Francia in condizione d'insetto, e poi la risucchiò; adesso torna, pieno
di speranza, a ordire la sua tela per riagguantare la mosca morta....
Almeno Belzebub era il demonio delle mosche vive! Anco co' denti fradici
si mangia, anco con la viltà si campa, anco allo strepito delle
maledizioni assuefannosi le orecchie, e si dorme: uomini siffatti prima
di ogni altra cosa vogliono vivere, ed a ragione; curano la materia,
perchè sono e sentono essere _totalmente ed unicamente_ materia.
*
Con lo amore si cammina a gran giornate, e poichè il conte Ludovico ed
Eponina si amavano senza incontrare ostacoli, potete immaginare voi se
la macchina scivolasse a tutto vapore. Però bisogna dire che lo amore di
questa non fosse uguale in tutto e per tutto allo amore di quello; la
differenza chi sapeva cercarla la trovava. Era l'amore di Eponina amore
di conquista e trionfale; amore, che nato appena, squassato l'arco
gridò: «Valgo, e voglio regnare solo»: amore, che di ogni fiore fece
ghirlanda ed anco, pur troppo, di ogni pruno siepe; amore, di quelli che
alternano il nudrimento con desiderii terreni e con aspirazioni divine:
simili alla rondine, la quale rasenta la terra per terminare la sua
curva in mezzo dei cieli, essi pigliano per volare le ali in presto così
dalle passioni come dallo ingegno e dai talenti; che la rondine anco
quando rade la terra vola, e lo amore posandosi sulla materia alia
impaziente a levarsi più in alto: però Eponina se avesse voluto spegnere
il suo amore avrebbe potuto; certo le sarebbe stato mestieri pigliarsi
il cuore e adoperarlo a modo di pietra per ischiacciargli il capo, ma lo
avrebbe potuto: Ludovico all'opposto, quando pure avesse voluto, non
avrebbe potuto per propria virtù; ma, in forza d'impulsi esterni,
avrebbe potuto, anco senza volerlo. Natura da _paternostro_, la quale
non si ripromette resistere alle tentazioni, ma si raccomanda
quotidianamente a Dio per non essere _indotto in tentazione_.
La madre Isabella invece di temperare gli ardori della figliola, gettava
legna sul fuoco, e poi ci soffiava dentro: se l'avessi a dire proprio
come la penso, io per me credo, che _mutatis mutandis_ (per valermi
dello stile dei notari) ella fosse invaghita del contino Anafesti, poco
meno di Eponina. O come mai? Ordinariamente la va così; garbavano alla
Isabella i modi del contino, spruzzati in pelle in pelle di nobilesca
albagia, il suo fare amabilmente contegnoso, la grazia della persona, lo
incesso, la parola, il volto, e tutto, perfino il _balbutire_, vizio col
quale i gentiluomini di razza manifestano la propria virtù. Isabella, a
fine di conto, popolana nacque, e venne educata da pari sua: però tu che
leggi, se sei popolano, devi confessare che grande è la potenza dei
titoli sopra i cervelli popoleschi..... e sul tuo.
Quando un popolano pesta le mani ed i piedi gridando _uguaglianza_, per
ordinario non gli do retta, imperciocchè io pensi che uguaglianza gli
appetisca sì, ma a patto di diventare co' marchesi marchese. Allorchè tu
presenti al popolano un conte, quantunque spiantato, tu, il più delle
volte, lo miri, confuso per non saperlo onorare abbastanza, facendogli
di berretta, e profondendogli inchini: caso mai il popolano od abbia, o
si immagini avere l'amicizia di un titolato, tu lo udrai ricordare a
tutto pasto il suo amico barone, o conte, o marchese, od anco cavaliere
scusso. Là dove il popolo è condannato a starsi terra terra, come la
porcellana, urla _uguaglianza_; se avvenga poi ch'ei si alzi un
sommesso, lo proverai superbo come tutti i servi diventati padroni. E tu
che mi leggi, ricorda come un popolano, anzi plebeo, erpicato un dì nei
Consigli della Corona, a mo' di zucca sopra la pergola, immaginasse la
vendita dei titoli di nobiltà, e ne prescrivesse la tariffa: egli pose a
prezzo l'onore, nella stessa guisa che la Curia romana ci aveva messo il
paradiso con la vendita delle indulgenze: così mentre la nuova nobilea
niente acquista che turpe non sia, la vecchia perde il pochissimo lustro
che le avanza.
Una volta l'antica nobiltà era in parte rispettata, e col manto orrevole
di fodera di vaio spelacchiata, tanto la sua figura la faceva; adesso la
nuova, infagottata nei mantelli, col soppanno di pelle di gatto di
fresco scorticato, pone parecchia buona gente in sospetto della propria
pelle. Un dì i nobili vecchi disprezzavano i nuovi, e non a torto: oggi
i vecchi ed i nuovi si disprezzano vicendevolmente, e a ragione. Una
volta i nobili vecchi mandavano fuori a correre il palio titoli e
servitù, i nobili nuovi ci hanno aggiunta una puledra che si chiama
_Rapina_. Affermano che il Giusti (il gran cantore toscano, che dal
bellico in giù fu _moderato_ e dal bellico in su _rivoluzionario_, fiera
divina[30]), quando cantò di un pirata in cappamagna, pigliasse la mira
sopra un tale dei tali, per me credo ch'egli intendesse bersagliare
tutta la classe dei pubblicani.
[30] Parini, ode _Educazione_.
Napoleone I, magno conoscitore dei peccati umani, che forse poteva
curare da Dio ed invece volle approfittarsene da tiranno, fomentò il
guazzabuglio fra la nobilea viziosamente spiantata e la nobilea
colpevolmente arricchita; e travasando fanciulle plebee con grosse doti
sulle famiglie feudali, diceva che a cotesta maniera bisognava
_letamare_ l'antica nobiltà sterilita.
Certo, non può negarsi, e' ci ha di quelli i quali si mostrano e sono
alieni davvero da siffatte distinzioni artificiali, ma se tu la
squattrini pel sottile, troverai che a ciò li conduce non mica amore di
uguaglianza, bensì studio di non vedersi menomata la legittima
disuguaglianza da essi ottenuta per opere eccelse o di mano o d'ingegno,
nè vada confusa con la turpe disuguaglianza venduta a tariffa _che del
vile anco è fregio_[31].
[31] Parini, id.
Eccetto questo caso che, raro sempre, ogni dì più si stema, titoli e
croci non furono mai tanto agognati quanto in questi tempi di fior di
democratici, e dai repubblicani larghi di cintura più che più,
i......... informino.
*
I nostri amanti non si erano promessi con parole di legittimare
l'affetto onde si sentivano presi davanti il prete od il notaro, perchè
nell'amore quando è di quello buono, ciò che parla meno sono le parole:
con gli occhi, col sorriso, col tremito, con gli effluvi della persona
se lo dicevano e promettevano sempre. O chi avrebbe voluto contrastarlo?
Ed anco volendo, o chi lo avrebbe potuto? La signora contessa, madre di
Ludovico, lo amava troppo per pensare nè manco per sogno a far cosa che
gli tornasse molesta, cotesti non sono tiri da mamme amorose, massime se
di figli unici; certo ella aveva preso lingua e le sarebbe stato caro di
concimare con più letame plebeo, che non avrebbe potuto Eponina, la sua
casa sfruttata, ma poi _fiat voluntas tua_. E quanto a babbo Marcello,
non ci si pensava neppure; di tante cortesie lo colmava, tanto
volentieri con lui si tratteneva, che si giudicava sicuro dovesse
parergli toccare il cielo col dito accasando la sua cara figliuola con
Ludovico. O non ci è un arnese che ci prenunzia il tempo cattivo?
Sicuramente che ci è, e parecchi lo serbano in casa sotto forma di
cappuccino, il quale quando la stagione mette al vento o al piovoso, si
incappuccia, e se al buono, scapucciasi. Ora domando io o perchè non
potrebbe essere corredata del suo barometro anche l'anima? O che
difficoltà! Per me non ce ne vedo alcuna. Ma chi lo ha visto? Come è
egli fatto? Chi lo fabbrica? Oh! se non si vede si sente. Quanto al
fabbricante mi prevarrò dell'arguzia subalpina del ministro Galvagno:
_Rispondo che non rispondo_. Lepidezza di cui rimase sbigottito quel
desso che la profferì, e parve prodigiosa tanto là nelle parti del
Piemonte, che il Municipio di Torino deliberò conservarla
nell'acquavite, allato ai feti mostruosi, dentro il Museo di Storia
naturale.
Fatto sta, che mal sonno aveva dormito Eponina, ed Isabella peggio:
entrambe si erano alzate di pessimo umore: fin lì avevano trascurato le
squisite mondizie della persona, loro cura e delizia. Eponina trascurò
il pappagallo, che indarno ripeteva indiavolato: _Eponina! Eponina!_
Isabella pestò la zampetta al suo _Cialì_: la prima erasi versato
addosso la tazza del caffè, l'altra aveva rotto una caraffa di
cristallo. Tutto insomma presagiva un giorno _uzziaco_. Con sospiro
affannoso le donne aspettavano la posta del mattino, dacchè Ludovico,
quantunque passasse la serata a veglia in casa Marcello, pure prima di
coricarsi scrivesse una epistola erotica, breve o lunga, conforme gli
frullava, e la faceva impostare, ovvero usciva ad impostarla egli
medesimo, onde la fanciulla dell'animo suo la ricevesse la mattina per
tempo: ghiribizzi d'amore.
Queste lettere specificano a parte a parte.... Rassicurati lettore; io
non vo' dirti davvero che cosa e come dicessero; ho fatto per metterti
paura: tu pure ne avrai scritte, rammentale, ed immagina che quelle del
conte non saranno state più argute nè più sceme delle tue: piacevano a
chi le dettava, piacevano a cui le riceveva; contenti loro, contenti
tutti....
— Eccolo! Eccolo! — esclamò Eponina dalla finestra dove si era
affacciata. — Dio mio! fanno la leva dei gottosi per fornire di
fattorini la posta.... è uno scandalo.... ne vo' scrivere al
Barbavara.... ed occorrendo anco al ministro.
Credo inutile dire che il fattorino non era neppure di leva pel servizio
militare, mancandogli giusto otto mesi a compiere venti anni, e lesto in
gamba così da dare tre punti a Mercurio, e le linguaccie dicevano che la
prestezza non era la sola qualità da lui posseduta in comune con
Mercurio.
Il pacchetto è consegnato alla portinaia; questa, punta dalla padrona,
lo porta su di volo: Eponina in capo di scala glielo strappa di mano e
riscontrando foglio per foglio mormora:
— Giornali.... anco giornali.... maledetti quanti giornali vivono al
mondo! (e per questa volta dalla maledizione non rimase escluso veruno,
nemmeno la _Novità_ del Sonzogno, che la Eponina come patriotta
preferiva a qualunque altro giornale di mode parigino).... Lettere per
papà.... una per te, mammà.... per me nulla, o Dio! Nulla per me.
E la povera giovane sarebbe stramazzata sul pavimento, dove pronta al
soccorso non l'avesse accolta nelle sue braccia la madre: se non che di
corto ripigliava animo come sicura di non potere essere dimenticata, nè
s'ingannò, che scorso un quarto d'ora appena, la cameriera discreta
accostandole le labbra all'orecchio ci susurrò:
— Gaspero l'aspetta di là, in sala, per consegnarle una lettera del
padrone nelle sue proprie mani.
— Che novità son queste! Ditegli che venga qua.
— Gliel'ho già detto, e mi ha risposto avere ordine di parlare a lei
sola.
Eponina ansando va a pigliare la lettera; sul punto di aprirla nota come
Gaspero, dopo fatto un profondo inchino, accennasse a svignarsela, onde
ella imperiosamente gli comandò: — Non vi movete. E Gaspero di cui il
mestiere era obbedire si fermò, perchè tra l'ordine del padrone un po'
stantio, e quello della Eponina fresco fresco nella cronologia della
obbedienza, prevaleva l'ultimo. Eponina con una ondata di virtù visiva
lesse di un tratto:
«Amor mio!
«Che io ti ami non importa dirtelo; chè tu conosci quanto me, forse
meglio di me, che sono cosa interamente tua; quando pure volessi non
potrei dimenticarti, e tu sai se io lo voglia; eppure una terribile
necessità mi stringe la gola sforzandomi a lasciarti. Io mi conserverò
intero all'amor mio, perchè il mio amore è il mio cuore; ma sarei
peggio, che tristo se pretendessi, od anco ti consigliassi a respingere
gli omaggi che ti verranno fatti da altri certo non più devoti, ma più
fortunati di me, Eponina di una cosa ti supplico, ed è non credere verbo
di quanto ti verrà fatto udire a carico dell'onor del tuo Ludovico. Per
le ossa del padre mio, per la vita della madre mia, per l'amor nostro,
io ti giuro che la colpa altrui mi precipita in questa desolazione.
Mentre tu leggerai questa lettera, Milano avrà avuto da me l'ultimo
addio».
— Ho capito — disse imperturbata Eponina e fissando di un tratto gli
occhi dentro gli occhi di Gaspero gli domandò:
— E quando parte il vostro padrone?
Il servo preso così a soqquadro rispose:
— E' non me l'ha anche detto.
— Dunque si trova in casa?
— Oh! no signora, egli è partito.
Allora Eponina, abbrancato con incredibile violenza Gaspero pel petto,
gridò:
— Guai a te se mentisci! Chè dalle tue bugie può uscirne un precipizio,
che i tuoi occhi non basterebbero per piangere; dove si trova in questo
momento Ludovico?
Il servo, conquiso dagli sguardi di Eponina, terribili di amore e di
furore, come persona costretta dal fascino, rispose: — In coscienza io
non lo so, uscì di casa stanotte, e non lo abbiamo visto più. La signora
contessa mi ha ordinato piangendo di fare i bauli per un viaggio lungo e
di portarli a Venezia; la mia partenza è stabilita a stasera per
l'ultima corsa della ferrovia.
— Prendi e bevi — disse Eponina porgendogli una moneta, e l'altro
corrucciato respingendola soggiunse:
— Nè prendo, nè bevo.... palesando il segreto del mio padrone ho
commesso errore, ed ora vuole ella col suo danaro convertirmelo in
colpa?
— Hai ragione, scusa, va'.
Eponina tornata alla madre la mette a parte del successo, e a lei, che
si confessava povera di consiglio, risolutamente favella:
— Madre mia, qui il tempo stringe, e come vedi lo indugio piglia vizio,
io non voglio nè posso essere di altri che di Ludovico; nel mio amore
sta la mia vita; divisa da lui, o ammattisco, o mi ammazzo: le parole
non montano; andiamo a trovare papà, e facciamo in modo ch'egli
acconsenta subito al mio matrimonio con Ludovico; ottenuto il consenso
paterno, lascia a me il pensiero di scovar lui; ci uniremo e poi
partiremo insieme, dacchè io intenda partecipare come moglie alle sue
ree del pari che alle sue prospere fortune.
I gesti e i detti di Eponina soggiogavano, e poi la madre conosceva a
prova l'arduo volere di lei, sicchè estimando ogni opposizione vana, si
piegò ad accompagnarla nello scrittoio del padre.
Ivi rinvennero Marcello, il quale seduto davanti al banco si reggeva la
testa con le mani, in atto di leggere un foglio; da più di un'ora ci
teneva gli occhi su, e una volta in fondo, tornava da capo; al comparire
della moglie e della figlia, tolse via con precipitazione il foglio, che
si ripose in tasca, nel mentre che co' cenni invitava le donne ad
assettarsi: il suo volto era torbido, e taceva; sarebbe toccato a
Isabella incominciare, ma sì, tentava rinvenire il bandolo della
matassa, e non ci riusciva; allora, come sempre, risoluta Eponina prese
a favellare: brevi le sue parole e quasi incise sopra metallo; la voce
stessa rendeva il suono che esce dalle vibrazioni di una corda
metallica.... ma ahimè! non corda di metallo, bensì la più delicata fra
le fibre del suo cuore mandava fuori quel suono infelice. La udì
Marcello, con sembiante di mano in mano più triste; quando ella ebbe
finito il suo discorso, il padre esitò, gli balenarono gli occhi, aperse
le labbra per parlare, ma, appena ne fu uscito un suono inarticolato, le
richiuse; tuttavia gli occhi di Eponina, fitti sopra Marcello,
scottavano; non ci era verso da sottrarsi alla risposta, ond'egli
all'ultimo cupamente sentenziò:
— Prima di saperti moglie a costui io vorrei vederti morta.
— Perchè?
— Tanto ti basti, Eponina, e non costringermi ad affliggerti e ad
affliggermi di più; a questo pensa, che il padre piglia cura della
felicità e della fama della sua figliuola per lo meno quanta ce ne può
pigliare la figliuola stessa.
— E tu, padre, rammenta che io ho coscienza, che io ho volere, e non
posso commettere al giudizio altrui ciò che è sostanza dell'anima mia;
riconosco in te l'autorità di chiarirmi e di consigliarmi, ma volere e
pensare spettano a me.
— E pure bisogna che per questa volta sia così. La causa che mi fa dire
venne confidata all'onore di tuo padre; pretenderesti tu che io mancassi
al mio onore?
— Bisogna.... bisogna... — mormorava Eponina.
E il padre di rincalzo: — E il suo celarsi e il fuggire dello sciagurato
non ti dice nulla, figlia mia?
— Nulla, però che io sappia come noi altri cristiani adoriamo un
innocente, che fu lacerato ed infamato con la morte degli schiavi.
— Eponina! — esclamò il padre, ed aperse le braccia: la figliuola vi si
gettò dentro, ma non piansero, non aggiunsero parola. Tutto quello che
potevano dirsi, si erano detto.
*
Da parecchi giorni Ludovico Anafesti si trova a Vienna sotto nome
mentito. Senza amicizie, mal pratico del paese, ignaro della lingua
tedesca, non bene fornito a danari, erasi ridotto a stare nel primo
albergo che gli avevano proposto, e quivi viveva di pessima voglia
struggendosi nell'angoscia; pur troppo lo premeva il male e lo
spaventava il peggio. Dalla madre fin qui veruna lettera: mandava
Gaspero due o tre volte il giorno alla posta, e quando il servo dopo
breve ora tornando gli annunziava da lontano: _Niente!_ il capo gli
cascava giù peso sul petto come se glielo avessero empito di piombo, a
mo' che fece il plebeo Settimuleio con quello del suo amico Caio Gracco.
Per ordinario il giovine taceva; però di tratto in tratto lo spasimo che
lo lacerava gli faceva forza a lamentarsi con parole tronche, nelle
quali ricorrevano spesso i nomi di Eponina e della madre: imprecava al
destino che lo aveva forzato ad abbandonare questi unici amori
dell'anima sua: aggiungeva poi non so che di generosità sprecata..... di
condizione insopportabile..... dando in certa guisa a divedere che
l'immane sacrifizio incominciava a pesargli.
— Senza colpa nè peccato ho perso tutto, — egli diceva — casa, nome,
patria, madre ed Eponina, che a quest'ora, o non pensa a me, o con
orrore ci pensa.... Oh! se tu sapessi quanto patisco per te.... tu mi
saresti accanto a temperarmi il fiele che bevo.... Io non sono avvezzo
al dolore, e questo è troppo, ed incomincia adesso.
Gaspero da dieci minuti gli stava impalato davanti, aspettando la
occasione opportuna per favellargli, la quale parendogli ora venuta
incominciò:
— Il padrone della locanda, signor Bruksteiner, persona garbata, mi ha
messo a parte essere uso di questa locanda regolare il conto co'
forestieri che si fermano una volta in capo a dieci giorni; al quale
effetto....
E gli porgeva la nota: Ludovico ci getta gli occhi sopra, e vede che
ella sommava niente meno che a cinquanta fiorini, ond'è che rendendola a
Gaspero, lo avvertì languidamente:
— Gaspero, paga e poi procura subito di trovarmi un albergo di cui il
padrone sia meno garbato, ma più discreto, chè, andando avanti di questo
passo, in poco più di un mese mi troverei al verde.
— O la signora contessa non le diede le gioie? Forse a Vienna le gioie
costano come ghiaie?
— O Gaspero, tu ti hai a rendere capace come nella vendita delle gioie,
quando si scapita un terzo si scapita poco; che se caschi in mano al
giudeo, il quale di questi commerci si è imposto, e noi lo sopportiamo
tiranno, fa' conto che s'ei non le giudicherà ghiaiottoli, la batterà di
lì: e poi io tengo sacri questi ornamenti materni, e sebbene comprenda
che un giorno o l'altro mi toccherà a venderli, pure io sentirei rimorso
ad affrettare la necessità di disfarmene.
Gaspero, provvisto di tanti bei marenghi d'oro, andava alla volta del
locandiere garbato, nè stette molto a tornarsene tutto raggiante verso
il suo padrone, nel cavo della mano manca stringeva tuttavia i marenghi
di Ludovico, e con la destra agitava un borsellino di moneta; era fuori
di sè dall'allegrezza (perchè se il vino letifica il cuore dell'uomo, a
mille doppi lo esalta il danaro, col quale si compra e vino e pane e
carne e ogni altra cosa) e con voce che aveva preso l'argentino del
metallo ragguagliava il padrone, come il sig. Bruksteiner, proprietario
della locanda l'_Aquila Imperiale_, avesse in quella stessa mattina
ricevuta la somma di franchi duemila da consegnarsi al signor Giulio
Bonatti; ond'è, che prelevatine duecento in saldo del conto, gliene
contava milleottocento, dei quali, pregava gli facesse un bocconcino di
riscontro, per sua regola.
— Ma io non li aspettava....
— In coscienza, signor Ludovico, che sia benedetto, le pare questa una
buona ragione per rifiutarli?
— Non ho detto questo: temo ci sia equivoco e non vorrei....
— In quanto a questo, dorma fra due guanciali; il signor Bruksteiner ha
scritto sopra i suoi registri, e l'ho visto io con questi occhi
veggenti: _Ricevuto da M. Hans Kreutzer franchi duemila in oro da
passarsi al signor Giulio Bonatti, n. 8_. Tante cose ci tocca a
pigliare, che non aspettiamo e che non vorremmo pigliare, che la sarebbe
bella respingere i quattrini, che pigliamo più che volentieri. Dia retta
a me, li pigli addirittura, chè per me, mi pare di vederlo, li manda la
sua signora madre.
— No, Gaspero, non vengono da mammà; me lo dice il cuore; non mica
perchè non volesse, ma perchè temo, poveretta! che non possa.
— O chi vuole che, a questi lumi di luna, mandi a spasso duemila
franchi, se non è la madre?
— Sta' zitto; pochi amori vincono quello della madre, pure ve ne ha uno
che vince anco lui.
*
Compiacetevi ripassare le Alpi e tornar meco a Milano. Eponina è
sparita. Dopo le novissime parole favellate col padre suo, ella parve
tranquillarsi: alla madre, che blanda industriavasi consolarla, rispose:
— Non fa caso; vedi, io non mi sgomento; ho fede nella innocenza del mio
sposo Ludovico; e il tempo la chiarirà.
Convenne a mensa insieme con gli altri; certo, se si dicesse che il
pranzo fu lieto, sarebbe bugia, ma nè anco fu tristo come si presagiva:
più confusi degli altri apparvero Marcello ed Isabella, i quali,
quantunque amassero del pari tutti i loro figliuoli, pure della Eponina
andavano orgogliosi, però ebbero caro che, terminato il pranzo, ella
proponesse di recarsi a veglia dalla signora Claudia tanto per
isvagarsi.
— Va' pure, le dissero a coro i parenti, e fa' di cacciare i tristi
pensieri, pensando che dopo il tempo cattivo ne viene il buono.
Tu ti rammenti sicuramente, mio diletto lettore, di donna Claudia? La
zia _biscottina_ del rompicollo il quale poneva ogni sua speranza, per
rammendare gli strappi fatti nel proprio patrimonio, nella eredità di
lei? Questa signora abitava un quartiere nel medesimo palazzo dove aveva
stanza Marcello. La signora Claudia in gioventù coltivò parecchie
maniere di amori; il suo cuore era un porto capace per tutti; nella
lunga navigazione della vita aveva dovuto far getto ora di questo ora di
quell'altro amore, ma però ne aveva conservati due più preziosi di
tutti, co' quali costa costa ella si augurava riparare in braccio alla
divina provvidenza, voglio dire, l'amore dei biscottini con la
cioccolata e quello di santa madre Chiesa, la quale, come ognuno sa, è
sposa legittima di Gesù Cristo, redentore nostro. Costei era un po'
maligna, un po' linguaggia, anco un zinzino scandalosa; la tacciavano
altresì di avarizia, ma per acquistarsi la gloria del paradiso non
intendeva miserie, sparnazzava alla grande; del rimanente pulita come
una gatta, bella favellatrice e dama di tratto signorile; si mostrava
svisceratissima per la Isabella, che assai aveva usanza con le figliuole
in casa sua, e la signora Claudia accoglieva tutte con festa, ma sua
delizia era Arria. Questa ogni dì per non poche ore se ne stava allato a
lei, ed ella l'ammaestrava nell'arte del ricamo in seta ed in oro, nel
fabbricare fiori artificiali e a miniare Gesù bambino e i santi, cose
tutte nelle quali riputavasi ed era certamente valentissima.
Arria, secondo il consueto, in cotesto dì, dopo le nove di sera tornò
alla casa paterna: interrogata perchè non fosse venuta seco Eponina,
ebbe a rispondere non averla veduta dal pranzo in fuori, nè in casa
della signora Claudia esserci punto stata: dapprima crederono che
parlasse per celia, ma e' fu uno istante, chè tosto subentrava la
dolorosa realtà.