godere coloro, i quali aveano violato la libertà
Ecclesiastica; ed i Confessori dicevano, che per queste parole si
denotavano i Reggenti e gli altri Ministri; ed il Nunzio ancora così
l'avea dichiarato.
Il Vicerè di tutti questi disordini ne informò pienamente il Re con due
altre relazioni, una de' 29 gennaio, l'altra de' 10 maggio del medesimo
anno 1570 pregandolo, che a mali sì gravi volesse darvi remedio, atteso
ch'egli non poteva resistere alle continue istanze de' Reggenti' e
d'altri Ministri, che erano per ciò in grandissima agitazione[214].
Il Re Filippo intanto, per le Legazioni in questo tempo spedite dal
Pontefice Pio di Vincenzo Giustiniano e del Cardinale Alessandrino in
Madrid, delle quali parleremo più innanzi, e per gli uffici fatti in
Roma dal suo Ambasciadore e dal Commendator maggiore, avea mitigato
in parte l'animo del Pontefice, ed il Presidente Tuano[215] narra,
che Pio V, si raffreddò e depose il pristino fervore per le guerre
di Religione, che allora più che mai crescevano in Fiandra e nella
Francia; tanto che il Re assicurò il Duca con sua lettera sin de'
17 luglio 1569, che per gli ufficj passati in Roma prevedea che Sua
Santità si sarebbe quietata, e non passerà più avanti, e che in questo
non avrà più che dire di quel, che in Ispagna il suo Nunzio con molto
secreto avea detto circa l'ordine dato da Sua Santità, che non si
pubblicasse la Bolla in Coena Domini insino ad altro suo ordine: lo
richiedeva per ciò, che l'avvisasse se questo si continuava, o pure
fossesi dato altro ordine in contrario[216].
In questo stato rimasero le cose in tempo del governo del Duca
d'Alcalà, che poco da poi se ne morì in Napoli: non si venne mai ad
una decisiva risoluzione intorno a quest'affare, ma le cose s'andaron
da poi temporeggiando, usando gli Spagnuoli i soliti rimedj. Essi
non cessavano dall'un canto impedire l'esecuzione a' Prelati, quando
volevan servirsi della Bolla, con tutto che non molto si curassero che
coloro la facessero leggere ogni anno.
All'incontro i Vescovi e gli Ecclesiastici non cessavano di pubblicarla
nel Giovedì Santo ne' pulpiti, ed affiggerla nè Confessionarj e nelle
porte delle Chiese; nè molto si curavano, che poi non si praticasse.
Nel Viceregnato del Duca d'Alcalà trovarono, per le forti premure
che glie ne dava il Re Filippo, più resistenza e vigilanza. I suoi
successori, secondo le congiunture ed opportunità, ora lenti, ora
forti, si opponevano.
Il Cardinal di Granvela successore del Duca mostrò non minor fortezza
che il suo predecessore; poichè fortemente crucciato il Re Filippo
II, che non ostante le promesse del Nunzio fatte in nome del Papa in
Ispagna, tuttavia non si cessava da Roma insinuare a' Prelati del Regno
la pubblicazione ed affissione della Bolla, scrisse una molto grave
lettera al Granvela, dolendosi insieme, e mostrando la sua collera
per questo modo di procedere di quella Corte, dicendogli fra l'altre
cose: _Es fuerte cosa, que por ver que yo solo soy el que respeto
a la Sede Apostolica, y con suma veneracion mis Reynos, en lugar de
agradecermelo, como devian, se aprovechan dello, para quererme usurpar
la autoridad que es tan necessaria, y conveniente para el servicio de
Dios, y por el buen govierno de la que el me ha encomendado, y assi
podria ser que me forcassen a tomar nuevo camino, y io os confiesso,
que me trahen muy cansado, y cerca de acaverseme la paciencia, per
mucho que tengo, y si a esto se llega podria ser que a todos pesasse
dello_[217]. Per la qual cosa il Granvela usò ogni vigore e vigilanza
in questo; tanto che avendo l'Arcivescovo di Rossano pubblicata
la Bolla, e costandogli, che vi era intervenuto un servidore laico
dell'Arcivescovo, lo fece porre in carcere, dove dopo esservi stato
molti mesi, morì.
Il Duca d'Ossuna, per le memorie che ci restano, le quali tutte le
dobbiamo al diligentissimo Bartolommeo Chioccarello, proccurò, quanto i
tempi permettevano, imitarlo: poichè avendo presentito, che dal Vescovo
d'Ugento in una Domenica nella solennità della Messa nel 1583 s'era
pubblicata nella città di Ugento quella Bolla, scrisse a' 12 ottobre
del detto anno una lettera regia a Francesco Caraffa Governadore di
Terra d'Otranto, ordinandogli che s'informasse, se fosse vero, che
si era pubblicata questa o altra Bolla senza l'_Exequatur Regium_,
e che se vi erano intervenuti laici, procedesse alla carcerazione di
quelli, e mandasse a lui copia dell'informazione per risolvere il di
più, che gli parerà; ma non essendosi trovati laici, e costando per
l'informazione presa e trasmessa all'Ossuna, che la Bolla non era
stata affissa, ma solamente pubblicata a voce, e che il Vescovo non
teneva beni patrimoniali nel Regno; il Duca nella consulta, che ne fece
al Re a' 23 gennaio del medesimo anno, lo ragguagliava, ch'egli non
avea in questo caso potuto far quelle dimostrazioni, che praticò il
Duca d'Alcalà, ed il Cardinale di Granvela, perchè la Bolla non s'era
affissa, e non vi erano intervenuti laici, onde stimava di chiamar
il Vescovo di Napoli, e di sequestrargli l'entrate del Vescovato;
ma egli prima di ricever gli oracoli da Sua Maestà non avea stimato
allora far altro, che di chiamarlo e d'ordinare al Conte d'Ugento,
che l'informasse dell'entrate e qualità d'esse, che teneva il Vescovo,
affinchè se gli potesse far mandato in nome del Fisco _ad ostendendum
titulum_, e per questa via castigarlo del suo errore.
Questi avvenimenti, che si sono raccolti dalle Consulte mandate
dal Duca d'Alcalà al Re Filippo in Ispagna, e dalle lettere del Re,
che sono registrate nella Cancellaria di Napoli, e la testimonianza
d'uno Scrittore non men grave e fedele, che contemporaneo ai narrati
successi, quanto fu il Presidente _Tuano_, convincono per troppo
sfacciate le adulazioni del Cardinal Albizio[218], il quale non
s'arrossì di dire, che nei Regni di Spagna e segnalatamente nel Regno
di Napoli fosse stata questa Bolla ricevuta, dando una mentita non meno
al _Salgado_[219], che scrisse non essere stata ricevuta ne' Regni di
Spagna, che al nostro Reggente _Tappia_[220], il quale nel suo Trattato
_De Contrabandis Clericorum_, avea con verità detto, che quella non
fu mai nel nostro Regno accettata, dicendo l'Albizio: _totum enim
contrarium apparet ex consultationibus et literis directis ad Regem
Catholicum Philippum II, o Duce de Alcalà Prorege Neapolis de anno
1567, videlicet, Bullam hanc fuisse, non solum in Civitate Neapolis,
sed per totum Regnum pubblicatam_; poichè da queste Consulte e Lettere,
come si è veduto, tanto è lontano ricavarsi, che fosse stata ricevuta,
che anzi i Vescovi ne furono castigati, quando ebbero ardimento di
pubblicarla. Ebbero è vero i Vescovi questa arroganza contra il volere
del Re, istigati da Roma di pubblicarla, ma furono sempre impediti
i loro disegni e resi vani gli effetti: si continuò l'esazione
delle gabelle, e se n'imposero delle nuove senza licenza della Sede
Appostolica: l'_Exequatur_ si ritenne: a' Magistrati non si fece dare
impedimento in esercitando li loro ufficj: le tratte furon come prima
vietate; nè senza Regio permesso s'introducevano vettovaglie in Roma.
Assai più favoloso è ciò che questo Autore soggiunge, che il Re
Filippo II avesse ceduto a questo punto, e che nelle istruzioni date al
Marchese de las Navas mandato a Roma nell'anno 1578 avesse confessato
in tutti i suoi Regni essere stata la Bolla pubblicata ed accettata;
poichè il Presidente Tuano rapporta il contrario, d'avere il Papa
rimesso il suo fervore, ed il Re Filippo al Duca d'Alcalà scrisse, che
il Pontefice avea ordinato, che sino a nuovo ordine non si pubblicasse
la Bolla, e dopo la missione del Marchese de las Navas, il Cardinal
Granvela e D. Pietro di Giron Duca d'Ossuna, che fu Vicerè, dall'anno
1582 insino al 1586, si opposero agli attentati de' Vescovi, siccome
fecero i loro successori: ancorchè per le circostanze de' tempi, non
con quel medesimo vigore e fortezza del Duca d'Alcalà.
Se gli Spagnuoli avessero usati i rimedj praticati in Francia per
guarir queste ferite, non già impiastri ed unguenti, non si sarebbe
data occasione agli assentatori della Corte di Roma di scrivere
queste ed altre maggiori esorbitanze, in grave scorno della potestà e
giurisdizione de' nostri Re; ma l'aver sovente trascurato di punire
la pubblicazione che si faceva da' Vescovi e da' Parrochi, e solo
accorrere a casi particolari, impedendo a' Vescovi, quando volevan
con effetto eseguirla e metterla in uso, ha portato questo, che gli
Autori Ecclesiastici, perchè la sentivano pubblicare da' Vescovi e
da' Parrochi e la vedevano affissa nelle porte delle Chiese e ne'
Confessionarj, abbiano scritto che questa Bolla fosse stata nel Regno
pubblicata e ricevuta, siccome fra gli altri fece il Cardinal Albizio,
il quale per ciò, come testimonio di veduta, dice: _Et ego, qui per
triennium exercui officium Auditoratus Nunciaturae Neapolis, sub fel.
rec. Urbani VIII Pontificatu, testor acceptationem et ejus usum in
praedicta Civitate et Regno_. Ma egli dovea sapere ancora, che quando
i Vescovi volevan quella porre in pratica, tosto il Collaterale ed il
Delegato della giurisdizione vi s'opponeva e dava riparo: che a' suoi
tempi si ponevano nuovi dazj senza licenza della Sede Appostolica: che
si proibiva in Roma e nello Stato Ecclesiastico mandar vettovaglie ed
altre cose, senza Regio permesso, tutto che per la Bolla non si potesse
ciò loro impedire, anzi gli Ecclesiastici ne dimandavano le tratte ogni
anno, ed in tutto il resto niente fu variato di quel che prima della
Bolla si faceva.
Da ciò ne nacque ancora, che i Vescovi del Regno ne' Sinodi Diocesani,
stabilendo in quelli i loro decreti, si servissero della Bolla, e
spesso l'allegassero; ma non per ciò i Sinodi erano per quelli capi
ricevuti, ma s'impediva loro di mandarli in esecuzione. Sono piene le
nostre Province di questi Sinodi, ma non s'ardisce però niuno metterli
in pratica.
Quindi nacque ancora, che gli Scrittori Ecclesiastici, e
particolarmente i Casuisti (poichè con gran trascuraggine non molto
vi si bada) abbiano empiti i loro volumi di massime quanto false,
altrettanto pregiudizialissime alla giurisdizione del Re, con sostenere
come per tacer altri, fecero Marta, Diana, del Bene e tanti altri, la
Bolla _in Coena Domini_, come tutte le altre, aver forza ed obbligar
le coscienze degli uomini anche ne' Regni, nelli quali non è stata
ricevuta, per non esser necessario alle Bolle del Papa pubblicazione o
accettazione alcuna, ma che basti che siano quelle pubblicate _in acie
Campi Florae, ad valvas Basilicae D. Petri_ e negli altri luoghi soliti
di Roma, per obbligare tutti i Principi e tutte le Nazioni del Mondo
Cristiano: che tenendo il Papa la sua autorità immediatamente da Dio,
non ha bisogno la sua legge di accettazione o pubblicazione: che questo
istesso lo diffinisce la Bolla medesima _in Coena Domini_, e tante
altre esorbitanze. Come se al Papa, ancorchè eccedesse i limiti della
sua potestà spirituale, mettendo ciò che vuole nelle sue Bolle, abbiano
i Principi ciecamente ad ubbidire, ancorchè per quelle si trattasse
di levargli la loro potestà e giurisdizione, che parimente essi la
riconoscono da Dio. E come se non fosse il Principe in obbligo, per la
custodia de' suoi Stati, invigilare a ciò, che s'introduce da Roma in
quelli, ed opporsi a' pregiudizj de' suoi regali diritti e de' suoi
vassalli: intorno a che è da vedersi _Van Espen_[221], dotto Prete e
celebre professore de' Canoni nell'Accademia di Lovanio, il quale sopra
ciò compose un particolar trattato, confutando gli errori di costoro,
stampato in Brusselles l'anno 1712. Anzi questi assentatori della
Corte di Roma erano trascorsi insino a dire, che chi sente altrimenti è
sospetto d'eresia, e può denunciarsi al S. Ufficio, e di vantaggio (ciò
che non può sentirsi senza riso insieme ed indignazione) sono scorsi
sino a dire, che controvertire del fatto, cioè se in tale provincia
sia ricevuta o no questa Bolla, s'incorra nel medesimo sospetto, ed il
Cardinal Albizio[222] narra, che a' suoi tempi per comando d'Alessandro
VII, s'era da tutti i Qualificatori del S. Ufficio, _nemine excepto_,
qualificata per falsa, temeraria, erronea, ingiuriosa all'autorità del
Santo Pontefice, e che prepara la via allo Scisma, questa proposizione:
_Bulla, quae promulgatur in Coena Domini, non est in Belgio usu
recepta juxta probabilem multorum opinionem_: e ne cita il decreto
profferito sotto li 20 settembre del 1657. E qual documento maggiore
dell'inosservanza potevano avere, che da quest'istessa Bolla; dove si
proibisce a' Principi di metter nuovi pedagi e gabelle senza licenza
della Sede Appostolica, dove si scomunicano i loro Ufficiali che
impedissero a' Giudici Ecclesiastici d'esercitare la loro giurisdizione
_contra quoscumque_, dove finalmente l'imperio si sottopone interamente
al Sacerdozio ed il Papa fassi Monarca sopra tutti i Re e Principi
della Terra?