io di conforto? Non atto, non voce che non significassero maledizione
per lei. Ella non la vide, nè la udì, chè Dio ebbe misericordia della
canna schiappata. Ora dove sono i suoi uguali, che devono giudicarla?
Gli uomini! Ma l'uomo comprenderà egli la paura della figlia per le
furie paterne? La ferocia della fanciulla pel suo pudore offeso?
L'orrore della donzella per la derisione delle compagne e pel vilipendio
universale? L'uomo non potendo tutto questo provare, nè manco può
comprendere. Ebbene, giudichino le donne. Misera lei! Le donne non
conoscono lacrime per la sventura della sorella caduta: non furono già
le figlie, quelle che copersero le vergogne di Noè. Tuttavia non
disperiamo, verrà il tempo (e lo vedrà chi lo potrà aspettare) in cui le
donne-giudici, uscite fuori dal _Mercante di Venezia_[25], col berretto
in capo e la rettitudine nel cuore, la toga addosso e la sapienza dentro
al cervello, giudicheranno le accusate; per ora le arrostiscono gli
uomini. Le tante società instituite per la emancipazione delle donne
stanno per dare grappoli come quelli della terra promessa. Ammannite i
corbelli!
[25] Dramma del Shakespeare.
L'altro accusato era un prete, un degno sacerdote in verità, il quale
aveva avuto la custodia delle anime; mostrava quella età nella quale gli
uomini di giudizio dovrebbero depositare con buona grazia nella
cancelleria del Tempo concupiscenze ed ardori, a mo' che fanno i
mercanti dabbene i loro bilanci nella cancelleria del tribunale di
commercio, per dimostrare ai creditori che s'ei sono costretti a
fallire, falliscono di buona fede. Appariva lindo, zazzerato, con la sua
brava chierica bianca quanto una fetta di zucca prima di essere fritta:
contegnoso negli atti; piuttosto malinconico, che sconcertato, e
Più pensoso di altrui, che di se stesso,
come canta il Petrarca a proposito di Cola di Rienzo: il suo volto non
diceva nulla; una lettera sigillata, una sciarada non anche indovinata,
un biglietto del giuoco del lotto prima della estrazione: anche alla sua
fama poteva applicarsi il detto del furbo, che portò via la lampada dal
Duomo di Pisa: «Chi ce la vuole, e chi non ce la vuole.» Pure da un
pezzo in qua, essendo diventato potente, i suoi compagni nel sacerdozio
lo avevano ribattezzato in sagrestia con lo inchiostro e fatto bianco
col suffumigio delle candele accese a San Gaetano _padre della divina
Provvidenza_... Ahi, preti! preti! preti!... La cronaca dei tribunali,
così nostrani come stranieri, va trucemente famosa per le geste vostre,
o laidi, o scellerati!
Se voi sacerdoti vi contentaste ad esercitarvi soltanto nei sette
peccati mortali, guà! _per uno accomodo ci starei_, ma quello che più mi
dà uggia, è l'ottavo, nel quale eglino presero tutti la laurea nella
università della _Ipocrisia_, e consiste nell'arte di ricoprire gli
altri sette. Più che ci penso, in coscienza, meno ci capisco: un dì i
municipi, e credo taluni anco adesso, stanziavano non so quanti scudi in
premio all'uccisore di un lupo, e non elargivano nè manco un soldo a cui
ammazzava un prete: all'opposto la legge (e' vi hanno legislatori, che
per immaginazione danno tre punti giunta a messer Ludovico Ariosto),
considera il prete un uomo, e chiama omicida chiunque si avvisasse
levarlo dal mondo. E sì che fu provato e riprovato il prete essere
uguale alla somma di tre lupi; diventino uomini e vivano.
E non basta; personaggi soliti a dare la orma ai topi e le mosse ai
tuoni si tirano su le maniche in Parlamento, e si sbracciano, affinchè
venga concessa ai preti liberali la facoltà d'insegnamento. Come va
questa faccenda? Vietasi agli speziali, sotto severissime pene lo
spaccio di sostanze velenose, e poi lasciate ai preti libera la facoltà
d'insegnare? O che siate benedetti, che cosa volete voi che insegnino!
Che il papa è padrone del cielo e della terra; infallibili i suoi
responsi; egli potere con una parola del _nero_ far _bianco_, il _tondo
quadro_, e così via. I preti sono fungosità dello errore: dopo secolari
travagli la verità appena li può pigliare di mira, e voi li armate di
tutto punto, affinchè tornino alle conquiste della superstizione? Voi
vedrete il prete rigermogliare peggio della gramigna, che scusso di
famiglia semina e non ara, e alla raccolta miete per venti: anche ieri
tutti l'ossequiavano come potente; ieri ed oggi lo venerano molti: voi
l'offendeste, voi lo spogliaste, ed oggi vi assottigliate il cervello
per dotarlo di forza per vendicarsi e rifarsi della odiata inopia. Il
mondo, insomma, è una contradizione divisa di giorni e di notti, e il
peggio incoglie a cui non vi si adatta.
Difensori del prete due avvocati insigni; entrambi parziali pel
ministero che regge: non già perchè importi loro un ministero o un re, o
un reggimento piuttostochè un altro; essi possiedono vele per tutti i
venti e carte per tutti i mari: stanno per cui comanda. Uno di loro,
quel grasso, è celibe; lui non dilettano davvero la gloria o il
desiderio di giovare alla patria e simili altre _quisquilie_: egli vuol
vivere con quanto di meglio produce l'alma natura per tutta la
superficie della terra: e perchè anco la ghiottoneria si compiace della
estetica, egli chiama _poppe di Venere_ le più magnifiche fra le pesche;
e qui mi fermo. Chi procede poco ligio al Governo, e peggio poi chi gli
si scuopre avverso, corre mille traversie, non fosse altro quella di
mettersi tardi a tavola, e a lui non occorse mai trovare il pranzo
diaccio in questa vita, e così spera nell'altra. Più grave peso, non so,
se per parlare giusto, io mi abbia a dire o la fortuna o la natura pose
sopra le spalle all'altro avvocato; egli ebbe tre figli e gli attaccò
tutti al corpo dello Stato; poco gli importò del dove si sarebbero
attaccati, purchè succhiassero; pel primo gli era riuscito murarlo come
capitello nella fabbrica di un ministero: andare più su non poteva, chè
glielo impedivano cornici, cornicione, frontone _et reliqua_ che gli
stavano di sopra; ma ciò non preme, anzi ci aveva piacere, perchè
maggior numero di circolari di quello che già ci era in cotesto cranio
non ci sarebbe capito, e girando dell'altro si correva rischio di
rompere la corda all'orologio. Il secondo si riputava felice nella
bestialità prebendata di un benefizio nella cattedrale di Milano.
Soldato il terzo, e se invece della spada, si fosse posto al fianco il
breviario del fratello, veruno si sarebbe accorto dello scambio: per
conoscere le fosse dei campi lombardi, egli non temeva concorrenza col
più esperto ingegnere ed agrimensore d'Italia.
Per istare a galla, questi due avvocati e deputati del centro non
l'avrebbero ceduta di un pelo ai tappi di sughero; e nonostante ciò, un
giorno, essi si trovarono come Ercole al bivio: ecco l'autorità si
parava loro biforcuta davanti in sacerdotale ed in monarchica, una
coll'aspersorio in mano, l'altra con lo scettro; quella col laveggio del
triregno in capo, questa con la cazzeruola del berretto Ricotti: che
pesci pigliare? Tolsero esempio dal sole: se anche questo ministro
maggiore della natura talvolta si ecclissa, tanto più potevano
ecclissarsi essi; però, nei voti _ancipiti_, non comparvero alla Camera,
e così, piacendo a Corte, non dispiacquero alla sagrestia: ben veduti da
tutti, promossi dai giudici, favoriti dai preti, delizia dei segretari,
partecipi di tutte le _commissioni_ e le _inchieste_, più del _matto_
dei _tarocchi ch'entra in tutte le verzicole_, sentendo come nelle _alte
sfere_, la scissura fra la potestà temporale e la spirituale si
lamentasse, si adoperarono _lodevolmente_, non meno che _fruttuosamente_
a farla cessare.
*
La Corte! Ecco uno dopo l'altro comparire tre giudici. O perchè tre? Una
volta, che il Tribunale dei giurati abbia chiarito l'accusato colpevole
del delitto che gli venne apposto, poco ci vuole ad aprire il volume
della legge e riscontrare quale pena ella gli assegni. Un solo giudice
avrebbe a bastare. Io raccomando questa economia, non per ora, ma sì per
quando la Italia, dopo il fallimento, si porrà in carreggiata per
diventare un paese governato da cristiani.
Il presidente interrogò gli accusati intorno alle _generalità_: il prete
ha nome Liborio e fu figlio del fu Ambrogio Rospani di Chivasso, curato
di San Rocco in Valpaiola; la donna si chiama Felicina, figlia di
Salvario Rubinetti, che _si è reso defunto_, di Castiglione. Dopo ciò,
fece leggere ai dodici giurati la formula del giuramento, e questi senza
pure stringere le ciglia promisero di non tradire i diritti dello
accusato, che non conoscono, nè quelli della società, i quali conoscono
anche meno; promisero non lasciarsi sopraffare dal timore, come se
dipendesse da loro chiudere la porta in faccia alla paura, e per ultimo
giudicare con imparzialità e fermezza, conforme conviene ad uomini
liberi. Breve, la tromba sonò, il canapo si abbassò, via, barberi,
potete correre il palio della giustizia.
Avvertiti gli accusati a drizzare bene le orecchie, ecco il cancelliere
legge una bibbia dove si racconta per filo e per segno, come qualmente
la Felicina fosse _figlia femmina_, nata unica a Salvario Rubinetti,
_applicato di terza classe al ministero della guerra_; per isventura di
questa esserle morta la madre nella sua infanzia, sicchè il padre solo
la tirò innanzi con amore sviscerato: fino da fanciullina costei avere
dimostrato propensione agli amori, ai balli, ad ogni maniera sollazzi:
sopra le altre compagne s'ingegnava comparire attillata ed ornata, e
poichè il povero stato non le permetteva le ricche spese, saccheggiava
la natura per fregiarsi co' fiori più smaglianti della stagione: compita
l'adolescenza, le si cacciarono addosso una smania irrequieta ed uno
sfinimento, di che il padre prese ad andare pensoso: e quanti
frequentavano in casa cominciarono a temere che la non fosse per dare in
consunzione: in questo frangente capitò don Liborio a visitare il
vecchio amico Salvario, il quale appena ebbe vista la fanciulla, si
sentì preso di straordinaria compassione per lo stato di lei, onde egli
disse, ed in questo lo secondava anco il medico, che per ritornarla
nella primiera floridezza non ci era altro verso che farle mutare aria,
conducendola in villa; dove circondata da immagini tutte piacevoli si
sentirebbe ricreare: egli profferirsi menarla per qualche tempo alla sua
canonica, confidandola alle cure della sua sorella, piissima donna, la
quale l'avrebbe avuta cara come un sollievo inviatole da Dio per
consolarle l'uggia della solitudine.
Il padre, dopo un lungo tentennare fra il sì e il no, parendogli che per
la partenza della figliuola gli si avesse a rompere il cuore, finalmente
acconsentiva commetterla nelle mani del prete. Così Felicina andata a
casa don Liborio da prima niente fu notato nel contegno di lei, che non
meritasse lode: più tardi ebbero a riprenderla di frequenti assenze,
massime sulle prime ore della notte, che non sapeva scusare, o scusava
con menzogne manifeste, tanto che la sorella di don Liborio protestò più
volte che ella intendeva lavarsene le mani, non volendo sul finire del
salmo della sua vita sentirsi chiamare _arruffamatasse_ e
_pollastriera_. Delle quali cose don Liborio (dice lui) sentendo
maraviglioso fastidio, certo giorno si restrinse con la Felicina per
farle una bravata nelle regole, quando ella (lo dice sempre il prete)
con sua non minore maraviglia che spavento, gittatasegli ai piedi, gli
spiattellò essere gravida di tre mesi. Tra l'ira e la pietà,
quest'ultima prese il sopravvento, però, sotto pretesto di ricondurla al
padre, la menò a Monza, dove acconciolla in casa della Brigida
Travicelli, femmina di piccolo stato, ma di buona reputazione, a patto
che l'albergasse e la governasse sinchè non si fosse sgravata. La
Brigida chiamata davanti al giudice istruttore, depose come veruno mai
si facesse a visitare la Felicina, eccetto il prete, ma rado: costui
averle di mano in mano assottigliato la retta, sicchè, sull'ultimo, la
Brigida dichiara avere mantenuto la meschina quasimente per amore di
Dio. Avvicinandosi l'epoca del parto, la fanciulla spesseggiava lettere
al reverendo, perchè andasse a consolarla, ma _lui_ duro; onde se non
era _lei_ che le dava animo come poteva, la si sarebbe per la
disperazione buttata via; finalmente il nodo arrivò al pettine, cioè
Felicina prese a nicchiare, e la Brigida, immaginando che le cose
fossero per passare lisce, sperò non ci sarebbe stato bisogno di altro
aiuto fuori del suo; ma non si appose, chè il parto si mise al brutto:
le strida della partoriente le straziarono così le orecchie e il cuore,
che ella, persa la bussola, non sapeva più a qual santo votarsi;
all'ultimo si dispose andare per la levatrice, e così fece, lasciando
l'uscio di casa accosto. Andò e tornò, stando fuori il tempo che ci
vuole a recitare un _credo_; la levatrice non trovò, chè era andata ad
assistere una altra partoriente, ma al suo ritorno in casa vide la
ragazza sgravata, don Liborio tutto affaccendato in camera, il pavimento
insanguinato, e in mezzo al sangue la creatura giacente in terra, morta.
La Felicina guaiva da mettere pietà alle pietre, don Liborio con parole
soavi la raumiliava dicendo, che, poichè l'era andata a quel modo,
bisognava rassegnarsi ai divini voleri: e senza punto smarrirsi,
rinvolto il morticino dentro un mucchio di giornali, fece intendere
volerlo trasportare alla prossima cappella per farlo seppellire in
_sagrato_. Pochi giorni dopo taluni fanciulli, giocando alla palla in
luogo remoto, avvenne che una delle loro palle andasse a ruzzolare entro
certa chiavica che ingombra a modo di ponte massima parte della strada;
la quale palla volendo ricuperare, uno di essi s'introdusse carpone
sotto la chiavica, dove rinvenne lo involto dei giornali, ed avendolo
disfatto, con orrore mirarono il corpo del delitto. I periti dell'arte,
esaminato il morticino, concordi risposero essere nato vivo e vitale, e
senza paura d'ingannarsi aggiunsero che lo giudicarono ucciso per
istrangolazione, e per rottura del cranio; ai quali due atti, massime al
secondo, vuolsi adoperare non piccola forza. Interrogata la Felicina,
rispondeva che, partorito il figliuolo, ella, per lo grande spasimo,
tracollò giù dal letto sul pavimento, dove giacque in deliquio: di nulla
avere pertanto conservato la memoria, eccettochè, rinvenuta in sè, si
vide innanzi don Liborio, il quale piangeva per la disgrazia, che al
neonato nel cadere si era infranto il cranio. All'opposto don Liborio
afferma che sopraggiungendo nella stanza dell'accusata, non solo
rinvenne la creatura col cranio fesso, ma altresì strangolata. In
conseguenza di che la Camera delle accuse, giudicando provato lo
infanticidio con premeditazione, ne chiama colpevoli la Felicina, ecc.,
e don Liborio, ecc.
Il presidente, ultimata la lettura del decreto della Camera di accusa,
ribadiva il chiodo, spremendone il sugo, dichiarando ai due accusati:
— Ecco di che cosa v'incolpano; adesso sentirete le prove che si hanno
contro di voi.
Qui il procuratore del re presentava la lista dei testimoni, che letta
ad alta voce dal cancelliere, ed ammessa senza eccezione, fu proceduto
allo interrogatorio dei testimoni e dei periti.
_Naturalmente_ giurarono tutti _di dire la verità null'altro che la
verità, e di non avere altro scopo che quello di fare conoscere ai
giudici la pura verità_, stando in piedi, con la destra sopra il _Santo
Evangelo_, previa _seria_ ammonizione sull'importanza dell'atto e sopra
le pene stabilite contro gli spergiuri negli articoli 365, 366, 367 e
369 del Codice penale.
I periti _naturalmente ancora_ ratificarono in tutto e per tutto la
perizia da loro depositata negli atti. Il presidente allora domandò
prima agli accusati, poi ai difensori, se avessero cosa da osservare.
Gli accusati tacquero; Fabrizio fece col capo atto di diniego, ma uno
dei difensori del prete, quegli dai tre figliuoli donati allo Stato,
levatosi in piedi, dopo avere salutato a destra ed a mancina, per
davanti e per di dietro, e confettati i periti di valorosissimi e di
dottissimi, li interrogò: «Dicano, nella loro scienza e coscienza, se
per operare la strangolazione e la frattura del cranio del neonato, ci
sia stato mestiere di forza superiore a quella di cui l'accusata poteva
essere capace, in specie considerando lo stato di parossismo nervoso,
nel quale si versava in cotesta occasione. _In subalterna ipotesi_,
dicano se la frattura del cranio possa essere stata cagionata dal
percotere, che per avventura fece il parto cadendo sul pavimento.» I
periti risposero per la verità, che la forza per istrangolare la
debolissima creatura appena partorita, la madre poteva avere, ed anco di
avanzo; non così per operare la frattura del cranio, la quale poteva
probabilissimamente essere successa nella caduta del parto sul
pavimento.
Chi avesse mirato il volto del prete dopo siffatto responso dei periti,
lo avrebbe visto illuminarsi di un subitaneo raggio, ma fu lampo appena
apparso represso, ed ei si ricompose tosto nel melanconico
atteggiamento, il quale gli procurava la simpatia dello universale.
Dopo i periti interrogarono la Brigida Travicelli; ahimè! Non era
Ettore, eppure quanto mutata dalla Brigida di un'altra volta: il suo
deposto orale fu perpetua contradizione dello scritto. Ora ella
affermava il reverendo nel commettere alla custodia di lei la giovane,
averle premurosamente raccomandato di pigliarne cura come se le fosse
sorella; non averle taciuto come per bontà di cuore l'accogliesse ospite
in casa sua per rimettersi in salute; dove deludendo la vigilanza della
sorella era caduta in leggerezza con qualche giovinastro del paese,
adesso egli trovarsi nel maggiore imbarazzo che mai gli fosse capitato
nel mondo, che nè a metterla per la strada, nè a ricondurla in cotesto
arnese al padre gli bastava l'animo: la retta egli aveva pagato
puntualmente sempre, e se altra volta attestò diverso, lo fece, Dio la
perdoni, per istizza, dacchè credendo allora che il reverendissimo don
Liborio avesse lo zampino in cotesto pasticcio, a lei non pareva di
essere ricompensata come si meritava, e il prete, secondo il solito,
fatta la grazia, avesse gabbato il santo; ma avendolo riconosciuto
innocente, come il bambino allora allora battezzato, o giù di lì, e che
tutto egli aveva fatto per carità, ed ora si trovava in brutti guai,
cadutale la rabbia, aveva fatto proponimento di riparare, come poteva
meglio, allo errore commesso.
Fabrizio, avendola fatta interrogare, come, perchè, e a persuasione di
chi, ella avesse mutato credenza, ella rispose:
— Degni sacerdoti averle fatto toccare con mano come stavano le cose.
— Difatti le vostre parole sanno di sagrestia: e dite, vi hanno dato
denari od altro, o vi hanno promesso ricompensarvi più tardi del mutato
deposto?
— A me non hanno dato nulla.
— Promesso?
— Se più tardi vorranno darmi qualche cosa, sono una povera vedova e non
posso rifiutare la carità altrui.
La mula era ferrata a nuovo; ond'ella continuando disse circa alle
lettere, che veramente la Felicina spesseggiava a scriverne quanto più
si avvicinava il tempo del parto, ma a cui le indirizzasse ella non lo
poteva dire, non sapendo leggere: chi fosse l'amatore della Felicina, nè
questa averglielo mai confessato, nè ella essere giunta a conoscere, ma
dando spesa al suo cervello essersi immaginata, che fosse qualche
soldato dell'esercito di Sua Maestà, e questo argomentava dalla furia
con la quale la ragazza correva alla finestra appena sentiva sonare la
tromba dei bersaglieri: in cotesti momenti non l'avrebbero potuta tenere
nè manco gli argani.
Dopo la Brigida, venne uno stormo di beghine e di preti, tutti ampissimi
fidefacienti della moralità, della probità, della santità, di una sporta
insomma delle virtù, che finiscono in _a_; e il reverendo don Liborio,
in sembianza compunto:
Stavasi tutto umìle in tanta gloria,
come madonna Laura.
Quanto a Felicina, l'avvocato Fabrizio reputò spediente citare per
testimoni alcune fanciulle sue compagne d'infanzia e pari di anni,
avvisandosi che come giovani avrebbero più agevolmente aperto l'animo a
sensi di pietà, e messo per lei parole di difesa. Se (egli aveva
pensato) se cuori induriti da lunghe offese non reggono alla vista di
tanto infortunio, come non si commoveranno coteste anime verginali? E di
simile commozione egli si avvisava far capitale per aprire una breccia
dentro ai crani dei giurati.
Non lo avesse mai fatto! Pari ad un nugolo di insetti maligni, ognuna di
loro si provò a spuntare il proprio pungiglione sopra le carni della
povera Felicina, e lei dipinsero proterva e invereconda, degli amori
altrui insidiatrice: invidiosa e spietata, sicchè non pareva esser
contenta, se tutti i giovani non tirava a sè, nulla curando la
disperazione delle compagne. Sovente avere presagito fra loro ch'ella
non poteva, se non capitar male, ed ora essersi pur troppo verificato il
presagio: della sua fine esse aver sentito dolore, non meraviglia.
All'avvocato Fabrizio cocendo essersi scottato le dita, venne in mente
d'interrogare alcuna per qual modo poteva affermare che la Felicina
toglieva altrui gli amanti, e fece peggio, perchè la interrogata come
vipera rispose che questo non diceva per lei, perchè innamorati, ella
non aveva avuti fin lì; e caso mai li avesse avuti, oh! la Felicina non
sarebbe stata bastante a levarglieli di sotto: averlo sentito dire da
altre.
Insistendo Fabrizio, ond'ella dicesse da quali indizi argomentasse lo
istinto rapace nella Felicina di levare gli innamorati alle sue
compagne, sentì rispondersi:
— Mi ha seccato.
Intervenne il presidente, il quale disse:
— La non si stia a seccare di più, e risponda con garbo.
Ora, siccome costei compariva magrissima, non è da dirsi quale e quanta
ilarità destasse nell'uditorio la lepidezza del presidente; e la
testimone indispettita osservò:
— Caro lei, subito che per colpa sua i giovanotti lasciavano le ragazze,
ciò significa che se li pigliava per sè.
Le passioni, massime le passionacce, ragionano sempre così.
Le beghine a carico deponevano avere veduto la Felicina sbadigliare alla
messa: ed una volta, alla predica del padre Giabolò, domenicano, si era
addormentata: decisamente religione ella non ebbe mai.
Per ciò che spetta ai documenti, quelli che concernevano la Felicina
procedevano a rovescio degli altri allegati sul particolare di don
Liborio, cominciavano bene e finivano male; mentre i secondi mostravano
patente brutta sul principio, e giù giù conchiudevano in lode. Era
curioso considerare come la buona fama di queste due creature facesse
l'altalena nel mondo, mentre la reputazione dell'uno declinava, quella
dell'altro andava in su, e viceversa. Ci voleva altro che Fabrizio per
combattere le arti dei gesuiti, e posto che egli avesse potuto sopperire
alle arti manifeste, come avrebbe riparato alle segrete?
Le risposte del prete, mirabili per semplicità e per modestia; egli la
contava così: essendo accaduta la disgrazia alla sciagurata Felicina,
mentre la ospitava in casa sua, vergognò aprirsene coll'amico, ed anco
temè per la figlia e pel padre; per lui, che quantunque dabbene,
violentissimo uomo era; per lei, che dubitò ne sarebbe morta di onta:
egli per troppo tenera (e se così vuolsi) per troppo pusillanime natura
in mal punto si ritrasse dal retto cammino, e con quanto inestimabile
danno! Procurò nascondere un fallo, e più tardi ebbe a rivelare un
delitto, e il padre.... il povero padre, che sarebbe rimasto desolato
alla notizia del fallo, a quella del delitto cadde spento d'apoplessia
fulminante.... (e qui si asciugò gli occhi). La stessa debolezza lo
assalse, allorchè avendo divisato portare il morticino al curato
viciniore, perchè lo seppellisse, incominciò a ragionare per via: «Che
cosa mai avrebbe detto il degno sacerdote a vederlo in cotesto arnese?
Come non lo avrebbe umiliato per essersi messo in cotesto salceto? Qual
senno, quale discretezza verrai a mostrare, non dirò di uomo anziano, di
teologo, di parroco commesso alla cura delle anime, ma sto per dire di
giovine scapestrato?» Si vergognò: perse il lume dagli occhi, povero di
consiglio, non sapendo più dove andare, nè che si fare del carico
infelice, dopo avere vagato un pezzo, capitò in un luogo remoto, quivi
lo depose e fuggì via. Non ci è dubbio, egli confessava pianamente,
tutto questo essergli successo per castigo dei suoi peccati, ma potere
levare le mani al cielo e prendere Dio per testimone, ch'elle erano pure
di delitto. Troppo cara gli era costata una imprudente carità, pure non
se ne lamentava, e riverente piegava il capo ai decreti della divina
Provvidenza.... ed aggiunse certe altre erbuccie che si tralasciano per
brevità.
E pur con queste vele e con questi remi voga da secoli e accenna volere
vogare un pezzo la galera della umanità.