E l'uomo ragnatelo, che fu Napoleone III, il quale prima ridusse la

Francia in condizione d'insetto, e poi la risucchiò; adesso torna, pieno

di speranza, a ordire la sua tela per riagguantare la mosca morta....

Almeno Belzebub era il demonio delle mosche vive! Anco co' denti fradici

si mangia, anco con la viltà si campa, anco allo strepito delle

maledizioni assuefannosi le orecchie, e si dorme: uomini siffatti prima

di ogni altra cosa vogliono vivere, ed a ragione; curano la materia,

perchè sono e sentono essere _totalmente ed unicamente_ materia.

*

Con lo amore si cammina a gran giornate, e poichè il conte Ludovico ed

Eponina si amavano senza incontrare ostacoli, potete immaginare voi se

la macchina scivolasse a tutto vapore. Però bisogna dire che lo amore di

questa non fosse uguale in tutto e per tutto allo amore di quello; la

differenza chi sapeva cercarla la trovava. Era l'amore di Eponina amore

di conquista e trionfale; amore, che nato appena, squassato l'arco

gridò: «Valgo, e voglio regnare solo»: amore, che di ogni fiore fece

ghirlanda ed anco, pur troppo, di ogni pruno siepe; amore, di quelli che

alternano il nudrimento con desiderii terreni e con aspirazioni divine:

simili alla rondine, la quale rasenta la terra per terminare la sua

curva in mezzo dei cieli, essi pigliano per volare le ali in presto così

dalle passioni come dallo ingegno e dai talenti; che la rondine anco

quando rade la terra vola, e lo amore posandosi sulla materia alia

impaziente a levarsi più in alto: però Eponina se avesse voluto spegnere

il suo amore avrebbe potuto; certo le sarebbe stato mestieri pigliarsi

il cuore e adoperarlo a modo di pietra per ischiacciargli il capo, ma lo

avrebbe potuto: Ludovico all'opposto, quando pure avesse voluto, non

avrebbe potuto per propria virtù; ma, in forza d'impulsi esterni,

avrebbe potuto, anco senza volerlo. Natura da _paternostro_, la quale

non si ripromette resistere alle tentazioni, ma si raccomanda

quotidianamente a Dio per non essere _indotto in tentazione_.

La madre Isabella invece di temperare gli ardori della figliola, gettava

legna sul fuoco, e poi ci soffiava dentro: se l'avessi a dire proprio

come la penso, io per me credo, che _mutatis mutandis_ (per valermi

dello stile dei notari) ella fosse invaghita del contino Anafesti, poco

meno di Eponina. O come mai? Ordinariamente la va così; garbavano alla

Isabella i modi del contino, spruzzati in pelle in pelle di nobilesca

albagia, il suo fare amabilmente contegnoso, la grazia della persona, lo

incesso, la parola, il volto, e tutto, perfino il _balbutire_, vizio col

quale i gentiluomini di razza manifestano la propria virtù. Isabella, a

fine di conto, popolana nacque, e venne educata da pari sua: però tu che

leggi, se sei popolano, devi confessare che grande è la potenza dei

titoli sopra i cervelli popoleschi..... e sul tuo.

Quando un popolano pesta le mani ed i piedi gridando _uguaglianza_, per

ordinario non gli do retta, imperciocchè io pensi che uguaglianza gli

appetisca sì, ma a patto di diventare co' marchesi marchese. Allorchè tu

presenti al popolano un conte, quantunque spiantato, tu, il più delle

volte, lo miri, confuso per non saperlo onorare abbastanza, facendogli

di berretta, e profondendogli inchini: caso mai il popolano od abbia, o

si immagini avere l'amicizia di un titolato, tu lo udrai ricordare a

tutto pasto il suo amico barone, o conte, o marchese, od anco cavaliere

scusso. Là dove il popolo è condannato a starsi terra terra, come la

porcellana, urla _uguaglianza_; se avvenga poi ch'ei si alzi un

sommesso, lo proverai superbo come tutti i servi diventati padroni. E tu

che mi leggi, ricorda come un popolano, anzi plebeo, erpicato un dì nei

Consigli della Corona, a mo' di zucca sopra la pergola, immaginasse la

vendita dei titoli di nobiltà, e ne prescrivesse la tariffa: egli pose a

prezzo l'onore, nella stessa guisa che la Curia romana ci aveva messo il

paradiso con la vendita delle indulgenze: così mentre la nuova nobilea

niente acquista che turpe non sia, la vecchia perde il pochissimo lustro

che le avanza.

Una volta l'antica nobiltà era in parte rispettata, e col manto orrevole

di fodera di vaio spelacchiata, tanto la sua figura la faceva; adesso la

nuova, infagottata nei mantelli, col soppanno di pelle di gatto di

fresco scorticato, pone parecchia buona gente in sospetto della propria

pelle. Un dì i nobili vecchi disprezzavano i nuovi, e non a torto: oggi

i vecchi ed i nuovi si disprezzano vicendevolmente, e a ragione. Una

volta i nobili vecchi mandavano fuori a correre il palio titoli e

servitù, i nobili nuovi ci hanno aggiunta una puledra che si chiama

_Rapina_. Affermano che il Giusti (il gran cantore toscano, che dal

bellico in giù fu _moderato_ e dal bellico in su _rivoluzionario_, fiera

divina[30]), quando cantò di un pirata in cappamagna, pigliasse la mira

sopra un tale dei tali, per me credo ch'egli intendesse bersagliare

tutta la classe dei pubblicani.

[30] Parini, ode _Educazione_.

Napoleone I, magno conoscitore dei peccati umani, che forse poteva

curare da Dio ed invece volle approfittarsene da tiranno, fomentò il

guazzabuglio fra la nobilea viziosamente spiantata e la nobilea

colpevolmente arricchita; e travasando fanciulle plebee con grosse doti

sulle famiglie feudali, diceva che a cotesta maniera bisognava

_letamare_ l'antica nobiltà sterilita.

Certo, non può negarsi, e' ci ha di quelli i quali si mostrano e sono

alieni davvero da siffatte distinzioni artificiali, ma se tu la

squattrini pel sottile, troverai che a ciò li conduce non mica amore di

uguaglianza, bensì studio di non vedersi menomata la legittima

disuguaglianza da essi ottenuta per opere eccelse o di mano o d'ingegno,

nè vada confusa con la turpe disuguaglianza venduta a tariffa _che del

vile anco è fregio_[31].

[31] Parini, id.

Eccetto questo caso che, raro sempre, ogni dì più si stema, titoli e

croci non furono mai tanto agognati quanto in questi tempi di fior di

democratici, e dai repubblicani larghi di cintura più che più,

i......... informino.

*

I nostri amanti non si erano promessi con parole di legittimare

l'affetto onde si sentivano presi davanti il prete od il notaro, perchè

nell'amore quando è di quello buono, ciò che parla meno sono le parole:

con gli occhi, col sorriso, col tremito, con gli effluvi della persona

se lo dicevano e promettevano sempre. O chi avrebbe voluto contrastarlo?

Ed anco volendo, o chi lo avrebbe potuto? La signora contessa, madre di

Ludovico, lo amava troppo per pensare nè manco per sogno a far cosa che

gli tornasse molesta, cotesti non sono tiri da mamme amorose, massime se

di figli unici; certo ella aveva preso lingua e le sarebbe stato caro di

concimare con più letame plebeo, che non avrebbe potuto Eponina, la sua

casa sfruttata, ma poi _fiat voluntas tua_. E quanto a babbo Marcello,

non ci si pensava neppure; di tante cortesie lo colmava, tanto

volentieri con lui si tratteneva, che si giudicava sicuro dovesse

parergli toccare il cielo col dito accasando la sua cara figliuola con

Ludovico. O non ci è un arnese che ci prenunzia il tempo cattivo?

Sicuramente che ci è, e parecchi lo serbano in casa sotto forma di

cappuccino, il quale quando la stagione mette al vento o al piovoso, si

incappuccia, e se al buono, scapucciasi. Ora domando io o perchè non

potrebbe essere corredata del suo barometro anche l'anima? O che

difficoltà! Per me non ce ne vedo alcuna. Ma chi lo ha visto? Come è

egli fatto? Chi lo fabbrica? Oh! se non si vede si sente. Quanto al

fabbricante mi prevarrò dell'arguzia subalpina del ministro Galvagno:

_Rispondo che non rispondo_. Lepidezza di cui rimase sbigottito quel

desso che la profferì, e parve prodigiosa tanto là nelle parti del

Piemonte, che il Municipio di Torino deliberò conservarla

nell'acquavite, allato ai feti mostruosi, dentro il Museo di Storia

naturale.

Fatto sta, che mal sonno aveva dormito Eponina, ed Isabella peggio:

entrambe si erano alzate di pessimo umore: fin lì avevano trascurato le

squisite mondizie della persona, loro cura e delizia. Eponina trascurò

il pappagallo, che indarno ripeteva indiavolato: _Eponina! Eponina!_

Isabella pestò la zampetta al suo _Cialì_: la prima erasi versato

addosso la tazza del caffè, l'altra aveva rotto una caraffa di

cristallo. Tutto insomma presagiva un giorno _uzziaco_. Con sospiro

affannoso le donne aspettavano la posta del mattino, dacchè Ludovico,

quantunque passasse la serata a veglia in casa Marcello, pure prima di

coricarsi scrivesse una epistola erotica, breve o lunga, conforme gli

frullava, e la faceva impostare, ovvero usciva ad impostarla egli

medesimo, onde la fanciulla dell'animo suo la ricevesse la mattina per

tempo: ghiribizzi d'amore.

Queste lettere specificano a parte a parte.... Rassicurati lettore; io

non vo' dirti davvero che cosa e come dicessero; ho fatto per metterti

paura: tu pure ne avrai scritte, rammentale, ed immagina che quelle del

conte non saranno state più argute nè più sceme delle tue: piacevano a

chi le dettava, piacevano a cui le riceveva; contenti loro, contenti

tutti....

— Eccolo! Eccolo! — esclamò Eponina dalla finestra dove si era

affacciata. — Dio mio! fanno la leva dei gottosi per fornire di

fattorini la posta.... è uno scandalo.... ne vo' scrivere al

Barbavara.... ed occorrendo anco al ministro.

Credo inutile dire che il fattorino non era neppure di leva pel servizio

militare, mancandogli giusto otto mesi a compiere venti anni, e lesto in

gamba così da dare tre punti a Mercurio, e le linguaccie dicevano che la

prestezza non era la sola qualità da lui posseduta in comune con

Mercurio.

Il pacchetto è consegnato alla portinaia; questa, punta dalla padrona,

lo porta su di volo: Eponina in capo di scala glielo strappa di mano e

riscontrando foglio per foglio mormora:

— Giornali.... anco giornali.... maledetti quanti giornali vivono al

mondo! (e per questa volta dalla maledizione non rimase escluso veruno,

nemmeno la _Novità_ del Sonzogno, che la Eponina come patriotta

preferiva a qualunque altro giornale di mode parigino).... Lettere per

papà.... una per te, mammà.... per me nulla, o Dio! Nulla per me.

E la povera giovane sarebbe stramazzata sul pavimento, dove pronta al

soccorso non l'avesse accolta nelle sue braccia la madre: se non che di

corto ripigliava animo come sicura di non potere essere dimenticata, nè

s'ingannò, che scorso un quarto d'ora appena, la cameriera discreta

accostandole le labbra all'orecchio ci susurrò:

— Gaspero l'aspetta di là, in sala, per consegnarle una lettera del

padrone nelle sue proprie mani.

— Che novità son queste! Ditegli che venga qua.

— Gliel'ho già detto, e mi ha risposto avere ordine di parlare a lei

sola.

Eponina ansando va a pigliare la lettera; sul punto di aprirla nota come

Gaspero, dopo fatto un profondo inchino, accennasse a svignarsela, onde

ella imperiosamente gli comandò: — Non vi movete. E Gaspero di cui il

mestiere era obbedire si fermò, perchè tra l'ordine del padrone un po'

stantio, e quello della Eponina fresco fresco nella cronologia della

obbedienza, prevaleva l'ultimo. Eponina con una ondata di virtù visiva

lesse di un tratto:

«Amor mio!

«Che io ti ami non importa dirtelo; chè tu conosci quanto me, forse

meglio di me, che sono cosa interamente tua; quando pure volessi non

potrei dimenticarti, e tu sai se io lo voglia; eppure una terribile

necessità mi stringe la gola sforzandomi a lasciarti. Io mi conserverò

intero all'amor mio, perchè il mio amore è il mio cuore; ma sarei

peggio, che tristo se pretendessi, od anco ti consigliassi a respingere

gli omaggi che ti verranno fatti da altri certo non più devoti, ma più

fortunati di me, Eponina di una cosa ti supplico, ed è non credere verbo

di quanto ti verrà fatto udire a carico dell'onor del tuo Ludovico. Per

le ossa del padre mio, per la vita della madre mia, per l'amor nostro,

io ti giuro che la colpa altrui mi precipita in questa desolazione.

Mentre tu leggerai questa lettera, Milano avrà avuto da me l'ultimo

addio».

— Ho capito — disse imperturbata Eponina e fissando di un tratto gli

occhi dentro gli occhi di Gaspero gli domandò:

— E quando parte il vostro padrone?

Il servo preso così a soqquadro rispose:

— E' non me l'ha anche detto.

— Dunque si trova in casa?

— Oh! no signora, egli è partito.

Allora Eponina, abbrancato con incredibile violenza Gaspero pel petto,

gridò:

— Guai a te se mentisci! Chè dalle tue bugie può uscirne un precipizio,

che i tuoi occhi non basterebbero per piangere; dove si trova in questo

momento Ludovico?

Il servo, conquiso dagli sguardi di Eponina, terribili di amore e di

furore, come persona costretta dal fascino, rispose: — In coscienza io

non lo so, uscì di casa stanotte, e non lo abbiamo visto più. La signora

contessa mi ha ordinato piangendo di fare i bauli per un viaggio lungo e

di portarli a Venezia; la mia partenza è stabilita a stasera per

l'ultima corsa della ferrovia.

— Prendi e bevi — disse Eponina porgendogli una moneta, e l'altro

corrucciato respingendola soggiunse:

— Nè prendo, nè bevo.... palesando il segreto del mio padrone ho

commesso errore, ed ora vuole ella col suo danaro convertirmelo in

colpa?

— Hai ragione, scusa, va'.

Eponina tornata alla madre la mette a parte del successo, e a lei, che

si confessava povera di consiglio, risolutamente favella:

— Madre mia, qui il tempo stringe, e come vedi lo indugio piglia vizio,

io non voglio nè posso essere di altri che di Ludovico; nel mio amore

sta la mia vita; divisa da lui, o ammattisco, o mi ammazzo: le parole

non montano; andiamo a trovare papà, e facciamo in modo ch'egli

acconsenta subito al mio matrimonio con Ludovico; ottenuto il consenso

paterno, lascia a me il pensiero di scovar lui; ci uniremo e poi

partiremo insieme, dacchè io intenda partecipare come moglie alle sue

ree del pari che alle sue prospere fortune.

I gesti e i detti di Eponina soggiogavano, e poi la madre conosceva a

prova l'arduo volere di lei, sicchè estimando ogni opposizione vana, si

piegò ad accompagnarla nello scrittoio del padre.

Ivi rinvennero Marcello, il quale seduto davanti al banco si reggeva la

testa con le mani, in atto di leggere un foglio; da più di un'ora ci

teneva gli occhi su, e una volta in fondo, tornava da capo; al comparire

della moglie e della figlia, tolse via con precipitazione il foglio, che

si ripose in tasca, nel mentre che co' cenni invitava le donne ad

assettarsi: il suo volto era torbido, e taceva; sarebbe toccato a

Isabella incominciare, ma sì, tentava rinvenire il bandolo della

matassa, e non ci riusciva; allora, come sempre, risoluta Eponina prese

a favellare: brevi le sue parole e quasi incise sopra metallo; la voce

stessa rendeva il suono che esce dalle vibrazioni di una corda

metallica.... ma ahimè! non corda di metallo, bensì la più delicata fra

le fibre del suo cuore mandava fuori quel suono infelice. La udì

Marcello, con sembiante di mano in mano più triste; quando ella ebbe

finito il suo discorso, il padre esitò, gli balenarono gli occhi, aperse

le labbra per parlare, ma, appena ne fu uscito un suono inarticolato, le

richiuse; tuttavia gli occhi di Eponina, fitti sopra Marcello,

scottavano; non ci era verso da sottrarsi alla risposta, ond'egli

all'ultimo cupamente sentenziò:

— Prima di saperti moglie a costui io vorrei vederti morta.

— Perchè?

— Tanto ti basti, Eponina, e non costringermi ad affliggerti e ad

affliggermi di più; a questo pensa, che il padre piglia cura della

felicità e della fama della sua figliuola per lo meno quanta ce ne può

pigliare la figliuola stessa.

— E tu, padre, rammenta che io ho coscienza, che io ho volere, e non

posso commettere al giudizio altrui ciò che è sostanza dell'anima mia;

riconosco in te l'autorità di chiarirmi e di consigliarmi, ma volere e

pensare spettano a me.

— E pure bisogna che per questa volta sia così. La causa che mi fa dire

venne confidata all'onore di tuo padre; pretenderesti tu che io mancassi

al mio onore?

— Bisogna.... bisogna... — mormorava Eponina.

E il padre di rincalzo: — E il suo celarsi e il fuggire dello sciagurato

non ti dice nulla, figlia mia?

— Nulla, però che io sappia come noi altri cristiani adoriamo un

innocente, che fu lacerato ed infamato con la morte degli schiavi.

— Eponina! — esclamò il padre, ed aperse le braccia: la figliuola vi si

gettò dentro, ma non piansero, non aggiunsero parola. Tutto quello che

potevano dirsi, si erano detto.

*

Da parecchi giorni Ludovico Anafesti si trova a Vienna sotto nome

mentito. Senza amicizie, mal pratico del paese, ignaro della lingua

tedesca, non bene fornito a danari, erasi ridotto a stare nel primo

albergo che gli avevano proposto, e quivi viveva di pessima voglia

struggendosi nell'angoscia; pur troppo lo premeva il male e lo

spaventava il peggio. Dalla madre fin qui veruna lettera: mandava

Gaspero due o tre volte il giorno alla posta, e quando il servo dopo

breve ora tornando gli annunziava da lontano: _Niente!_ il capo gli

cascava giù peso sul petto come se glielo avessero empito di piombo, a

mo' che fece il plebeo Settimuleio con quello del suo amico Caio Gracco.

Per ordinario il giovine taceva; però di tratto in tratto lo spasimo che

lo lacerava gli faceva forza a lamentarsi con parole tronche, nelle

quali ricorrevano spesso i nomi di Eponina e della madre: imprecava al

destino che lo aveva forzato ad abbandonare questi unici amori

dell'anima sua: aggiungeva poi non so che di generosità sprecata..... di

condizione insopportabile..... dando in certa guisa a divedere che

l'immane sacrifizio incominciava a pesargli.

— Senza colpa nè peccato ho perso tutto, — egli diceva — casa, nome,

patria, madre ed Eponina, che a quest'ora, o non pensa a me, o con

orrore ci pensa.... Oh! se tu sapessi quanto patisco per te.... tu mi

saresti accanto a temperarmi il fiele che bevo.... Io non sono avvezzo

al dolore, e questo è troppo, ed incomincia adesso.

Gaspero da dieci minuti gli stava impalato davanti, aspettando la

occasione opportuna per favellargli, la quale parendogli ora venuta

incominciò:

— Il padrone della locanda, signor Bruksteiner, persona garbata, mi ha

messo a parte essere uso di questa locanda regolare il conto co'

forestieri che si fermano una volta in capo a dieci giorni; al quale

effetto....

E gli porgeva la nota: Ludovico ci getta gli occhi sopra, e vede che

ella sommava niente meno che a cinquanta fiorini, ond'è che rendendola a

Gaspero, lo avvertì languidamente:

— Gaspero, paga e poi procura subito di trovarmi un albergo di cui il

padrone sia meno garbato, ma più discreto, chè, andando avanti di questo

passo, in poco più di un mese mi troverei al verde.

— O la signora contessa non le diede le gioie? Forse a Vienna le gioie

costano come ghiaie?

— O Gaspero, tu ti hai a rendere capace come nella vendita delle gioie,

quando si scapita un terzo si scapita poco; che se caschi in mano al

giudeo, il quale di questi commerci si è imposto, e noi lo sopportiamo

tiranno, fa' conto che s'ei non le giudicherà ghiaiottoli, la batterà di

lì: e poi io tengo sacri questi ornamenti materni, e sebbene comprenda

che un giorno o l'altro mi toccherà a venderli, pure io sentirei rimorso

ad affrettare la necessità di disfarmene.

Gaspero, provvisto di tanti bei marenghi d'oro, andava alla volta del

locandiere garbato, nè stette molto a tornarsene tutto raggiante verso

il suo padrone, nel cavo della mano manca stringeva tuttavia i marenghi

di Ludovico, e con la destra agitava un borsellino di moneta; era fuori

di sè dall'allegrezza (perchè se il vino letifica il cuore dell'uomo, a

mille doppi lo esalta il danaro, col quale si compra e vino e pane e

carne e ogni altra cosa) e con voce che aveva preso l'argentino del

metallo ragguagliava il padrone, come il sig. Bruksteiner, proprietario

della locanda l'_Aquila Imperiale_, avesse in quella stessa mattina

ricevuta la somma di franchi duemila da consegnarsi al signor Giulio

Bonatti; ond'è, che prelevatine duecento in saldo del conto, gliene

contava milleottocento, dei quali, pregava gli facesse un bocconcino di

riscontro, per sua regola.

— Ma io non li aspettava....

— In coscienza, signor Ludovico, che sia benedetto, le pare questa una

buona ragione per rifiutarli?

— Non ho detto questo: temo ci sia equivoco e non vorrei....

— In quanto a questo, dorma fra due guanciali; il signor Bruksteiner ha

scritto sopra i suoi registri, e l'ho visto io con questi occhi

veggenti: _Ricevuto da M. Hans Kreutzer franchi duemila in oro da

passarsi al signor Giulio Bonatti, n. 8_. Tante cose ci tocca a

pigliare, che non aspettiamo e che non vorremmo pigliare, che la sarebbe

bella respingere i quattrini, che pigliamo più che volentieri. Dia retta

a me, li pigli addirittura, chè per me, mi pare di vederlo, li manda la

sua signora madre.

— No, Gaspero, non vengono da mammà; me lo dice il cuore; non mica

perchè non volesse, ma perchè temo, poveretta! che non possa.

— O chi vuole che, a questi lumi di luna, mandi a spasso duemila

franchi, se non è la madre?

— Sta' zitto; pochi amori vincono quello della madre, pure ve ne ha uno

che vince anco lui.

*

Compiacetevi ripassare le Alpi e tornar meco a Milano. Eponina è

sparita. Dopo le novissime parole favellate col padre suo, ella parve

tranquillarsi: alla madre, che blanda industriavasi consolarla, rispose:

— Non fa caso; vedi, io non mi sgomento; ho fede nella innocenza del mio

sposo Ludovico; e il tempo la chiarirà.

Convenne a mensa insieme con gli altri; certo, se si dicesse che il

pranzo fu lieto, sarebbe bugia, ma nè anco fu tristo come si presagiva:

più confusi degli altri apparvero Marcello ed Isabella, i quali,

quantunque amassero del pari tutti i loro figliuoli, pure della Eponina

andavano orgogliosi, però ebbero caro che, terminato il pranzo, ella

proponesse di recarsi a veglia dalla signora Claudia tanto per

isvagarsi.

— Va' pure, le dissero a coro i parenti, e fa' di cacciare i tristi

pensieri, pensando che dopo il tempo cattivo ne viene il buono.

Tu ti rammenti sicuramente, mio diletto lettore, di donna Claudia? La

zia _biscottina_ del rompicollo il quale poneva ogni sua speranza, per

rammendare gli strappi fatti nel proprio patrimonio, nella eredità di

lei? Questa signora abitava un quartiere nel medesimo palazzo dove aveva

stanza Marcello. La signora Claudia in gioventù coltivò parecchie

maniere di amori; il suo cuore era un porto capace per tutti; nella

lunga navigazione della vita aveva dovuto far getto ora di questo ora di

quell'altro amore, ma però ne aveva conservati due più preziosi di

tutti, co' quali costa costa ella si augurava riparare in braccio alla

divina provvidenza, voglio dire, l'amore dei biscottini con la

cioccolata e quello di santa madre Chiesa, la quale, come ognuno sa, è

sposa legittima di Gesù Cristo, redentore nostro. Costei era un po'

maligna, un po' linguaggia, anco un zinzino scandalosa; la tacciavano

altresì di avarizia, ma per acquistarsi la gloria del paradiso non

intendeva miserie, sparnazzava alla grande; del rimanente pulita come

una gatta, bella favellatrice e dama di tratto signorile; si mostrava

svisceratissima per la Isabella, che assai aveva usanza con le figliuole

in casa sua, e la signora Claudia accoglieva tutte con festa, ma sua

delizia era Arria. Questa ogni dì per non poche ore se ne stava allato a

lei, ed ella l'ammaestrava nell'arte del ricamo in seta ed in oro, nel

fabbricare fiori artificiali e a miniare Gesù bambino e i santi, cose

tutte nelle quali riputavasi ed era certamente valentissima.

Arria, secondo il consueto, in cotesto dì, dopo le nove di sera tornò

alla casa paterna: interrogata perchè non fosse venuta seco Eponina,

ebbe a rispondere non averla veduta dal pranzo in fuori, nè in casa

della signora Claudia esserci punto stata: dapprima crederono che

parlasse per celia, ma e' fu uno istante, chè tosto subentrava la

dolorosa realtà.

Il secolo che muore, vol. I · 第 17 / 18 段