fissa nella immagine di un pargolo natante entro una pozzanghera di
sangue: non cessava di udire il grido, che incominciò vagito e finì in
singhiozzo di agonia. Sollecitata da Fabrizio, scossa dai giandarmi,
finalmente si guardò d'intorno stralunando gli occhi; poi prese a
strillare con lo odioso strido della civetta:
— Scellerata! Scellerata! Io sono la scellerata!
Cotesto ululo, a molti di coloro che lo udirono mise addosso spavento, a
veruno pietà; nè ci fu verso di cavarle altro di bocca. Fabrizio sudava
per la pena, e con la mano coperta dalla sottovesta si lacerava il
petto.
Il procuratore del re (se io fossi re, nè manco per tutto l'oro della
Sonora, gli permetterei chiamarsi mio procuratore) sorge, e principia
col tirarsi su le maniche della toga, vorrei dire, come il sacerdote che
si accinge ad immolare la vittima, ma il paragone mi sembra troppo di
lusso; dirò come il gladiatore in procinto di scendere nel circo a
duellare contro un uomo che non conosce e non odia. Anco questa
comparazione mi pare di soverchio onorifica: lo ufficio del pubblico
accusatore supera ogni similitudine, egli è unico; pari a se stesso; non
lo confondiamo con altri, i confronti varrebbero a smussarne la punta,
la quale importa che rimanga tagliente nella sua truce acutezza.
Se mai avvenga che nel casamento dove abiti con la tua famiglia torni di
casa un macellaio, tu dà la disdetta e al termine dell'affitto vattene;
se un procuratore del re, paga l'annata e vattene subito: lascialo
isolato, esposto al bersaglio della pubblica esecrazione. Se cotesto
mostro fosse vissuto ai tempi di Ercole, avrebbero celebrato capitale
fra le sue fatiche quella di purgarne la terra. Difensore della legge
sappiano che deve reputarsi e salutarsi colui il quale pone ogni studio
di salvare lo innocente alla famiglia e alla patria; nel dubbio, si
astiene; non già l'altro che spinge feroce le creature di Dio sotto la
mola, onde la pena macini. Gli uomini se la pigliano con gli istrumenti
del supplizio, scaraventando di tratto in tratto nel fiume cesti, assi e
mannaie, e si maravigliano di vederli drizzati su un'altra volta come se
fossero tornati a galla dal profondo delle acque; in che voi altri
differite dagli orsi, i quali si arrovellano contro lo spiedo che li
ferì, senza pensare alla mano che lo vibrava? Non contro gli arnesi del
supplizio, bensì contro chi ordina che s'innalzi, bisogna voltare
l'obbrobrio e l'ira; questi, non quelli, conviene sbalestrare quando
capita.
Io di certo non mi condannerò al castigo di riportare la parlantina
smollata nel sangue di cotesto _acaro legale_[26]; riferirò per sommi
capi la sua orazione: pertanto egli parlò della ineffabile angoscia che
gli travagliava l'anima per dovere mettere parole in tanto deplorabile
negozio (come se non fosse stato dieci volte padrone di tirarsi giù
dalla finestra prima di parlare!); pur troppo considerarsi, ed a
ragione, i difensori della legge soldati; anzi per cui dirittamente
guardi più dei soldati da compiangersi assai, imperciocchè questi
riportino talora ferite nel corpo per ordinario sanabili, mentre i
difensori della legge si sentono sempre trafitti nell'anima, così che nè
per tempo, nè per mutare di stato possono consolarsi giammai. Tuttavia
senza ira, senza amore, come senza viltà avrebbe compito il debito suo:
soldato del dovere.
[26] Degli acari ve ne ha di più maniere, acaro ricino, acaro
reduvio, ed è animale che si attacca al bestiame; _tiene il capo
tuffato nel sangue e, non emettendo escrementi, per pletora
muore_. Plinio, _Hist._, l. II, c. 40.
E qui si forbì le labbra, che gli pareva avere sbancato Marco Tullio
Cicerone, poi con la estrema diligenza, che mette il sacerdote a
rinettare col dito la patena quando ha celebrato la messa, si mise
costui a raccattare i minimi frammenti della vita di Felicina, e
commetterli insieme con cemento di perfidia e di sofisma: lei disse
colpevole della bellezza funesta di cui la ornarono non amici i cieli;
in lei indizio di futura pravità la gaiezza, onde giovanetta folleggiava
nei sentieri della vita; lampo di libidine il talento di ornarsi di
fiori, pigliando esempio dalla natura, e vincerli nella fragranza e nel
colore; prova di corruzione in lei la cupidità di tirare a sè gli amanti
altrui, scompigliando in questa maniera, senza verecondia, come senza
pietà gli amori delle compagne; e con istinto più tristo dei cacciatori,
_conciossiacosachè_, questi, chiappati gli uccelli, non li curano più,
mentre ella all'opposto li curava per godere del tardo pentimento loro e
dell'angoscia delle amiche tradite.
— Voi la vedete — sclamò quindi additando Felicina — questa rea femmina
sta dinanzi a voi. Gli uomini della scienza esclusero la insania:
dubitano vada soggetta a qualche passeggera aberrazione, che potrebbe
essere conseguenza del rimorso, ma io lo nego, e affermo che finge;
dunque, di quanto ella fa possiede conoscimento intiero; la volontà le
persuade la elezione dei suoi atti; ebbene, diede ella alcun segno di
pentirsi? Fors'ella accolse docile e sommessa l'esortazione del
magistrato, onde chiarisse la giustizia di questo mistero di delitto? E
lasciamo da parte il magistrato, giunse a intenerirla suo padre, che
supplice le s'inginocchiò davanti? E quando cotesto infelicissimo
traboccò nel sepolcro per ischianto di angoscia della sua contaminata
canizie, si desolò ella? Chiese perdono a Dio del suo peccato? Desiderò
un confessore per versargli nel seno tutta l'anima sua e procurarsi il
sollievo che emana dalla penitenza, da questo fonte che la misericordia
divina pose nel mondo, non meno portentoso di virtù che quello del
battesimo?....
A questo punto un curato non potè stare alle mosse e gridò: _Bravo!_ Il
quale bravo destò l'eco necessaria dell'usciere, che non ripetè cotesta
parola, ma urlò: _Silenzio!_ Il regio procuratore continuava:
— No, anzi essendole stato proposto, lo respinse dispettosa. Dirò aperto
quello che sento: in giovane donna io non vidi mai tanta durezza, tanta
pervicacia, tanta impassibilità. Egli è perciò, che quando il troppo
caritativo sacerdote le offre ospitalità nel suo tetto, se non sacro,
almeno religioso, e la pone al fianco di piissima donna, ella non
rabbrividisce al pensiero d'inquinare l'ospizio e di tradire l'ospite,
rendendogli, ingrata! in compenso del pane che le offre, un serpente:
non la spaventa la considerazione di immergere l'uomo di Dio in un mare
di guai: concetto che io per me giudico tanto più proditorio,
inquantochè il nostro sacerdote ebbe con lunga battaglia ed indefesso
studio a combattere propensioni naturali non per certo felici, e le
vinse; ed ora che da lungo tempo era uscito vittorioso dall'acerba
tenzone, e così superiori come inferiori, a ragione reputandolo simile a
Giacobbe, uomo provato nelle prove del Signore, lo proseguivano di
altissima stima, per non dire venerazione, eccolo da un punto all'altro
messo a repentaglio di perdere tutto: egli gustò l'aceto del carcere,
egli il fiele dell'accusa; egli sentì l'obbrobrio, la detrazione, e le
infamie di cui il secolo scapestrato è liberale contro la religione,
âncora della società, e contro i suoi venerandi ministri....
Qui mormorio di approvazione per tutta la sala; ma l'usciere, assumendo
le parti di Eolo, sorse in piedi guardando con piglio minaccioso i
susurroni; per la qual cosa i mormorii ebbero a rinsaccarsi senza poter
prendere la forma di un secondo _bravo_.
— Certo — continuava il pubblico ministero — il sacerdote doveva fare
del cuore rocca, e ricondurre senz'altro la figlia al padre, svelandogli
il suo peccato: non gli bastò l'animo: temeva non gli sarebbero mancati
(tuttochè ingiusti) rimproveri di negligente custodia: sapeva che lo
infelice genitore sarebbe morto d'ambascia, nè parve esagerato il
presagio, poichè pur troppo lo verificò lo evento. Ora mettiamoci la
mano al petto: chi di noi conoscendo uccidere lo amico, partecipandogli
una notizia, non repugnerebbe dal farlo? Che partito in simile frangente
sovveniva a don Liborio? Egli si mostrò certo generoso e pietoso;
incauto forse, ma io vo' mettere anche incauto senza forse; e che
perciò?... Io svolgo e risvolgo il volume della legge, ma non ci trovo
qualificata come delitto la carità incauta; e neppure nella mia
coscienza, dalla quale argomentando mi arrisico ad affermare,
prestantissimi giudici, che nè anco voi la troverete nella vostra. La
donna non palesò mai per preghiera, nè per minaccia il nome del suo
complice, ed io, o signori, ho dovuto pensare, come avrete senza dubbio
pensato anco voi nella vostra perspicacia, se lo poteva ella? Non si
trova ella forse nella condizione di colei, che correndo scalza nel
pruneto non sa dire qual pruno l'abbia punta? Costei scrisse, ci narra
un testimone credibile, moltissime lettere senza mai ottenere risposta;
e ciò a parere mio dimostra ad evidenza, che da lei s'indirizzavano ad
uomini diversi, imperciocchè noi tutti ci sentiremmo sgomenti del
silenzio altrui, e smetteremmo scrivergli più innanzi, o per cruccio del
disprezzo che ci parrebbe patire, o per disperazione di vincerlo; quindi
s'ella continuò il carteggio, è chiaro che deve averlo fatto con persone
diverse. Allorchè la scaltrita donna ebbe picchiato a tutte le porte, e
non gliene fu aperta alcuna, allorchè conobbe respinta da tutti la
obbrobriosa genitura, ecco si volge _in extremis_ al pietoso sacerdote,
che accorre, e giunge.... o Dio! in qual momento egli giunge? Sarebbe
pietà lasciare sepolto nelle tenebre quanto accadde in cotesta notte
scellerata.... Il soffio del Creatore accese un'anima, il soffio di una
madre la spense.... il primo latte della madre alla sua creatura non fu
il bacio su le labbra, sibbene la stretta delle dita intorno al collo,
donde uscì un solo vagito — primo ed ultimo; — per battesimo egli ebbe
la strangolazione! poi cadde, e si ruppe il cranio. Però importa,
prestantissimi giudici, che voi poniate in sodo, come una sola fu la
causa della morte della creatura; prima di cadere era stata strangolata.
Per procedere con la imparzialità che per me è religione, mi sono mosso
un obietto: perchè l'accusata si dispose a commettere il delitto? Non
era più sicuro gettare il neonato nella ruota dei trovatelli? (Baratro
degli uomini inciviliti, largo a ingollare, scarso a rendere anime
viventi. _Apotete_ spartano, riveduto e corretto ad uso della civiltà
cattolica.) Su questo proposito rispondo: e che so io? O che sono tenuto
io di entrare nel cervello del colpevole, e cercarvi, e trovarvi un
nesso logico nei suoi divagamenti? Signori, io pensai sempre, e penso
che il delitto assai più che dalla pravità del cuore, nasca da un
calcolo sbagliato dello spirito. Con la morte del figliuolo forse
l'accusata immaginò fare scomparire non solo la traccia, ma perfino la
memoria del successo; le mancò il senno, e comparve il suo concetto
infelicissimo così nello scopo, come nella esecuzione, e ciò perchè,
come predica il proverbio antico _a cui vuole male Dio toglie il senno_.
— E aggiunto un diluvio di ragioni di simile risma conchiudeva: — il
tempo perverso domanda esempi virili; non vi trattenga la mostra di
demenza, ond'ella vi sembra dominata, perchè usa per costume inveterato
a fingere, chi ci assicura, ch'ella non finga? E nè anco vi commuova il
rimorso, che per avventura a voi potesse parere che ella sentisse,
imperciocchè il rimorso in ogni caso sarebbe il foriero delle pene che
Dio le destinò nella vita futura, ma a Dio l'altra vita; la presente a
noi: a lui lo spirito, a noi il corpo; nè il cielo volle mai usurpare le
pene della terra, nè la terra quelle del cielo. La società offesa,
chiede vendetta, e più della società la famiglia: considerate tutto
intorno a noi minaccia rovina: ogni cosa agli urti incessanti della
rivoluzione accenna sfasciarsi, mettiamoci, metteteci se pure n'è tempo,
riparo per non rimanere sepolti sotto i frantumi... colpite, e al fiero
esempio le vostre figliuole pensino, e tremino... Chiedo pertanto, che
lo accusato don Liborio venga dimesso a carcere sofferto, e quanto
all'accusata Felicina chiedo le sia applicata la disposizione
dell'articolo 531 del Codice penale. —
Al finire di questo discorso, dove non sai se primeggi lo assurdo o la
ferocia, comecchè entrambi v'insaniscano tiranni, fu udito un bisbiglio
come di labbra susurranti _avemarie_ e _paternostri_; di fatti non poche
beghine avevano cavato fuori di tasca il rosario e devotamente lo
recitavano.
Invitato a dire, sorse il giovane Fabrizio: il sudore gl'imperlava la
fronte,
Non avea membro che gli stesse fermo:
con la destra si tirò dietro le tempia i capelli, e vibrato uno sguardo
sopra il procuratore del re, che parve lo strale di Apollo contro il
serpente Pitone, come se un demone lo agitasse proruppe:
— Sono quelle che ho udito parole di uomo civile in tempi civili? Vi
contenterete voi padri di conservare caste le vostre figliuole per
terrore della gogna, della mannaia e del capestro? Porrete voi custode
alla verecondia delle vostre figliuole il carnefice? Per ritrovarla
inalterata inchioderete la castità delle vostre figliuole sulla croce
come lo schiavo romano? O padri, poichè voi non sentiste il debito di
protestare in nome delle vostre figliuole, lo faccio io, e dichiaro che
movendo il primo passo nel fòro, non avrei mai creduto inciampare in
tanta indegnità.
Guardatevi di favellare alle vostre figlie di colpe, di delitti e di
patiboli, bensì dite loro, che la società minacciata di naufragio ha
gettato sopra esse l'âncora della speranza; e, od esse la salveranno, o
veruna altra cosa potrà; serbino non pure i corpi, ma sì le anime
incontaminate da ogni malefico influsso: quando le ammaestrerete fate di
porre il dito sul vangelo, colà dove predica: «voi avete udito che fu
detto dagli antichi non commettere adulterio, ma io vi dico, che
chiunque riguarda una donna per appetirla ha già commesso adulterio con
lei nel suo cuore»: dite loro che l'anima della donna ha da essere un
santuario di pensieri casti e soavi; dalle sue labbra devono fluire
sempre parole di consolazione e di amore; e dalle sue mani, pari agli
arbori di mirra e d'incenso emanare perpetuamente atti di carità.
Dimenticate i concetti sciagurati del pubblico ministero; sperdeteli al
vento, e caso mai vi tornassero alla memoria sbanditeli come la
tentazione del maligno.
E voi, fanciulle, la testimonianza delle quali, troppo fiducioso io
invocai, invece di sovvenire alla vostra sorella caduta, voi avete
portato fascine al rogo e fuoco per ardervela sopra; — voi sole siete
quelle che potete far tesoro delle parole del difensore della legge.
Lo so, a me verrà taccia d'incauto per avere invocato la testimonianza
di donne ormai tocche dal fiato malefico del tempo, ma a voi quale e
quanto non lontano rimorso? Certo non i miei, ma i vostri nemici mi
riprenderanno, dicendo che io doveva sapere come le sacre carte parlino
bensì di angioli, di angiolesse non mai; e che se angiolesse ci fossero
volerebbero non con ali di colomba, bensì di pipistrello. Voi salutano
fiori, e fiori siete; ma fra questi vi hanno le rose, delizia della
gioventù innamorata, ed i giacinti, fiori da morto, fregio di
cataletto... andate contente se potete, con le vostre parole voi avete
intrecciato la ghirlanda sopra la bara di Felicina. Che colpa fu la sua,
se a lei, più che a voi, sorrise la natura? Se in lei più che in voi
infusero i cieli senso del bello? Avete mai considerato se fu maggiore
in Felicina la virtù di vincere i cuori, o la screanza in voi per
allontanarli? Se come affermate non li serbava per sè, è segno certo che
non ve li rapiva ella, bensì abbandonavano voi. Siate sicure, i vostri
obbrobri contro la povera Felicina non vi guadagneranno più cuori di
quelli che vi procurava la vostra venustà, nè cresceranno il valore
della vostra dote.
Ma strano a pensarsi, mentre dispetti di femminucce e parole astiose
forniscono materia al pubblico ministero per tessere grande parte di
accusa, la gioventù perversa e gli atti biechi del prete accusato od
egli dissimula o scusa... quasi li loda! _Dat veniam corvis, vexat
censura columbas._ Ecco il procuratore del re, curandaio dell'anima di
don Liborio, me lo tuffa, inquinato di mille sozzure, nelle sue pile e
me lo rende di bucato: ecco il nuovo Saulo nella persecuzione della
innocenza; casca da cavallo e, in grazia del procuratore del re, si
spacca il capo? No... diventa Paolo... uno apostolo... un santo.
I tribunali così esteri come nostrani — continuava il giovane alzando la
voce — vanno pieni di processi per delitti scellerati e nefandi, pei
quali di leggieri si comprende come i preti abbiano elevato la ipocrisia
alla sublimità di scienza. La religione hanno convertito in coccio da
tartaruga, dentro cui si rannicchiano quando stormisce sul capo loro
l'ira degli uomini e di Dio... Dio, del quale s'industriano snaturare
nelle menti umane lo intelletto e lo amore mediante superstizioni,
idolatrie e gaglioffaggini, che il popolo imbestiano così da disgradarne
i bruti...
— Avvocato — interruppe il presidente — io adoperai fin qui, a vostro
riguardo, molta indulgenza, considerando essere questa la prima vostra
orazione, adesso poi mi parrebbe mancare al mio dovere se non
v'invitassi a temperare le vostre parole, trattandosi della religione
cattolica, riconosciuta della maggioranza dallo Statuto fondamentale.
— Signor presidente, accennando io a superstizioni, a gaglioffaggini e
ad idolatrie, ma credete voi che io parli di religione?
— Ma le pie tradizioni che il popolo conserva _ab antiquo_ voglionsi
rispettare.
— Ah! gli errori diventano venerabili quanto più antichi? Credeva che
questo accadesse pel vino; mi sono ingannato; da ora in poi terrò per
sante le fraudolenze alla stregua del tempo che esse soffocano lo
spirito umano. Popolo, rispetta le tue fasce, perchè ti stringono da
secoli; tu hai da giacerti mummia eternamente dentro al sepolcro della
vita! Chi aprisse il pollaio alle volpi si chiamerebbe stolto, e stolto
altresì chi immettesse il lupo nell'ovile; e voi, che commettete le
anime e i corpi delle vostre creature nelle mani ai preti, come vi
chiamerete voi? Quello che la lingua rifugge a raccontare, quello che
senza coprirsi la faccia per la vergogna non si potrebbe udire, forma
per costoro esercizio di disciplina gentile...
— Calunnie! — interruppe una voce sonora nella sala.
Per cui l'avvocato come punto rispose:
— Chi è il temerario, che ardisce tacciare le mie parole calunnie? Si
faccia innanzi. Signor presidente, vogliate ordinare che il processo
continui a porte chiuse; ond'io possa allegare oltre a cento sentenze
pronunziate nel giro di pochi anni contro le nefandezze sacerdotali.
— Continuate, avvocato; ciò non fa al caso nel nostro processo:
l'interruttore sia condotto fuori della sala.
Lo interruttore fu rinvenuto; egli era un prete gobbo: allora il riso
s'impadronì della gente quivi adunata; perfino i giudici risero, ed anco
don Liborio; due no, Felicina e Fabrizio. Così senza rimedio si alterna
nel mondo la tragedia con la commedia, perchè questa quando tu te
l'aspetti meno t'insanguina le mani, e quella, mentre tu stai per
piangere, ti cocca e ti fa la castagna.
Quietato il riso, Fabrizio riprese:
— Deh! datemi ascolto e incoraggiatemi con la vostra attenzione, perchè
se il mio dire vi parrà inculto, egli però si parte dal cuore. Avete
veduto il pubblico ministero con quale agonia attese a raccogliere
pruni, sterpi, stecchi e trucioli per costruire il rogo dove abbruciare
la misera giovane? Per me confesso che in ascoltarlo, sentendo paura
ch'ei mi notasse e gli saltasse il capriccio di accusarmi, mi venne
voglia rimpiattarmi; qual vita comecchè innocentissima non gli
fornirebbe materia per chiedere l'applicazione della pena capitale? Ma
sapete, signor procuratore del re, che con tutto il rispetto che io
professo per le vostre virtù, se mi mettessi a frugare nella vostra vita
coi modi coi quali voi rovistate nell'altrui, gioco cavarci tanto da
farvi impiccare per lo meno tre volte.
Ora venite qua, e ditemi: quando la Felicina per gli inviti del suo
insidiatore, lasciò la casa paterna, era incinta, o no? Se incinta,
perchè allontanarsi da un luogo dove avrebbe rinvenuto sussidi a celare
meglio il suo fallo? Qui i testimoni pochi e interessati a nasconderlo;
e per andar dove? In casa circondata da persone rigide, studiose a
vigilarla, non facili a perdonare di questa maniera peccati: ad ogni
modo repugnanti a sovvenirla per dissimulare la sua colpa: quindi
cresciuti i pericoli, lo scandalo sicuro. No, prete, tu avesti Felicina
pura e ce la rendi contaminata. Chi ci racconterà le arti infernali del
seduttore, le lusinghe, le profanazioni, le minaccie, il terrore? Chi le
violenze, o lo assopimento, o la ebbrezza? I serpenti conoscono le
infinite guise con le quali i serpenti inviluppano la vittima nelle loro
spire, non io. Perchè non la ricondusse al padre? Questo il debito suo.
Egli mentisce quando narra del padre fulminato dallo annunzio della
colpa della figlia: non fu, no, la notizia del fallo, bensì quella del
suo preteso delitto che uccise il misero uomo.
Certo, non io scuserò la fanciulla, la quale non seppe resistere alle
lusinghe dell'amore, ma non sono questi i peccati di cui inorridisca la
natura, e trovino uomini e genitori implacabili: la gente ci si mette
attorno per ridurli a sacramenti e le più volte riesce: in questi casi
le nozze valgono per matrimonio e per battesimo. Ora dirò io la ragione
per la quale la figlia non fu ricondotta al suo genitore: il pubblico
ministero, con verecondia pari alla carità, suppone perchè dei molti
pruni male ella avrebbe saputo indicare quello che la ferì, ed io gli
affermo al contrario ch'e' fu perchè l'unico e il solo temè rimanere
scoperto, perchè questo non poteva, anco volendo, riparare al mal fatto,
perchè questo uno appetì la voluttà, non gli imbarazzi della colpa. Al
pubblico ministero non garba indagare le cagioni del delitto: a lui
basta trovare il fallo e domandarne il gastigo. Ciò significa che egli,
o non conosce il suo dovere, o ricusa adempirlo; quando egli insta,
affinchè la legge percuota un capo cui egli non in virtù di prove, ma
per via d'induzioni dichiara colpevole, allora religione, coscienza e
legge gl'impongono l'obbligo di rinvenire prima di tutto la causa di
_delinquere_; però che se causa non si trovi, e non pertanto il delitto
sia stato commesso, ne viene per conseguenza che lo _imputato_, come
agente senza intelletto, non si condanni per colpevole, bensì si chiuda
come demente. Giusto, in questo punto, sul quale il pubblico ministero
guizza con riprovevole leggerezza, io lo intimo a rendermi ragione della
causa _determinante_ Felicina a commettere lo infanticidio. Ormai ognuno
sa e sente che spugna di delitto non cancella vestigio di colpa. Non
riesce arduo, non dà luogo a ricerche il deposito di una creatura nella
_ruota_; mentre all'opposto è impossibile chiuderla nella bara, senza
suscitare sospetti ed investigazioni di polizia; e non ci ha mestieri di
troppa sagacità per comprendere come, nello infortunio in cui la
Felicina si trovava travolta, la più sicura, anzi l'unica via, che le si
presentasse, era per lo appunto quella di deporre il figlio
nell'orfanotrofio. Invece si pretende più verosimile, anzi vero, e di
più provato, che la madre in mezzo agli spasimi, agli sfinimenti, e
mentre la natura raumilia le ferocissime infra le belve, ella pensi
unicamente a celare la sua colpa; peggio ancora, deliberi mandare ad
esecuzione il consiglio premeditato di uccidere la sua creatura. Così
secondo il concetto del pubblico ministero, il proposito di ammazzare il
suo figliuolo, maturava nel cervello della madre alla stregua che le
membra di lui crescevano nel suo seno. Io me ne appello a quante madri
qui convenute ci ascoltano, e le invoco a dirci se questi concetti non
sieno calunnie espresse contro la natura.