CAPITOLO IV.

_La medesima provvidenza vien data dal TOLEDO nelle Province e

nell'altre Città del Regno, per l'occasione, che ne diede SOLIMANO, che

con potente armata cercava invaderlo._

Ancorchè il Regno, nel governo di D. Pietro di Toledo, non avesse

nelle sue Province sofferti quei mali, che seco porta una viva guerra;

nulladimeno il timore di quella minacciata da due Principi potenti,

da Solimano, e da Francesco I Re di Francia, che collegati insieme

dirizzavano tutti i loro pensieri, e tutte le loro forze per deprimere

tanta potenza di Carlo Imperadore, era peggiore della guerra istessa.

Solimano irritato contro Cesare per avergli frastornata l'Impresa del

Regno di Tunisi, e per vendicarsi d'aver posto il suo esercito in fuga,

e cacciatolo dall'Ungheria, avea fatto nell'anno 1537 apparecchiare una

potentissima armata per la conquista del Regno di Napoli. Era ancora

stimolato a quest'impresa per mezzo d'un suo Ambasciadore dal Re di

Francia, e da Troilo Pignatello[18], il quale per vendicarsi della

ignominiosa morte fatta dare dal Toledo al Commendator suo fratello,

erasi con molti altri fuorusciti partito dal Regno, e ricovratisi in

Costantinopoli, sollecitavano con acuti stimoli quell'Imperadore a

non tardare; e gli dipinsero l'impresa molto facile, poichè dovendo

Cesare impiegarsi alla difesa della guerra, che il Re di Francia era

per muovergli in Lombardia per lo Stato di Milano, non avrebbe potuto

resistergli. Si risolse per ciò con prestezza Solimano a muoversi, e

fece tosto porre in ordine un esercito di ventimila soldati, e partendo

egli da Costantinopoli per terra, giunse alla Velona a' 13 di luglio

di quest'anno: fece anche apprestare nel medesimo tempo un'armata di

200 vele da carico, e di gente da combattere, dandone il comando al suo

famoso Ammiraglio Barbarossa, il quale quasi ad un medesimo tempo, che

egli per terra giunse alla Velona, vi giunse egli per mare colla sua

armata.

Il Vicerè, che molti mesi prima, invigilando agli andamenti de'

fuorusciti ricovrati in Costantinopoli, avea avuti avvisi da Scipione

di Somma Vicerè della Provincia d'Otranto de' maneggi del Pignatello, e

di quanto si trattava in quella Corte, e della risoluzione di Solimano,

come potè meglio, diede tosto principio alla fortificazione delle

riviere del Regno; e scrisse immantenente a Cesare, ragguagliandolo

di ciò che dal Turco si meditava, e che a fine di resistergli, gli

mandasse tosto soccorso di fanteria spagnuola, per raddoppiare i

presidj, avendo egli intanto di munizione e di vettovaglie il tutto

provveduto. Ordinò per tanto agli uomini d'arme, che si raccogliessero

sotto le loro bandiere, e ragunatili tutti, gli fece accampare nella

Puglia piana, donde potevasi con prestezza soccorrere a tutte le

riviere. Distribuì ancora le milizie per guardia di Napoli; e poichè

si trattava della difesa da farsi contra il nemico comune, fidossi dei

propri Cittadini, mettendo in loro mani le arme, acciò si difendessero

bisognando: i quali con molta intrepidezza s'offerirono andare incontro

a mille morti per resistere all'oste implacabile del Cristianesimo.

Fece poi chiamare i Baroni del Regno, e ragunatili tutti in un general

Parlamento tenuto dentro il Castel Nuovo, espose loro la cagione

della chiamata, il grave pericolo nel quale erano, e che Solimano

essendo già partito con potentissimo esercito da Costantinopoli per

assaltare il Regno, bisognava per ciò armarsi per una valida difesa.

Tutti si offerirono con la medesima prontezza; onde ogni uno finito il

Parlamento si diede a provvedersi d'arme, ed accingersi colla maggior

prestezza e sollecitudine.

In questo giunsero al Porto di Napoli 24 Navi cariche di Spagnuoli,

ed indi a poco arrivò il Principe Doria con 25 Galee e due Galeoni;

ed appresso entraron cinque altre Galee mandate da Papa Paolo III a

cui molto premeva render vani i conceputi disegni di Solimano. Partì

l'armata dopo essersi provveduta delle cose bisognevoli per la volta di

Messina, su della quale il Toledo vi mandò D. Garzia suo figliuolo, e

navigando verso Levante, pose il Doria in iscompiglio l'armata nemica.

Partito il Doria, il Vicerè mandò alla volta di Puglia la fanteria

spagnuola con alcuni pezzi d'artiglieria, ed avuta certa notizia, che

Solimano era giunto alla Velona, partì egli da Napoli seguitato dal

Baronaggio, e da molta cavalleria a' 28 di luglio, e giunto a Melfi,

quivi fece far rassegna generale di tutto il suo esercito. In questo

vennegli nuova, come il Bassà Lussibeo, arrivato all'improvviso a

Castro, avea posta a sacco ed a fuoco quella Terra, e prese le donne

ed i giovani, il resto avea fatto morire: poi assalito Ugento, lo fece

brugiare con molti casali attorno. E nel medesimo tempo Barbarossa

approdato con settanta Galee in Otranto, fece sbarcar molta gente

e cavalli per invader quei luoghi; ma trovandosi Scipione di Somma

Governatore di quella Provincia, il quale stava ben provveduto di gente

e cavalli, ancor che a lungo andare non avrebbe potuto resistere a

tanta furia, pure con molte scaramucce gagliardamente si difese. Ciò

inteso dal Vicerè, spinse avanti le sue genti da Melfi, e si portò a

Taranto, per esser più pronto a soccorrerlo: ma appena ivi giunto, gli

venne avviso come gl'inimici s'erano ritirati ed imbarcati; ed intese

anche da alcuni Turchi fatti prigioni, come Solimano si era anche

partito dalla Velona per assalire l'Isola di Corfu, e sorprenderla a'

Veneziani.

La cagion di sì improvisa ritirata di Solimano fu, perchè ebbe nuova,

che tutte le riviere del Regno stavano ben unite e fortificate di buoni

presidj, di valorosi soldati, e di vettovaglie, e che il Vicerè stava

in campagna con trentamila uomini, e che il Papa assoldava gente per

soccorrerlo. Ebbe anche avviso, che il Principe Doria avea fracassate

molte Galee della sua armata; e che l'armata Veneziana (ancorchè vi

fosse fra di lor tregua, riputandola i Veneziani per rotta, a cagion,

che Solimano in quell'anno avea fatto ritenere in Levante 20 loro

Galee) dubitava non se l'intendesse col Doria, e s'unisse anche a'

suoi danni; onde dovendosi ritirare, per non perdere la riputazione, nè

dimostrar viltà, andò ad assaltare Corfu.

Dissipato per ciò il nemico, licenziò il Vicerè (dopo aver loro resi

molti ringraziamenti) i Baroni, e ad ogni uno, che potesse tornare a

casa sua, come fecero. Ma egli considerando, che il Turco non era per

desistere dall'impresa del Regno, e conoscendo di quanto giovamento gli

era stato lo star provisto di gente, deliberò di fortificare tutte le

Terre della riviera: e visitando quelle con buoni Architetti ed uomini

di guerra, diede ordine per fabbricare il Castello di Reggio. Cinse

di baloardi e di mura la Città di Cotrone: fece fabbricare il Castello

di Castro, di Otranto, di Lecce, di Gallipoli, di Trani, di Barletta,

di Brindisi, di Monopoli, e di Manfredonia; e fece ancora fortificar

Vesti, città posta nell'ultima punta del Monte Gargano; ed avendo con

tal occasione scorto, che la maggior parte del Regno, e particolarmente

le città di Puglia erano oltremodo oppresse da grossi debiti, onde

ne nasceva, che molte si disabitavano, e si rendevano impotenti a'

pagamenti fiscali; egli trovò rimedj così efficaci e profittevoli,

che in pochi anni furono le Città libere da' debiti, ristorate tutte

le loro entrate, e tornate a popolarsi con accrescimento di fuochi:

in cotal modo fu rinfrancata Barletta, Trani, Bisceglia, Monopoli,

Manfredonia, S. Severo, Rutigliano, Minervino, e molte altre Città

oppresse, e furono redente e rilevate le loro entrate. Così il

Toledo avendo felicemente terminata la sua espedizione, ripartito poi

l'esercito per gli alloggiamenti, se ne ritornò a Napoli. La Città,

in grazia d'un così segnalato beneficio, gli donò una collana d'oro

lavorata con grande artificio, fatta a spese del pubblico; e come

liberatore d'un sì formidabile e potente nemico, gli rese pubbliche

grazie.

Ma il Vicerè, di ciò non soddisfatto, non tralasciò ne' seguenti anni,

per maggiormente munire il Regno contra l'incursioni di sì forte

nemico, di fortificare l'altre Città e Terre e le marine tutte del

Regno.

Egli fu autore presso a Carlo V per far ordinare, che in tutte le

riviere del Regno si edificassero di passo in passo ben alte Torri, con

situarvi certi e perpetui stipendj per chi le custodiva, affinchè l'una

dando avviso all'altra di qualche sbarco di Corsaro Turco, potessero

i paesani ammoniti salvarsi. Fece ancora ne' confini del Regno verso

lo Stato Ecclesiastico, costruire una gran Torre, chiamata del Porto

di Martino Severo, per sicurtà de' buoni e per vendetta de' rei. E

nell'Apruzzo fecevi riedificare un sicuro Castello, siccome fece in

Terra di Lavoro a Capua, nel qual tempo fece anche rifar di nuovo il

Castello di Baja.

La città di Pozzuoli a questo Vicerè dee la sua conservazione, e

che ora ancor duri sopra la Terra, e non, come Cuma, Baja e Miseno,

coprissero le sue mura arena ed erba. I spessi tremuoti dell'anno 1538,

le orrendissime voragini aperte in quel piano, ch'è tra il Lago Averno

e Monte Barbaro, dalle quali furiosamente uscivano pietre, fiamme

e gran nubi di fumo e di cenere, spaventarono in maniera i vicini

Pozzolani, che abbandonando le lor case, tutti se ne fuggirono, molti

per mare e molti per terra colle loro mogli e figliuoli, lasciando

desolata quella città. Il che inteso dal Vicerè cavalcò subito a quella

volta, e fermatosi sul monte di S. Gennaro, vide la misera città

coverta tutta di cenere, che appena si vedeva vestigio di case, per

la cui rovina i Pozzolani aveano determinato di abbandonarla affatto.

Ma il Vicerè non volle acconsentire, che si desolasse una città tanto

antica, ed un tempo cotanto famosa. Fece far bando, che tutti ivi si

ripatriassero, con fargli franchi di pagamenti per molti anni; e per

dar loro più animo, vi fece edificare un magnifico Palagio, con una

forte Torre, e pubbliche fontane. E perchè s'agevolasse il commercio

tra' Napoletani e Pozzolani, fece rifar la via, donde si viene a

Napoli, ed appianò, e rese più larga e luminosa quella mirabile grotta

(maraviglioso vestigio della potenza Romana) tal che per quella vi si

potesse passare senza lume. Fece a questo fine ristaurare, come si potè

meglio, i Bagni, e rifare le mura della città; e per renderla più piena

d'abitatori, quando prima soleva andarvi per sua salute a dimorarvi

la primavera, si allargò poi ad andarvi ad abitare la metà dell'anno;

ed essendo di nuovo Barbarossa nel 1544 tornato ad infestare il Regno,

meditando dopo aver saccheggiate l'Isole d'Ischia e di Procida, di far

lo stesso a Pozzuoli, siccome avea già cominciato da mare a batterla;

tenendovi il Vicerè dentro un conveniente presidio, e cavalcando

egli stesso con prestezza con tutta la cavalleria, e molta gente da

Napoli, e dalle Terre convicine, giunto che fu al Borgo di quella

città, Barbarossa veduta la moltitudine della gente, si ritirò subito,

proseguendo il suo viaggio verso Levante, ed il Vicerè liberator di

quella fece ritorno a Napoli. Tanta previdenza diede egli per liberar

le città del regno dalle invasioni di sì potenti e fastidiosi nemici.

§. I. _Giudei discacciati dal regno._

Non minore providenza fu riputata quella, che diede questo Ministro

nel 1540 alla città e regno con averne discacciati i Giudei: essi ci

vennero la prima volta intorno l'anno 1200, e s'erano, precisamente

in Calabria, allargati cotanto, che popolarono contrade intere di

varie città, tal che acquistarono il nome di _Giudeche_; e crebbero

in sì gran numero e ricchezze, che avendo i Giudei dell'Asia persuaso

il Turco ad occupare il sepolcro di Davide, sotto mentito pretesto di

nascosto tesoro, siccome già avvenne, con danno e dispendio gravissimo

de' Cristiani; Martino V irritato per ciò contra i Giudei del regno,

s'adoperò con la Regina Giovanna II ne portassero costoro la pena;

il perchè a' 18 ottobre del 1429 ordinò ella a Lodovico d'Angiò Duca

di Calabria, che facesse esigere da ciascun Ebreo, sia masculo, sia

femmina, il terzo d'uno scudo; e fu sì grande la somma, che se ne

ritrasse, che compensò la spesa già fatta nell'Asia per lo riacquisto

del Sagro Sepolcro[19]. Ci vennero la seconda volta nel 1492 allor

che cacciati da Spagna dal Re Ferdinando il Cattolico, mescolati co'

primi, popolarono assai più le Giudeche da essi abitate, dove in breve

tempo multiplicati, divennero ricchissimi; poichè quivi con molto

lor utile si posero ad esercitar la loro arte di comprare, e vendere

vesti ed altre robe usate, ma sopra tutto a dar denari ad imprestanza

a grossissime usure[20]. La comodità era grande, ma gl'interessi,

che soffrivano coloro che vi avean negozio, erano intollerabili.

Narra Gregorio Rosso[21], che in que' mesi, che stette l'Imperadore

in Napoli, si videro impoverire molti Cittadini, e particolarmente

molti Signori e Nobili, i quali per mostrare in quell'occasione il

lor fasto, s'aveano impegnato a' Giudei quasi tutti i loro argenti e

robe, i quali ricavandone usure grossissime, s'erano fatti ricchissimi,

e più sarebbe stato il loro guadagno, se più lungo tempo Cesare si

fosse trattenuto in Napoli. Quantunque dal Re Ferdinando fossero stati

scacciati da Spagna, furono però sofferti nel Regno dall'Imperador

Carlo V, il quale, perchè non si confondessero con gli altri, ordinò,

che abitassero tutti in una strada, e portassero un segno in capo,

così uomini, come donne[22]; ma essendo nei tempi del Toledo cresciute

le loro usure, e piena la città di richiami contra l'estorsioni che

facevano, stimò bene il Vicerè informarne l'Imperadore, dal quale

ottenne ordine di cacciarli; onde nel 1540 fece pubblicar bando, che

partissero tutti da Napoli e dal regno[23]. Partirono finalmente, e se

ne andarono la maggior parte in Roma, ed altri in altre parti; indi

avvenne, che le strade, ove uniti abitavano, ritengono anche ora il

nome di _Giudeche_, e coloro che esercitano la lor arte, Giudei sian

nomati.

Il rimedio però usato dal Vicerè sarebbe stato peggiore del male,

se dalla pietà d'alcuni e providenza del medesimo non si riparava;

poichè mancata questa comodità d'impegnare con gli Giudei, i bisognosi

ricorrevano a' Cristiani, i quali allettati dal grosso guadagno,

cominciarono a far peggio, che non facevano i Giudei; perlochè, a fine

che non mancasse il comodo a' bisognosi di tor denari ad imprestanza,

e per togliere a' Cittadini l'occasione d'imitare, e forse di superare

il rigor degli Ebrei, fu istituito il _Sagro Monte della Pietà_, affine

di riscattar i pegni da' Giudei, e di sovvenire a' bisogni de' poveri,

dove sino a' dì nostri si somministrano denari sul pegno con moderate

usure, e sino alla somma di ducati diece senza interesse alcuno[24].

Con tanta saviezza e con tanta soddisfazione dei popoli governò il

Toledo fin qui il Regno e toltone l'avversione d'alcuni Nobili mal

contenti del suo rigore, era da tutti amato, ubbidito ed in sommo

pregio avuto.

Ma un nuovo accidente pur troppo infausto, conturbò tutto il

bell'ordine, e pose sossopra sì bell'armonia; e se l'amore al proprio

Principe e la fedeltà de' Napoletani verso Cesare, non v'avesse

posto argine, avrebbe portate peggiori calamità e ruine. Questo si fu

l'essersi voluto a' tempo del suo governo tentare di porre nel Regno

il Tribunal dell'_Inquisizione_ all'uso di Spagna; la cui Istoria, per

contenere uno de' successi più rimarchevoli, e 'l pregio maggiore della

costanza insieme e fedeltà de' Napoletani, saremo qui, come in proprio

luogo, a partitamente narrare, non riputando doverla rapportare al

Capo della Politia Ecclesiastica, contenendo questi successi più del

politico e temporale, che dello spirituale delle nostre Chiese.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8 · 第 7 / 54 题