_Inquisizione costantemente da' Napoletani rifiutata; e per quali
cagioni._
Ragionevolmente alcuni si maravigliano, onde sia nato, che i Napoletani
uomini reputati cotanto pii e religiosi, che talora non sapendo
tener la via di mezzo, sono traboccati nella superstizione e in
soverchia credulità, abbiano poi avuto sempre in orrore il Tribunal
dell'Inquisizione? Come avendo potuto sofferir tanti gravamenti
ed abusi introdotti nel Regno dalla Corte di Roma, non sofferir
quest'altro, che lor si proponeva sotto onesti e salutari colori,
di conservar intatta e sincera la loro antica religione, non farla
contaminare da' novelli errori ed eresie, le quali sarebbero state
cagione d'eterna ed irreparabile lor perdizione? Ne' Pontificati
d'Alessandro VI, di Giulio II, di Lione X e di Clemente VII aveano
tollerati gli abusi trascorsi in quella Corte nell'ultima estremità.
Roma coll'autorità dell'indulgenze, con la larghezza delle dispense,
con gli spogli, colle riserve, colle espettative, con volere l'annate
de' beneficj, che si conferivano, e con le spese, che nella spedizione
d'essi si facevano negli Ufficj tanto multiplicati di quella Corte,
non attendeva ad altro, che ad esigere con quest'arte somme immense
di denari, non meno dal nostro regno, che da tutta la Cristianità.
Vedevano imposte spese e gravose decime a' Cleri, a' Monasteri ed
a tutti gli Ecclesiastici del Regno per tirar denaro in Roma, e si
sofferivano. Le elezioni de' Prelati, la collazione della maggior
parte delle dignità e beneficj tanto maggiori, quanto minori, insino
all'infime Arcipreture e Canonicati, s'erano involate al Clero ed al
Popolo ed alli proprj Ordinarj, ed erano tutte passate in Roma. Ciò
che pure sarebbe stato comportabile se in quelle si fosse avuta cura
maggiore della salute dell'anime, e le cose Ecclesiastiche fossero
governate rettamente; ma si vedeva il contrario, poichè molti beneficj
incompatibili si conferivano in una persona medesima, nè avendo
rispetto alcuno a' meriti degli uomini, si distribuivano per favori, o
in persone incapaci per l'età, o in uomini vacui al tutto di dottrina
e di lettere, e quel ch'era peggio, spesso in persone di perditissimi
costumi[25]. I beneficj del regno, che secondo le disposizioni
de' Canoni, non potevano conferirsi se non a' nazionali, erano a
costoro tolti e conferiti a' peregrini e forastieri. Ne' Tribunali
Ecclesiastici non erano curate le tante sorprese sopra la giurisdizione
del Re, e li tanti abusi e corruttele, onde con tasse intollerabili
erano angariati i poveri litiganti. Si tolleravano gli acquisti immensi
dei stabili delle Chiese e Monasterj, ancorchè vedessero, che il tutto
dovea ridondare in loro povertà e miseria. Le violenze, che lor si
facevano in obbligarli a forza a vendere le proprie case per render
quelle vie più magnifiche, e sovente anche perchè non le mancassero
ampj Portici e Logge. Non dava loro su gli occhi, che immuni ed esenti
gli Ecclesiastici da qualunque peso, rimanessero essi soli a sopportare
i pesi pubblici e del Re. Tante ed altre molte gravezze, che qui si
tralasciano, si poterono ben tollerare dai Napoletani; come poi del
nuovo giogo dell'Inquisizione poteron avere tanta abbominazione, che
sino il nome loro dava orrore, deve certamente far maravigliare ogni
uno: e ciò che era più stupore, l'abborrimento fu tale, che tramandato
per lungo corso d'anni da padre in figlio come per successione, si è
nei loro animi cotanto radicato, che nè il corso di più secoli, nè la
contraria inclinazione d'alcuni de' loro Re, nè le macchinazioni ed
accortezze della Corte di Roma, l'han potuto svellere: tanto che ora
col favore d'un più benigno Giove fatto più forte e grande, non teme le
scosse di qualunque più impetuoso vento.
Cotanto beneficio, chi 'l crederebbe? noi lo dobbiamo principalmente
agli Spagnuoli, ed in secondo luogo alla Corte istessa di Roma; ed
affinchè ciò più chiaramente s'intenda, è di mestieri, che epilogando
ciò che nel XIX libro di quest'Istoria si disse intorno alla sua
origine, si vegga come dopo gli Angioini si fosse fra noi praticata
l'Inquisizione, insino ai tempi di Ferdinando il Cattolico, nel cui
regno, per le cagioni che diremo, cominciossi ad avere in orrore ed
abborrimento, il che poi si ridusse al colmo nell'Imperio di Carlo
V e di Filippo II suo successore, con esser continuato poi sino al
presente.
Dapoi che l'Imperador Federigo II per quella sua terribile Costituzione
_Inconsutilem_ pubblicata per sterminare i Patareni e gli Arnaldisti,
e tanti altri Eretici insorti in quel tempo contra la Chiesa, per li
depravati e corrotti costumi degli Ecclesiastici, ebbe date l'ultime
pruove del suo rigore per estirparli affatto; alcuni di essi pertinaci
ne' loro errori, per non abbandonarli, ricorsero, chi alla protezione
di qualche Principe, e chi affettando una pura vita Appostolica,
simulando virtù e costanza, niente curando morti e prigionie, si
risolsero di soffrire qualunque strazj e tormenti, ed eziandio le
morti più crudeli, costoro per tal cagione amarono essere chiamati
_Patareni_, riputandosi perciò somiglianti a' Martiri dell'antica
Chiesa. Multiplicossi il lor numero, e non vi fu città d'Italia, che
non ne restasse infetta. Gli altri, fra' quali i più considerabili
furono gli _Albigesi_, per un'altra via più si disseminarono, poichè
essendo favoreggiati dal Conte di Tolosa e da altre persone di stima,
avevano sparsa la loro dottrina in molte province della Francia.
Sursero opportunamente in questi medesimi tempi a favor della Chiesa
Romana que' due grandi uomini, Domenico e Francesco, i quali per la
loro santità resisi chiari da per tutto, fondarono, come si disse,
le Religioni de' Predicatori e de' Frati Minori: ed in vero assai
opportuni ci vennero per resistere a sì contrarj venti, onde la
_Navicella_ di Pietro era combattuta: ma tennero diverse strade.
_Francesco_ per opporsi a' Patareni volle col suo esempio mostrare qual
fosse la vera vita Appostolica, ed il vero imitare Cristo, fondando
la sua Religione in una rigida povertà, nell'umiltà e ne' puri ed
incorrotti costumi: acciocchè coll'esempio e coll'opere riducesse i
traviati in via.
Domenico di Nazione Spagnuola e del nobil legnaggio de' Gusmani, fu
rivolto co' suoi Frati ad abbattere gli altri, e principalmente gli
Albigesi; contra i quali, armato di forte zelo disputò, orò, declamò
e colle sue prediche e concioni cercava convincerli dei loro errori,
e far accorta la gente a non lasciarsi ingannare. Ma poco giovando con
quegli ostinati le dispute e le prediche, stimò più opportuno mozzo per
estirparli, di ricorrere (come aveano fatto i contrarj) agli ajuti de'
Principi; e creato dal Pontefice Innocenzio III, Inquisitor generale
contra di loro, ricorse agli ajuti del Conte di Monteforte e di molti
altri Signori Spagnuoli, Tedeschi e Franzesi; questi uniti con gran
numero di Prelati, e molte truppe, presero contra di loro la Croce, e
così crocesignati scorrevano le province per distruggerli, e scorrendo
per la Narbona e per altri luoghi, molti ne vinsero e distrussero. Nè
di ciò contento Domenico venne in Roma, e nel Concilio, che si tenne in
Laterano, in più sessioni orò contra gli Albigesi, e fece condannar per
eretica la loro dottrina.
Da questo principio nacque poi il costume, che nelle province pacate,
ove gli Eretici non erano a turme, tanto che fosse bisogno di crociate,
sospettandosi in qualche Città esservi eretici, si mandassero dal Papa
gl'Inquisitori; e poichè in Roma era piaciuta più l'opera di Domenico,
che di Francesco, fu dato quest'ufficio principalmente a' Domenicani, i
quali uniti col Magistrato secolare inquisivano degli errori, e coloro,
che erano convinti, essi gli sentenziavano con dichiararli Eretici: e
dopo questo gli davano al braccio del Magistrato secolare per fargli
ardere, o in altro modo punire.
Nel Regno degli _Svevi_, Federigo II e Manfredi non permisero, che
da Roma venissero Inquisitori; ma siccome fu rapportato nel riferito
libro XIX si valeva, intorno alla conoscenza del diritto, de' Prelati
del regno, e per ciò che riguardava la conoscenza del fatto e della
condannagione, de' suoi ordinari Magistrati.
Gli _Angioini_, come ligi de' Pontefici Romani, ammisero nel regno
Inquisitori di Roma, li quali, ancorchè non vi tenessero Tribunal
fermo, scorrevano, come ivi fu veduto, le nostre province, favoriti da
que' Re, da' quali anche venivan loro somministrate le spese.
Gli _Aragonesi_ cominciarono poi a scemar loro tanto favore, nè,
se non molto di rado gli ammettevano, ed ammessi volevano essere
informati minutamente d'ogni cosa, nè si permetteva ad essi, senza
espressa licenza del Principe ed assistenza di Magistrato secolare, far
esecuzione di fatto.
E quantunque ne' primi anni del regno di Ferdinando il Cattolico,
cercassero di stabilirsi meglio, e sottrarsi da tanta soggezione e
dependenza: nulladimeno i Napoletani, per fortificarsi contra ogni
sospetto, indussero il G. Capitano ad assentire alle loro domande;
in guisa, che volendo prendere la possessione del regno in nome di
Ferdinando suo Re, da cui avea avuta pienissima autorità, promise
loro, che nel regno non ci sarebbe giammai stata, nè Inquisizione, nè
Inquisitore; onde il G. Capitano vi procedeva con molta oculatezza,
sempre intento a reprimere le sorprese, che Roma, quando le veniva in
acconcio, non tralasciava di fare. A questo fine nel 1505 scrisse al M.
Foces, che avendogli il Vescovo di Bertinoro Commessario Appostolico
ed Inquisitore fatta istanza da parte del Papa, che si carcerassero
alcune donne indiziate d'eresia, le quali fuggite da Benevento
s'erano ricovrate a Manfredonia per passare in Turchia, proccurasse
con diligenza averle in mano, e carcerate che le avesse, ne desse a
lui avviso, per ordinargli poi quel che doveva eseguire. Parimente
il Conte di Ripacorsa nel 1507 scrisse a Fra Vincenzo di Ferrandina,
rampognandolo, come erasi portato in Barletta a far inquisizione contra
alcune persone, senza sua saputa, e senz'aver mostrato sua commessione:
gl'incarica pertanto, che s'astenesse di procedere, e venga da esso a
mostrargliela, altrimente non senza sua ignominia avrebbevi dati forti
provvedimenti[26].
Questo, a' primi tempi di Ferdinando il Cattolico, fu lo stile
praticato nel Regno contra gl'indiziati e sospetti d'eresia, la cui
inquisizione non dava spavento, perchè questi Commessarj non aveano
Tribunal fermo: le loro commessioni doveano portarsi al Consiglio
Regio, nè potevan eseguirsi senza il _Placito Regio_; scorrevano
assai di rado le province, ed il tutto si faceva col permesso del
Re e coll'assistenza, consiglio e favore de' Magistrati secolari,
e senza molto strepito e rumore. S'aggiungeva, che in Italia e più
nel nostro regno erano estinte le reliquie degli antichi Patareni:
non v'era sospetto alcuno di nuova dottrina contraria a quella della
Chiesa Romana; tanto che l'Inquisizione di Roma per non star oziosa,
avea cominciato ad attribuire a quel Tribunale alcuni delitti che non
meritavano un Tribunale estraordinario, e che potevan ben come prima
esser corretti da Tribunali ordinari. Per lo più gl'Inquisitori si
raggiravano sopra le bestemmie, che per tirarle al loro Tribunale, le
qualificavano per ereticali, ancorchè profferite, o per cattivo abito
o per iracondia o per ubbriachezza o finalmente per sciocchezza ed
ignoranza. Così colui, che volendo lodar un buon vino diceva che lo
berrebbe Cristo, non iscappava dalle loro mani: chi assordato da loro
fastidiosi ed importuni suoni, impaziente malediceva le campane, non
era fuor di pericolo: chi declamando contra i corrotti costumi del
Clero, de' Preti e de' Monaci gli scherniva, derideva o malediceva:
e perchè la materia non mancasse, vi arrolarono i sortilegi, le
invocazioni de' demonj e mille altre sciocchezze di vili femminette,
le quali erano adoperate più per imposturar la gente, o per vil
guadagno, che per difetto di credenza. Vi arrolarono anche i delitti
di fragilità: così la bigamia, le notturne assemblee ove sotto il manto
di religione, si commettevano mille laidezze ed altri eccessi, più per
fragilità commessi che per non credere, si qualificavano a questo fine
per ereticali. In breve non vi era molto che fare per la correzione de'
dogmi e de' falsi credenti, ma tutte le loro occupazioni erano per la
correzione de' costumi e della disciplina. Cotanto a questi tempi il
Tribunal dell'Inquisizione erasi reso affatto inutile, onde non potea
aversene in Napoli, nè altrove timore o bisogno alcuno.
Ma quanto in Italia queste cose erano in quiete, altrettanto nella
Spagna si sentivano strepitose e piene d'orrore. Ferdinando il
Cattolico, dopo aver discacciati i Mori e conquistato il regno di
Granata per purgar la Spagna d'ogni reliquia di Mori e d'Ebrei e
per estirparli affatto, avea ivi fatto ergere un Tribunal spaventoso
d'Inquisizione e amministrato dai Frati Domenicani[27], ove sotto zelo
di religione, si posero in opra le più crudeli ed orribili prigionie,
esilj, morti e confiscazioni di beni, e quel che più dava orrore,
erano i modi tragici, i lugubri apparati, le tante croci, le spaventose
invettive, imprecazioni e scongiuri, e le pire accese, ove dovea il reo
brugiarsi, in guisa che non tanto la morte, quanto l'orribil apparato
di quella spaventava. Indiziato alcuno, ancorchè con leggieri sospetti,
si poneva in tenebrose carceri, ove da niun veduto, in pane ed acqua
per più mesi era trattenuto, e sovente senza sapersene la cagione.
Nelle difese non se gli dava nota de' testimonj, se mai gli fossero
sospetti, nè s'ammettevano discolpe; i beni tosto eran sequestrati; e
se secondo le severe leggi del Tribunale, veniva taluno convinto ovvero
per non poter soffrire gli acerbi tormenti, confessava ciò, che mai
fece, era condennato ad ardere nelle vive fiamme. Altri indiziati, a
perpetui esilj eran condennati, ed eran tutti spogliati de' loro beni;
e condennati, o essi se restavano in vita, o i loro eredi, ad una
perpetua infamia ed estrema mendicità[28].
Questo terribile e spaventoso modo di procedere dell'Inquisizione
di Spagna contra i Mori e gli Ebrei, rapportato alla notizia degli
Italiani e de' nostri Napoletani, fece concepire loro un orrore
grandissimo dell'Inquisizione. Avvenne che, col sospetto ch'ebbe
Ferdinando, che in Napoli e nel regno si fossero (per isfuggire dalle
sue mani) ricovrati molti Mori ed Ebrei, per estirparli in ogni parte
ove capitassero pensasse di porre anche in Napoli un Tribunal conforme
dipendente da quello di Spagna: e se deve prestarsi fede ad alcune
lettere di Ferdinando del 1504, rapportate da Lodovico Paramo[29], par
che al medesimo, rivocando i patti e le capitolazioni accordate dal G.
Capitano a' Napoletani, quando in suo nome prese il possesso del regno,
fosse venuto in pensiero d'introdurre fra Noi l'Inquisizione suddetta;
ma quando i Napoletani intesero il proponimento del Re, spaventati
de' mali e ruine che poteva recar loro un sì fiero Tribunale, se
lo ricevessero, costantemente si risolsero di resistere, anche con
perdita della loro vita e robe alla volontà del Re; al quale avendo
insinuato che in Napoli, e nel regno cotanto pio e religioso non vi
era di ciò bisogno, e che ben per pochi Mori ed Ebrei, che vi s'erano
ricovrati, potevan prendersi per discacciarli altri espedienti;
finalmente gli protestarono, che in conto alcuno avrebbero un tal nuovo
Tribunale ricevuto; ed avendo Ferdinando, non ben accertato della loro
ostinazione, voluto a questo fine mandare di Spagna in Napoli alcuni
Inquisitori, furono malamente ricevuti e poi ignominiosamente dal regno
discacciati[30].
Ferdinando reso certo della loro ostinata deliberazione, per
non entrare in maggiori brighe con pericolo di perdere il Regno,
lasciò l'impresa, e contentandosi di promulgar contra gli Ebrei
una Prammatica[31] si quietò; anzi promise a' Napoletani, che per
l'avvenire non avrebbe mai permesso, che si fosse posta Inquisizione,
siccome lo testificano due gravissimi Scrittori, Zurita[32], e
Mariana[33]. Ciò che fu ancora approvato dal Papa; onde in tutto il
tempo, che visse e regnò Ferdinando, fra noi non s'udì pur ricordare
il nome d'Inquisizione. I Napoletani rimasero quanto soddisfattissimi,
altrettanto spaventati di quel Tribunale, ed ebbero ne' loro animi
tanto orror di quello che essi morti lo tramandarono, come per eredità,
ai loro discendenti; e quindi avvenne, che d'allora in poi odiavano
anche il nome di esso, e n'ebbero sempre abborrimento.
§. I. _Inquisizione di nuovo tentata, ma costantemente rifiutata sotto
l'Imperador CARLO V._
Ma insorta dapoi nell'Imperio di Carlo V la nuova eresia di Martino
Lutero, si diede, da questo principio, occasione a nuovi sospetti
e nuovi attentati. Cominciarono nell'anno 1520 in Alemagna nella
provincia di Sassonia a disseminarsi dottrine nuove, prima contra
l'autorità del Papa, dapoi contra la Chiesa istessa Romana. A
suscitarle nuovamente in Germania avea data occasione l'autorità della
Sede Appostolica, usata troppo licenziosamente da Lione X, il quale,
seguitando il consiglio del Cardinal Santiquattro, avea sparso per
tutto il Mondo, senza distinzione di tempi e di luoghi, indulgenze
amplissime, non solo per potere giovare con esse i vivi, ma con
facoltà di potere, oltra questo, liberar anche l'anime de' defunti dal
Purgatorio; le quali perchè era notorio, che si concedevano solamente
per estorquere denari[34], ed essendo esercitate imprudentemente da'
Commessarj deputati a quest'esazione, la più parte de' quali comprava
dalla Corte la facoltà di dispensarle, avea concitato in molti luoghi
indignazione e scandalo, e spezialmente nella Germania, dove a molti
di questi Commessarj s'era veduta vendere per poco prezzo, e giocarsi
su l'Osterie la facoltà di liberare l'anime dal Purgatorio. Ma il
motivo, onde nella Germania, e non altrove, cominciassero prima queste
nuove dottrine, fu perchè avendo Lione donato a Maddalena sua sorella
l'emolumento e l'esazione delle indulgenze della Sassonia e di quel
braccio di Germania, che di là cammina sino al mare, costei, acciò
che il dono del Pontefice le rendesse buon frutto, diede la cura di
mandar a predicare l'Indulgenze e dell'esazione del denaro al Vescovo
Aremboldo ministro degno di questa commessione, che l'esercitava con
grande avarizia ed estorsione, poichè diede facoltà di pubblicarle a
chi più offeriva di cavare maggior quantità di denari; ed ancor che
nella Sassonia fosse costume che, quando da' Pontefici si mandavano
l'Indulgenze, erano per lo più adoperati i Frati Agostiniani per
pubblicarle, non vollero i Questori ministri del'Arenboldo valersi
di loro, da' quali, come usati a quest'ufficio, non aspettavano cosa
straordinaria e che gli potesse fruttar più del solito; ma le inviarono
a' Frati dell'Ordine di S. Domenico. Da costoro, nel pubblicar
l'Indulgenze, furono delle molte novità, che diedero scandalo, perocchè
essi, per invogliare più la gente, ne amplificavano il valore più del
solito.
Queste cose eccitarono Martin Lutero Frate dell'Ordine degli
Eremitani a parlar prima contra essi Questori, riprendendo i nuovi
eccessi; poi provocato da loro, e venutosi in dispute sopra il
soggetto dell'Indulgenze, cosa non ben esaminata ne' precedenti
secoli; vedendo, che i suoi emoli non si valevano d'altra ragione
per difenderle e sostenerle che dell'autorità Pontificia; cominciò a
disprezzare queste concessioni, ed a tassare in esse l'autorità del
Pontefice; e continuando il calore delle dispute, quanto più la potestà
Papale era dagli altri innalzata, tanto più da lui era abbassata.
E multiplicandogli, in causa favorevole agli orecchi de' Popoli, il
numero grande degli auditori, cominciò poi più apertamente a negare
l'autorità del Pontefice.
In breve tempo videsi maravigliosamente disseminata la sua dottrina
e favorita; onde trasportato poi dall'aura popolare e dal favore del
Duca di Sassonia, non solo fu troppo immoderato contra la potestà de'
Pontefici, ed autorità della Chiesa Romana; ma trascorrendo ancora
negli errori de' Boemi, cominciò in progresso di tempo a levare le
Immagini dalle Chiese, ed a spogliare i luoghi Ecclesiastici de'
beni, e permettere a' Monaci ed alle Monache professe il matrimonio,
corroborando questa opinione non solo con autorità e con argomenti,
ma eziandio con l'esempio di se medesimo. Negava il Purgatorio, e
perciò non doversi pregare per li morti; negava la potestà del Papa
distendersi fuora del vescovato di Roma; ed ogni altro Vescovo avere
nella Diocesi sua quella medesima autorità, che avea il Papa nella
Romana: disprezzava tutte le cose determinate ne' Concilj, tutte le
cose scritte da' Dottori della Chiesa, tutte le leggi Canoniche, ed i
decreti de' Pontefici, riducendosi solo al Testamento vecchio, al libro
degli Evangelj, agli Atti degli Appostoli, ed a tutto quello, che si
comprende sotto il nome del Testamento nuovo, ed all'Epistole di S.
Paolo; ma dando a tutte queste nuovi e sospetti sensi, e non più udite
interpretazioni.
Nè si contenne in questi soli termini la follia di costui, e de'
seguaci suoi, ma seguitata da quasi tutta la Germania, trascorrendo
ogni giorno in più detestabili e perniziosi errori, penetrò a ferire
i Sacramenti della Chiesa, disprezzare i digiuni, le penitenze
e le confessioni; scorrendo poi alcuni de' suoi Settatori (ma
divenuti già in qualche parte discordanti dall'autorità sua) a
fare diaboliche invenzioni sopra l'Eucaristia: le quali cose avendo
tutte per fondamento la reprovazione dell'autorità de' Concilj e de'
Sacri Dottori, diedero adito ad ogni nuova e perversa invenzione o
interpretazione.
Si vide perciò in molti luoghi, eziandio fuori della Germania, ampliata
questa dottrina, la quale liberando gli uomini da molti precetti, li
riduceva ad un modo di vita assai libero ed arbitrario. Negli Svizzeri,
Ulrico Zuinglio Canonico di Zurich, avendola abbracciata, colle sue
prediche l'avea disseminata per que' Cantoni, e da molti ascoltato,
avendo acquistato gran credito, faceva prodigiosi progressi.
E mentre i Principi d'Europa tutti stavano occupati alla guerra, le
cose della Religione andavano alterandosi in diversi altri luoghi; dove
per pubblico decreto de' Magistrati, e dove per sedizione popolare. In
Berna, fattosi un solenne convento e de' suoi Dottori e dei forastieri,
ed udita una disputa di più giorni, fu ricevuta la dottrina conforme a
quella di Zurich. Ed in Basilea, per sedizione popolare, furono ruinate
ed abbruciate tutte le Immagini, e stabilita la nuova religione.
L'esempio di Berna fu seguitato a Genevra, Costanza, ed altri luoghi
convicini; ed in Argentina, fatta una pubblica disputa, per pubblico
decreto fu proibita la Messa.
Cominciava per tanto questo pestifero veleno a diffondersi, ancorchè
occultamente, anche in Italia, non meno che apertamente erasi
disseminato in Francia; poichè in Italia, vedendosi tanta corruttela
de' costumi nell'Ordine Ecclesiastico e nella Corte di Roma, credevano
molti, che fossero tante calamità per esecuzione d'una sentenza Divina
vendicatrice di tanti abusi, onde molte persone e accostavano alla
riforma: e nelle case private, in diverse Città, massime in Faenza,
Terra del Papa, si predicava contra la Chiesa Romana, e cresceva ogni
giorno il numero de' Luterani, i quali si facevan chiamare Evangelici.
Giovò non poco allo spargimento di questa nuova dottrina nell'altre
parti, l'erudizione di Filippo Melantone, fedele discepolo di Lutero,
il quale vedendo che l'eloquenza e il credito d'una scelta erudizione
a se chiamava gran numero di seguaci, impiegò ogni suo talento e tutte
le sue belle lettere per mettere in ridicolo i Teologi scolastici; e
facendosi ammirare dagl'ignoranti, dava lor facilmente ad intendere
che i Dottori Cattolici non più sapevano di Religione, che di belle
lettere: prese con queste arti molti, ed in Italia alcuni Predicatori
più insigni di que' tempi, che si dilettavano d'eloquenza e che aveano
tanto quanto di buon gusto nelle lettere.
Scorgendo intanto l'Imperador Carlo V che non pure nella Germania,
ma anche in Italia era penetrata la dottrina di Lutero, trovandosi
in Napoli nel 1536 a' 4 febbrajo fece pubblicare in questa città un
rigoroso editto, da pubblicarsi ancora per tutti li Regni suoi, che
niuno avesse pratica o commercio con persona infetta, o sospetta
d'eresia Luterana, sotto pena della vita e di perdere la roba[35]; e
prima di partire raccomandò al Toledo, che sopra tutto invigilasse a
non farla penetrare nel regno commesso al suo governo.
Ma donde si credeva sperar salute, s'ebbe il male: era in que' tempi
assai rinomato in Italia e per fama di gran Oratore assai celebre
_Bernardino Occhino_ da Siena, Frate Cappuccino, il quale sopra tutti
gli altri del suo tempo erasi reso famoso sì per la sua dottrina, ed
eloquenza e per l'asperità della vita, come anche per un suo nuovo
modo di predicare l'Evangelio, non con dispute scolastiche, ed altre
stravaganze, come gli altri fin al suo tempo facevano, ma con ispirito
e veemenza e con fervore mirabile; onde s'avea acquistato gran credito
non solo appresso il Popolo, ma anche presso i più grandi Principi
d'Italia. Egli avea però in secreto ricevuta la dottrina di Lutero,
e la andava occultamente disseminando, ma la copriva con accortezza
tale, che non potea aversene niun sospetto. Dalla di lui fama tratti i
Napoletani, proccurarono che nella Quaresima di quell'anno 1536 venisse
a predicare a Napoli; egli ci venne con soddisfazione grandissima
della Città, ch'ebbe il gusto, trovandovisi allora l'Imperadore, di
farlo anche ascoltare da sì gran principe. Predicò egli a S. Giovanni
Maggiore con tanto plauso ed ammirazione, che avea sbancati tutti gli
altri Predicatori; poichè a gara tutta la Città correva alle Prediche
di lui; e narra Gregorio Rosso[36] testimonio di veduta, che in que'
giorni di Quaresima, che l'Imperadore si trattenne in Napoli (poichè
partì dentro di quella) andava spesso a sentirlo in S. Giovanni
Maggiore con molto suo diletto; imperocchè, com'e' dice, _predicava con
ispirito, e devozione grande, che facea piagnere le pietre_.
Partito l'Imperadore da Napoli, proseguì egli le sue prediche,
nelle quali con destrezza mirabile andava spargendo alcuni semi di
Luteranismo, che non se ne potevano accorgere, se non i dotti, e
que' di buon giudicio. Il Vicerè Toledo, che come Spagnuolo favoriva
molto i Religiosi Scolastici, a quali non troppo piaceva questo nuovo
modo di predicare l'Evangelio, essendo da costoro avvisato, che _Fra
Bernardino_ di nascosto nelle sue prediche seminava l'eresia Luterana,
diede carico al Vicario di Napoli, acciò destramente s'informasse della
verità, e provvedesse. Il Vicario dubbioso, per mettersi in sicuro, era
venuto a fargli ordine, che non predicasse più, se prima in pulpito
non dichiarasse chiaramente la sua opinione intorno a quegli errori,
che gli venivan opposti; ma il Frate, come che dotto ed eloquente, si
difese così gagliardamente, che fu lasciato finire di predicare in
quella Quaresima: e non solo della sua dottrina finì ogni sospetto,
ma acquistò maggior credito e molti seguaci, che istruiti della sua
dottrina, partito che fu egli da Napoli, in sua vece la insegnavano
nascostamente ad altri.
Ma tre anni da poi, avendo lasciato di se un desiderio grandissimo,
fu di nuovo, con molta istanza dei Napoletani, richiamato a predicare
nel Duomo di Napoli, dove venuto, fu nel dire più alto e misterioso,
e per quanto i giudiziosi s'accorsero, era più cauto, usando parole
ambigue, per potersi difendere in caso fosse attaccato. Il nuovo modo
di predicare su la Scrittura, diede occasione a molti di disputare
sopra di quella, di studiare l'Evangelio, di disputare sopra la
Giustificazione, la Fede e le opere; sopra la Potestà Pontificia, il
Purgatorio, e questioni simili, le quali prima eran sol trattate da'
Teologi grandi fra di loro e nelle loro Scuole. Ma ora, rese per le sue
prediche popolari, erano trattate anche da' laici, e talora da uomini
di poca dottrina, e di nessune lettere insino i più vili artigiani
erano venuti a questa licenza di parlare e di discorrere dell'epistole
di S. Paolo e de' passi difficili di quelle, e quel che fu peggio egli
partendosene lasciò in Napoli alcuni suoi fedeli discepoli, e la sua
cattiva dottrina sparsa ne' petti di molti; siccome avea fatto in ogni
altra parte d'Italia, dove avea predicato.
Erano allora in Napoli alcuni Teologi e predicatori parimente insigni
d'altre religioni, alcuni de' quali, molto favoriti dal Vicerè Toledo,
non si lasciarono contaminare dalla dottrina di costui, anzi la
contrada dicevano, e con somma vigilanza proccuravano farne accorti gli
altri, perchè la detestassero. Fra gli altri fioriva a questi tempi
_Frat'Angelo di Napoli_ Riformato di San Francesco, molto versato
nella Teologia e nella dottrina Platonica, ma sopra tutto Oratore
eloquentissimo. Costui era favorito molto dal Toledo, che lo elesse
per suo Confessore, e l'avrebbe innalzato a maggiori dignità, se la
morte non avesse interrotti i suoi disegni; fecegli però ergere nel
Monastero della Croce, ove dimorava, una degna Sepoltura con elogio,
che ancora ivi si legge. Risplendeva ancora più luminoso il _P. Fra
Girolamo Seripando_ dell'Ordine di S. Agostino nobile del Seggio di
Capuana, uomo dottissimo, di probità di vita, nelle prediche mirabile,
e sopra tutto dotato di somma saviezza e prudenza, tanto che nel
Capitolo generale celebrato in Napoli l'anno 1539 fu creato Generale
della sua Religione; ed avuto in somma stima dal Toledo, per la sua
interposizione fu assunto all'Arcivescovado di Salerno, e poi fatto
Cardinale da Pio IV. Romano Pontefice. Questi fu che morendo, memore
della sua Patria, lasciò la sua gran Biblioteca adornata di famosi,
e di più peregrini, e rari Codici M. S. al Convento di S. Giovanni a
Carbonaia[37], ch'era uno de' maggiori pregi di questa città; ora già
posta a sacco da' Monaci stessi, che ne tenevano cura: ed ultimamente
(con molto dispiacere de' buoni) da chi men dovea. Rilussero ancora
_Frate Ambrogio di Bagnoli_ dell'Ordine de' Predicatori, Oratore
insigne, poi Vescovo di Nardò, di cui nella Chiesa dello Spirito
Santo si vede ancora la sua Statua di marmo con elogio; _Fra Teofilo
di Napoli_ disputante massimo e parimente Oratore eloquentissimo, che
recitò l'orazion funebre per la morte dell'Imperadrice accaduta in
quell'anno: _Fra Agostino di Trivigi_, e molti altri, che disputando,
orando ed insegnando, e favoriti dal Toledo, erano tutti intesi a non
far allignare le nuove dottrine, che occultamente serpeggiavano; ma
svellerle tosto, prima che mettessero più profonde radici.
Dall'altra parte non mancavano chi con molta accortezza, e sotto
manto d'agnelli, così disputando, come insegnando, cercavan stabilirle
in Napoli. Avevano alcuni, con nuovo istituto, cominciato a leggere
pubblicamente l'Epistole di S. Paolo, nella sposizione delle quali
insinuavano la nuova dottrina. Fra gli altri, che in ciò si erano resi
celebri, furono _Giovanni Montalcino_ dell'ordine de' Minori di S.
Francesco, _Lorenzo Romano_ Siciliano, Apostata de' PP. Agostiniani, e
_Pietro Martire Vermiglio_, Prete e Canonico Regolare, Fiorentino e di
cui il Tuano nelle sue Istorie non si dimenticò tesserne elogio.
_Fra Giovanni_, non pur esponendo quelle Epistole, ma disputando più
giorni continui col P. Teofilo di Napoli suo competitore ed emolo,
malmenandolo con motti acuti e mordaci, erasi reso sospetto già
d'eresia, siccome l'evento poi chiaramente lo dimostrò; perchè alcuni
anni appresso, arrestato in Roma, e convinto, fu giustiziato. _Pietro
Martire_, assai più famoso, esponeva con molta eloquenza e dottrina
l'Epistole di S. Paolo in Napoli, in S. Pietro ad Ara, dove ebbe tanto
credito e concorso di gente, che chi non v'andava, era riputato mal
Cristiano. Costui avea a se tirati molti, fra' quali un certo Catalano
chiamato _D. Giovanni Valdes_ ch'era anche stretto amico di _Fr.
Bernardino da Siena_; ma la vigilanza del Vicerè, e più de' di lui
emoli, che non lasciavano di fare minuto scrutinio sopra i suoi detti,
frastornarono i suoi progressi; poichè un giorno, spiegando quel passo
di S. Paolo[38]: _Si quis autem superaedificat, etc._ ancorchè con
accortezza, e con molte proteste e riserve lo sponesse, diede però gran
sospetto, ch'egli non ben sentisse del Purgatorio. Di che avertito il
Toledo, gli fece proibire la lezione, donde avvenne, ch'egli vedendo,
che in Italia non poteva promettersi gran cose; finalmente sentendo,
che in Roma se gli preparavano aguati, fuggì d'Italia, e ricovrossi
fra' Luterani in Argentina, ove riuscì in quella dottrina cotanto
celebre, quanto il Mondo sa. _Lorenzo Romano_ fermossi nel Regno,
prima in Caserta, e disseminò occultamente gli errori di Zuinglio in
quella Città e nelle Terre circostanti; da poi andò in Germania, donde
maggiormente istrutto ritornò in Napoli nel 1549, e si pose quivi
celatamente ad insegnare a molti gentiluomini la Logica di Melantone;
sponeva i Salmi e l'Epistola di S. Paolo, ed un libro a que' tempi dato
fuori, intitolato: _Beneficio di Cristo_. Fu però poco da poi scoverto;
ed essendo stato citato dagl'Inquisitori, fuggì via; ma da poi venne
nel 1512 spontaneamente a presentarsi in Roma al Cardinal Teatino, al
quale confessò i suoi errori e gli palesò ancora, com'egli in Napoli
e nel Regno avea molti discepoli, fra' quali erano persone eminenti e
molte Dame Nobili e Titolate, le quali professavano lettere umane, ed
essendo stato condennato a pubblica abjura nella Cattedrale di Napoli
e di Caserta, gli fu imposto, che, fatto questo, ritornasse in Roma per
ricevere altre penitenze.
In Napoli con tutto ciò, non ostante la vigilanza del Toledo e le
diligenze, che s'usavano contra costoro, non cessava il timore, che non
venisse contaminata da' seguaci loro, li quali con molta accortezza e
con molta riserba nutrivano la lor dottrina. Non mancavano di capitarvi
molti altri Predicatori, i quali tentavano ancora di seminar nel
Regno li medesimi errori, abbracciati da molti, chi per ignoranza,
chi per malizia; onde aveano cominciato già a far loro congregazioni e
Consulte, e Capo di costoro era il _Valdes_ Spagnuolo, il quale faceva
professione di ben intendere e spiegar la Scrittura, dando a sentire
d'essere in ciò illuminato dallo Spirito Santo; e ne avea per ciò
tirati molti al suo partito, onde la cosa era giunta a tale, che oltre
avere il veleno penetrato nei petti d'alcuni Nobili, era arrivato sino
ad attaccar le Dame; e si credette, che la cotanto famosa Vittoria
Colonna vedova del Marchese di Pescara e Giulia Gonzaga, per la
strettezza, che tenevano col _Valdes_, fossero state anche contaminate
da' suoi errori[39].
Stando le cose della Religione in questo stato in Napoli, verso
l'anno 1541 e 42 venne nuova, che il _P. Occhino_ erasi manifestamente
svelato per la parte de' Luterani, fuggito d'Italia, e ricovrato in
Genevra s'era a coloro unito: questa rebellione dell'Occhino portò
così in Napoli, come in tutta Italia sommo dispiacere: perchè creduto
universalmente per uomo da bene e di sana dottrina, ora che vedevano
il contrario, cominciarono a dubitare; non le sue prediche avessero
apportato più tosto danno, che utile: ed accrebbe il sospetto contra
i suoi discepoli, che avea in Napoli ed in tutta Italia lasciati; a'
quali, perchè stassero fermi nella sua dottrina, non avea tralasciato,
già fatto ribelle, di scrivere alcune Omelie volgari, che per mezzo
d'una sua epistola dedicò alla sua Italia, nelle quali manifestava, che
per l'addietro avea predicato in Italia Cristo _mascherato_, ma che
ora non potendolo predicare a viva voce _nudo_, come il Padre ce lo
mandò, e come nudo stette in Croce, lo faceva per opera della penna,
con quelli suoi scritti; de' quali furono veduti per Italia e Napoli
correre, per le mani di molti, più esemplari.
In questo medesimo tempo uscirono in istampa, senza nome d'Autore,
alcuni libri, uno de' quali avea titolo: _Il Seminario della Scrittura_
e l'altro: _Il Beneficio di Cristo_; e si videro comparire ancora
alcune Opere di Filippo Melantone e d'Erasmo. Nel principio, per molti
mesi, non se ne tenne conto, e correvano senza proibizione per le mani
di molti: ma poi fatto avvertito il Vicerè del danno che facevano, gli
fece proibir tutti, ed ordinò, che fossero pubblicamente bruciati; e
fattone un fascio dal _P. Ambrogio da Bagnoli_, furono al cospetto del
Popolo fatti bruciare avanti la porta maggiore dell'Arcivescovado, con
bandi tremendissimi contra coloro, che forse tenessero queste ed altre
opere sospette, o che le leggessero, o in qualunque modo proccurassero.
Questo rigore fece quietar le cose in maniera, che non s'intese più
che simili libri fossero ritenuti, e se pure da alcuni si parlava della
Scrittura, era con più modestia e rispetto di prima.
A questo fine il Vicerè Toledo fece poi ai 11 ottobre dell'anno 1544
pubblicar Prammatica, colla quale ordinò, che i libri di Teologia e di
Sagra Scrittura, che si trovassero stampati da venticinque anni, non
si ristampassero: e gli stampati non potessero tenersi, nè vendersi, se
prima non saranno mostrati al Cappellan Maggiore, il quale dovea vedere
eziandio quali potessero mandarsi alla luce. Parimente proibì tutti i
libri di Teologia e di Sacra Scrittura, che fossero stampati senza nome
di Autore e tutti quelli, i cui Autori non fossero stati approvati.
Questo timore, che in Napoli non penetrassero gli errori della
Germania, e la vigilanza per ciò usata dal Toledo, fece aver anche
per sospetta ogni erudizione; e fu la cagione, perchè, presso noi,
le lettere non facessero que' progressi e quegli avanzi, che in
questi tempi facevano in Francia, ed in altre parti, così per la
Giurisprudenza, come per l'altre facoltà. Erano rimasi solo i vestigj
dell'Accademia del Pontano, ed alcuni pochi sostenitori di quella: pure
con tutto ciò non mancava il buon volere, e se per questi sospetti non
fossero stati dal Toledo impediti, molti nobili spiriti non avrebbero
mancato di favorire le lettere, con ergere nuove Accademie, come
aveano già cominciato: poichè nell'anno 1546 i Nobili del Seggio di
_Nido_, ad esempio di ciò che si faceva in Siena, e nell'altre città
d'Italia, trattarono d'ergere in Napoli un'Accademia di Poesia latina
e volgare, di Rettorica e di Filosofia e d'Astrologia, siccome in una
ben ornata stanza, al piano del Cortile di S. Angelo a Nido, l'ersero
sotto il nome de' _Sireni_, e ne fecero Principe Placido di Sangro:
e gli Accademici infra gli altri, furono il Marchese della Terza, il
Conte di Montella, Trojano Cavaniglia, il celebre Antonio Epicuro,
Antonio Grisone, Mario Galeota, Giovan-Francesco Brancaleone famoso
Medico e Filosofo ed Orator eloquentissimo, ed altri amatori delle
buone lettere. Ad imitazione di Nido eresse il Seggio _Capuano_ un
altra Accademia, sotto il nome degli _Ardenti_. E ne fu anche istituita
un'altra nel Cortile dell'Annunziata sotto il nome degli _Incogniti_.
Ma queste, nate appena, rimasero estinte; poichè il Toledo le fece
da' Reggenti del Collaterale proibire, non piacendo allora, che,
sotto pretesto di studio di lettere, si facessero ragunanze e continue
unioni d'uomini letterati. Accelerò la proibizione, l'istituto preso,
che ciascuno degli Accademici dovesse ivi recitare una lezione, sopra
la quale (ancorchè il soggetto fosse o di Filosofia, o di Rettorica)
venendosi poi a disputare, sovente s'usciva dal soggetto, e si veniva
alle quistioni di Teologia e di Scrittura. Furono per ciò l'Accademie
proibite tutte e tolte via.
Quindi è avvenuto, che nel mezzo di questo secolo e nel suo decorso
non possiamo mostrar tanti Letterati, quanti nel principio e nel fine
del precedente furono da noi annoverati: de' Filosofi, e Medici un solo
Agostino _Nifo_, ed in Calabria, Antonio e Bernardino Telisio, li quali
per ciò non valsero far argine a' Scolastici e discreditar Aristotele
lor Maestro: de' Poeti solamente fu veduto qualche numero, da non
paragonarsi però a quello del secolo precedente.
Quindi ancora avvenne, che avendosi per sospetta ogni erudizione, i
nostri Giureconsulti non poterono imitare l'esempio di Francia, dove
la Giurisprudenza nelle Cattedre era insegnata con maggior purità
e nettezza: ma da' nostri fu lo studio di quella proseguito nella
medesima forma che prima. Ed essendosi cotanto i Tribunali innalzati,
crebbe il numero de' Professori, li quali non diedero alcun sospetto,
perchè tutti intesi a' guadagni del Foro, furono lontani da ogni
erudizione e dallo studio delle lettere umane.
Questo era lo stato delle cose nel 1546. Pareva che colla vigilanza
continua del Vicerè, per tanti provvedimenti dati, non vi fosse bisogno
di altro per toglier ogni timore d'introduzione di nuova dottrina
contraria alla antica Religione; ma il Vicerè per le cose precedute,
come d'affare così grave e rilevante, avea dato intanto all'Imperador
Carlo V relazione distinta di quanto era occorso intorno a ciò in
Napoli, mostrando che bisognava seriamente provvedere d'efficaci rimedj
per mali sì gravi e pericolosi. L'Imperadore, che co' suoi proprj
occhi vedeva que' disordini e le revoluzioni cagionate in Germania per
questa nuova dottrina, stimò necessario (per non vedere gli altri suoi
Stati dipendenti dalla Monarchia di Spagna nel medesimo disordine)
che si dovesse seriamente pensare ad un efficace rimedio; e reputando
il più opportuno, per riparare al male, non poter esser altro, che
in quelli far erigere un Tribunal d'_Inquisizione_ all'uso di Spagna,
affinchè i popoli atterriti, pensassero a vivere come prima, scrisse
al Vicerè, che ponesse ogni suo studio in proccurare d'introdurre in
Napoli l'Inquisizione all'uso di Spagna. Usasse però ogni industria
ed accortezza d'introdurla senza alterazione de' Popoli, ma con modi
soavi, covrendo con fino artificio il suo disegno. Avea Cesare fatta
esperienza, quanto pericoloso fosse sforzare in ciò i Popoli; poichè
avendo tentato di mettere a quell'uso l'Inquisizione in Fiandra, la
vide in breve tempo tutta sconvolta e quasichè disabitata; imperciocchè
molti avendo orrore di sì rigido Tribunale, lasciando le paterne
case, si contentavano più tosto fuggire, ed andar altrove raminghi,
tanto che fu egli obbligato levarlo e che più non se ne parlasse. Il
Vicerè, prima di ricevere queste insinuazioni da Cesare, avea già da
molto tempo pensato da se stesso a questo rimedio; ma sapendo, che
l'Inquisizione era stata ai Napoletani sempre d'orrore ed odiosa, e
che, nè Ferdinando il Cattolico, nè altri Vicerè, che più volte l'avean
tentato, mai eran stati bastanti a metterlo in opera, rispose perciò
all'Imperadore, che l'impresa era molto ardua, ma con tuttociò avrebbe
egli usata ogni industria e poste in opera le più sottili arti, e come
se nè da Cesare nè da lui procedesse, avrebbe proccurato spingere
e tirar avanti il disegno nella maniera più accorta e cauta, che si
potesse.
In questi medesimi tempi il Pontefice Paolo III, vedendo ancor
egli, che in Italia andava serpendo il male, rinvigorì dall'altra il
Tribunal dell'Inquisizione di Roma; e con intelligenza di Cesare mandò
Commessarj dell'Inquisizione Romana per tutte le Province d'Italia, i
quali però erano ricevuti con condizione, che dovessero procedere per
via _ordinaria_, con manifestazione de' testimonj e, sopra tutto, senza
la confiscazione de' beni.
Il Toledo reputando, che col fare apparire non da lui, ma da Roma,
venir tentata l'impresa, e che sotto questo manto avrebbe coperto il
suo disegno, proccurò col Cardinal Borgia, uno degl'Inquisitori di Roma
suo parente, che, siccome erasi fatto nell'altre Province d'Italia,
si mandasse in Napoli un Commessario, con Breve del Papa, dove si
comandasse, che per via d'Inquisizione dovesse procedersi contra i
Chierici, Claustrali e Secolari; siccome in effetto venne il Breve, ed
al Vicerè fu comunicato, il quale però si pose in grande angustia per
trovar il modo di poterlo far eseguire.
Narrasi, che 'l Pontefice di buona voglia, a' prieghi del Cardinal
Borgia, avesse conceduto il Breve, non perchè egli si curasse molto di
porre l'Inquisizione in Napoli, avendo scoperto i disegni di Cesare
e del Toledo, che volevano porla all'uso di Spagna e non già di Roma
(tanto che questa competenza giovò molto a' Napoletani) ma perchè
tenendo odio occulto contra l'Imperatore, sapendo quanto fosse d'orrore
a' Napoletani l'Inquisizione, giudicava, che col tentar di metterla in
Napoli, si dovessero cagionare in questa città alterazioni, tumulti e
sedizioni.
Uberto Foglietta genovese[40], seguito dal Presidente Tuano[41],
scrive, che il Toledo a' Commessarj dell'Inquisizione venuti da Roma,
che lo richiedevano secondo il costume, dell'_Exequatur Regium_
al Breve, avesse risposto, che in ciò non s'affrettassero tanto,
ma tenessero presso di loro il Breve, perchè, quantunque per non
insospettire i Napoletani odiosissimi all'Inquisizione, non poteva
allora darlo, stessero però di buon animo, con tener sotto silenzio il
tutto, perch'egli avrebbe oprato in modo, che il Breve s'eseguisse.
Però i nostri Scrittori napoletani, contemporanei non men che
il Foglietta, a questi successi, i quali, siccome devon cedere
all'eleganza e maestà del suo stile, così è di dovere, che, come
forastiero, egli ceda per la verità e più minuta e distinta narrazione
di questa istoria a costoro che trovaronsi presenti, e furono in
mezzo di quegli affari, e li trattarono con pericolo della vita e
perdita delle loro robe. Narrano questi, che il Vicerè, dopo alquanti
giorni, dal Consiglio Collaterale fece dar l'_Exequatur_ al Breve; ma
che non volle farlo pubblicare per la Città a suon di trombe, nè con
prediche, per timor di qualche sollevamento; ma volle che solamente
per cartone affisso nella porta dell'Arcivescovato si palesasse;
nell'istesso tempo, ritiratosi egli a Pozzuoli, ove l'inverno soleva
dimorare, ordinò a Domenico Terracina, quanto al Popolo odioso,
altrettanto suo dependente, avendo a questo fine, (oltre averselo
fatto compare) quattro mesi prima proccurato di farlo elegger di nuovo
Eletto del Popolo, ed agli altri Ufficiali della città, de' quali
egli si fidava, che insinuassero con dolci maniere alle lor Piazze,
che non bisognava di quell'editto d'Inquisizione far tanto rumore, nè
sgomentarsi tanto, poichè quello non era ad uso di Spagna, ma veniva
per provisione del Papa, Giudice competente in quella causa, di che
la città non avea occasione di dolersi del Vicerè, di cui non era
volontà, nè dell'Imperadore di metter l'Inquisizione; ma che il Papa
per moto proprio lo faceva, acciò, se la città fosse in qualche parte
contaminata d'eresia, se ne avesse da purgare; e non essendo, se ne
fosse con questa paura preservata.
Dall'altra parte i Napoletani, a' quali essendo noti gli artificj del
Vicerè, erano entrati in sommo sospetto, aveano eletti perciò Deputati,
li quali essendo più volte ricorsi al Vicerè per questi rumori, che
si sentivano d'Inquisizione, furono altrettante volte assicurati dal
medesimo, ch'egli non avrebbe permessa novità alcuna. Tuttavolta la
fama essendo continua e grande, che l'Inquisizione sarebbe stata fra
poco tempo posta, non cessavano i timori ed i sospetti; ma quando
poi in un dì di Quaresima di questo nuovo anno 1547 coi propri loro
occhi videro l'Editto affisso nella porta della Chiesa Cattedrale, il
quale da molti letto, era esagerato molto più di quel che conteneva,
cominciarono molti a sollevarsi e farne rumore, e corsi al Vicario
dell'Arcivescovado (il qual udito il tumulto per timore s'era
nascosto) fecero stracciare l'Editto. Il Vicerè inteso il tumulto,
la Domenica delle Palme fece tosto chiamar a se il Terracina e gli
altri Ufficiali della città, a' quali niente parlando d'Inquisizione,
ma solo esagerando l'eccesso, persuadeva di doversi procedere contra
i tumultuanti ad un severo castigo; e se bene quasi tutti erano per
acconsentirgli, nulladimeno per tema del Popolo, già insospettito e
sollevato, non risposero risoluti, ma diedero buone parole, con riserva
di farlo intendere alle loro Piazze: perlochè congregati gli Eletti,
così nobili, come popolari nelle loro Piazze, e proposto il negozio
per arduo, conchiusero di dover andare dal Vicerè a Pozzuoli, e creati
scelti uomini, e di qualità per Deputati, se n'andarono giuntamente
a Pozzuoli, dove avanti il Vicerè, Antonio Grisone gentiluomo del
Seggio di Nido parlò con molto vigore ed energia, mostrandogli quanto
fosse stato sempre alla città e Regno odioso ed insoffribile il
nome dell'Inquisizione, e sopra tutto, che trovandosi con facilità
uomini ribaldi, che per denari e per odio facilmente s'inducono a far
testimonianze false (il che molto bene poteva egli aver conosciuto, che
per estirpar le scuole de' testimonj falsi, era stato costretto di far
pubblicar contra d'essi un rigoroso bando a pena della vita) in breve
tempo si sarebbe veduto il Regno e la città tutta sconvolta e rovinata;
lo pregava per tanto, in nome di tutti, a non voler permettere, che a
tempo suo, quando ne aveano ricevuti tanti beneficj, Napoli restasse
di tanto obbrobrio e vergogna macchiata, e da così intollerabil giogo
oppressa.
Il Vicerè gli rispose con molta umanità, dicendogli, che non era di
mestieri, che per ciò si fossero incomodati di venir sino a Pozzuoli:
che egli amava molto più di quel, che credevano, la loro città, la
quale poteva chiamarla anche sua patria, non meno per avervi abitato
tanti anni, che per aver maritata una sua figliuola ad uno de' suoi
Nobili; che non era stata mai intenzione nè di sua Maestà, nè sua,
d'imporre Inquisizione; anzi che più tosto avrebbe egli deposto il
governo del regno, che soffrire questa novità in tempo suo: restassero
per tanto sicuri, che d'Inquisizione non si parlerebbe mai. Soggiunse
però, che sapendo essi, che molti, benchè ignoranti e di poco conto,
parlavano troppo licenziosamente, e che perciò davano qualche sospetto
d'infezione, non giudicava fuor di proposito, nè la città lo dovea
tener per male, che se alcuni ve ne fossero, siano per la via ordinaria
e secondo i Canoni inquisiti e castigati; acciocchè le persone infette
non abbiano ad attaccar la loro contagione agli altri sani; e che per
questo fine e non per altro, e credeva, che fossero stati affissi
quegli Editti. I Deputati udita questa risposta, gli resero grazie
infinite e tutti allegri tornati a Napoli, la riferirono alle Piazze,
la quale sebbene avesse universalmente apportata somma allegrezza,
nulladimeno molti da quelle ultime parole, di castigare i colpevoli
per via di Canoni, non lasciarono il sospetto, interpetrando la
mente del Vicerè non essere in tutto aliena dall'Inquisizione, ma di
volerla cominciare con apparenza giusta, acciò col tempo ella passasse
a termini più ardui, tanto che finalmente restasse poi da senno
Inquisizione all'uso di Spagna.
Crebbe poi il sospetto dal vedere, che il Terracina co' suoi partigiani
non tralasciava d'andar insinuando a' popolari di non doversi di
ciò curar molto, e farne tanti schiamazzi; ma ciò da che più se ne
resero certi fu, quando a' 21 di maggio dell'istesso anno 1547 videro
nella porta dell'Arcivescovado affisso un altro editto assai più del
precedente chiaro e formidabile, parlando alla scoverta d'Inquisizione.
Allora la città si sollevò, e con grande strepito per le piazze di
Napoli si gridò _arme, arme_: fu immantinente l'editto lacerato, il
Popolo tumultuosamente corse dal Terracina, dicendogli che convocasse
tosto la Piazza, acciò s'amovessero i Deputati vecchi sospetti
d'intelligenza col Vicerè e si creassero i nuovi. Il Terracina, con
mostrarsene renitente, accrebbe il sospetto; onde entrati in fretta
dentro S. Agostino, congregata la Piazza, ed ivi esposto l'arduità
dell'affare, ed il pericolo grande e la poca corrispondenza de' fatti
alle buone parole del Vicerè, parve a tutti espediente di privare il
Terracina del suo ufficio d'Eletto, ed i suoi compagni dell'ufficio
di Consultori (perchè in quel tempo il Popolo li creava) e rifecero
in suo luogo per Eletto _Giovanni Pascale_ da Sessa uomo audace e di
fazione popolare, e per Consultori altri poco amici del Terracina e
zelantissimi delle cose pubbliche.
Da queste forti resoluzioni del Popolo si mossero anche i Nobili, i
quali avidamente ricevettero sì opportuna occasione per vendicarsi del
Toledo, da loro in secreto odiato, i quali, non meno che i popolari
abbominando l'Inquisizione, s'unirono con quelli, dando loro titolo
di _fratelli_, avvertendoli sempre, che stessero vigilanti, atteso
senza dubbio il Vicerè voleva l'Inquisizione, nè punto si fidassero
delle sue parole, al quale, per togliere ogni ambiguità, bisognava
resister apertamente, con dirgli, ch'essi non volevano Inquisizione
nè all'usanza di Spagna, nè di Roma, e che insino alla morte, salva la
riverenza al loro Principe, l'avrebbero contrastata. Il Terracina, e'
suoi compagni rimasero in grandissimo odio col Popolo, ed il volgo,
insino a' fanciulli, li chiamavano per le strade _Traditori della
Patria_. Odiavano ancora, come dipendenti del Vicerè, il Marchese di
Vico vecchio, il Conte di S. Valentino vecchio, Scipione di Somma,
Federigo Caraffa padre di Ferrante, Paolo Poderico, Cesare di Gennaro
e molti altri d'ogni Seggio.
Il Vicerè, udita la sollevazione del Popolo, il tumulto seguito, e
come senza sua licenza erano stati imperiosamente privati de' loro
ufficj il Terracina e gli altri, e che il Popolo alle sue parole e
promesse, non dava alcuna credenza, fieramente sdegnato, minacciando,
che avrebbe severamente castigati gli Autori di questi tumulti, se ne
venne in Napoli; ed ancorchè da' Deputati si proccurasse raddolcire
tanto sdegno, egli diede rigorosi ordini al Tribunal della Vicaria,
che procedesse contra gli Autori, non men del tumulto, che della
nuova elezione dell'Eletto, e Consultori: fra gli altri, che furono da
quel Tribunale portati per Autori più principali, fu un tal _Tommaso
Anello_ Sorrentino della Piazza del Mercato, uno dei primi Compagnoni
di Napoli, e di gran sequela, il quale, così nell'elezione, come nella
sollevazione, si era sopra gli altri distinto, ed era stato colui, che
avea tolto il nuovo Editto dalla porta della Cattedrale e laceratolo.
Costui, essendo stato citato dal Fisco, dopo molta discussione, se
dovea presentarsi o no, alla fine vi andò accompagnato da infinita
moltitudine, che postasi attorno al palazzo della Vicaria, ondeggiando
aspettava, che il suo Cittadino licenziato se ne tornasse. Il Reggente
della Vicaria Girolamo Fonseca, quando vide tanta moltitudine, giudicò
meglio per allora licenziarlo dopo breve esame, che di ritenerlo: il
quale tolto in groppa del suo cavallo da Ferrante Caraffa Marchese di
S. Lucido, al Popolo assai caro, a cui fu dal Reggente consegnato,
bisognò portarlo per molte piazze di Napoli per acquetare i tumulti
nati tra' Popolari, che temevano della vita di quel loro cittadino.
Il Vicerè, dopo questo, vedendo riuscir vani i suoi disegni, pien di
cruccio se ne tornò a Pozzuoli; e poco da poi fu, per l'istessa cagione
del tumulto, citato Cesare Mormile Nobile di Portanova, ed al Popolo
assai caro, il quale vi andò con molta riserva, e ben accompagnato;
onde il Reggente riputò anche lasciarlo andare per l'istessa cagione,
che avea lasciato andar l'altro. Questo fatto assai dispiacque al
Vicerè; ma dissimulandolo, avea rivolto l'animo al castigo ed alla
vendetta, aspettando sol il tempo di poterlo fare.
Ma nuovo accidente accrebbe vie più i tumulti e disordini. Aveva
il Vicerè, fra questo mezzo, da' presidj di fuora fatte venire in
Napoli alcune compagnie di soldati spagnuoli al numero di 3000,
alloggiandogli dentro il Castel Nuovo: un giorno, qual si fosse la
cagione, all'improvviso fur veduti questi soldati spagnuoli uscir
fuori de' fossi del Castello; a questo avviso, il Popolo insospettito,
corse a pigliar l'arme, si chiusero le botteghe e le case e tutti
armati corsero verso il Castello. Gli Spagnuoli cominciarono a tirar
dell'archibugiate, e corsi sino alla Rua Catalana, saccheggiavano le
case, uccidevan uomini e donne e fanciulli. I Napoletani corsi al
campanile di S. Lorenzo fecero sonare quella Campana alle armi: al
suono di questa Campana, siccome ivi accorsero molti cittadini, così si
svegliarono i Regj Castelli, cominciando a tirar cannonate contra la
Città, ancorchè con pochissimo danno. Dentro la città e sovente nelle
osterie, ove erano trovati Spagnuoli, erano uccisi e tagliati a pezzi.
I Tribunali si chiusero; tutto era disordine e rivoluzione; sin che,
sopraggiunta la notte, fu sopito alquanto il tumulto.
Il Vicerè fieramente sdegnato pretendeva, che la città col prender
le armi avesse commessa chiara rebellione: all'incontro gli Eletti e'
Deputati dolendosi di lui; dicevano, che per odio delle cose passate
avea fatto introdurre tanti Spagnuoli in Napoli per saccheggiarla, e
che come non fosse stata città dell'Imperadore, ma o de' Franzesi,
o de' Turchi, come nemico la faceva cannonare da' Castelli, e che
di tutto ne avrebbero avvisato Cesare; ed avendo fatto congregare
i più famosi Avvocati e Dottori di que' tempi, fra' quali teneva
il primo luogo _Giovan-Angelo Pisanello_, tutti seguitando il voto
del Pisanello, conchiusero, che la Città non potea incolparsi di
ribellione; e che per ciò potesse armarsi contra l'adirato Ministro,
non per altro, che per conservare al suo Re la città e Regno. Fu per
tanto risoluto di far soldati per la difesa della città, e fu dato
questo carico a Giovan Francesco Caracciolo Priore di Bari Cavaliere di
Capuana, ed a Pascale Caracciolo suo fratello, a Cesare Mormile nemico
del Vicerè, ed a Giovanni di Sessa Eletto del Popolo; ma l'autorità del
Priore e del Mormilo era quella, che governava il tutto.
Inasprì maggiormente gli animi un nuovo accidente; poichè stando nel
Seggio di Portanova alcuni giovani nobili di quel Seggio, passarono
alcuni Alguzini di Vicaria, che conducevano prigione uno per debiti;
e perchè la città stava sollevata e tutta in arme, stimandosi poco li
Ministri di giustizia, que' Nobili trattennero gli Alguzini, e gli
dimandarono per qual cagione portavano colui prigione: quel ribaldo
alzando la voce, disse; _Signori, questi mi portano prigione per conto
d'Inquisizione_; per le quali parole que' giovani leggiermente si
mossero a farlo fuggire dalle loro mani. Saputosi ciò dal Reggente
della Vicaria, ne prese cinque di coloro, de' quali tre se ne
trovarono colpevoli, e subito ne avvisò il Vicerè. Costui subitamente
da Pozzuoli, ov'era, si portò in Napoli, ed a' 23 di questo mese di
maggio comandò, che que' tre giovani fossero portati in Castel Nuovo,
e chiamato il Consiglio Collaterale, ancorchè il famoso _Cicco di
Loffredo_ Presidente allora Reggente non vi consentisse; credendo che
con usar sopra di loro estremo rigore s'avvilissero i Nobili, siccome
il caso di Focillo avea fatto avvilire i Popoli, volle in tutte le
maniere, che fossero condennati a morte ad uso di Campo; il che fu
fatto, onde il dì seguente de' 24 ad ore 17 fur cacciati fuor del
Castello e condotti a quel luogo ov'è solito piantare il talamo; e
perchè il caso richiedeva prestezza, fur posti inginocchioni in terra,
e scannati ad uso di campo.
Il Vicerè fatto questo, lusingato che con mostrar intrepidezza dovesse
abbattere la superbia de' sediziosi, cavalcò subito per la Città
accompagnato da molti Cavalieri spagnuoli e napoletani e con molti
Soldati a piedi. Intanto i popolani, serrate le case e le botteghe,
eransi posti tutti in arme e gridando, bestemmiando e minacciando
andavan per la città a guisa di baccanti; per lo che i Deputati, quando
intesero la risoluzione del Vicerè, mandarono a pregarlo, che per
allora volesse differire di cavalcare, dubitando, che alcuno scellerato
non avesse ardimento d'offenderlo, essendo il Popolo tutto in arme;
con tutto ciò il Vicerè non volle lasciar di cavalcare, parendogli,
che ciò sarebbe stata cagione di dar maggior animo a' sediziosi; onde
i provvidi Deputati mandarono Cesare Mormile ed altri Cavalieri innanzi
lungi dalla cavalcata, a raffrenare il Popolo, ch'era in grosse schiere
armato per le strade, acciocchè non si movessero per niente contra
il Vicerè. Ma fu cosa stupenda a vedere, che se bene non facessero
movimento alcuno contra di lui, niente di meno a passar per le strade,
non fu trovato uomo, nè picciolo nè grande che gli facesse con la
berretta, o col ginocchio segno alcuno di riverenza, quando prima,
sempre che cavalcava per la città, ogni uno correva a salutarlo con
sviscerata affezione. Tanto l'orrore, che aveano all'Inquisizione, avea
mutati gli animi loro.
Questa rigorosa giustizia e questa cavalcata del Vicerè imputata a
disprezzo e poco conto, diede l'ultima spinta a maggiori sollevazioni
e tumulti; poichè dubitando, che il Vicerè non volesse prender vendetta
di tutti coloro, che gli aveano contraddetto al ponere l'Inquisizione,
nella stessa maniera, che avea fatta con li riferiti tre meschini
giovani, si posero nell'ultima disperazione; ed il Mormile, ed il Prior
di Bari, per far credere al Popolo essere questo il disegno del Vicerè,
fecero ad arte sparger voce, che il Vicerè mandava una Compagnia di
Spagnuoli a prender prigione Cesare Mormile e tutti gli altri, che
l'aveano contraddetto al poner l'Inquisizione. A questa voce fu sonata
subito la Campana di S. Lorenzo ad arme, ove concorsero infiniti colle
armi alle mani, con prontezza di morir tutti per la libertà della loro
patria: allora i Capi prendendo l'occasione, e vedendoli così invasati,
fatto pubblico Consiglio, ottennero facilmente di far conchiudere in
quello più cose. Primieramente fu determinato, che si togliesse al
Vicerè ogni ubbidienza. II. che per tal effetto si facesse fra' Nobili
e Popolari una _Unione_, con proposito di morir tutti, o niuno. E per
III. che si spedissero Ambasciadori a Cesare.