perchè si vuole assolvere un colpevole; si contrasta la strangolazione
fortuita, perchè vuolsi condannare lo innocente. Fra i dibattimenti
dello spasimo, fra le smanie del dolore, in mezzo al deliquio, non vi
par egli più ragionevole supporre che la mano cercando qualche oggetto
per aggrapparvisi siasi crispata intorno al collo del pargolo? Ci è
forse bisogno della forza di un atleta affinchè simile infortunio
succeda? Così debole cosa è l'umano alito nel suo nascimento che anco
l'aura di primavera basta per ispengerlo. Se taluno è reo qui, non è la
donna. Anco nei piati civili chi intenta un'_azione_ deve provarla;
tanto più nei criminali, dove l'oggetto della lite è una testa, e il
pubblico ministero malignò di molto, ma non ha provato nulla. Io non vi
chiedo la condanna del prete accusato, quantunque le prove, il discorso
della mente tutto me lo chiarisca seduttore, omicida, traditore
dell'amicizia, profanatore della ospitalità, ipocrita spietato....
Come quando un gruppo di venti si scatena sui campi della messe
cresciuta, le spighe del grano si dimenano di qua e di là, e pare che
sentano dolore, così si agitavano i capi degli uditori, e di nuovo
proruppe la voce:
— Calunnia!....
— Calunnia!.... Ebbene, quando a me non soccorresse altra prova della
reità del prete indegnissimo, mi basterebbe questa. Sapete voi in che
fasce fu trovato avvolto il morticino? Ve lo dirò io: nei fogli dei
giornali l'_Armonia_ e la _Civiltà Cattolica_: giornali entrambi di cui
si nutriscono i partigiani dei gesuiti, come Mitridate si cibava di
veleno. Ecco il prete e i suoi doni. Questo padre dabbene ebbe
avvertenza di provvedere il sudario in cui si avvisava ravvolgere il
figlio morituro. Ma io, lo ripeto, non chiedo la condanna dell'accusato;
questo non è mio ufficio; solo vi supplico a rimandare assoluta
Felicina. Misera! a cui sembra cotesto nome, sia stato posto per
derisione; miratela! Ventura per lei se l'avesse colpita in pieno la
orribile infermità della pazzia: ella non è pazza, ma neppure gode il
bene dello intelletto: si sente morire: i suoi pensieri, quasi strali
scoccati dall'arco guasto, deviano dal bersaglio, di rado ella possiede
la coscienza della vita; stringe il cuore a vederla sempre con gli occhi
intenti al suolo, come chi cerca un obbietto che desideri trovare....
difatti ella vi cerca una fossa dove deporre in pace il capo
doloroso.... Ah! non glielo negate voi. Dio l'ha percossa, e dove Dio
percosse l'uomo non tocchi. Considerate questa povera foglia rimasta
vizza sull'albero della vita, tremola per istaccarsi e raggiungere le
altre cadute.... non le impedite la morte serena. Mentre alle fanciulle
della sua età la vita sboccia fragrante e lieta come una rosa, ella
niente altro implora che uscire dal mondo ignorata, che non la ricordi
veruno, che intera la copra la terra della fossa: a questo patto ella
non maledirà la vita che provò insidia...... perdonerà tutti, fino il
suo vile seduttore, il quale volentieri abbandona alla misericordia di
Dio.... —
L'avvocato commosso non potè condurre a fine la sua perorazione, con
danno dei raccoglitori dei modelli della moderna eloquenza, e piacere
inestimabile dei giurati, rinati alla speranza di trovarsi a tavola
all'ora consueta. Il presidente allora chiese a don Liborio se avesse da
aggiungere alla difesa dei suoi avvocati, ed egli sorgendo, reverente
negli atti, disse:
— Nulla; io non mi lagnerò della diatriba contro la mia persona e il
carattere sacro che io vesto, di cui il giovane avvocato, servendo al
mal vezzo del tempo, ha fatto abuso: solo deploro, che la causa della
sua cliente non abbia potuto somministrargli argomenti migliori di
difesa: alla intenzione e al bisogno di giovare altrui, perdono la
intemperanza e l'eccesso.
Quanto a me, prima di tutto confido in Dio, e poi nella mia coscienza e
nel sapere dei giudici. Solo chiedo in grazia mi sia concesso osservare
che non si serve davvero la causa dell'umanità straziando la religione
ed i ministri di lei, i quali, istituiti da Melchisedec, vennero a noi
per lungo ordine di anni e per lungo ordine di anni, in onta ai conati
della empietà, vivranno. —
Non aggiunse: _Portae inferi non prevalebunt_, ma l'agguantò proprio sul
margine estremo dei labbri. Un dì per significare le colonne d'Ercole
della tetra sfacciataggine soleva dirsi: costui ha la fronte di bronzo,
ovvero sopra la sua faccia si potrebbero battere i ducati; adesso
codeste comparazioni non farebbero più al caso, mercè di tali, che ho
conosciuto e conosco, di cui al confronto, il bronzo parrebbe latte
rappreso e il torsello pasta frolla. Ogni cosa è in progresso.
Felicina non intese la voce del presidente, che a lei pure rivolto,
disse:
— E voi, accusata, avete nulla da aggiungere per la vostra difesa?
Ma quella del prete la scosse, tremò forte dal capo alle piante, gli
occhi smarriti fissò sopra lui come se fossero state due punte: poi di
un tratto, a mo' di tagliola che scatti, gli si avventò al collo urlando
col solito strillo:
— Scellerato, scellerato, scellerato, che hai fatto del tuo figliuolo?
Rendimi il mio figliuolo....
Così mosse subitaneo lo assalto, che il prete colto alla sprovvista, non
ebbe modo di schermirsi, si ripiegò e cadde in ginocchioni livido in
faccia; quantunque la ipocrisia lo vestisse della sua corazza di ferro,
la paura gli grondava da tutti i pori. Però toccando terra, sentì
rianimarsi; a tutti i vermi succede così: la terra è casa loro, e
comprendendo la stretta pericolosa in cui versava, e come una parola
incauta avrebbe potuto tradirlo, egli si strinse a dire:
— Signore, liberatemi voi da questa forsennata.
Non pertanto grandissima era stata la impressione nell'uditorio per lo
improvviso caso, e se da un canto l'aura di santo Ignazio loiolita
riprendeva ad asolare, dall'altro la pietà tentava intenerire i cuori, e
vi riusciva, se in mal punto il presidente non avesse con inconsulte
parole redarguito Felicina:
— Accusata, credete voi con siffatti furori migliorare la vostra causa?
L'audacia è l'ultimo rifugio dei colpevoli, ma non li salva mai.
— Dunque la è bella e giudicata? — saltò su impetuoso ad esclamare
Fabrizio. — Dunque prima della sentenza è condannata? Ah! signor
presidente, voi pretendete che la vittima si lasci svenare in silenzio?
Voi negate ai morenti perfino il sospiro? Badate, dal lambire che le
vittime facevano il sangue di sul coltello che le aveva sgozzate, gli
antichi traevano funesti auspicii...
— Qui non ci sono sagrificatori, nè vittime, — interruppe il presidente
stizzito — bensì giudici, dei quali è instituto condannare i rei, ed
assolvere gli innocenti.
— Sempre? — E lanciata questa parola, che parve sasso frombolato dalla
fionda, Fabrizio si lasciò andare giù rifinito sopra la sedia.
Il presidente allora, dopo dichiarato chiuso il dibattimento, riassunse
la discussione, fece notare ai giurati le principali ragioni addotte pro
e contro dalla difesa, rammentò i doveri cui erano chiamati a compire;
insomma eseguì tutto quello e quanto viene prescritto nell'articolo 494
del Codice di procedura penale.
Legge e coscienza impongono abbia ad essere questo riassunto imparziale.
Lo fu? E con più ampia domanda: ordinariamente egli lo è?
Io ho contemplato le bilancie di ferro tenute in pugno dalle statue
della giustizia marmoree o di bronzo (anco quella eretta da Cosimo I,
buona anima sua, sopra la colonna di Santa Trinita a Firenze, regge le
bilancie) e confesso non averne mai veduto i gusci pari, nè l'ago
diritto: ed ora se questo non possono fare braccia di bronzo e di marmo,
o come pretendete ottenerlo da braccio di uomo? Qui havvi un polso, e
dentro il polso il sangue che vi corre e vi ricorre risospinto dal
cuore. E noi sappiamo per esperienza lunga pur troppo, quanto
influiscano sopra il nostro cuore i rispetti, i sospetti e i dispetti
co' quali (a detta della prelodata buona anima di Cosimo I) si governa
il mondo; e non solo queste passioni, ma altresì l'uggia, la simpatia,
il temperamento, la disposizione del corpo ed altre minute, infinite e
non conosciute cause che tanto possono sopra di noi.
Imparziale il riassunto del presidente parve, ma togli un micolino di
qua, un zinzino aggiungi di là; qui smussa leggermente una punta, e lì
aguzzala; appoggia la voce sopra un periodo, e un altro susurrane, chè
la voce colorisce più e meglio del pennello assai, e tu ti troverai ad
avere con intera coscienza composta una relazione imparzialmente
assassina; tale appo cui giudicheranno galanteria la lingua dell'aspide
e la coda dello scorpione.
Nocque a Felicina il riassunto del presidente troppo più della
requisitoria del procuratore generale, imperciocchè questa sembrasse,
com'era veramente, irosa e sleale, mentre l'altro fu giudicato mansueto,
e retto; quegli irritò, questi convinse. Nè punto meno riuscirono
insidiose le questioni messe innanzi ai giurati, laberinto vero, per
uscire a salvamento del quale sarebbe bastato appena il filo di Arianna;
e la più parte dei giurati non conobbe altro spago, che quello col quale
legavano i cartocci a bottega.
I giurati chiusi in Camera a deliberare, non riuscendo in tutto a
formarsi da per loro un giudizio, nè potendo vincere la confusione in
cui caddero per la moltiplicità delle questioni, accordaronsi a pigliare
per guida il lume che traspariva dal riassunto presidenziale, e dove
parve a loro che inclinasse al sì eglino dissero sì, e dove al no, senza
tanto beccarsi il cervello, dissero no.
In meno di un'ora fu finita ogni cosa; la più parte di loro metteva
doppio tempo a desinare: neppure una delle formalità volute dalla legge
fu trascurata: vennero tutte eseguite puntualmente, chè il manuale
sapevano a mena dito.
I dodici rientrarono nella sala, dove li accoglie un silenzio inquieto,
foriero della tempesta. Il presidente domanda al capo dei giurati,
conforme alla usanza, qual sia il resultato della deliberazione; questi
con la mano sulla parte _dove il cuore ha la gente_, pronunzia la
formula sacramentale: «Sul mio onore e sulla mia coscienza la
deliberazione dei giurati è questa....» e la lesse, la quale sonò
alternativamente ora affermativa ed ora negativa con questa ragione, che
condannò senza pietà Felicina, e rimandò assoluto prete Liborio.
Il presidente, in ordine al _verdetto_ dei giurati, dichiarato prima
assoluto don Liborio, decretò si ponesse subito in libertà, non senza
ammonirlo di procedere un'altra volta meglio avvisato negli atti di
carità: anco questa ha i suoi confini; anzi per dirgliela in rima,
_conciossiachè il presidente desse talora una capata nella poesia_, gli
allegò la sentenza dello abate Pietro:
........... e quando eccede,
Cangiata in vizio la virtù si vede.
E il diavolo rise. Quanto a Felicina, giudicata colpevole di netto, il
pubblico ministero chiese con bellissimo garbo alla Corte l'applicazione
della pena ai termini dell'articolo 531 del Codice penale.
— E che porta questo articolo? — domandavano così per curiosità l'uno
all'altro gli astanti, ed anco i giurati.
— Ma! — rispose uno, tirando su una presa di tabacco — semplicemente la
morte.
— La morte! — I giurati saltarono su come i diavoli di Germania scattano
fuori dalle scatole, e si misero paura scambievolmente: parecchi di loro
per quel dì non pranzarono; due, il giorno di poi ebbero a purgarsi; in
altro modo non sapevano piangere. Le fanciulle infeste a Felicina si
dispersero a mo' di colombe pel sopravvenire del falco; e tanto più
volentieri mi valgo di questa comparazione, in quanto che ho avuto luogo
di osservare come gli uccelli cari a Venere, non sieno punto, secondo la
opinione universale, miti, al contrario rissanti spesso fra loro a colpi
di becco, ovvero di ale a mo' che le femmine dispettose costumano co'
gomiti.
Ai consiglieri della Corte non fece caldo nè freddo; nell'animo loro la
sentenza, come la nebbia, lasciò il tempo che aveva trovato: di cotesta
maniera arrosti tutti i giorni ne cuocono; all'odore dello strinato ci
sono avvezzi.
Chi trionfò davvero fu il procuratore del re; quando tornò a casa pareva
Ezio reduce dai gelidi Trioni con due corbelli di alloro: la bambina che
gli si fece incontro giù per le scale egli si pose a cavalcioni sul
collo, segno di sterminata allegrezza, perchè non dimenticava mai la sua
gravità, anco quando era col berretto da notte e la veste da camera. A
mensa si cantò da sè l'_epinicio_, ovvero l'inno del trionfo; per
celebrare degnamente la vittoria volle una bottiglia di Chianti, proprio
di quello del Ricasoli. Cotesto vino, che ha il colore ed anco il gusto
del sangue rappreso, piace ai procuratori del re; anche il boia lo beve
per le pasque.
La folla spulezzò in un attimo per cavarne i numeri, ed essere in tempo
per giocarli prima che chiudesse il banco del lotto. Solo una vecchia
tentennava il capo, e le gridava dietro: «Dove vai senza giudizio?
Numeri buoni saranno quelli che piglierò quando le taglieranno la
testa!»
A Fabrizio non fu mestieri interporre ricorso in Cassazione per
Felicina; ricondotta in carcere la prese il delirio e non la lasciò più:
poco prima dell'agonia, secondochè per ordinario succede, tornò a
rischiararla nella sua pienezza la luce dello intelletto, e se ne valse
per raccontare punto per punto le infamie del prete traditore ed
omicida. Innocente ella era, e gli uomini le posero per lapide al suo
sepolcro una sentenza di morte.
E pure questa sentenza troppo più che alla Felicina tornò maluriosa a
Fabrizio, il quale appena fu pronunziata declinava il capo nelle mani,
nè più si mosse, finchè gli uscieri vennero ad avvertirlo, che stavasi
per chiudere il Tribunale; da quella via lo consolarono dicendogli: «Si
faccia animo, _se ha perso questa, ne vincerà un'altra_!» Egli si destò,
e gli parve essersi rinnovata in lui la leggenda dei sette dormenti;
l'uragano gli aveva devastato lo spirito: amore, affetti, generose
aspirazioni, ogni cosa dispersa; vibrò truce lo sguardo al cielo, e
parve Giuliano l'apostata, quando raccolto nel cavo della mano il
proprio sangue lo gettava in alto a sfida del galileo. Giù per le scale
del Tribunale fu udito borbottare:
— Caligola era un moderato.... già che ci era doveva desiderare che non
i Romani, bensì tutti i viventi avessero un capo solo.... umanità!
umanità! non vali una corda che t'impicchi.
E don Liborio? Ah! il cielo non abbandona mai i suoi divoti, come disse
colui che rubò la corona alla Madonna degli Angioli. Nelle prime ore
della notte, che tiene dietro a cotesto giorno lugubre, mentre don
Liborio si confortava di cibo e di bevanda, ecco fu bussato
discretamente alla sua porta, dalla quale, schiusa cheta cheta simile
alla bocca di una volpe che sbadigli, entrò un prete umile in vista,
che, salutato appena don Liborio, così gli favellò:
— Qui non tira vento buono per lei; su si levi subito e non perda un
minuto di tempo; troppo ci costa di fatiche e di danaro, perchè noi non
evitiamo il caso di cominciare da capo.
— Ma voi chi siete?
— Io? Miri; — e gli mostrò un foglio alla vista del quale a don Liborio
cascarono i frasconi: era un mandato del vescovo: di protervo si fece
mogio, e si lasciò condurre come un montone. Trasferito pel momento in
luogo sicuro; più tardi, a diligenza dei reverendi padri di Gesù, giunse
a Roma inavvertito, dove presentatosi al cardinale penitenziere, dopo
essersi sentito raccontare a parte a parte una lunga storia, che sapeva,
cioè quella dei suoi delitti, venne sottoposto a penitenza asprissima.
Anche qui gli valsero le arti della ipocrisia; e sì che i suoi compagni
in chierica se ne intendevano; tanto è, gli riuscì essere liberato dal
carcere. Vagò pel mondo, ma preceduto da per tutto dagli avvisi dei
gesuiti, non potè fare di troppi civanzi. Io lo incontrai in Corsica
mercante. Mercante di che? Ve la dò a indovinare in cento. Mercante di
_messe_. Mercante di _messe_? dite voi. Mercante di _messe_, dico io.
Ecco come. I preti di Francia, gesuiti o non gesuiti (imperciocchè voi
dobbiate ficcarvi bene nella mente che i preti sono come i fagiuoli, ve
ne ha dei bianchi, dei rossi, dei turchi, coll'occhio, ma in fondo sono
tutti fagiuoli), costumano pigliare dai devoti a dire più messe che
possono, e che non possono. In Francia il seme di Voltaire ha generato
più preti, che quello del Giappone bachi in Lombardia. E tuttavia non
sopperiscono alla richiesta di messe; taluno ha facoltà di _binare_[27],
ma pochi: potrebbero _ternare e quadernare_ senza facoltà, ma non usa,
forse in grazia dello antico proverbio: _Che non ci è putta nè ladrone
che non abbia qualche devozione_; insomma, siccome in questo mondo se ne
ha a vedere di tutti i colori, così ci stanno anco dei preti, a cui non
basta l'animo appropriarsi il danaro delle messe senza celebrarle: per
le quali cose essi hanno trovato un mezzo termine, onde uscirne pel
rotto della cuffia, accollando la celebrazione delle messe agli
impresari. E questo si capisce; ma se l'accollo fanno alla pari, dove il
guadagno? E se con ribasso come evitano il peccato? Adagio; fanno lo
accollo alla pari, e ci guadagnano sopra: ecco come: in danaro pagano
meno che possono, il rimanente somministrano in piviali logori, in
pianete fruste, in dalmatiche usate e manipole rammendate e stole
rattoppate, candelieri dorati a mecca, residenze ristuccate, madonne
ricucite, cristi tenuti su con la colla, santi ritinti.
[27] _Binare_ significa celebrare due messe nel medesimo giorno.
Questa facoltà di _binare_ concedono i vescovi ai preti.
Don Liborio non stava a guardarla tanto pel sottile, e o non faceva
contrasto, ovvero ne faceva tanto da migliorare il mercato senza però
lasciarselo fuggire di mano, quindi anche egli punto da scrupolo (o che
credete, che po' poi non avesse coscienza anche don Liborio?) di
commettere _simonia_, portatesi tutte queste ciarpe in Corsica,
negoziava coi preti dei paesi poveri come san Quintino, che sonava a
messa co' tegoli, e dava in _elemosina_, vale a dire in _salario_ delle
messe, o candelieri, o pianete, o vasi di fiori sbiaditi a prezzo
esorbitante, di rado aggiungendo danari, od aggiungendovene a spizzico:
a questo modo si procurava certificati della puntuale celebrazione delle
messe, che spediti in Francia, accettavansi per buoni, bastando ai
committenti francesi avere tanto in mano da ninnare la coscienza perchè
si addormentasse. Tuttavia la confessione non fu mai più concessa a don
Liborio: gli permisero la predicazione, però che assai si mostrasse
prestante in simile faccenda; invero copiosa era la messe che racoglieva
nel suo apostolato, massime nel propagare il domma della Immacolata
Concezione[28].
[28] È storico il fatto del prete, che col tacco delle scarpe
ruppe il cranio al pargolo avuto in virtù di scelleratissima
seduzione: storico lo averlo gittato in una chiavica: successe a
Pisa, fu giudicato dalla Corte di Lucca. Storica è pure la
mercatura delle messe, barattandole in tante ciarpe, come
racconto.
CAPITOLO IX.
AMORE TERRENO.
E se la Parca ti proceda amica, ella non può fare a meno, che pigliando
un tosone di oro per filare la tua vita, non ci mescoli dentro alquanto
di lana scura: così ordinarono i fati; mentre se all'opposto, per
elezione, o per destino, la Parca scelga per te il vello nero, tutti bui
si succederanno i tuoi giorni, e pieni di amarezza: fra le tenebre del
tuo sepolcro e quelle della tua vita, aspetta e vedrai che non ci corre
differenza alcuna.
I casi avversi chiama la gente _Sventura_, come se fossero una cosa
sola, e di qualità pari; invece la Sventura è molteplice, simile in
tutto ai serpenti di Laocoonte; o se pure ella ha un corpo solo, mirala
(Dio ti preservi da provarla!) i suoi capi sono infiniti! Cotesta idra
spietata ti lacera il corpo, e nello stesso punto lo spirito; nel punto
stesso t'investe la facoltà del pensare e quella del sentire; il
sepolcro non ti possiede ancora, ed ogni giorno senti la morte.... Ch'è
mai l'uomo fra gli artigli della Sventura?
Eppure, guarda cotesta onda mostruosa dell'Oceano! Anco il mare conosce
le sue catene di monti, pari a quelle della Imalaia, delle Cordigliere e
delle Alpi, quantunque esse sieno mobili, ed ei le faccia e le disfaccia
senza posa.... Osserva.... osserva.... vedi quel punto nero che
apparisce e scomparisce?.... Non vedi nulla! Ecco, guarda con questo
telescopio e fa' presto, chè il punto nero sta per iscomparire per
sempre. Lo vedi!.... Ebbene, l'onda mostruosa investì uno dei Leviatan
del mare, i quali col ferro e col fuoco portano la schiavitù e la morte;
lo travolse giù nell'abisso, lo trabalzò fino al cielo, e quivi lo
disperse ai venti insieme con le sue spume; tutto scomparve, alberi,
vele e la bandiera che nei giorni sereni, ventilata dalle brezze
dell'Oceano, pareva che collo zufolare delle pieghe dicesse: _anche
l'Oceano mi riconosce signora_!....
Cotesto punto nero è un uomo, che combatte contro l'Oceano. Con quali
forze? Non ci pensa. Per quanto tempo?..... È già sparito, ma ha
combattuto. Vissero e vivono anime non degne di trovarsi abiettate
dentro un corpo di creta, che non piegano alla forca caudina del fato, e
Bruto sputò la sua anima in faccia alla Sventura esclamando: «Vergognati
della tua onnipotenza». E così Spartaco schiavo, e Catilina patrizio:
entrambi caduti supini sul campo di battaglia, entrambi laceri di ferite
nel petto, e con gli occhi aperti, trucemente fissi nel cielo, e co'
ferri stretti nel pugno sfidavano ad un punto e maledivano i fati. La
paura consacrò la fama di costoro agli Dei infernali, e la esecrazione
mantiene sopra essi e la rinnova contro quelli che gli somigliano,
perchè dura la medesima paura. Furono virtuosi? Io non lo so; so bene
quest'altro, che chi li spense sarebbe stato in ogni caso più malvagio
di loro.
Impertanto possono combattersi i fati; vincersi no. Taluna di quelle
povere creature che si chiamano re ebbe la presunzione di farsi sudditi
i fati, e Carlo di Angiò al primo urto di sventura superbamente vantava:
«Buono studio vince rea fortuna.» Quando poi sentì trafiggersi da strali
più fitti, che non appaiono atomi dentro il raggio del sole, curvò la
testa supplicando: «Sire Dio, fa' che la mia caduta sia a piccoli
passi!»
Concetto degno di re, non già di uomo, imperciocchè dimostri com'egli
non intendesse perseverare nei supremi contrasti, bensì accomodarsi agli
eventi a patto gli fornissero un nido dove riparare. Pure di non essere
portato via, gli bastava durare sbattuto, come la pianta marina
abbarbicata sul fianco dello scoglio vive vita di tremito.
Ai giorni nostri l'uomo, pauroso di rimanere sbranato di un tratto dalle
granfie del leone, preferisce disfarsi lentamente in polvere sotto la
roditura del tarlo; non vi state a confondere; se Napoleone I avesse
provato appetito della bella morte, l'avrebbe trovata: io non dirò che
la sua scelta fosse coraggiosamente codarda[29], ma egli è certo che
volle vivere per giustificare lo abuso delle facoltà concessegli da Dio.
[29] Byron, ode _A Napoleone_.
Perduto il trono, intese conservare la fama: e convertita Sant'Elena in
pulpito, si mise a predicare concetti che non ebbe mai; o se pure egli
li accolse nella mente, e' fu per disperderli. Vincitore, oppresse la
umanità; vinto, la ingannò. Oh! non badate al tiranno caduto, che
favella di libertà; le sue parole hanno per fine di costituire il
fondamento di un altro trono. Dall'isola di Sant'Elena, Napoleone I legò
al mondo Napoleone III, nella medesima guisa che Augusto legava ai
Romani Tiberio.
Il poeta della Francia ha pianto sulla demolizione della colonna di
piazza Vendôme, doveva piangere quando fu eretta. Tutti i popoli di
Europa conservano memorie di avere sbranato, e di essere stati sbranati:
se le tigri e i leoni conoscessero le arti, avrebbero anch'essi le loro
colonne traiane, napoleoniche e nelsoniane.
Le arti cortigiane possono lamentare la dispersione dei trofei di
sangue; la umanità se ne rallegra. Il cantore che lusinga gl'istinti
feroci del popolo non riceverà mai il premio dello amplesso di Dio: bene
l'amore sarà una corda della sua lira, non già un sentimento del suo
cuore. Fin qui i francesi delirarono ubbriacarsi di sangue, più che di
vino, ed oggi, non si potendo inebriare col sangue altrui, bevono il
proprio.