CAPITOLO II.

_Spedizione dell'Imperadore CARLO V in Tunisi: sua venuta in Napoli; e

di ciò che quivi avvenne nella sua dimora e ritorno; e quanto da alcuni

Nobili si travagliasse per far rimuovere il TOLEDO dal governo del

Regno._

Intanto l'Imperador Carlo V, avendo racchetati, se non come volle, come

potè meglio, i moti della Germania per la nuova eresia di Lutero, ed

essendosi ritirata l'armata di Solimano da Ungheria in Constantinopoli,

vedendo che non vi era più che temere in quel Regno, deliberò partir

da Vienna, ove dimorava, per Italia, per indi poi passare in Ispagna, e

nel cammino abboccarsi col Papa, siccome glie lo avea fatto intendere.

Partì per tanto a' 4 d'ottobre dell'anno 1532 colla fanteria Spagnuola

e la Cavalleria, lasciando la fanteria Italiana sotto il comando di

Fabrizio Maramaldo per li bisogni, che potessero occorrere al Re de'

Romani suo fratello[3]. Giunse Cesare in Mantoa a' 8 di novembre, ed

abboccatosi col Papa in Bologna, (dove scoperse, che il Pontefice

col nuovo parentado, avea col Re di Francia stretta anche una gran

lega) coll'armata d'Andrea Doria, che a questo fine avea richiamato da

Levante, passò in Ispagna, approdando in Barcellona nel mese d'aprile

del nuovo anno 1533 ove fermossi.

Ma non potè quivi molto godersi della sua quiete; poichè l'Imperador

Solimano avendo creato suo Ammiraglio il famoso Barbarossa, celebre

Corsaro di mare, gli avea dato il comando d'un'armata di 80 Galee,

per rimettere Ariendino Barosso, da altri chiamato Moliresetto, nella

possessione del Regno di Tunisi, e scacciarne Muleasser suo fratello,

e nel passaggio assaltare la Sicilia e la Calabria. Ed in effetto

nella primavera del seguente anno 1534, apparecchiandosi alla venuta,

ed uscito da' suoi Porti, passò poi nella fine di luglio il Faro di

Messina dove brugiò alcune navi, e approdato in Calabria, saccheggiò

S. Lucido, senza lasciarvi persona. Brugiò il Cetraro de' Monaci

Cassinensi, con sette Galee, che ivi si facevan fabbricare dal Toledo:

e passando a vista di Napoli, con più paura che danno della Città,

mise la sua gente in terra nell'isola di Procida, saccheggiando quella

Terra. Nè contento di questo, assaltò poi all'improvviso Sperlonga,

facendo quivi moltissimi schiavi, e mandò gente per insino a Fondi

per sorprender D. Giulia Gonzaga, e presentarla a Solimano, la quale

per la gran fama della sua bellezza sparsasi da per tutto, era venuta

anche in desiderio a quel gran Signore. Fondi fu saccheggiata, e D.

Giulia appena ebbe tempo di salvarsi quella notte sopra un cavallo

in camicia, come si trovava[4]. Allora fu, che i Napoletani per

reprimere tant'orgoglio di Barbarossa, e liberar le marine del Regno

dall'invasione de' Turchi, ragunati in pubblico Parlamento, a' 20

agosto, nel Monastero di Monte Oliveto, fecero un altro donativo a

Cesare di ducati centocinquantamila, pagandone i Baroni cinquantamila

e gli altri cento il Regno[5].

La medesima disgrazia intervenne a Terracina, con tanto timor della

Corte di Roma e de' Romani, che si credette, che se fossero andati

innanzi, sarebbe stata abbandonata quella Città. Il Pontefice Clemente,

che trovavasi allora gravemente travagliato con dolori di stomaco, non

potendo più resistere all'infermità, finì i suoi giorni il vigesimo

quinto di settembre di quest'anno 1534.

Morto lui i Cardinali la notte medesima, che si serrarono nel Conclave,

elessero tutti concordi in Sommo Pontefice Alessandro della Famiglia

Farnese, di Nazione Romano, d'età di 67 anni, Cardinal il più antico

della Corte, ed uomo ornato di lettere, e d'apparenza di costumi.

Furono in Roma fatte gran feste, per la letizia immensa, che n'ebbe

il Popolo Romano, di vedere dopo 103 anni, e dopo tredici Pontefici,

sedere in quel trono un Pontefice del Sangue Romano. Fu eletto li 13

d'ottobre, e coronato li 3 di novembre, e chiamossi _Paolo II_.

Intanto Barbarossa, voltando le prore indietro navigò verso Tunisi,

ed avendo con inganno sorpresa quella Città, ne scacciò Muleasser, e

ripose nel Regno Barosso, e fortificatolo ivi, fortificò parimente la

Goletta, e vi pose buon presidio di Mori.

Considerando perciò Cesare, che se Solimano si impadronisse di quel

Regno, passando sotto un Principe cotanto formidabile, sarebbe stato

origine della destruzione del Regno di Sicilia e di Napoli, e di tutte

le riviere del Mediterraneo insino alle Colonne d'Ercole, determinò

sturbare il suo disegno; onde s'accinse per andare egli in persona a

quella impresa. Spedì ordini per tutti i suoi Regni per arrolar gente;

ed in Napoli per tutto quell'inverno non s'attese ad altro, che a

questi apparecchi. Il Toledo fabbricò una Galea a sue spese per dar

esempio agli altri, e fu imitato da molti. Il Principe di Salerno, il

Principe di Bisignano, il Duca di Castrovillari, il Duca di Nocera,

il Marchese di Castelvetere, e l'Alarcone Marchese della Valle, a loro

spese, fecero lo stesso. Moltissimi Baroni e Cavalieri, sentendo, che

a quest'impresa avea da venire in persona l'Imperadore, tutti si misero

in ordine[6].

Entrato il nuovo anno 1535, ne' primi buoni tempi della primavera, il

Marchese del Vasto, ch'era andato a Genova ad abboccarsi, per ordine

dell'Imperadore col Principe Doria, tornò a Napoli con molte Galee

e grosse Navi, e molta gente. Il Papa ajutò anche l'espedizione,

ed avendo creato Generale della Chiesa Virginio Orsino, gli diede

il comando di ventidue Galee, le quali parimente nel mese di maggio

giunsero al Porto di Napoli.

Sopra queste navi fu imbarcata in Napoli molta gente: il Vicerè Toledo

vi mandò due suoi figliuoli D. Federico e D. Garzia, natigli dalla

Marchesa di Villafranca sua moglie, che nel precedente anno 1534 a' 24

maggio era di Spagna arrivata a Napoli: vi si imbarcarono il Marchese

del Vasto, il Principe di Salerno, D. Antonio d'Aragona figliuolo

del Duca di Montalto, il Marchese di Laino, li Marchesi di Vico, e

di Quarata, li Conti di Popoli, Novellara, di Sarno e d'Anversa,

Scipione Caraffa fratello del Principe di Stigliano, D. Diego de

Cardines fratello del Marchese di Laino, Cesare Berlingiero, Baldassar

Caracciolo, Biase di Somma, Cola Toraldo, Costanzo di Costanzo, ed

altri[7]. Partirono a' 17 maggio alla volta di Palermo, dove raccolte

più navi e gente, s'ancorarono a Cagliari. Sopraggiunse in questa

città l'Imperadore alli 11 giugno con le Galee d'Andrea Doria, e di D.

Alvaro Bazan, Generale della squadra di Spagna, ed in esse quasi tutta

quella Nobiltà; ed a' 13 del medesimo mese fece vela tutta l'armata

numerosissima di 300 vele, da Cagliari alla volta d'Affrica, dove con

prospero vento giunse in tre giorni.

Presa terra a Porto Farina, Cesare diede il baston di Generale al

Marchese del Vasto, con ordine, che tutti l'ubbidissero. Fu investita

la Goletta, ed a' 4 luglio con gran travaglio e morte di molta gente

fu quella presa. I Napoletani si portarono con molto valore; ed

il Principe di Salerno Generale della fanteria Italiana si segnalò

notabilmente: vi morirono il Conte di Sarno e Cesare Berlingiero, il

Conte d'Anversa, Baldassar Caracciolo, Costanzo di Costanzo, Ottavio

Monaco ed altri Napoletani. Fu anche presa Tunisi, cacciato Ariendino

Barosso, fugato Barbarossa, e riposto dall'Imperadore nell'antico

Seggio di quel Regno Muleasser, facendolo suo Tributario, obbligandosi

mandargli per tal effetto ventimila scudi d'oro l'anno e sei cavalli

moreschi.

Non mancò, chi giudicasse questa spedizione di Carlo con tanto apparato

di guerra aver avuto infelice ed inutile successo per poco consiglio di

Cesare, il quale potendosi far assoluto Signore di quel Regno, stimato

da lui cotanto opportuno per salvar dall'incursione de' Turchi i Regni

di Sicilia e di Napoli, e tutte le riviere del Mar Mediterraneo, avesse

con renderselo sol tributario voluto lasciarlo al Re Muleasser. E

Tommaso Campanella in que' suoi fantastici discorsi sopra la Monarchia

di Spagna, non lascia per ciò di biasimarlo, e l'evento dimostrò,

essere questa impresa stata affatto inutile, e senz'alcun profitto;

poichè in discorso di tempo, mal soddisfatti i Tunisini del governo

di Muleasser, aderirono ad Amida suo figliuolo, il quale aspirando al

paterno Reame, non tralasciava l'occasioni di tendergli insidie: di

che il Re insospettito, con imprudente consiglio, prese risoluzione

di partirsi di Tunisi, e venire in Napoli per domandar soccorso ed

ajuto dal Vicerè Toledo. Appena egli partito, Amida coll'ajuto degli

Arabi, e di alcuni principali Mori, occupò il Regno: di che avvisato

Muleasser affrettò il cammino verso Napoli, dove giunto nell'anno

1544, e ricevuto dal Vicerè con dimostrazioni reali, attese ad assoldar

gente; ma non potendosi unirne tanta quanta il bisogno richiedea, il

Toledo non tralasciò d'ammonirlo, che l'impresa dovea riuscirgli di

grandissimo pericolo; poichè, se per riacquistare poc'anzi quel Regno,

fu duopo che l'Imperadore stesso con grossa armata e forte esercito vi

si adoperasse, quale speranza poteva aver egli in quei pochi soldati,

che s'erano uniti, il cui numero non erano più di dumila? Ma il Re

lusingato dalla fede che credeva durare in alcuni suoi Governadori,

volle partire, e giunto alla Goletta, fidandosi nelle parole d'alcuni

Mori, che con inganno gli dissero, che Amida era fuggito da Tunisi, si

mosse con gran fretta a quella volta, dove, appena essendo comparso, fu

assalito dal figliuolo, che ruppe il suo esercito, e rimaso prigione,

lo fece barbaramente accecare. Così si perdè tutto, ed il Vicerè

per tal nuova ebbe dispiacere grandissimo, considerando il danno,

che da tal perdita avea da succedere al Regno: siccome fu, perchè

perpetuamente restò esposto alle prede ed incursioni di que' barbari

corsari.

§. I. _Venuta di Cesare in Napoli._

Disbrigato l'Imperadore dall'impresa di Tunisi, e lasciata fortificata

la Goletta con presidio di Spagnuoli, ed in Tunisi Muleasser reso

suo tributario, a' 17 agosto partì con tutta l'armata per Sicilia.

Il Marchese del Vasto, ed i Principi di Salerno e di Bisignano,

coll'occasione di questo ritorno, fecero grand'istanza a Cesare, che

venisse a Napoli a dimorarvi qualche mese per vedere la bellezza di

questa Città, ed onorarla colla sua presenza. Eran, fra gli altri

stimoli, mossi costoro a desiderar la sua venuta in Napoli, perchè

disgustati col Toledo per cagione del suo rigoroso governo, col quale

teneva abbassata la Nobiltà, potessero con tal congiuntura indurre

Cesare a rimoverlo. L'Imperadore si risolse venire, e giunto ai 20

agosto a Trapani, indi dopo un mese a Palermo, venne poi a Messina.

Passato il Faro si portò a Reggio, e traversando le Calabrie e

Basilicata, dove dalli Principi di Bisignano e di Salerno, siccome

da tutti que' Baroni per li cui Stati passava, gli furono resi onori

grandissimi, giunse a' 21 di novembre a Pietra Bianca, luogo tre miglia

lontano da Napoli.

Entrò poi a' 25 di novembre giorno dedicato a Santa Catarina, con gran

trionfo e celebrità, in Napoli; fu incontrato dalla Città e Clero, e da

infinito numero di Baroni, con gran concorso del popolo. La celebrità

ed apparati di quest'ingresso, le precedenze, l'ordine tenuto, le

pompe, furono descritte con tanta esattezza e minuzia da molti Autori,

che omai se ne trova scritto più di quel che converrebbe. Gregorio

Rosso, che si trovava Eletto del Popolo, quando entrò Cesare a Napoli,

ed ebbe gran parte in questa celebrità, le descrisse minutamente ne'

suoi Giornali. Il Summonte e tanti altri ne empirono più carte; onde ci

rimettiamo in ciò alle Istorie loro.

Non è però da tralasciare ciò che rapporta il Rosso con tal occasione

della venuta di Cesare a Napoli; della pretensione, che mossero i

Titolati del Regno di covrirsi innanzi a lui.

In Ispagna questa prerogativa è riputata la maggiore. I Baroni che si

cuoprono sono Grandi, e coloro a' quali il Re ciò concede, divengono

Grandi di Spagna, onore sopra tutti gli altri grandissimo. I nostri

Re di Napoli non costituirono la grandezza de' loro Baroni in fargli

coprire innanzi di loro, ma ne' titoli di Principi, di Duchi e negli

Ufficj della Corona; ed i Titolati tutti innanzi al Re si coprivano.

Coll'occasione d'essersi negli anni precedenti portato Cesare in

Bologna a coronarsi, essendo accorsi ivi molti Titolati del Regno,

Carlo ne fece alcuni coprire ma non tutti; fra gli altri fece coprire

il Principe di Salerno, il Marchese del Vasto ed il Marchese di

Laino[8]; ma poichè questo accadde fuori del Regno, era in suo arbitrio

far poi ciò che egli voleva.

Ma giunto ora in Napoli, dove come Re di Napoli era stato ricevuto,

pretesero tutti i Titolati del Regno di covrirsi, e d'essere trattati

ed onorati, come facevano gli altri Re di Napoli predecessori di Carlo.

S'allegava ancora un forte esempio del Re Cattolico, il quale, quando

venne a Napoli, fece covrire In sua presenza tutti i Titolati.

Con tutto ciò l'imperadore non volle farlo; poichè trovandosi

introdotto a' suoi tempi, che gli Spagnuoli questa prerogativa l'avean

resa cotanto sublime, che se ne costituì il Grandato di Spagna, dignità

sopra tutte le altre divenuta insigne, e che non si dava se non a'

primi Signori e grandi Capitani, impedirono perciò, che Cesare, per non

avvilirla, facesse tutti covrire.

Narra il Rosso, che il primo, che si pregiudicò a star discoverto

innanzi all'Imperadore, fu il Marchese della Tripalda, l'esempio del

quale fu poi seguitato dagli altri, i quali per non dimostrare di non

volere per ciò seguitare il Padrone, se ne stavano scoverti.

Ma quello, di che i Titolati più s'offesero dell'Imperadore, fu il

dispiacere che lor diede, di far con parzialità covrire alcuni ed

altri no, così in Napoli, come in varie parti del Regno. Si covrirono

i Principi di Squillace e di Sulmona, i Duchi di Castrovillari e di

Nocera, li Marchesi di Castelvetere e di Vico ed il Conte di Conza.

Ben potè essere, che ne facesse covrir altri; ma il Rosso testimonio di

veduta, narra non saper egli più di questi, oltre al Duca di Montalto

disceso da' Re, al Principe di Bisignano, a cui l'imperadore avea anche

dato il Toson d'oro, ed a coloro, i quali s'erano coverti in Bologna e

negli altri luoghi fuori del Regno, che tutti parimente si coprirono.

L'uso di Spagna era, che chi si copre una volta avanti il Re, si copre

sempre; ma di questi Signori, che come Titolati si erano coverti nel

Regno, dice questo Scrittore, che non si sapeva, se fuori del Regno

l'Imperadore l'avrebbe fatti covrire.

Finite le pompe e celebrità dell'ingresso e del giuramento dato da

Cesare nel Duomo per l'osservanza de' privilegj e grazie concedute da

Re predecessori alla Città e Regno, l'Imperadore dimorando nel Castel

Nuovo, luogo destinatogli per sua abitazione, con grande umanità

cominciò a dar udienza a tutti, sentendo le querele e le lamentazioni

di ognuno, particolarmente delle Terre del Regno contra i Baroni loro;

e volendo una Domenica, che fu a' 28 di novembre calare alla Capella

Regia del Castello, insorse una nuova contesa di precedenza; poichè nel

sedere in quella, pretesero i Signori Grandi di Spagna, e quelli, che

s'erano coverti fuori di Spagna a quell'uso, che dovessero precedere

a tutti. All'incontro i Titolati di Napoli pretendevano, che il sedere

dovesse regolarsi all'usanza di Napoli, dove i Titolati precedevano a

tutti; l'Imperadore per toglier ogni briga, ordinò, che affatto nella

Cappella non si ponessero sedili, e tutti coloro, che ci vennero, fece

stare in piedi[9].

Fu dal Toledo trattenuto l'Imperadore in Napoli in continue feste,

giuochi, tornei, giostre e conviti. La Città si vide ornata allora di

personaggi assai illustri; oltre i Signori spagnuoli, il Duca d'Alba ed

il Conte di Benevento e gli altri Signori e Principi del nostro Regno,

i Capitani più famosi e gli altri forastieri di conto, che vennero ad

inchinarsi a Cesare, il Duca d'Urbino, il Duca di Fiorenza, Pier Luigi

Farnese, figliuolo di Paolo III, quattro Ambasciadori de' Vineziani

e D. Ferrante Gonzaga Principe di Molfetta. Ci vennero ancora in

quest'occasione li Cardinali Caracciolo, Salviati e Ridolfi, e vi saria

anche venuto il Cardinale Ippolito de' Medici, se per strada non moriva

in Itri; e trovossi ancora in quel tempo in Napoli D. Francesco da Este

Marchese della Padula. Ma ciò, che la rendeva più augusta e superba,

fu l'adunamento in quest'occasione delle più illustri Dame, fregiate

della più rara beltà e d'altre eccellentissime doti e maniere. Eravi

D. Maria d'Aragona Marchesa del Vasto, donna di singolar bellezza,

di real presenza, e d'ingegno e di giudicio incomparabile, e quasi al

par di lei D. Giovanna d'Aragona sua sorella moglie d'Ascanio Colonna:

D. Isabella Villamarino Principessa di Salerno: D. Isabella di Capua

Principessa di Molfetta moglie di D. Ferrante Gonzaga: la Principessa

di Bisignano: D. Isabella Colonna Principessa di Sulmona: D. Maria

Cardona Marchesa della Padula moglie di D. Ferrante da Este: D.

Clarice Ursina Principessa di Stigliano: la Principessa di Squillace:

D. Roberta Caraffa Duchessa di Maddaloni, sorella del Principe di

Stigliano: D. Dorodea Gonzaga Marchesa di Bitonto: D. Elionora di

Toledo figliuola del Vicerè; e molte altre grandi Signore e Titolate

del Regno. Eravi ancora la famosa Lucrezia Scaglione, la quale ancorchè

non titolata per la sua estrema bellezza, audacia e valore, era sopra

tutte le altre commendata.

Ma mentre l'Imperadore in continui conviti e giuochi si sollazzava

in Napoli, gli venne avviso della morte di Francesco Sforza Duca di

Milano, il quale non avendo di se lasciati figliuoli, decaduto il

Ducato all'Imperadore, mandò Antonio di Leva a prenderne il possesso,

creandolo Governadore di quello Stato. Ciò che fe' accelerare nuove

cagioni di disgusto e di rinovar nuove guerre, e contese con Francesco

I Re di Francia, il quale avuto anch'egli l'avviso di questa morte,

immantenente avea data commessione al suo Ambasciadore che teneva

presso l'Imperadore, di dimandare a Cesare da sua parte il Ducato

di Milano per doversene investire il Duca d'Orleans: di che turbato

l'Imperadore, nè dandogli risposta aggradevole, intese poco da poi,

che il Re di Francia trattava di movergli guerra; e di vantaggio, che

oltre la pretensione promossa per lo Ducato di Milano, avea protestata

la guerra al Duca di Savoia, suo Cognato, con disegno d'invadere il

Piemonte; ed ancorchè apparentemente in Napoli non si tralasciassero

le feste ed i conviti, nientedimeno non mancava l'Imperadore di pensar

seriamente alla guerra, che fra breve avrebbe dovuto fare contra a quel

Re: ed a disporsi a partire da Napoli per Lombardia, ed altrove, dove

cose maggiori lo richiamavano.

§. II. _Il MARCHESE DEL VASTO, ed il PRINCIPE DI SALERNO con altri

Nobili procurano la rimozione del TOLEDO dal governo del Regno._

Ma nella fine di quest'anno si cominciarono a stringere e palesare le

negoziazioni, che finora s'eran tenute occulte, del Marchese del Vasto,

e del Principe di Salerno, con altri Nobili contra il Vicerè per farlo

rimovere dal governo di Napoli. Questo concerto erasi maneggiato fin

da che Cesare era in Sicilia, e nel viaggio, tanto il Marchese, quanto

il Principe non mancarono di far efficacemente le parti loro, con

dipingere il suo governo per troppo aspro e rigoroso, e non confacente

a quel Regno, insinuandogli che dovesse levarlo; ma questi ufficj

niente valsero, sapendo Cesare onde veniva la cagione di tal odio,

e di quelli n'era stato anche ben avvisato il Toledo; poichè giunto

l'imperadore a Napoli, veduto il Vicerè, narrasi, che gli dicesse:

_Siate il ben trovato Marchese; e vi fo sapere, che non state tanto

grasso, come mi è stato detto_. Al che sorridendo il Vicerè facetamente

rispondesse: _Signore, io so bene che V. M. abbia inteso, che io sia

divenuto un mostro, però non son tale_. Non tralasciarono ancora di

muovere alcuni popolari, perchè col pretesto di due gabelle imposte,

e del suo rigore, chiedessero a Cesare, che lo rimovesse; ed aveano

già tirato dal lor canto _Gregorio Rosso_, Eletto del Popolo, il quale

perciò ne' suoi Giornali non molto favorisce il Toledo, e non mancò di

far le parti sue; poichè egli stesso racconta, che ai 26 novembre di

quest'anno 1535 fu fatto chiamare dall'Imperadore, da cui fu domandato

delle condizioni del Popolo Napoletano, e che cosa avrebbe potuto fare

in beneficio del medesimo. La sua risposta fu, ch'era fedelissimo,

ed amantissimo della sua Corona, e che per mantenerlo soddisfatto

e contento non ci bisognava altro, che mantenerlo abbondante, senza

angaria, e che ogni uno mangi al piatto suo, con la debita giustizia, e

che stava per ultimo assai risentito e disgustato, per le nuove gabelle

poste dal Vicerè. Questa giunta, com'egli stesso dice, fu cagione,

che il giorno seguente fosse levato d'Eletto, e rifatto in suo luogo

_Andrea Stinca_ Razionale di Camera, persona dipendente dal Vicerè.

Ma non perciò s'arrestarono i suoi rivali. Nel principio del nuovo anno

1536, Carlo per ricavar qualche frutto dalla sua venuta in Napoli, fece

agli 8 di quel mese intimare un Parlamento nella Chiesa di S. Lorenzo,

ove in sua presenza ragunati i Baroni e gli Ufficiali del Regno, espose

egli di sua propria bocca i bisogni della Corona, e che per sicurezza

del Regno e per le nuove guerre, che se gli minacciavano dal Turco e

dal Re di Francia, bisognava sovvenirlo. Il giorno seguente ragunati

di nuovo i Baroni, conchiusero in onore di Cesare, senza misurar le

forze del Regno, più tosto per vanità e fasto, che per altro, di fargli

un donativo di un milione e cinquecentomila ducati, donativo in niun

tempo, nè in Napoli, nè altrove, giammai inteso e così sorprendente, e

di somma cotanto immensa ed esorbitante, che l'istesso Cesare, vedendo

l'impossibilità dell'esazione, bisognò, che loro facesse grazia di

rimetterne ducati cinquecentomila, e contentarsi d'un milione[10].

Si giuntarono spesso i Deputati in San Lorenzo per trovare il modo

della soddisfazione, e si determinò, che dovessero pagare i Baroni tre

adoe, ed il rimanente i popolari. Parimente s'unirono per consultare

quali altre nuove grazie e privilegi dovessero, in ricompensa di

tanta profusione, cercare a Cesare. Se ne concertarono molte, e

perchè questa Deputazione era maneggiata da Nobili, si pensò con

tal opportunità chiedere a Cesare la remozione del Vicerè. Ma perchè

dimandandogliela alla svelata, oltre al poco decoro del Ministro, eran

certi di riceverne una ripulsa; fu proposto fra le cose principali, di

dimandare in grazia all'imperadore di far rimuovere tutti i Ministri,

così maggiori, come minori, per includervi con ciò anche tacitamente il

Vicerè. A questa proposizione per se stessa imprudentissima, ancorchè

vi concorressero la maggior parte de' Deputati Nobili, si opposero

il Duca di Gravina, il Marchese della Tripalda, Cesare Pignatello e

Scipione di Somma. Ma sopra tutti fortemente ripugnarono Andrea Stinca

Eletto del Popolo, e Domenico Terracina, che, per essere stato Eletto

negli anni precedenti, era stato fatto anche Deputalo del Popolo. Per

ciò non si conchiuse niente, e furonvi gravi contese tra 'l Marchese

del Vasto e Scipione di Somma, che vennero fra di loro sino a parole

ingiuriose e piene di contumelie[11].

Mentre che queste cose si dibattevano in S. Lorenzo, l'Imperadore si

tratteneva in quel Carnovale in feste, giuochi e maschere; ed una sera

accompagnandolo il Marchese del Vasto, mentre si ritirava al Castello,

postosegli vicino, gli esagerò per molte ragioni quanto compliva al

suo servizio di levare il Toledo dal governo di Napoli; ma comprendendo

dalle risposte dell'Imperadore, che avea poca voglia di levarlo, prese

resoluzione di non andar più alla Deputazione a San Lorenzo, ma andarlo

sol servendo nelle feste e giuochi, che ogni giorno si facevano.

Ciò che riuscì di gran servizio del Vicerè, perchè non venendo alla

Deputazione più il Marchese, s'intepidì il suo partito; anzi l'Eletto

Stinca ed il Deputato Terracina, sapendo gli ufficj fatti dal Marchese

con Cesare contra il Toledo, andarono a parlare all'Imperadore, e

introdotti, l'Eletto Stinca cominciò ad esagerare a Cesare, che i

Nobili intanto si sforzavano far ogni opra con S. M. perchè rimovesse

il Toledo, perchè sono stati sempre soliti di opprimere e vilipendere

il Popolo: che la loro insolenza era giunta a tanto, che maltrattavano

non solo il Popolo Napoletano, ma i Capitani di guardia ed i Ministri

di Giustizia: che tenendo uomini facinorosi ne' Portici delle loro

Case, non temevano perseguitare molti, con straziarli ed insin ad

uccidergli: toglievano a forza dalle mani della giustizia i ribaldi,

ritenevano nelle loro case uomini facinorosi: i poveri artigiani non

erano pagati delle loro fatiche, anzi con ingiurie e ferite malmenati;

ma ora, che il Toledo avea estirpate queste tirannidi, con aver riposta

la giustizia al suo luogo, per ciò i Nobili si movevano a rifiutarlo;

che se sarà levato, tosto si tornerebbe all'antiche depressioni ed

abusi.

Queste parole, che trovarono l'animo ben disposto di Cesare, lo

fecero maggiormente confermare nella opinione di non rimoverlo; laonde

certificato del vero, acciò non rimanesse in cos'alcuna macchiata la

riputazione di quel Ministro, volle che per mezzo suo, anche stando

egli in Napoli, tutto si facesse, e per le sue mani passassero tutti

gli affari più gravi, e ricolmollo di più favore, che prima. E poco da

poi, affrettandosi tuttavia il suo ritorno, nel partir poi da Napoli

per Roma, lo lasciò con maggior autorità di prima. E con ciò terminata

la Deputazione in S. Lorenzo, non si pensò più a questo, ma concertati,

e conchiusi 31 Capitoli e Grazie, che si doveano cercare a Cesare

per la Città di Napoli, e 24 altre in beneficio d'alcune province e

particolari, furono quelle dall'Imperadore nel nuovo Parlamento, che

in sua presenza si tenne a S. Lorenzo, a' 3 di febbrajo di quest'anno,

concedute, le quali ora si leggono infra i Capitoli della Città e Regno

di Napoli, conceduti dagli altri Re suoi predecessori[12].

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8 · 第 5 / 54 题