Trombetta ad intimarla a tutti que' Cavalieri napoletani, che s'erano
racchiusi col Vicerè nel Castello, con protesta, che se non andavano
a celebrar l'Unione con loro, metterebbero fuoco alle lor case e
poderi; perlochè il Vicerè diede a tutti licenza, che v'andassero, per
conservare i loro beni. Fu celebrata l'Unione, e preso un Crocifisso,
andarono in processione per la città mescolatamente nobili e popolari,
poveri e ricchi, titolati e non titolati, gridando; _Unione, Unione in
servigio di Dio, dell'Imperadore e della città_; ed acciocchè ognuno
entrasse in questa Unione, fu inventato, che chi non v'entrava, era
chiamato _Traditor della Patria_; la qual fu di tanta forza, che
tutti, grandi e piccioli, entrarono in quella, come in una venerabile
Religione; perlochè il Vicerè ridendo soleva dire, che gli rincresceva
molto di non aver potuto entrare in quella _Santa Unione_.
Fu eletto per Ambasciadore della città a Cesare, Ferdinando Sanseverino
Principe di Salerno nemico del Vicerè, il quale pieno di vanità e
leggerezza, in cambio di scusarsene, accettò con giubilo la carica;
a cui fu aggiunto Placido di Sangro, e portatosi subito dal Vicerè a
licenziarsi, ancorchè questi gli assicurasse, che se egli andava per
l'Inquisizione non era bisogno, perchè egli gli dava parola di far
venire privilegio dell'Imperadore di non mai metterla; con tutto ciò
rispondendogli, che non poteva lasciar d'andare per averlo promesso
alla città, se ne andò subito a Salerno per ponere in ordine la sua
partita. Il Vicerè stette tutto quel dì nella porta del Castello per
informarsi di quello che passava nella città, ed avuto avviso, che gli
era stata tolta l'ubbidienza, e che non lo chiamavano più Vicerè, ma
_D. Pietro_, voltatosi a que' Cavalieri, ch'erano seco, ridendo disse.
Signori, andiamo a starci in piaceri; or che non ho che fare, perchè
non son più Vicerè Di Napoli.
Pietro Soave[42] nell'Istoria del Concilio di Trento (ancorchè ciò si
taccia da tutti gli Scrittori napoletani) narra, che la Città mandò
anche Ambasciadori al Pontefice Paolo III, al quale, aggiunge, che i
Napoletani si offerirono di rendersi, quando avesse voluto riceverli;
e che Paolo, a cui bastava nutrire la sedizione, come faceva con molta
destrezza, non parendogli aver forze per sostener l'impresa, avesse
rifiutato l'invito; non ostante che il Cardinal Teatino Arcivescovo di
quella città, promettendogli aderenza di tutti i parenti suoi, ch'erano
molti e potenti, insieme coll'opera sua, che a quell'effetto sarebbe
andato in persona, efficacemente l'esortava a non lasciar passare una
occasione tanto fruttuose per servizio della Chiesa, acquistandole un
tanto Regno.
Ma di questo fatto, che sarebbe stato di ribellione manifesta de'
Napoletani, non vi è chi fra noi faccia memoria. Ed ancorchè il Duca
d'Alba, e gli Spagnuoli lo tenessero per fermo; però il Pontefice
Giulio III in una sua epistola rapportata dal Chioccarelli, diretta
all'Imperador Carlo V, dove pregavalo a non far differire più la
possessione dell'Arcivescovado di Napoli al Cardinal suddetto, lo niega
costantemente, come diremo più diffusamente appresso. Ogni uno avrebbe
creduto, che il Cardinal Pallavicino[43] antagonista del Soave, dovesse
ripigliarlo anche di questo; ma poichè quest'Autore, siccome è tutto al
Soave contrario, ed opposto circa il ponderare i fini delle azioni, non
già intorno alla verità de' fatti, ove sembra, che (toltone in alcune
circostanze di poco rilievo) insieme concordino; così parimente il
Pallavicino viene a confessare, che i Napoletani invitarono il Papa con
larghe offerte a proteggerli;[44] il quale però con pensiero egualmente
pio e savio, non volle far movimento, conoscendo, com'e' pondera di suo
capo, che l'acquisto di quel Regno temporale avrebbe messo a pericolo
in tali tempi tutto il suo Regno spirituale; di cui il temporale è
accessorio, e non durabile senza il sostegno dell'altro.
Intanto il Vicerè dubitando, che quella Unione non partorisse qualche
ribellione, massimamente vedendo, che gli Spagnuoli erano perseguitati
ed uccisi, fece raddoppiare presidio nel Castel Nuovo. Il dì seguente,
che fur li 26 di Maggio, i Capi del rumore sparsero fama per la Città,
che il Vicerè disegnava di assaltare il Popolo e castigarlo, perchè
avea a suon di campana dato all'arme, che parea spezie di rebellione;
perlochè con prestezza fecero bastioni nella piazza dell'Olmo, ed in
tutti i luoghi delle frontiere, misero gente a S. Maria della Nuova, e
con gran inpeto corsero ad assaltar gli Spagnuoli dentro il quartiere.
Il Vicerè, che di ciò ebbe avviso, comandò, che il Castelli giocassero
con le artiglierie verso i luoghi, ove si vedeva raccolta gente armata,
e mandò soldati spagnuoli alle frontiere a raffrenar l'impeto di quella
gente. Si stette in continue scaramucce per tre giorni e tre notti,
nelle quali molti dell'una parte e dell'altra furono feriti e morti.
In questo stato di cose, i Deputati, avendo grandissimo riguardo di non
incorrere in qualche atto di ribellione, stavano in continui consigli;
e per dimostrare la debita fedeltà verso l'Imperadore drizzarono
sopra il campanile di S. Lorenzo l'insegna con l'armi dell'Imperio,
e vollero, che siccome gli Spagnuoli gridavano _Imperio e Spagna_,
similmente il Popolo all'incontro gridasse _Imperio e Spagna_. Oltre
di ciò mossero il Principe di Bisignano, ed altre persone amate
dal Vicerè, che trattassero con lui di fare una tregua; e che si
contentasse di non fare delle cose passate dimostrazione di castigo
verso nessuno, insino a tanto, che non avesse sopra di ciò avvisato
l'Imperadore. Del che il Vicerè si contentò, e fu risoluto che la
città da sua parte mandasse uomo deputato a dar informazione del fatto
a Cesare, e che il Vicerè mandasse un altro da sua parte; il quale vi
mandò il Marchese della Valle Castellano del Castel Nuovo, con lettere
dirette a Cesare, nelle quali lo ragguagliava fra l'altre cose, che
_l'Inquisizione_ non si comporterebbe affatto in questo Regno, come
in Ispagna, per molte e molte cagioni; onde bisognava che non se ne
parlasse, per cancellare questo nome di _Unione_, che al presente s'era
cominciato. La città, come si è detto, vi mandò il Principe di Salerno
con Placido di Sangro; e partirono questi per le poste a' 28 del
medesimo mese di maggio; ma il Principe trattenutosi in Roma in visite
ora di questo, ora di quell'altro Cardinale, fece sì, che il Marchese
della Valle giungesse prima in Norimberga, ove Cesare in quel tempo
dimorava.
Nel tempo di questa tregua si stava dall'una parte e l'altra su
l'avviso e si tenevano corpi di guardia con le loro sentinelle nelli
lor Forti, praticando però i soldati col popolo, ed il popolo con
loro, benchè il popolo armato e sollevato non stimava, nè ubbidiva gli
Ufficiali della giustizia, anzi non si riteneva sovente d'ingiuriarli
e maltrattarli. Ciò che veduto dalli Deputati, dubitando, che non
ne nascesse qualche ribellione, andarono al Vicerè a' 15 giugno con
Giudice e Notaro a richiederlo, che volesse tener cura della giustizia,
come prima, poich'essi erano nella medesima ubbidienza di prima, dalla
quale si protestavano non volersi mai levare e che offerivano ostaggi
per sicurtà de' suoi Ufficiali. Ma il Vicerè, che vedeva, che tutto
questo facevano per lor cautela, perchè in fatti non poteva Ufficiale
alcuno comparire per la città per l'insolenze del popolo, che stava in
schiere armato, non volle farlo, dicendo, che l'ubbidienza loro era
in parole, e non in fatti; onde per pubblico decreto della città fu
determinato, che si facesse un corpo di guardia, e che andasse per la
città di giorno e di notte pigliando i delinquenti, ed imprigionargli
nella Vicaria, acciocchè del Reggente e da' Giudici, che in quel
Palazzo erano racchiusi, fossero puniti; e fu posta una Compagnia
di soldati fuori del suddetto Palazzo, acciocchè niuno ardisse
d'accostarvisi per rompere le carceri, ovvero per far violenza agli
Ufficiali. Ma questa diligenza nulla giovava, imperocchè l'audacia
della plebe era tanto sfrenata, che nè anco temevano gli Ufficiali
della Città.
In questo il Vicerè trovò una via per divider l'_Unione_, e per
iscoprire se nella Città vi fosse qualche trattato di ribellione; e
fu che scrisse un comandamento a tutti i Baroni, che dovessero per
servigio di sua Maestà venire ad alloggiare nelli Quartieri degli
Spagnuoli sotto pena di ribellione. Fu fatto sopra di ciò consiglio
nella Città, e conchiuso, che vi andassero a lor piacere. Tutti vennero
dal Vicerè, e furono alloggiati a que' Quartieri e provveduti a' lor
bisogni. Il dì seguente la Città per risarcir quella rottura confermò
l'_Unione_ e mandò Ambasciadori al Vicerè, richiedendo, che desse a
tutti alloggiamento, perchè per servigio di Sua Maestà tutti, non solo
i Baroni e Titolati, volevano venire, ed alloggiare in que' Quartieri;
al che il Vicerè ridendo, rispose, che l'ambasciata, ancorchè in tempo
d'està, era riuscita troppo fredda.
Per questa cagione, e per non potersi vivere sotto quel corrotto
governo, ogni uomo da bene se ne usciva dalla Città con la lor
famiglia, e niuno vi sarebbe rimaso, se i Deputati non avessero poste
le guardie alle Porte; ed era cosa compassionevole a vedere la Città
vota de' suoi Baroni e d'onesti Cittadini, e piena all'incontro di
plebe arrogante e d'infiniti fuorusciti, i quali scorrendo, ora in
questo, ora in quell'altro luogo, facevano mille insolenze, e chi
gli riprendeva era ingiuriato e chiamato traditor della patria, e lo
forzavano e pigliar l'armi, ed andar con essi loro; ma chi egregiamente
si mostrava in piazza in giubbone, o armato, e si offeriva di morir
per la patria, minacciando il Gigante del Castel Nuovo (così chiamavano
D. Pietro di Toledo) quello onoravano, e chiamavano patrizio, e degno
d'esser Deputato della città; ed allora già il governo de' Deputati si
cominciava a dissolvere, e ne nasceva il governo di pochi e potenti, e
quasi un Triumvirato di Cesare Mormile, del Prior di Bari e di Giovanni
di Sessa, restando i Deputati di solo nome per riputazione della Città.
Stando le cose in questo stato, vennero al Vicerè Ambasciadori del
Duca di Fiorenza suo genero, della Repubblica Senese, e dell'altre
Potenze d'Italia, con offerirgli soccorso di gente e di denari; a'
quali il Vicerè mandò a ringraziare, accettando solamente l'offerta
del Duca di Fiorenza, al quale fece sentire, che gli tenesse in ordine
cinquemila pedoni, e che bisognando, per mare si conducessero in
Napoli. Sparsasi di ciò la fama per la città, i Deputati dubitando non
essere all'improvviso assaltati, determinarono anch'essi di assoldare
diecimila soldati, i quali fur subitamente raccolti per la moltitudine
de' villani e de' fuorusciti, che erano entrati nella città. Fecero
anche rassegna di tutto il popolo, e fur trovati quattordicimila uomini
atti all'armi la maggior parte archibugieri. Questo così fatto esercito
era senza Capo; imperocchè i Deputati non lo vollero mai fidare ad
alcun Capitan Generale, per dubbio che non s'impadronisse della Città,
e facesse qualche rivoluzione, ma lor medesimi lo governavano nel
miglior modo che potevano, e se ne servivano solamente per difendere
lor frontiere, in caso, che fossero assaltati; ma essi essendo senza
timore di superiori, si mandavano per assaltar gli Spagnuoli ne'
lor Quartieri, ed a' 21 luglio si attaccò tra loro una crudelissima
zuffa, e la città toccò la Campana ad arme: e tutta la plebe corse
alla volta degli Spagnuoli con grand'impeto insino alla Rua Catalana,
dove uccisero molti Spagnuoli, e particolarmente n'uccisero sedici,
che stavano i miseri mangiando nell'Osteria del Cerriglio. Il Vicerè
quando questo intese, fece dare anch'egli all'arme, e posta la
fanteria Spagnuola in squadrone la mandò guidata dal Balì Urries a
ributtargli in dietro, il che fu fatto con gran prestezza; imperocchè
a forza d'archibugiate gli fecero ritirare da tutto il Quartiere di S.
Giuseppe, e della Rua Catalana insino al Capo della piazza dell'Olmo;
e perchè dalle case furono feriti molti Spagnuoli per li fianchi,
entrarono per forza dentro, rompendo le porte e mura, e finalmente
presele, le posero tutte a sacco, ed a fuoco; e venuta la notte furono
posti molti soldati Spagnuoli nella Dogana, ed in altre case forti.
Presero anche il Convento di S. Maria la Nuova per forza, perchè
vi erano molti soldati italiani, e vi fu posto dentro in guardia il
Capitan Orivoela con una compagnia La città all'incontro fortificò
S. Chiara, il Palazzo del Principe di Salerno, del Duca di Gravina,
e Monte Oliveto e quel del Segretario Martirano, ponendo dentro molti
archibugieri, ed alcuni pezzi d'artiglieria minuta. Fatto questo, il
Vicerè comandò che gli Spagnuoli non uscissero fuora delli loro Forti,
e che attendessero solamente alla lor difensione; ma il popolo, essendo
senza Capo, e senza timore, non si fermava mai ne di dì, ne di notte,
dando sempre all'armi, ed assalti agli Spagnuoli, ed a guerra bandita
gli danneggiavano, ed ammazzavano crudelmente insieme con gl'Italiani
aderenti del Vicerè, saccheggiando le lor case e vigne, e tal volta
scorrevano insino a Pozzuoli a danneggiare le cose del Vicerè, ed
insino a Chiaja ad assaltare i Cavalieri, che per ordine del Vicerè
stavano ivi alloggiati. Durò questa crudel guerra quindici giorni,
ne' quali dì e notte continuamente si combatteva, le artiglierie
delle Castella e delle Galee, non perdendo tempo, tiravano nella
Città, dovunque si vedeva gente armata; e già il popolo incominciava
a gridare, che l'artiglieria della Città si ponesse in ordine per
combattere Castel Nuovo, e gli altri Forti; ma li Deputati non lo
vollero in modo alcuno consentire, parendo loro che questo sarebbe
stata ribellione aperta. Questa guerra si dovrebbe chiamar civile, e
per ciò si avrebbe dovuto tacere il numero delli morti in essa; poichè
Giulio Cesare non volle scrivere il numero degli uccisi da lui nelle
guerre civili; ma non mancarono Scrittori, i quali, senza aver questo
ritegno, ne hanno de' loro nomi empite le carte.
Ma ecco, stando la guerra nel suo fervore, che ritornarono da Cesare
il Marchese della Valle e Placido di Sangro. Incontanente fu fatta
tregua per intender la volontà dell'Imperadore, la qual Placido spiegò
alla città nel pubblico Consiglio, dicendo che Sua Maestà ordinava e
comandava alla città, che dovesse deporre l'armi in potere del proprio
Vicerè, il quale l'avrebbe appresso manifestato compitamente qual
fosse sua volontà circa questo fatto. Questa risposta, benchè parve
alla città molto dura, dovendo depor l'armi, senz'altro intendere,
in poter del proprio nemico armato, tuttavia volendo mostrare, che
le cose passate non erano state con mala intenzione d'inobbedienza
verso sua Maestà, volle senza replica ubbidire; e volontariamente
tutti andarono senza tardar punto a consegnar l'armi a' Deputati in S.
Lorenzo, li quali poi in nome del pubblico le rassegnarono al Vicerè
in Castello; e quantunque ne mancassero molte, il Vicerè, appagatosi
di questa ubbidienza, non volle procedere rigorosamente in farle
rassegnar tutte, ma ben volle gli fosse rassegnata tutta l'artiglieria
grossa della città; e del resto desideroso di veder quietate le cose,
dissimulò, come savio, molte altre cose, in che avrebbe potuto mostrar
rigore. Fatto questo, subito il Vicerè con grandissima diligenza
attese a riformar la giustizia, ed il governo della città; s'aprirono
i Tribunali, ed ognuno attese a' suoi negozj, come prima, facendo
assicurare, ed acquietare gli animi de' cittadini, scusando ognuno,
e dicendogli, ch'egli conosceva, che furono ingannati da alcuni, che
per le proprie passioni, e perversi disegni proccuravano di sollevarli
sotto scusa dell'_Inquisizione_ a far qualche rivoluzione, e che si
rallegrava, che Iddio l'aveva liberati dalle loro mani: e per questo
l'Imperadore perdonava a tutti, e ch'egli similmente faceva, ed era per
fare qualsivoglia cosa per lor quiete e ristoro.
Ma la città, che tuttavia stava sospesa e desiderosa d'intendere
qual fosse l'intera volontà dell'Imperadore, pregava il Vicerè, che
la palesasse, poich'era pronta ad eseguirla. Perlochè a' 12 agosto
fece chiamare in Castello i Deputati della Città, ed entrati che
furono, fu alzato il Ponte, il che diede a que' di fuora non picciol
terrore; ma il Vicerè raccoltigli benignamente, palesò loro la
volontà dell'Imperadore, ch'era, che si contentava, che non fosse
posta _Inquisizione_[45]; che perdonava alla città l'aver posta
mano all'armi, poichè conosceva non esser venuto per ribellione: e
che se Cesare Mormile, il Prior di Bari e Giovanni di Sessa fossero
andati a S. M. in nome della città avrebbero avuto da lui compimento
di giustizia. Li Deputati oltremodo allegri di questo, si partirono
per andare a notificarlo alla città con sommo contento; ma poco
da poi furono pubblicati trentasei eccettuati dalla grazia fatta
dall'Imperadore, i quali essendo stati sentenziati a morte, avendo
avuta tal notizia il Prior di Bari, Cesare Mormile e gli altri,
fuggirono tutti via: solamente fu preso Placido di Sangro, e fu portato
prigione in Castello; ma dopo certo tempo ne fur aggraziati molti,
eccetto il Mormile, e tutti coloro, che andarono a servire al Re di
Francia, a' quali furono confiscati i beni, e venduti: ed eccetto anche
l'infelice Giovan Vincenzo Brancaccio, uno degli eccettuati, il quale
per sua disgrazia fu preso, e decapitato.
Dopo questo venne lettera dell'Imperadore alla città dichiarandola
_Fedelissima_, perdonandole gli eccessi dei precedenti rumori; ma per
gl'interessi corsi per quel conto, la condannò in centomila scudi per
emenda. Dichiarò anche, che tutto quello, che il Vicerè avea detto e
fatto, era stato di sua volontà, e che per l'avvenire fosse tenuto e
riverito come la sua Persona.
Stava la città quasi ristorata e quieta; ma con tutto ciò teneva
maneggio col Principe di Salerno, che rimase per suo ordine nella Corte
dell'Imperadore, non troppo ben mirato, nè in molto credito: anzi
rimproverato d'essere andato Ambasciadore della città, lasciandola
con l'armi la mano, ed anche perchè si diceva, che non era legittimo
Ambasciadore, per non essere stato eletto da tutte le Piazze; e per
questa cagione interteneva con lettere la città, che non s'assicurasse
del tutto; e mandò a chiederle, che mandasse nuovi Ambasciadori a
confermare all'Imperadore quanto gli avea esposto da sua parte; e per
ciò furono mandati Giulio Cesare Caracciolo per li Nobili, e Giovanni
Battista del Pino per lo Popolo, i quali partirono a' 2 dicembre,
e furono gratamente uditi dall'Imperadore. Non molto da poi ritornò
anche dalla Corte il Principe di Salerno, e segretamente dava speranza
ad alcuni, che si moveano di leggieri a crederlo, che l'Imperadore
gli area promesso di rimovere il Vicerè dal governo del Regno; ma il
Vicerè, che sapeva la verità, stava saldo, e colla stessa autorità di
prima continuò a governarlo fin che visse.
In cotal guisa i Napoletani costantemente s'opposero all'_Inquisizione_,
Tribunale per essi cotanto odioso ed abborrito. Dalla lettera
dell'Imperador Carlo in poi, non si parlò più d'_Inquisizione_; e
tanto più fu posto poi a quella silenzio, quanto che gli animi di
Cesare e del Papa s'erano ingrossati, e l'odio fra loro molto
cresciuto; poichè essendo stato in una congiura nel proprio palazzo
trucidato a' 10 settembre di quest'anno Pier Luigi Farnese figliuolo
del Papa, il Pontefice se ne afflisse sopra modo: non tanto per la
morte violenta ed ignominiosa del figlio, quanto per la perdita di
Piacenza, e perchè vedeva chiaramente il tutto essere succeduto con
participazione di Cesare. E morto il Pontefice Paolo III, il suo
successore _Giulio III_, ad istanza di D. Giovanni Manriquez
Ambasciadore di Cesare a Roma, ed a' prieghi della città, spedì Bolla
a' 7 aprile del 1544, diretta al Cardinal Pacecco, allora Luogotenente
del Regno per l'Imperadore, colla quale, per far cosa grata a Cesare,
al detto Cardinale ed alla città ordinò, che non si facessero più
confiscazioni di beni di Eretici nel Regno, cassando tutte quelle, che
insino allora fossero fatte[46].
Intanto il Vicerè Toledo, per estirpare qualche falsa opinione, ch'era
rimasa in alcuni, prestava facilmente il braccio secolare al Vicario
di Napoli, che vi procedeva, secondo il prescritto de' Canoni, per
via ordinaria. Egli è però vero, che non si sradicò allora l'abuso,
che lo vedremo durare per più anni appresso, cioè di mandarsi i
prigioni a Roma agli Ufficiali di quella Inquisizione, ovvero esigerne
dagl'inquisiti le malleverie di presentarsi ivi avanti que' Ufficiali;
poichè così nel tempo di D. Pietro, come de' suoi successori lo vediamo
praticato, cioè, che andati gl'inquisiti in Roma, fatta la abjura, e
la penitenza ad essi imposta dagli Ufficiali di quella Inquisizione,
n'erano poi rimandati alle loro case.
§. II. _Inquisizione nuovamente tentata nel Regno di FILIPPO II ma pure
costantemente rifiutata._
L'ordine del tempo richiederebbe, che si dovesse finir qui di parlare
d'Inquisizione, e passare avanti nel racconto degli anni dell'Imperio
di Cesare e del governo del Toledo; ma io stimo serbar miglior ordine
proseguendo questa materia insino agl'ultimi nostri tempi, affinchè
per non interrompere il filo, e per non venire di nuovo a trattarla,
tutta intera, quanta ella è, sia collocata sotto gli occhi d'ogni
uno: affinchè in uno sguardo tutta ravvisandola, possano i nostri con
esattezza vedere i suoi orrori, e con quanta ragione i nostri maggiori
l'abbian sempre abborrita, e si conosca con ciò, quanto siano grandi le
grazie che debbonsi rendere al nostro Augustissimo Principe, che ce ne
ha ora affatto resi liberi, ed esenti.
L'abborrimento, che i nostri maggiori concepirono all'Inquisizione, si
è veduto, che procedè dall'orribil modo di procedere dell'Inquisizione
di Spagna contra i Mori e gli Ebrei, a tempo di Ferdinando il
Cattolico: ora quest'avversione la vedremo assai più crescere per
li nuovi e più terribili modi del Tribunal dell'Inquisizione di
Roma, sotto il Pontificato di Paolo IV nostro napoletano. Questo
Pontefice, assunto che fu al Papato, quando gli altri suoi predecessori
s'affaticavano, o almeno lo fingevano, che per estirpar tanti novelli
errori surti nella Germania non vi fosse mezzo più proprio, che la
convocazione d'un Concilio generale; egli all'incontro reputava, che
l'Inquisizione fosse il vero ariete contra l'eresia e la più valida
difesa della Sede Appostolica; onde fu tutto rivolto a porre con
rigorose Costituzioni in maggior terrore quel Tribunale[47]. Egli
a' 15 febbrajo 1558 pubblicò una nuova Costituzione, la quale fece
sottoscrivere da tutti i Cardinali, in cui rinovando qualunque censura,
e pene pronunziate da' suoi predecessori, qualunque statuto de' Canoni,
Concilj, e Padri in qualsivoglia tempo pubblicati contra gli Eretici,
ordinò che fossero rimessi in uso gli andati in desuetudine, dichiarò,
che tutti i Prelati e Principi, eziandio Re ed Imperadori caduti in
eresia, fossero e s'intendessero privati de' Beneficj, Stati, Regni ed
Imperj, senz'altra dichiarazione, ed inabili a poter essere restituiti
a quelli, eziandio dalla Sede Appostolica: e li Beni, Stati, Regni,
ed Imperj, s'intendano pubblicati e siano de' Cattolici, che gli
occuperanno. E narra il Presidente Tuano[48], che, quando il Papa pochi
anni prima di sua morte, si vide libero della cura della guerra, tutto
si diede a render più vigorosa l'Inquisizione, ch'e' chiamava _Ufficio
Santissimo_, volendo, che si esercitasse con la maggiore severità del
mondo, come la sperimentò (per tacer d'altri) Pompeo Algieri da Nola,
che come eretico lo fece bruciar vivo[49]. A questo fine vi prepose
Michele Gisleri Domenicano, fatto da lui Cardinale per l'austerità,
ed asprezza de' suoi costumi, acciò l'esercitasse con maggior rigore,
siccome fece; non solo in questo tempo, ch'era Inquisitor generale,
ma anche da poi fatto Papa col nome di _Pio V_, il quale durante il
suo Pontificato usò tali severità contro i sospetti d'eresia, che il
Presidente Tuano[50] non ebbe difficoltà di dire, che non senza orrore
veniva a rapportarle. Volle ancora Paolo IV che a questo Tribunale si
riportassero non solo le cause d'eresia, ma ancora altri delitti, li
quali prima solevansi diffinire da altri Ordinari Giudici[51].
Erano surti fra noi a questi tempi li _Teatini_, li quali seguitando i
vestigi del loro Istitutore, furono perciò tutti intesi ad invigilar
sopra i Napoletani, e credevano non potere far cosa più grata al
Pontefice, che andar a denunziare all'Inquisizione tutti coloro,
ch'eglino credevano sospetti, ancorchè con debolissimi indizi, onde
sovente di gravi disordini e tumulti nella città e nelle famiglie
erano cagione; e se i Gesuiti surti nel medesimo tempo, loro emoli e
competitori, non si fossero sovente opposti, di mali maggiori sarebbero
stati cagione. Quindi l'abbominazione di questo Tribunale, non pur in
Napoli, ma anche in Roma crebbe tanto, che morto il Pontefice Paolo
a' 8 agosto del 1559, anzi ancora spirante, per l'odio concepito dal
Popolo e Plebe Romana, gli ruppero la di lui Statua in Campidoglio,
furono rotte le carceri ed estratti li prigioni, fu posto fuoco al
luogo dell'Inquisizione, ed abbruciarono tutti i processi e scritture,
che ivi si guardavano; e mancò poco, che il Convento della Minerva,
dove i Frati soprastanti a quell'Ufficio abitavano, non fosse dal
Popolo bruciato[52].
Ma in questi tempi s'accrebbe lo spavento non solo per lo terrore, che
dava l'Inquisizione di Roma, ma molto più per quello, che per opera
del Re Filippo II diede in quest'anno 1559 l'Inquisizione di Spagna per
l'occasione che racconteremo.
Avendo Filippo, dopo la morte della Regina Maria d'Inghilterra sua
seconda moglie, deliberato lasciar la Fiandra, e ritirarsi in Ispagna,
viaggiando per mare, patì sì gran tempesta, che perduta quasi tutta
l'armata, con una suppellettile preziosa, che seco portava, appena
ne uscì salvo. Giunto che fu nel Porto di Cales, diceva d'essersi
liberato per singolar provvidenza Divina, acciò s'adoperasse ad
estirpare il Luteranesmo; al che diede presto principio, poichè come
narra il Tuano[53], giunto appena in Ispagna, diede subito ordine,
che si facesse diligente inquisizione contra tutti i Settarj, e
sospetti d'eresie, per volergli egli severamente punire; e quando
prima, secondo il caso portava, condennato uno, o più per le prave
opinioni di Religione, tosto dopo la condanna si davano al carnefice
per giustiziarli; furono, dopo quest'ordine del Re, i condennati per
tutta la Spagna riserbati al suo arrivo, e condotti in Siviglia ed
in Vagliadolid, dove con pompa teatrale doveano essere giustiziati.
Il primo atto di questa spaventosa tragedia fu celebrato in Siviglia
a' 27 settembre di quest'anno 1559, dove per dar un grand'esempio
negli auspicj del suo governo, e per levar ad ogni uno la speranza di
perdono e di clemenza, fece prima di tutti trarre dalla Torre _Giovanni
Ponzio_ Conte di Baileno, dove come Luterano era stato imprigionato,
e portato come in trionfo nel teatro, ove fu bruciato dalle voraci
fiamme: e con lui fu bruciato anche _Giovanni Consalvo_ Predicatore.
A costoro seguirono quattro nobili donne, _Isabella Venia_, _Maria
Viroesia_, _Cornelia e Bohorquia_; e quel che accrebbe il funesto
spettacolo di maggior misericordia e commiserazione, fu la tenera età
e la intrepidezza di _Bohorquia_, la quale appena toccati i 21 anni,
sofferse morte sì crudele con somma costanza. Le Case d'Isabella Venia,
come quelle, nelle quali i Settarj ridotti a truppe aveano fatte le
loro preci, furono da' fondamenti buttate a terra.
Dopo costoro furono bruciati _Ferdinando di Fano_, _Giovanni Giuliano
Ferdinando_, detto volgarmente dalla picciolezza del suo corpo il
_Piccolo_ e _Giovanni di Lione_, il quale avendo ne' suoi primi anni
nella nuova Spagna al Messico, esercitata l'arte di Sartore, da poi
ritornato alla Patria, erasi fatto del Collegio di S. Isidoro, ove
era occultamente professata la nuova religione. Accrebbe il lor numero
_Francesca Chaves_ Vergine a Dio sacrata nel Convento di S. Elisabetta,
la quale da _Giovanni Egidio_ Predicatore di Siviglia era stata
istrutta, e _Cristoforo Losado_ Medico. Del Collegio istesso di S.
Isidoro furon arsi _Cristofaro Arellanio_ e finalmente _Garzia Arias_,
il quale, per essere stato il primo ad introdurre in quel Collegio i
semi di questa nuova dottrina, fugli per ciò apparecchiato un rogo più
grande e quivi vivo bruciato. Fu posto ancora fuoco al Collegio, onde
tutto arse, e con esso buona parte della Città.
Rimaneano, per finir la tragedia, _Egidio_ Predicatore di Siviglia
e _Costantino Ponzio_: Egidio presso l'Imperador Carlo V per la sua
pietà ed erudizione era entrato in tanta sua grazia, che Carlo l'avea
disegnato Vescovo, ma poi accusato all'Inquisizione, sia per sua
astuzia, sia per le persuasioni di Domenico Soto, avendo pubblicamente
abjurato l'errore, fu liberato, e solamente a tempo gli aveano
gl'Inquisitori interdetto l'ufficio di predicare, e delle altre cose
sagre, e poco prima di questa tragedia si trovava già morto. Ma ora
gl'Inquisitori, reputando avere allora con Egidio con troppa mitezza
proceduto, ritrattarono la sua causa, chiamando in giudicio il suo
cadavere, ed ancorchè morto, lo condannarono a morte. Non potendo
bruciarlo vivo, fanno una sua effigie, e la buttano ad ardere nelle
fiamme in quello spaventoso teatro. L'altro, _Costantino Ponzio_:
fu egli Confessore di Carlo V nella sua solitudine, lo servì in quel
ministero sino alla fine, e raccolse, nelle sue braccia l'Imperadore
spirante; ma morto Cesare, imputato d'eresia, fu posto immediatamente
in prigione, nella quale morì poco tempo prima di questa funebre
pompa. Fu dagl'Inquisitori trattata la sua causa, e condennato,
ancorchè morto, ad ardere nelle fiamme; gli fu tosto fatta la statua
rappresentante la sua effigie in atto di predicare, spettacolo, che
agli astanti mosse in alcuni in prima le lagrime, in altri il riso,
ma in fine a tutti indignazione, vedendo, che se contra una statua
inanimata si procedeva con questi modi, ben si conosceva non esser
da sperare nè connivenza, nè misericordia da chi non riputava degno
di rispetto colui, che infamato disonorava maggiormente la memoria
dell'Imperadore suo padre.
Passò poi Filippo in ottobre a Vagliadolid, dove usando la stessa
severità, fece in sua presenza, con simili lugubri apparati, bruciare
ventotto della principal Nobiltà del paese, e ritener prigione _Fr.
Bartolommeo Caranza_ cotanto celebre nella prima reduzione del Concilio
a Trento, fatto poi Arcivescovo di Toledo, principal prelato di Spagna,
al quale furono eziandio tolte tutte l'entrate[54].
Queste crudeli ed orribili esecuzioni pervenute all'orecchie de'
Napoletani, può ognuno immaginare di quanto orrore e spavento fossero
cagione. Ma pochi anni appresso due occorrenze apportarono ad essi
maggiori timori, e gli riempirono di continue agitazioni e tormentosi
sospetti.
Nel Ducato di Milano, dalla Francia per la strada di Savoja, era di qua
de' Monti passata la nuova dottrina, e cominciava già a serpeggiare
la contagione delle nuove opinioni di Religione. Il Duca di Savoja,
non venendogli permesso, per le congiunture de' tempi, di potere far
altro, tollerava ne' suoi Stati alcuni occulti Protestanti[55]; ma gli
Spagnuoli, vedendo questo veleno insinuarsi nel Milanese, riputarono,
per estirpare il male nello spuntare, di dover usare della loro
severità. Il Re Filippo II istantemente chiedeva al Pontefice Pio IV,
che in Milano s'ergesse per sua autorità il Tribunal dell'Inquisizione,
siccome era in Ispagna. Ma il Papa, avendo portato l'affare in consulta
nel Concistoro, molti Cardinali glie lo dissuasero; ed egli, per
non esser molesto a cittadini di Milano, donde traeva l'origine, con
dispiacere veniva a farlo, con tutto ciò, costretto dalle forti premure
del Re, glie lo concedette, e ne gli spedì in quest'anno 1563 diploma.
Quando i Milanesi furono di ciò avvisati, non avendo essi meno che i
Napoletani quel Tribunale in orrore, s'esasperarono in maniera, che
se non fosse stata presta la somma prudenza del Duca di Sessa lor
Governadore ad occorrervi sarebber accadute in Milano le medesime
rivoluzioni e tumulti, che avvennero in Napoli nel governo di D. Pietro
di Toledo. Ferdinando Consalvo di Cordova Duca di Sessa, che allora
era succeduto al Marchese di Pescara, per non vedere nel principio
del suo governo questi moti, stimò mandar tosto più Cittadini al Re ed
al Pontefice, per distoglierli dall'impresa: ed egli con suoi ufficj
insinuò al Re, che istituire in Milano il Tribunale dell'Inquisizione,
come in Ispagna, era lo stesso, che turbar tutto lo Stato, e porlo in
iscompiglio e disordine. Il Re si quietò, e molto più il Pontefice,
onde non si parlò più d'Inquisizione.
Questi medesimi timori sopraggiunsero poco da poi in Napoli, per
un'occasione, che da più alto saremo ora a narrare. Quando sotto
l'Imperio di Federico II per via d'eserciti armati, e non altrimenti
di quello, che si faceva contra Saraceni, con crociate, si proccurava
estirpar gli eretici di que' tempi, e particolarmente i Valdesi, ovvero
Albigesi; questi rotti e fugati, e spogliati delle dignità e beni, si
dissiparono in molte parti, e nella loro credenza ostinati, non potendo
colle armi più difendersi, proccurarono di ricovrarsi in luoghi oscuri,
dove da niuno osservati, così negletti mantennero la loro credenza.
Alcuni si ricovrarono nella Provenza, in quel tratto de' Monti, che
congiungono le Alpi con i Pirenei, dove lungamente se ne conservarono
le reliquie sino al Pontificato di Giulio II, e più ancora. Altri
si ricovrarono nella Germania, ed in alcuni Cantoni di Boemia, di
Polonia e di Livonia fecero residenza, li quali da' Boemi erano
chiamati _Piccardi_. Ed alcuni altri, secondo che narrano gravissimi
Scrittori, fra' quali è il Presidente Tuano[56], si ricovrarono (chi
il crederebbe)? presso di Noi in Calabria, ed in questa Provincia
lungamente vissero, sino al Pontificato di Pio IV e 'l Regno di
Filippo II, nel qual tempo governando il Regno il Duca d'Alcalà furono
intieramente sterminati ed estinti[57].
Viveano costoro nella Provincia di Calabria citeriore in alcune Terre
presso Cosenza, nominate la Guardia, Baccarizzo e S. Sisto, da loro
medesimi fondate; anzi la Guardia fu detta perciò de' _Lombardi_,
perchè essi che vennero ad abitarla, da oltre i monti e dalle parti
di Lombardia ci vennero[58]. Quivi, come in luoghi oscuri e negletti,
vissero lungamente non osservati, nè curati. Fu prima in loro tanta
semplicità ed ignoranza di buone lettere, che non vi era alcun
timore, che potessero comunicar la loro dottrina ad altri: non era in
alcuna considerazione il lor picciol numero; e mancando di qualunque
erudizione, nè si curavano disseminar la loro dottrina, nè che altri
fossero curiosi d'intenderla. Ma surta da poi in Germania l'eresia
di Lutero, e quella, come si è veduto, arrivata sino a' Cantoni de'
Svizzeri, e penetrata nei Piemontesi ed in alcuni Lombardi abitanti
lungo il Pò, dond'essi traevano l'origine, e co' quali aveano continua
corrispondenza, furono i primi appo noi, ch'ebbero le prime notizie
della pretesa Riforma, e per esserne più distintamente informati,
mandarono in Genevra, invitando alcuni di costoro a venire nelle loro
Terre ad istruirli meglio di quella dottrina. Vennero con effetto
da Genevra due Ministri seguaci di Lutero, i quali pubblicamente
predicando la pretesa Riforma, ed insegnandola con particolari
istruzioni e catechismi, non solo la disseminarono in quelle Terre
della Calabria, ma la insinuarono nelle circostanti; e da quella
Provincia già cominciava ad esserne attaccata l'altra vicina: poichè
Faito, la Castelluccia e le Celle, Terre della Basilicata, eran già
state contaminate. Chi prima si fosse accorto di questa infezione,
narra il P. Fiore Capuccino[59], che fu un Prete nomato _Gio. Antonio
Anania_ da Taverna, fratello di Gio. Lorenzo famoso per l'opera data
alle stampe _De Natura Daemonum_[60]. Costui si trovava in quel tempo
nella Casa del Marchese di Fuscaldo Spinelli, di cui era la Guardia,
in qualità di Cappellano: onde per la vicinanza, e forse anche per la
pratica, che teneva con quelle genti, s'accorse, che il male, se non
si dava pronto rimedio, era per spandersi assai più; onde nel 1561
ne scrisse in Roma al Cardinal Alessandrino Inquisitor Generale, poi
Papa _Pio V_. Il Cardinale commise al suo zelo di far sì, che facesse
ravvedere quella gente degli errori, e la riducesse alla sana dottrina.
Anania, tralasciato ogni altro impiego, avendo chiamati per compagni
all'opra alcuni Gesuiti, i quali poco dianzi erano venuti in Calabria,
si posero con molto vigore ad esortarli e predicar loro la verità;
ma per molto che si travagliassero, pochissimo era il frutto de' loro
sudori; poichè ostinati nei loro errori, non temendo nè minacce, nè la
severità di qualunque castigo, vie più insolentivano e moltiplicavano.
Bisognò per tanto ricorrere ad un più forte ed efficace rimedio: s'ebbe
perciò ricorso al Duca d'Alcalà, il quale si trovava allora Vicerè
del Regno: costui ne' principj credette bastare, che si procedesse
contra di essi con un poco più di attenzione e vigilanza; onde scrisse
al Vicario di Cosenza (come si vede dalla sua lettera rapportata dal
Chioccarelli[61]) che nelle cause de' carcerati, che egli teneva,
della _Guardia Lombarda_ inquisiti d'eresia, procedesse con voto e
parere del Dottor Bernardino Santa Croce, che si ritrovava in quelle
parti, siccome ne scrisse parimente al Santa Croce, che v'invigilasse;
ma vedutosi poi che alla gravità del male non eran sufficienti questi
rimedi ordinari, ed essendogli stato rappresentato, che gli Eretici in
Calabria vie più si moltiplicavano e non temendo castighi nè minacce,
erano per cagionare gravissimi disordini, il Vicerè, per reprimere la
loro temerità, vi mandò un Giudice di Vicaria, Annibale Moles, con buon
numero di soldati, parte condotti da Napoli, e parte raccolti da' paesi
contorni: ma fu il Ministro mal ricevuto, perchè coloro sottrattisi
dall'ubbidienza di qualunque Magistrato, si posero in campagna, e
ragunato un sufficiente numero, con apparenza di formato esercito,
vigorosamente gli resisterono, fermi di morire più tosto, che lasciar
gli errori; anzi, come suole avvenire nelle guerre di Religione,
niente paurosi, ma tutti festanti andavano giulivi ad incontrar la
morte, persuasi, che così morendo, salivano in Cielo io compagnia
degli Angeli a godersi il Signore. Il Duca d'Alcalà pensò valersi in
quest'occasione di Scipione Spinelli Signore della Guardia, e fur
rinforzate le sue genti, tanto che bisognò venire ad una battaglia
campale per dissiparli: si combattè in fine vigorosamente, e con tutto
che rimanessero sul campo molti di quelli morti, non perciò i rimasti
s'arresero; ma pieni di coraggio, vedendo che per lo poco numero mal
potevano resistere in campagna aperta, si ritirarono dentro le mura
della Guardia, la quale, oltre la qualità del sito acconcia a resistere
ad ogni nemico assalto, munirono così egregiamente, che ridottala
in forma di un sicuro asilo, non temevano di niuno. Lo Spinelli,
disperando dell'impresa, veggendo non poter loro resistere con aperta
forza, si rivolse agli inganni, e riuscitogli d'introdurre nel Castello
gente valorosa ed armata, fingendo di mandargli ivi prigioni, costoro
scovrendosi poi, e menando con molto valor le mani, sbaragliarono li
Capi, e fecero degli altri molta strage, altri fuggirono, ma molti
rimasero prigioni: furono confiscati tutti i loro beni e gli ostinati,
condennati alle fiamme, nell'istesso tempo, che Lodovico Pascale
Piemontese lor Capo, era stato dalla Inquisizione fatto bruciare in
Roma[62]. In cotal guisa furono finalmente sterminati, e sopra questo
argomento avea scritto in versi latini un giusto volume l'Anania;
ma (siccome narra il P. Fiore) non permise l'autore stesso, che si
desse alle stampe, onde ora siamo privi di quest'opera. Sterminati
che in questo modo furono la maggior parte, per alcuni che v'erano
sopravanzati non si trascurò di far ogni opera per ridurli in via:
si proccurò con rigorosi catechismi e continue predicazioni sradicar
gli errori; e dall'altra parte il Duca d'Alcalà prese con severità a
castigarli; ordinando per ciò alla Regia Camera, che procedesse alla
vendita de' beni confiscati a coloro, ch'erano stati condennati alla
pena di morte naturale, nelle Terre della Guardia e di S. Sisto[63]; si
vietò con loro ogni commercio, e furon proibiti fra loro i matrimoni,
sinchè spiantata affatto ogni radice di falsa dottrina, ripullulò in
que' luoghi l'antica Fede; ed oggi gli abitatori, multiplicati in gran
numero, vivono come gli altri, purissimi nella universal credenza.
Non meno in Calabria, che in Napoli fu duopo al Duca d'Alcalà usare il
medesimo rigore. Erano ancor quivi rimasi molti semi di falsa dottrina.
Le conversazioni, che si tennero a tempo del Toledo in Casa di Vittoria
Colonna, e di Giulia Gonzaga sospette d'eresia, aveano contaminati
molti: con tal occasione invigilandosi assai più, che non erasi prima
fatto, se ne scoversero molti, che ne davano sospetto; onde furono
con severissimi editti citati a comparire fra breve termine avanti il
Vicario dell'Arcivescovo di Napoli sotto pena della confiscazione de'
beni; ma sopra due cadde più severo castigo. Questi furono _Giovan
Francesco d'Alois_ della città di Caserta e _Giovan Bernardino Gargano_
d'Aversa, i quali incarcerati, e come eretici condannati a morte,
furono a' 24 di marzo del 1564 pubblicamente nel Mercato decapitati,
ed al cospetto di tutta la città furon poi abbruciati[64]. Si procedè
alla confiscazione de' loro beni, ma non senza contrasto; poichè i
Napoletani volevano far valere la Bolla di Giulio III accordata loro
da Cesare, per la quale, come s'è detto, non poteva nel Regno farsi
confiscazione de' beni degli Eretici; ciò che diede occasione a quelle
dispute, che leggiamo presso i Reggenti Salernitano, e Revertera nella
causa d'Alois[65].
Per questi rigorosi castighi, e dal vedersi andare d'accordo le Corti
Ecclesiastica e Secolare, i Napoletani, oltre lo spavento che n'ebbero,
concepirono timore, non fosse questo un concerto di mettere con tal
pretesto in Napoli il Tribunal dell'Inquisizione cotanto da essi
abborrito: ond'essendosi per la città di volgata fama, che il Duca
d'Alcalà trattava di voler poner nel Regno l'Inquisizione secondo l'uso
di Spagna, e sbigottita da tante citazioni, che si facevano dal Vicario
sotto pena di confiscazione de' beni, molte famiglie colle loro robe se
n'uscirono da Napoli, e per le decapitazioni e bruciamento seguito al
Mercato di Alois e Gargano, postasi la città in bisbiglio, dubitandosi
non si venisse alle armi, tutta la piazza della Rua Catalana e suo
quartiere fu disabitato[66]. Stette la Città in rivolta per molti dì
e mesi, nel cui tempo furono tenute molte Assemblee dalle Piazze,
le quali finalmente deputarono alcune persone, perchè andassero a
parlar al Vicerè, ed a esporgli liberamente i loro sensi intorno a
non voler permettere, seguendo l'esempio de' loro maggiori, Tribunale
alcuno d'Inquisizione. Il Duca, come dotato di somma bontà e prudenza,
conoscendo quanto a' Napoletani fosse odiosa tal novità, e quanto
grandi le difficoltà che si sarebbero incontrate d'introdurla, e le
fastidiose conseguenze, che partorì sotto il governo del Toledo, vi
pose prudentemente silenzio e se n'astenne.
Ma la città non contenta di ciò, volle spedire al Re in Ispagna un
suo Legato, a pregarlo, che in Napoli e nel Regno non si ponesse mai
Inquisizione, nè, secondo il Concordato fatto nel Pontificato di Giulio
III, potessero confiscarsi i beni degli Eretici. Si trascelse il famoso
_Paolo d'Arezzo_, prima splendore nel nostro Consiglio di S. Chiara,
poi della Religione Teatina, e finalmente Arcivescovo di Napoli e
Cardinale. Ancorch'egli ritiratosi dal Foro ne' Chiostri, ne rifiutasse
il peso, a' conforti del Cardinal Carlo Borromeo e del Papa istesso,
accettò finalmente l'ambasceria[67]. La città oltre alle sue lettere
al Re drizzate, diegli istruzioni bastanti, e la Bolla di Giulio III,
donde costava del Concordato suddetto[68]. Partito egli in quest'anno
1564, e giunto nella Corte di Madrid, fu dal Re caramente accolto,
ed avendogli esposti i desiderj della città, con presentargli le sue
lettere, il Re liberalmente concedè a' Napoletani quanto chiedettero,
ordinando, che nel Regno non si ponesse giammai Inquisizione, nè si
dovesse praticare altra maniera di giudicio nelle cause di Religione,
che l'ordinaria. Scrisse per ciò in questi sensi tre lettere, due alla
città sotto li 10 marzo del 1565, ed un'altra sotto la medesima data
al Duca d'Alcalà Vicerè, contenente la medesima dichiarazione, amendue
rapportate dal Chioccarelli[69], nelle quali fra l'altre parole si
leggono queste: _Por tenor de la presente decimos, y declaramos, no
aviendo ne ser nuestra intention, que en la dicha Ciudad, y Reyno se
ponga la Inquisicion en la forma de Espanna; si no que se proceda por
la via ordenaria; como asta a qui, y que assi se observerà, y complirà
con efecto con lo de adelante, sin que en ella aya falda: ed altrove:
De manera que los Ordinarios agan bien su ofìcio, como se deve_.
II P. Arezzo, tornato dalla sua ambasceria, fermossi in Roma, donde
mandò alla città di Napoli relazione di quanto felicemente avea
adoperato a Madrid e del buon successo di quell'affare: onde cessò
ogni sospetto d'Inquisizione, restando i Napoletani contentissimi della
benignità e clemenza del Re.
Ma in questi tempi con tutto ciò non eransi tolti gli abusi
dell'Inquisizione di Roma. In vigor di queste Carte Regali gli Ordinari
solamente potevan procedere con ordinarie maniere ne' delitti di
Religione contra i loro sudditi: ma Roma proseguiva a procedere come
prima, inchiedendo le persone del Regno, e sovente con assicurarsene, e
far trasmettere insino a Roma i processi ed i carcerati. Egli è vero,
che niente si faceva senza provvisione del Vicerè; e le commessioni,
che venivano da Roma non s'eseguivano senza che prima non fossesi a
quelle interposto l'_Exequatur Regium_, nel che il Duca d'Alcalà vi
fu vigilantissimo. Ma quanto s'usava rigore ne' casi, che si fosse
eseguita qualche commessione di Roma senza il _Regio Exequatur_, con
ordinarsi la cassazione di tutti gli atti, e la scarcerazione de'
carcerati, di che alcuni esempj si leggono del Duca d'Alcalà presso il
Chioccarello[70]; altrettanto, conceduto che s'era il _Placito Regio_,
con facilità si davano alle richieste degl'Inquisitori di Roma favori
ed ajuti, permettendo, che da' loro Commessari si fabbricassero come
Delegati i processi, si carcerassero gl'indiziati, e si vendessero
le loro robe per la rifazione delle spese; insino a permettere, che
i carcerati si portassero in Roma, di qualunque condizione e qualità
quelli si fossero.
È assai celebre l'inquisizione fatta dal S. Ufficio di Roma contra il
Marchese di Vico, contra il quale fin dall'anno 1560 fu destinato un
Commessario Appostolico, il quale nella città di Benevento ne prese
informazione, citando _per edictum_ testimoni de' luoghi circostanti,
con esaminarli contra di quello. E mandato il processo in Roma,
risoluta da quella Congregazione del S. Ufficio, tenuta dinanzi
al Papa, la carcerazione del Marchese, il Cardinale Alessandrino
a dì primo novembre del 1564 scrisse una lettera al Duca d'Alcalà,
pregandolo, che gli mandasse carcerato nel S. Ufficio il Marchese
di Vico con buona guardia, o che gli facesse dare grossa sicurtà di
presentarsi in quello, essendogli stato così ordinato dai Cardinali
suoi Colleghi in presenza del Papa; ed il Vicerè non ebbe riparo
d'ordinare alla Vicaria, che facesse dar malleveria al Marchese di
ducati diecimila di presentarsi al S. Ufficio di Roma[71].
Degli avvenimenti di _Galeazzo Caracciolo Marchese di Vico_, come a
questi tempi in Europa assai divolgati, non si dimenticò favellarne
in due luoghi delle sue _Istorie l. 9 et 84_ il Presidente _Tuano_: e
poichè da' medesimi si dimostra quanto ne' petti umani possa la forza
della Religione, e sono in gran parte ignoti a' Napoletani, poichè
niuno de' loro Scrittori no fece motto, ed il libricciuolo della di
lui vita stampato nel 1681 in Ginevra nell'idioma Franzese, è si raro
e a molti ignoto, che non è così facile averne copia, sarà bene qui
distintamente rapportarli. Galeazzo Caracciolo nacque in Napoli nel
mese di gennaio dell'anno 1517 da _Nicol'Antonio_, ovvero secondo il
linguaggio de' Napoletani, da _Colantonio Caracciolo Marchese di Vico_:
sua madre fu una Dama di pari nobiltà dell'illustre famiglia _Caraffa_;
la quale ebbe per zio materno _Gio. Pietro Caraffa_ figliuolo del
_Conte di Montorio_, assunto poi al Pontificato sotto nome di _Paolo
IV._ Non ebbe altri figliuoli maschi, che _Galeazzo_, il quale appena
giunto all'età di venti anni fu dal Padre maritato con _D. Vittoria_
figliuola del _Duca di Nocera_, che gli portò scudi ventimila di dote,
dalla quale in processo di tempo ebbe sei figliuoli, quattro maschi
e due femmine, ma non tutti sopravvissero al Padre. Fu impiegato
fin dalla giovanezza a' servigi dell'Imperatore _Carlo V_, il quale
avendolo creato Gentiluomo della chiave di oro, lo ritenne per qualche
tempo presso di se nella Imperial sua Corte, ma tornato poi in Napoli
in tempo che la dottrina delli nuovi Riformatori era in quella Città
occultamente insegnata da _Pietro Martire Vermiglio_, prese amicizia
con _Giovanni Valdes_ Gentiluomo spagnuolo, il quale, siccome di sopra
fu detto, era il principal Ministro, di cui il _Vermiglio_ si valeva,
come più istrutto della nuova dottrina, spezialmente intorno alla
giustificazione, e che avea fatto molto studio sopra _l'Epistole di S.
Paolo_; ma sopra tutto perchè avea gran dimestichezza e famigliarità
con molti Nobili napoletani. Questi trasse molti alla sua credenza,
con farli accorti di alcune vane superstizioni e dell'errore della
propria giustificazione dell'uomo per li meriti proprj, e fra gli altri
_Galeazzo_; ma colui che diede l'ultima spinta per farlo crollare,
fu un Gentiluomo chiamato _Gio. Franceso Caserta_, suo parente, il
quale lo strinse co' suoi discorsi ad assentire alla dottrina della
giustificazione per i meriti di _Gesù Cristo_ e l'indusse ad ascoltare
i Sermoni di _Pietro Martire_, che faceva in S. Pietro _ad Ara_ sopra
l'_Epistole di S. Paolo_, i quali maggiormente lo confermarono. Ciò
avvenne nell'anno 1541 quando _Galeazzo_ non avea che 24 anni.
A questi tempi _Marc'Antonio Flaminio_ erasi reso celebre per la sua
letteratura, e per la famosa traduzione del Salterio in versi latini.
Questi avendo inteso i talenti ed i progressi di _Galeazzo_, e ch'era
disposto ad abbracciar la Riforma, gli scrisse una dotta lettera, nella
quale per maggiormente animarlo a risolversi, fra le persone illustri
che annoverò d'averla abbracciata, non si dimenticò di _D. Vittoria
Colonna Marchesa di Pescara_. In tanto per li spessi viaggi, che
_Galeazzo_ faceva in Germania, veniva maggiormente ad istruirsi colla
lettura di nuovi libri, che _Lutero_, ed i suoi seguaci incessantemente
davano in Sassonia ed altrove alle stampe; e passando per Strasburg,
s'incontrò con _Pietro Martire_, col quale riconosciutosi, ebbe lunghi
colloqui e si determinò d'abbracciarla. Tornato in Napoli, pensò
indi partire, per pubblicamente professarla altrove, e non farvi più
ritorno; e celando al Padre ed alla moglie questo suo proponimento,
raccolto qualche contante, che non oltrapassò la somma di duemila
ducati, partì finalmente da Napoli a 21 marzo del 1551 d'età di 34
anni abbandonando Padre, Moglie, Figliuoli, onori, ricchezze e tutte le
comodità di una Casa cotanto agiata ed illustre. Arrivato ad Ausburg,
dove l'Imperadore si trovava, lo servì in Corte, fin che ivi dimorò;
ma passando l'Imperadore a' 26 maggio del medesimo anno a Paesi Bassi,
non volle seguirlo; sicchè Cesare partendo, egli prese il cammino verso
Genevra, dove arrivò agli 8 di giugno. Quivi non trovò alcuno di sua
conoscenza; eccetto, che a capo di due giorni arrivò colà un Gentiluomo
di Siena nominato _Lattanzio Rognoni_, che l'avea conosciuto In Napoli.
Questi per lo stesso stimolo di cambiar Religione erasi ritirato a
Genevra, dove avendo dato sufficienti saggi de' suoi progressi, fu
impiegato ne' seguenti anni al Ministero della Predicazione nella
Chiesa degl'Italiani stabilita in Genevra da Galeazzo, come si dirà
più innanzi. Fermatosi adunque _Galeazzo_ in questa città, abiurò
l'antica e professò la nuova Religione Riformata, e deliberò far quivi
domicilio. Prese tosto amicizia con _Giovanni Calvino_, che la continuò
fin'all'anno 1564, nel quale Calvino finì di vivere. Ebbe costui tanta
stima e rispetto di Galeazzo, che ristampando i suoi _Commentarj_ sopra
la prima Lettera di S. Paolo a' Corintj, in questa seconda Edizione,
li dedicò a Galeazzo; siccome si legge dalla sua lettera latina de' 23
gennaro 1556, premessa a questa seconda Edizione, nella quale cotanto
commenda la sua fermezza e costanza di non lasciarsi smuovere dalla
presa risoluzione, animandolo a non curare ciò, che il Mondo ignorante
di se ragioni; ma di contentarsi avere Iddio per spettatore della sua
probità.
La novella della venuta di _Galeazzo_ a Genevra, e d'essersi quivi
fermato, e d'aver mutata Religione, riempì la Corte dell'Imperadore
e tutto il Mondo, e spezialmente Napoli di maraviglia e stupore. Il
Marchese di Vico suo Padre, sua Moglie, figliuoli e tutti i Napoletani
restarono attoniti.
Il Padre gli spedì un Giovane suo parente per ridurlo; ma giunto che
fu costui a Genevra, con tutti i suoi sforzi, preghiere e lusinghe
non potè smoverlo: sicchè essendosi affaticato in vano, se ne ritornò
a Napoli infruttuosamente. Intanto non meno il Fisco Regio di Napoli,
che la Congregazione del S. Officio di Roma, cominciarono a fabbricar
processi contra Galeazzo. Ma quello che maggiormente angustiava
l'infelice padre era, che dal _Fisco_ se gli minacciava la confisca
de' beni, con intento di dichiarare incapaci i suoi nepoti, figliuoli
di Galeazzo della successione dei Feudi, dopo sua morte, a cagion
del delitto di lesa Maestà Divina del loro padre, che inabilitava
anche i figliuoli alla successione; sicchè il dolente Marchese per
riparare un colpo sì fatale per la sua discendenza risolvè portarsi
a piedi dell'Imperadore e ricorrere alla clemenza del medesimo per
liberarsi dalla molestia fiscale. Risoluto adunque di partire, e
dovendo passare per Venezia, fece intendere a Galeazzo, che desiderava
nel passaggio vederlo: al che egli non ripugnando, fu destinata la
città di Verona per l'abboccamento; avendogli il padre per indurlo a
venire con sicurezza fattogli spedire salvo condotto dalla Republica
di Venezia. Partì adunque Galeazzo da Genevra a' 29 di aprile del 1553
preparato a sostener gli assalti del Padre, a' quali andava incontro.
Si videro e parlarono lungamente insieme. Il Marchese adoperò ogni arte
ed industria, dissegli il pericolo nel quale eran i suoi figliuoli
d'essere esclusi dalla successione de' suoi feudi, ma tutto indarno:
onde vedendo di non poterlo rimuovere, lo pregò che almanco non
ritornasse in Genevra, ma si fermasse in Italia nello Stato Veneto,
ove sarebbe sicuro, finchè egli trattasse nella Corte dell'Imperadore
di poter mettere in salvo i suoi figli. In questo Galeazzo l'ubbidì,
e si fermò a Verona, dove si trattenne sino ad agosto: nel qual mese
ebbe riscontro, che il Marchese dalla clemenza di Carlo V avea ottenuto
quanto desiderava per i suoi nepoti. Mentre Galeazzo dimorava in
Verona, Girolamo Fracastoro celebre Medico, Filosofo e Poeta di quei
tempi volle provare se per mezzo della sua fama e dottrina potesse
ridurlo: lusingandosi di poter con suoi argomenti convincerlo. Ma
si adoperò indarno: Galeazzo stette fermo e deluse le speranze di
_Fracastoro_. Tornato adunque a Genevra stabilì in questa Città la
Politia Ecclesiastica per le _famiglie Italiane_. Andò poi in compagnia
di _Calvino_ a Basilea, e ridusse Massimiliano de' Conti Martinenghi di
Brescia, e tornato a Genevra, con l'approvazione del Magistrato stabilì
il Corpo della Chiesa Italiana con i suoi regolamenti, alla quale il
Conte Massimiliano fu eletto primo Ministro, il quale predicava in
lingua Italiana: onde rimane ancora l'istituto di farsi ivi le prediche
in lingua Italiana.
Essendo stato nel 1555 eletto Pontefice Paolo IV fratello dell'Avola
sua materna, il marchese padre concepì qualche speranza, che col favore
del medesimo potesse ottenere al Figlio, non pur perdono, ma grazie
per i di lui figliuoli: ma dovendosi cominciare dalla riduzione di
Galeazzo, gli scrisse che dovendo fare un viaggio per Lombardia, si
facesse trovar a Mantova per vederlo. Galeazzo fidando a se stesso,
volle pure ubbidirlo, e partendo da Genevra a 15 di giugno, si portò
a Mantova, ove trovò il Marchese Padre, il quale promettendogli molti
favori, che avrebbe dal nuovo Papa conseguiti, se ritornasse nel
primiero ovile, almanco riguardasse il bene che si sarebbe fatto a'
propri figliuoli, i quali non potevano certamente profittarsi della
parentela del Papa, avendo il padre eretico. Lo pregò, lo scongiurò, ma
al fine vedendo la fermezza di Galeazzo, proruppe alle maledizioni ed
alle onte, e tornossene in Roma, e narrando al Papa l'infruttuoso suo
viaggio, in Napoli fece ritorno.
Galeazzo parte anche egli da Mantova, e va a Ferrara, dove per mezzo
di _Francesco Porto_ (uomo celebre per erudizione, il qual fu poi
professore di lingua Greca nell'Accademia di Genevra) fu introdotto a
far riverenza alla Duchessa di Ferrara, _Renée de France_ figliuola
del Re Lodovico XII, la quale gli dimandò di _Calvino_, volle esser
intesa della Chiesa Italiana istituita in Genevra, e di vari articoli
di Religione, e de' punti più principali di controversie.
Fin qui Galeazzo mostrando sua fermezza dava a tutti meraviglia di sua
costanza; ma da ora avanti dava stupore; poichè vedendo il Marchese
Padre, che egli nulla profittava, sapendo il debole di Galeazzo, il
quale teneramente amava =D. Vittoria= sua moglie, fece che la medesima
cominciasse a dargli stimoli, e mettesse in opra ogni industria e
lusinga per ridurlo. Cominciò ella a più frequentemente scrivergli,
aggiungendo lettere sopra lettere, ed ambasciate sopra ambasciate;
alla fine gli scrisse che ardeva di desiderio di vederlo, e perciò che
s'eleggesse una città de' Veneziani più prossima al Regno, dov'ella
si sarebbe portata. Vinto Galeazzo dalle preghiere della moglie,
fu di comun consenso eletta _Lesina_ Isola della Dalmazia, ovvero
Schiavonia nel Mar Adriatico appartenente a' Veneziani, la quale è
posta dirimpetto a _Vico_ Baronia del Marchese suo Padre. Andò Galeazzo
a _Lesina_, aspettò lungo tempo D_. Vittoria_, la quale non comparve;
onde pien di collera se ne tornò in Genevra. Appena che fu quivi
arrivato, ecco che viene nuovamente sollecitato da _D. Vittoria_,
pregandolo che si portasse colà, perchè ella in tutte le maniere dovea
parlargli per uno scrupolo, che inquietava la sua coscienza; ed adduce
più scuse, perchè non potè andare a _Lesina_.
Galeazzo si arrese, e partì di nuovo da Genevra li 7 di marzo del
1558, ed andò a dirittura a _Lesina_. Arrivato colà ebbe subito
avviso, che il Marchese suo Padre, D. Vittoria e suoi Figliuoli
s'erano frettolosamente portati a _Vico_, onde concepì speranza, che
dovessero colà portarsi. Ma ebbe poi Lettere con nuove preghiere,
che non avendogli attesa la parola un Nobile Veneziano, il quale
l'avea promesso di portarla co' suoi figliuoli a _Lesina_ dentro una
Galea della Repubblica, lo pregavan di venire egli a _Vico_, dove
l'aspettavano.
Galeazzo per gran desiderio di veder sua moglie si arrischia d'andare
a _Vico_; qual risoluzione non fu approvata da' savj per non esporsi
a' pericoli ed a nuovi assalti, che dovea superare: arrivò dunque
a _Vico_, dove in quel Castello fu ricevuto con segni di molto
giubilo da tutti. Il Padre cominciò a persuaderlo; ma vedendo che
niente profittava proccurò che _D. Vittoria_ gli dicesse, che il suo
Confessore per scrupolo di coscienza le avea detto, che non poteva
aver più con lui commercio, se non lasciava l'eresia. Galeazzo non
per ciò si scosse, ma con intrepidezza grande gli rispose, ch'era
contento del divorzio, e cominciò a parlar di partire. Quando
videro ciò, cominciarono il Padre, la Moglie ed i Figliuoli, che
se l'inginocchiarono avanti, a piangere, e ad usar ogni sforzo per
ritenerlo. Non fu possibile. Egli partì frettolosamente, ed arrivò a
_Lesina_ e di là passò a Venezia, indi alla _Valtellina_ a _Chiavenna_,
e si restituì a Genevra.
Poco dopo Galeazzo consultò con Calvino del divorzio; ma Calvino
non volle esser solo a risolverlo: fece che si consultasse il caso
con altri Ministri nei Svizzeri e Grigioni, sopra tutti con Pietro
_Martire Vermiglio_ che si trovava allora a Zuric, e si mandarono a
tutti lettere circolari. Unitosi il Concistoro Ecclesiastico, ed anche
il _Magistrato_ secolare, fu risoluto che potesse Galeazzo divertire
dalla prima moglie, ed avesse libertà di contrarre nuovo maritaggio con
altra.
Questo caso fu consultato con i migliori Teologi di que' tempi; ed
il famoso _Girolamo Zanchio_ di _Bergamo_, Professore di Teologia
a _Strasburgo_ nell'ottavo tomo delle sue opere porta le ragioni di
questo divorzio. Portò la congiuntura, che in Genevra pure per causa
di Religione erasi ritirata una Dama Franzese di Rouen chiamata _Anna
Fremery_, vedova, ed in età di circa 40 anni: adunque a' 16 di Gennaro
del 1560 Galeazzo si maritò colla medesima: colla quale visse in una
perfetta concordia ed unione.
Il Presidente _Tuono_ dopo aver parlato nel suo 9 libro della
sorte di Galeazzo e della sua amicizia con Marc'Antonio _Flaminio_,
rapporta ancora nel fine del libro 84 delle sue _Istorie_ quasi che
tutte l'avventure di Galeazzo, e fa menzione anche di questo secondo
maritaggio.
Visse il resto di sua vita in Genevra con gran moderazione e modestia.
Non volea esser chiamato _Marchese_, poichè vivea suo Padre; e dopo la
di lui morte, l'Imperadore ai suoi figliuoli avea fatta la grazia di
succedere nel Marchesato suddetto: con tutto ciò, tutti lo chiamavano
_Mr. le Marquis_. Non era personaggio di conto, che passasse per
Genevra, che non volesse vederlo, siccome fecero _D. Francesco_ e
_D. Alfonso da Este_ fratelli del Duca di Ferrara, il _Principe di
Salerno_, _Ottavio Farnese_ Duca di Parma e di Piacenza ed altri
Signori.
Fu in fine assalito da una lunga e grave malattia d'asma, la quale 37
maggio del 1586, mentr'era di 69 anni e 4 mesi, gli tolse la vita.
Dopo undici mesi, morì anche sua moglie _Anna Fremery_, dalla quale non
ebbe figlioli.
Giovanni _Jaquemot_ de _Bar-le-Duc_, uno de' migliori Poeti de' suoi
tempi, per conservar di loro onorata memoria gli compose i due seguenti
epitafj.