A cui legge riuscirà più agevole immaginare la desolazione della

famiglia, che a me descriverla; però me ne passo. Le fantasie

germogliavano, si urtavano nel cervello di quella povera gente, e via

via più angosciose: più delle altre importuna ricorreva quella che

disperata avesse posto fine ai suoi giorni, onde Marcello, che se ne

chiamava in colpa, guaiva come se lo trafiggesse il male dei denti nel

cuore; anche egli voleva darsi moto, ma non avendo balìa di reggersi in

piedi stramazzava, nè gli altri, compresi interamente dal proprio

affanno, badavano a lui; correvano privi di consiglio; i parenti e gli

amici convenuti a casa durarono tutta la notte nella ricerca piena di

agonia, e non venne lor fatto rinvenire nulla, come accade sempre quando

la mente si volta tutta ad un punto che non è il vero. Chi può ridire le

ansie di cotesta notte? Chi lo spasimo dei genitori? Chi le smanie di

tutti? La mattina si radunarono in casa Marcello: tampoco se si fossero

incontrati altrove si sarebbero riconosciuti, tanto apparivano nelle

sembianze mutati. Rovistata da cima in fondo la camera di Eponina, non

occorsero in iscritto, ovvero in indizio altro qualunque, capace di

fornire lume: giunse la posta, e con la posta, bontà di Dio! una

lettera, la quale, sebbene sconfortante, di fronte allo sgomento che li

travagliava, parve sollievo.

La lettera di Eponina diceva così:

«Io corro sopra le traccie dello sposo che la mia anima si è eletto per

istarmi con lui e partecipare le sue fortune. Per me lo stimo, anzi lo

so innocente di qualunque colpa, che altri, o illuso o perfido, possa

apporgli: e fosse anche reo, la parte della donna è quella di portare

coraggiosamente la croce del marito. A Maria bastò l'anima per

accompagnare Gesù al patibolo e per consolarne l'agonia: ora nel patire,

tutte le donne hanno da sentirsi Marie: che, se ella era madre io sono

sposa; e questo amore o supera quello o lo ragguaglia. Non porto invano

il nome di Eponina. Ad ogni modo chi accusa e condanna deve provare la

colpa; e trattandosi d'indurmi a pestare il capo di persona a me

congiunta coi vincoli più solenni, che conoscano le creature umane, io

non devo, nè posso starmene al giudizio altrui: se lo facessi, sarebbe

viltà, se altri lo pretendesse, commetterebbe ingiustizia. Considerati i

nostri tempi in confronto agli antichi, oggi il padre che impone alla

figlia di spegnere il suo amore già consentito e benedetto da lui, solo

per cieca obbedienza alla autorità paterna, è più tiranno del padre

romano, al quale si concedeva la vendita dei figli sanguinolenti.»

Il povero Marcello nel sentirsi trattare da tiranno levò le mani al

cielo e diede in un sospiro desolato, tuttavia giova osservare che

qualche volta anco la buona gente, senza accorgersene, passa il segno

reputando che la intenzione benevola temperi la rigidezza del comando.

*

Dei fratelli di Eponina fin qui non toccammo del minore; ma siccome egli

sa essere una delle _dramatis personae_ ed anco delle più importanti,

così si strugge fra le quinte e si arrabatta per uscirne fuori a

recitare la sua parte: per me non lo tengo, esca pure, ma prima di

entrare in iscena mi permetta che io gli serva da Cicerone, affinchè i

lettori apprendano a conoscerlo per di dentro e per di fuori. Curio

nelle forme del corpo comparisce affatto diverso dai suoi fratelli; e

come questo possa succedere laddove ogni sospetto di contrabbando

sociale viene meno, domandatelo a cui lo può sapere, e non a me, che non

ne so nulla. Egli era pertanto di statura mezzana, tarchiato e forte a

meraviglia; neri gli occhi ed i capelli; la crescente lanugine sopra le

guancie pur nera; acceso in volto, che ad ogni lieve commozione gli

divampava; le labbra tremule come gli occhi, sempre in procinto di

mandare baleni; svelto, veloce al corso, agile ai salti, cacciatore

perpetuo, tiratore unico: sciabole e spade più frequenti in sua mano,

che penna o libri: anco di musica egli sapeva, ma impaziente ad

osservare la misura, lo scartavano sempre dalla orchestra: sonava il

flauto o la tromba proprio per le Muse e per sè, imperciocchè non ci

fosse verso che alcuno si fermasse per ascoltarlo. Per confessione di

quanti lo conoscevano, egli superava i suoi fratelli in bontà e in

ingegno: tuttavia non passava giorno che qualcheduno non conciasse pel

dì delle feste, e ciò perchè essendo pronto di parole, e più di mano,

mutava subito le controversie in contesa: siccome poi la esperienza gli

aveva insegnato come le sassate di colta sieno quelle che contano, così

di rado si trovava secondo a menare le mani; però, appena vinto od anche

offeso l'avversario, sboglientiva subito e tu lo vedevi affannarglisi

attorno amoroso per consolarlo o medicarlo: nè per repulse si ristava,

nè per ingiurie e nè anco per battiture; a patto però che non fossero

troppe, nè troppo sode. Poichè in tutte le guerre si portano due sacca,

cioè quella del dare e l'altra del riscotere, egli ne riscoteva e

spesso: allora con la faccia grondante sangue ei non voleva che alcuno

lo curasse, se prima non avesse lavato e fasciato lo avversario e gli

avesse chiesto ed ottenuto il perdono, sicchè nei presenti talora, più

che altro, mosse il riso, e, strano a dirsi, a lui fruttarono più amici

i pugni dei baci. Se taluno dei conoscenti cadeva gravemente infermo,

egli, finchè durava il pericolo, lo vegliava la notte; e se moriva, egli

lì a lavarlo, a vestirlo, a deporlo nella cassa, ad accompagnarlo alla

fossa. Nel donare piuttosto eccessivo che largo: sovente anche nella

crudissima stagione tornò alla madre in giubba nera, scarpe, calze e

cappello, ma senza calzoni, però che nello androne di casa se li fosse

levati per vestirne un tapino che moriva di freddo: quanto a danari le

sue mani simili a vagli; per la quale cosa la madre, intantochè lo

riforniva di quattrini, lo rimproverava dicendo: «Ma, Curio mio a questo

modo tu darai fondo ad una nave di sughero.»

Rispetto a scienze, s'egli avesse potuto imparare passeggiando, come

certamente fece Alessandro Magno sotto Aristotele, maestro dei

peripatetici[32], sarebbe riuscito più cosa di lui; ma fossero pure le

sedie sulle quali assettavasi imbottite e coperte di velluto, ei le

avrebbe provate intollerabili come pettini da lino: di percezione

rapidissima, chiappava la scienza a volo, o non la chiappava più;

apprendere per lui era come un buttare la moneta all'aria giocando ad

_arme o testa_; e tuttavolta, quantunque la fantasia gli bollisse sempre

come una caldaia a vapore, le scienze di calcolo gli talentavano sopra

tutte le altre: lo ingegno possiede le sue contradizioni come il cuore.

[32] _Peripatetici_, discepoli di Aristotele, così detti dalla

parola greca _peripateo_, che significa _passeggio_, perchè

cotesto filosofo insegnava passeggiando; e come ognun sa egli fu

maestro di Alessandro il Macedone.

Dicitore parco e preciso; e tanto più preciso quanto più gli sconvolgeva

la mente la procella della passione; vero vulcano di _Ecla_, il quale ha

fuoco dentro e in vetta la neve. Rispetto allo amore per la _Libertà_

basti dirne tanto che alla madre, la quale egli adorava come cosa santa,

certo dì che lo interrogava chi più amasse nel mondo, rispose: _la

Libertà_; ed insistendo ella: anche più di tua madre? Egli esitò, si

fece pallido, poi ridivenuto vermiglio risolutamente confermò: _più

della madre_.

Ed ora che ho fatto conoscere il mio Curio, spieghi l'ale e voli.

Quando questo giovane si fu persuaso che Eponina e Ludovico non si erano

abbandonati alla disperazione, si mise a ricercare sottilmente dove si

fossero ridotti, però che a lui paresse chiaro che i due amanti avessero

dovuto fuggire di conserva; ma siccome egli s'ingannava nel suo

supposto, così non gli venne fatto scoprire traccia della sorella; al

contrario di Ludovico, e poichè simile esito lo confermò nel suo

concetto, decise di mettersi in via per iscovarlo. Chiesta ed ottenuta

licenza, la quale tanto più volentieri gli concessero, quanto che se la

sarebbe presa da sè, dove gliel'avessero negata, provvisto di denaro e

di preghiere a procedere prudentemente, egli partiva pel suo viaggio di

scoperta.

E adesso vediamo la prudenza di Curio.

Fino a Venezia egli andò a posta sicura; a Venezia ebbe a trattenersi

alquanto per rinvenire l'orma smarrita, la quale in breve ritrovata,

subito corse a Vienna; appena giunto, eccolo a rovistare caffè, teatri e

locande, ma gli venne meno il tempo e le gambe; cadde svenuto come

quello che da più dì non aveva mangiato nè dormito: per ventura questo

accidente lo colse in una locanda dove facilmente potè sopperire al suo

bisogno: ricreato di forze, la mattina si ripose in giro per tempissimo:

oggi la fortuna gli arride più propizia; sullo entrare nello albergo

_L'Aquila Imperiale_, sbircia Gaspero, di cui gli occhi s'incontrano per

lo appunto co' suoi. Gaspero, nel presagio della mala parata,

s'industria sguizzare, volta la persona di scancio e prende a camminare

di traverso, a mo' dei granchi, ma Curio dietro; insieme essi vanno su

per le scale, insieme per le anticamere, insieme pei corridoi, dove

l'uno lascia l'orma l'altro mette il piede, finchè Gaspero giunto

all'uscio della stanza del suo padrone, quivi si ferma e sta.

Sopraggiunge Curio, che gli domanda:

— Dov'è il tuo padrone?

— Non sono obbligato a risponderle.

— Levati di costì e lasciami passare.

— Io non mi muovo e non la lascio passare.

— No?

L'uscio della camera schiantato dagli arpioni si apre strepitosamente, e

ruzzolano in un fascio sul tappeto insieme attaccati Gaspero e Curio.

Ludovico, comecchè desto, stavasene supino a letto, senza neanche il

refrigerio del poeta Berni, il quale in quel medesimo atto per passare

la mattana contava i travicelli del soffitto, perchè il palco della

camera appariva stoiato e dipinto con uno stormo di amori, i quali

tiravano a segno sopra l'ospite come per avvezzarlo con la minaccia dei

loro strali agli altri più pungenti che l'oste gli apparecchiava coi

suoi conti; al rumore del tracollo egli saltò giù da letto e, dopo

rampognato acerbamente Gaspero, gli ordinava uscisse, chiudesse la porta

in fondo del corridore e colà si piantasse di sentinella, impedendo la

entrata a chi venisse a disturbarli.

Appena Gaspero aveva avuto tempo di eseguire i comandamenti di Ludovico,

che Curio, sempre in virtù della racomandatagli prudenza, salta al collo

del conte, lo scaraventa sul letto, e stringendogli la gola da fargli

schizzare gli occhi dalla fronte, digrignando i denti, urla:

— Scellerato, che hai tu fatto della mia sorella? Dov'è Eponina?

A Ludovico non riusciva articolare parola; appena poteva mandare fuori

un rantolo; sforzandosi sgusciargli di sotto, ma era niente, ogni conato

per liberare la strozza dalla fiera tanaglia gli tornava in peggio, però

che l'altro stringesse più forte. Ormai la faccia di Ludovico era

divenuta tra rossa e pavonazza (avrei potuto dire con una parola sola

_infaonata_, ma correva rischio di buscarmi di pedante e non essere

capito da veruno) gli balenavano gli occhi esterrefatti, e Curio

procedeva a strangolarlo, con la devozione con la quale il prete novizio

celebra la sua prima messa. Se la fortuna qui non ci mette le mani, la

vita di Ludovico è giunta al _Laus Deo_.

E la fortuna ce la mise. Ti ricordi aver letto (e se non lo hai letto

vallo a leggere), nella Iliade di Pallade-Minerva, che agguanta pei

capelli il _piè-veloce_ Achille in procinto di avventarsi contro

Agamennone, _re dei re_, dopo averlo salutato di _cuore di cervo_ e di

_muso di cane_?[33] Così per lo appunto accadde a Curio che, sentendosi

strappare i capelli dalla nuca, si voltò addietro e vide... che vide

egli mai? Vide Eponina in carne ed ossa, la quale sapendo il fratel suo

non nato da regio sangue non si permise adoperare i titoli dati dal

figliuol di Peleo al divo Atride; bensì di bestia e di insensato il

dabben Curio ne ebbe quanto ne volle....

[33] _Iliade_. c. I

— Ecco le solite fole da romanzieri! — esclama la signora Verdiana,

penitente di don Formicola, curato di San Satiro. — O come la

scapestrata Eponina era piovuta là dentro? Chi ce l'aveva portata? — La

non s'inquieti, signora Verdiana, e senta me. Veruno ci aveva portato

Eponina, perchè ci si era condotta da sè ed ecco come: la povera giovane

invece di recarsi a veglia dalla signora Claudia, toltasi seco quanta

più moneta poteva ed in buon dato gioie, doni dei suoi parenti e di

amici ammiratori della virtù di lei, si recò a casa di certa amica del

cuore, o se ella vuole, d'ingegno scapestrato come il suo, e questa

l'aiutò a travestirsi ad accertarle il viaggio ed a partire.

La medesima sera Eponina lasciò Milano col traino stesso sul quale

partiva Ludovico; con lui, senza che ei se ne accorgesse, scese a

Venezia, con lui continuò il viaggio e giunse a Vienna; colà fece in

modo di aver la stanza contigua a quella di Ludovico, divisa solo da

sottile parete dove era una porta di cui ella volle la chiave; e siccome

favellava stupendamente il tedesco e pagava alla grande, così non è a

dire se le facessero festa, e ai suoi voleri più che volentieri

soddisfacessero. Raccomandò al cameriere di affermare vuota la camera

abitata da lei, e la raccomandazione accompagnò con un _marengo_: il

cameriere, uso a dire tante bugiarderie _gratis_, lascio considerare a

voi se ci s'inducesse pagato! La servì a pennello, molto più che piace a

tutti gratificarsi la bellezza, ed Eponina era bellissima; chiusa nella

sua cameretta, ella gustò dolcezze ineffabili, quali solo può immaginare

il cuore di donna innamorata... ed il suo, signora Verdiana; però che

Eponina udisse sovente rammentare il proprio nome, tra lacrime e sospiri

del giovane amato, e se non giunse ad avere contezza piena del caso che

glielo svelse dal fianco, almeno si confermò nella fiducia della sua

innocenza; per la medesima via, conosciute le angustie di lui, le

sovvenne mettendosi d'accordo col padrone della locanda, l'onesto

Bruksteiner, il quale trovandoci il suo conto la servì a braccia quadre

ed ebbe per giunta un sorriso in pagamento, che, se avesse potuto, egli

avria messo nel barattolo delle ciliege per conservarlo nello spirito.

Per le quali ragioni, ella vede bene, signora Verdiana, che la presenza

della Eponina giusto nel punto d'impedire uno sciaratto, si spiega

naturalmente senza miracoli: e caso mai ci fosse mestieri miracolo, o

che la opposizione dovrebbe muovere proprio da lei? Da lei che crede

come articolo di fede che sant'Antonio da Padova si trovasse nel punto

stesso a Padova e a Lisbona!

*

Mentre Ludovico si stropiccia il collo e fa prova di tossire onde

assicurarsi che nella gola non ci ha nulla di guasto, Curio sempre

ardente come tizzo acceso così rampogna la sorella:

— Ahi! trista, chi mai avrebbe detto che a te basterebbe il cuore di

fuggire via da noi, che ti amavamo come la pupilla degli occhi? Senza

rispetto pei parenti, senza vergogna per te, tu ti sei messa dietro al

tuo seduttore; ahimè! a vederti mi trovo costretto a coprirmi la faccia.

— Curio, — rispose Eponina, ficcando i suoi occhi dentro gli occhi del

fratello — tu sei giovane troppo ed inesperto delle passioni umane per

erigerti giudice delle medesime: tuttavia sappi che la seduzione è

parola vuota di senso: vivi e proverai; la donna conosce ottimamente

quello che fa, e sebbene paia talora che si governi per moto improvviso

dell'animo, va' sicuro, che ella ha pensato più di una volta a quello

che intende di fare: se poi ella s'inganna, ciò avviene perchè i

ragionieri stessi nei loro calcoli sbagliano: ad ogni modo, io non mi

sento donna da lasciarmi sedurre. Ho seguìto Ludovico, lui

inconsapevole, egli ignorava la mia partenza da casa e la mia presenza

qui; ora per la prima volta gli apparisco davanti, e se la tua

avventatezza non era, non mi avrebbe mai vista: però io voglio che tu

sappia che lo considero come sposo dell'anima mia e intendo essere sua

per la vita. E poichè questo avrei fatto anco sapendolo colpevole, tanto

più mi tengo obbligata di farlo adesso che, quantunque al buio del suo

segreto, pure lo so innocente ed infelice... Fratello Curio... giungono

questi sensi così nuovi al tuo cuore che ti abbisognino maggiori

spiegazioni?

Così avendo favellato, Eponina sorrise blanda al suo Ludovico e gli

porse la mano in segno di pace; cui egli si recò alla bocca coprendola

di baci, ma più di lacrime assai. Curio trasognato guardava un po'

l'uno, un po' l'altra; lungamente tacque e parve meditare; all'ultimo

proruppe:

— Orsù vi credo; maledico la mia furia e vi domando perdono. Ludovico,

ti ho fatto male? Lasciami guardare un po'.... ti è rimasta una striscia

rossa, ma non è nulla, sai.

— Certo.... certo.... gusto non ce l'ho avuto.... ma non pigliartene

pensiero; con un po' di gargarismo spero uscirne.

— Bene, per ora addio, tornerò a parlarti, perchè parlarti mi bisogna,

quando ti sarai rimesso in sesto.

— Accomodati come ti piace, ma per me se tu parlassi addirittura,

l'avrei caro....

— Magari! e in due parole mi sbrigo. O perchè non ti sposi Eponina e poi

senza tanti andirivieni ve ne tornate tutti e due a casa?

— Perchè non posso.

— O come non puoi? E chi ti tiene?

— Il debito di un uomo onorato, intendimi bene, Curio, m'impedisce

sposare tua sorella, che amo quanto me stesso, mi divide dalla madre e

dalla patria, a me, dopo Eponina, sopra ogni altra cosa dilette.

— Arzigogoli! Senti una cosa, Ludovico: o tu sposi Eponina, o io ti

ammazzo.

— Ecco daccapo la bestia che ti piglia il sopravvento — disse Eponina —

guardami e considera se ci può essere donna al mondo più dolorosa di me:

il padre potrebbe consentire le mie nozze con Ludovico, e non vuole;

Ludovico le vorrebbe, e non può; ne domando la ragione ad ambedue, ed

ambedue me la negano, come se non ci andasse di mezzo l'anima mia, ed io

accetto rassegnata il mio destino di donna, che è quello di nascere,

soffrire e morire.

— Quanto al nascere ci ho già consentito e quanto a morire quasi

assicuro che a suo tempo ci acconsentirò, ma circa al soffrire io voglio

avere le braccia libere. Pertanto, Ludovico, mettiamo le minaccie da

parte, molto più perchè adesso che ci penso, quantunque io ti abbia

detto che ti ammazzerei, potrebbe darsi benissimo che tu ammazzassi me.

Or via, ragioniamo; tu sei giovane onesto, almeno fin qui ti conobbi

tale; però credo indovinare che qualche riguardo o impegno grosso ti

faccia impedimento a palesarmi la causa che ti muove ad agire come fai:

però tu stesso devi conoscere che questo negozio così per aria non può

stare: considera se ti convenga aprirtene con qualcheduno; già s'intende

sotto sigillo di confessione e con promessa solenne di silenzio

assoluto. Tu designa persona, la quale non dubito che per la sua

onoratezza piacerà ad Eponina ed a me; tu la informerai e noi staremo a

quanto giudicherà, taciuti i motivi del suo giudizio; insomma basterà

che ci dica: Ludovico ha ragione; noi allora piegheremo il capo alla

sorte maligna, la quale pur troppo ne può più di noi.

— E tu accetti il partito? — chiese Ludovico ad Eponina.

E questa gli rispose:

— Poichè tu non vuoi riporre la tua fiducia in me, mi adatterò.

— Ebbene datemi un'ora per pensarci su, che per me la è faccenda

gravissima: per altri d'importanza suprema; ho bisogno di raccogliermi;

lasciatemi solo.

Eponina e Curio si ritirarono; anzi per somma delicatezza uscirono

entrambi; e così ella per la prima volta vide le strade di Vienna.

Trascorse due ore e più, si ridussero da capo allo albergo, dove

rinvennero Ludovico dolente in vista, ma pure risoluto, il quale disse:

— Sta bene: voleva non farlo, anzi mi era meco stesso obbligato a non

farlo, ma Curio ha profferito una savia parola: la malignità della sorte

ne può più di noi. Qui però siamo stranieri, non conosciamo persona in

cui ci potessimo fidare: e per giunta io non conosco la lingua del

paese.

— Dunque? — interrogò Curio a cui subito era saltata la mosca al naso.

— Dunque — riprese umile Ludovico — ho pensato, che la persona più

acconcia a ricevere ed a custodire il mio segreto sei tu, e tu il più

atto ad ottenermi fiducia da Eponina.

— Io? — replicò Curio esitando, ma poi aggiunse: — Bene, sia: a quando?

— Subito.

— Dove?

— Qui o altrove a tuo piacimento.

— Usciamo.

— Usciamo.

Eponina desolata li vide partire, e col cuore ancora più chiuso dopo

breve spazio di tempo li vide tornare: si tenevano a braccetto per non

traballare; le faccie e i colli a terra come se li gravasse un medesimo

giogo d'ineffabile affanno. Curio non trovava bandolo per cominciare,

Eponina per chiedere; un gemito di lei tenne luogo di domanda. Allora

Curio reggendosi con la destra ad una tavola a voce fioca favellò:

— Sorella, Ludovico ha ragione; nel rifiutare le tue nozze egli fa prova

di rettitudine e di gentilezza. La sorte maligna ci vince. Io quanto

posso ti scongiuro, sorella, di tornartene a casa: là nelle braccia di

nostra madre riparati, finchè la tempesta duri e, se non cessasse,

morite almeno consolate con la mutua pietà. Dammi, sorella un abbraccio;

dammi un bacio.... venti baci, e addio.

— Ed ora dove vai, Curio? — domanda con crescente angoscia Eponina.

— La gioventù italiana è corsa alla chiamata del Garibaldi nel Tirolo a

combattere le ultime battaglie della patria: io vado a cercarvi la

morte.

Ed avventatosi al collo della sorella, dopo averla baciata e ribaciata,

corre via precipitoso; senonchè, giunto in fondo al corridore, ritorna

sopra i suoi passi ed affacciato all'uscio della stanza di Eponina,

esclama:

— E rammentati bene, Eponina, che io, tuo fratello, ti faccio

testimonianza come Ludovico, ricusando di palesare a te e ad altri le

accuse che lo movono a respingere le tue nozze, dimostra tale generosità

di cui non avrei mai creduto capace la creatura umana. Ludovico, addio,

e tu pure rammenta che sei andato troppo in su per durarci un pezzo: chi

la piglia troppo alta ordinariamente fa stecca.

FINE DEL VOLUME PRIMO.

INDICE DEL PRIMO VOLUME.

PROLEGOMENI _Pag._ 3

Capitolo I. 55

Capitolo II. 75

Capitolo III. 103

Capitolo IV. 123

Capitolo V. 145

Capitolo VI. 171

Capitolo VII. 205

Capitolo VIII. 239

Capitolo IX. 303

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le

grafie alternative (àncora/âncora, seguito/seguìto e simili),

correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Il secolo che muore, vol. I · 第 18 / 18 段