faceva il boia coi traditori; e qui siamo a Milano — rispose Omobono,
guardandolo fisso senza punto alterarsi, e poi: — il pagamento dei
recapiti della banca non riguarda me, bensì sta nelle attribuzioni del
signor cassiere.
— Al cassiere, furfante! spetta pagare i tuoi debiti? Al cassiere?
E qui agitato da terribile ira fece per avventarsi contro di lui; quando
ecco i due commessi a _latere_ del Nassoli balzare su come gente pratica
ed acciuffarlo per le braccia e per la vita impedirgli ogni violenza: il
mal capitato mugliava come un toro: forte egli era e dava strettoni da
schiantare una porta di città; ma gli altri fra le guardie di sicurezza
godevano fama di _tanaglie maestre_; onde egli con la bava alla bocca
urlava:
— Lasciatemi, mascalzoni.... ladri da strada.... ora ve la farò vedere
io, se giustizia vi è, il questore....
— Chi è che mi chiama? — si udì una voce al di là della paratia, e
subito dopo comparve la nostra antica conoscenza, il questore Speroni,
amico del cavaliere Faina: pareva venisse a festa, perchè, si sa,
dell'arte sua ogni uomo s'innamora; e al conte, che dal caso inopinato
pareva sbalordito domandò da capo: — Che cosa desidera la signoria
vostra dal questore di Milano?
— Desidero, — rispose il conte facendo come meglio poteva buon viso alla
cattiva fortuna — desidero sapere se a Milano si pagano a questo modo i
biglietti all'ordine? Ecco per avere domandato il mio mi trovo preso,
come da sbirri (il povero uomo senza saperlo indovinava) e temerci di
peggio se la presenza vostra non mi assicurasse; appena sia libero....
oggi.... al più lungo domani avrò l'_onore_ di recarmi al vostro ufficio
per esporvi minutamente la odiosa insidia ordita a mio danno da cotesto
ribaldo, contro cui fino da questo momento sporgo querela di truffa e di
violenza....
— Illustre signore, ella ha da sapere come noi altri questori, prima di
tutto per debito di ufficio e poi anco per genio, battiamo il ferro
quando è caldo: le tracce dei reati da un punto all'altro si volatizzano
peggio dell'etere; non perdiamo tempo, venga subito, e voi altri
accompagnatelo.
— Come! Confida la mia custodia ai commessi di questo Banco.... o
piuttosto di questa spelonca....?
— Stia tranquillo, io la confido nelle mani di due guardie di sicurezza.
— Signor questore.... sono gentiluomo....
— Non dubiti, che le saranno usati i debiti riguardi: giù ci aspetta una
carrozza; anch'io desidero che le cose si facciano per benino.
Omobono a cui coceva essere stato tratto in trappola come un novizio, e
non aveva potuto ancora digerire gli scherni della contessa, tanto non
si potè tenere, che sul partire queste parole non dicesse al conte:
— Signor conte, quando rivedrete la rispettabile vostra signora, vi
prego farle accettare i miei saluti, e dirle da parte mia, che finchè
non si tira la rete in terra, non si può vedere se il pesce è preso.
*
Del conte e della contessa o Kranoski o Kamieski non parla più la nostra
storia, eccettochè per dire che veramente nobili, anzi nobilissimi essi
erano: avevano mutato nomi quanto paesi, da per tutto traendosi dietro
una coda di truffe più lunga di quella delle comete. Per giuntare la
nobilea facevano mostra di modi fastosamente superbi, chè dura tuttavia
la opinione essere la prepotenza indizio di nobiltà; co' democratici poi
ostentavano spiriti liberali e odio eterno contro il tiranno della
_sventurata sì, ma pur sempre infelice Polonia_[22]: con tutti molto li
avvantaggiò l'Amore, finchè la contessa lo potè agguantare, ma da molto
tempo in qua egli volava fuori di tiro; onde un giorno venuti meno tutti
i partiti che rasentavano il Codice penale, bisognò appigliarsi ad uno
di quelli che lo tagliano in mezzo: crederono agguantare e rimasero
agguantati: scaltrissimi per lunga sperienza si lasciarono agguindolare
da giovane inesperto, confermando il dettato, che in pellicceria ci ha
più pelli di volpe che di asino.
[22] Famoso motto del celebre Casati, il quale per la sua
dottrina e per altri suoi meriti fu ministro del Regno d'Italia
e presidente del Senato.
Il Governo reputò prudente bandirli senz'altro, e fece bene, perchè
sarebbe riuscita difficile la prova del delitto commesso; e tuttavia la
contessa, costretta, rese l'orologio, e così ebbe a contentarsi per
richiamare alla sua mente Omobono della sola immagine ch'ei le lasciava
nel cuore.
Ma, se alla contessa fu forza restituire lo orologio, non per questo
ritornò ad Omobono. Gli antichi solevano consacrare agli Dei inferi le
membra dello agnello riscattate dalle zanne del lupo: Omobono lo
consacrò al questore in memoria del fatto, e per testimonianza
dell'animo grato.
Egli volle altresì usare cortesia con le guardie di pubblica sicurezza,
le quali pertinacemente rifiutarono qualunque dono[23]: credeva
facessero per burla, e s'ingannò; le guardie stettero ferme a sostenere
che avevano compito il debito loro, ed il Governo pagarle giusto per
questo, onde Omobono dopo un lungo contrasto, ebbe a concludere:
— Ma che sarebbe proprio vero, che per ravviare questa matassa arruffata
della società, si dovesse incominciare da metterla sotto sopra? Eh! così
si costuma con gli orologi a polvere, perchè non si potrebbe fare anco
con gli uomini? Molto più, che gli uomini anch'essi sono polvere che
passa e non misurano il tempo.
[23] Due fatti sono narrati in questo capitolo che parranno
inverosimili, ed io posso assicurarli storici: il primo dei
pagherò datati a un secolo di scadenza, accaduto, per lo appunto
come viene esposto, a persona a me nota. Il secondo, delle
intemerate guardie di sicurezza, attesto come di fatto mio:
saranno state _rarae aves_, non lo so, ma successe proprio così.
CAPITOLO VIII.
LA INFANTICIDA.
— O dove vai così a rotta di collo?
— Non di certo a riscotere una cambiale.
— Molto meno a pagarla. Insomma dove vai?
— O non lo sai? Oggi _debutta_ (perla del dire della odierna gioventù
dorata e della massima parte dei giornali italiani) l'amico nostro
avvocato Fabrizio; se ne aspettano _mirabilia_.
— E tu naturalmente da buon amico desideri e speri che egli faccia
fiasco.
— L'avrei caro perchè egli è un presuntuoso da sfondare lo stomaco ad
ogni fedele cristiano; però in cotesto suo capo non manca mercurio, e
dubito che ei ce la sfangherà; molto più che difende una causa di
_spolvero_, un infanticidio, e ci ha di mezzo un prete; ne sentiremo
delle belle, scandali da scriverne al paese. Sarà un dramma in dieci
atti, e per giunta senza pagare biglietto; vieni adunque anche tu, che
ci divertiremo.
— Verrei, ma proprio non posso.
— O che hai che ti para?
— Bisogna che vada alla messa.
— Alla messa!
— Già, caro, alla messa; la mia egregia zia, donna Claudia della sacra
famiglia dei _Biscottini_, mi tiene il broncio da parecchi giorni,
perchè gente sviscerata per la salute del tuo povero amico le assicurò
di certa scienza che io era un'anima persa, e che lasciando a me,
tornava lo stesso che insaponarmi le scale per isdrucciolare giù nello
inferno; onde in me si raddoppia la necessità di tenermela bene
edificata, però che, dal suo filo in fuori, io non ho refe da rammendare
i miei strappi.
— Capisco; la scusa è onesta anco per assistere alla messa; ma, se non
la sbaglio, mi sembra donna Claudia in assai buona età da farti
allungare il collo più di una cicogna, posto il caso che tu vincessi il
palio co' gesuiti.
— Amico del cuore mio, datti pace, che tu non avrai a desolarti di
vedermi tribolato da una zia eterna: ci hanno due cose fuori della mia
potestà, le quali mi porgono fidanza del prossimo dolore di piangerla a
spron battuto, onde non io, ma qualche altro nipote più amoroso di me
possa dispensarsi dalla terza rimessa al suo arbitrio: le due cose sono
il catarro e il medico che la cura; la terza sarebbe lo speziale.
*
Giù il cappello, lettori, ch'entriamo nel tempio della giustizia.
E tuttavia, io lo dichiaro alla libera, qui dentro tu troverai tutto,
tranne la giustizia. Ed invero, o come ce la potresti trovare, se gli
uomini non sanno nè manco in che cosa consista? Taluno (credo san
Tommaso d'Aquino) insegna: _Giustizia essere tacito convenimento della
natura in aiutorio di molti_. Misericordia! La Sfinge si sarebbe fatta
coscienza di proporre a Edipo d'indovinare enigma traditore come questo.
Tale altro (credo sant'Agostino) dichiara: _Giustizia è ferma e
perpetuale volontà che dà la sua ragione a ciascuno_. Peggio che andar
di notte senza lume: ragione che significa mai? E come si impara ella? E
con quale regola la si spartisce? Ancora, la volontà disgiunta dall'atto
è nebbia che lascia il tempo che trova, e tanto è il mal che non mi
nuoce quanto il ben che non mi giova. Arrogi, _la ferma e perpetuale
volontà_ a cui spetta? Senza dubbio all'uomo, e se così, come puoi
fidare che una norma commessa in balìa dell'uomo possa rimanersi
inalterabile e ferma? Non che altro le campane di bronzo per virtù del
caldo o del freddo dilatansi o restringonsi, pensa se la umana volontà,
nuvoletta poverina lasciata in abbandono all'uragano delle passioni.
_Giustizia_ (questa nuova definizione ce la somministra Brunetto Latini,
maestro di Dante) _è abito lodevole per lo quale l'uomo fa opere di
giustizia_; manco male adesso la giustizia, abbassato il volo dalle
regioni della metafisica, incomincia a rasentare la terra, ma ci vuol
poco a comprendere come questa definizione manchi di due estremi, senza
i quali la giustizia si risolverebbe a nulla, ovvero a danno; e sono:
certezza della costanza dell'abito, e notizia sicura delle opere giuste.
Passiamo ad altra definizione: _Giustizia è studio di non fare troppo o
troppo poco ed osservare lo_ MEZZO. Dio ne liberi! la sarebbe _giustizia
da moderati_; e il nome ha trucidato la cosa. Per un po' che tu ci pensi
sopra, tu conoscerai che ai termini di cotesta definizione, chi ti
ripescasse caduto e ti lasciasse poi fra il pelo dell'acqua e l'orlo del
pozzo, sarebbe giusto; giusto avrebbe a giudicarsi colui il quale,
potendo rubarti un sacco di scudi, te ne lasciasse la metà; e a
ragionare così non costa altra fatica che aprire la bocca, e' ci sarebbe
da sbattezzarsi pensando come sia tanto facile starsene zitti, e come
ciò non di manco, l'uomo s'incaponisca di sfringuellare a vanvera. Più
positivi, parecchi definiscono per giustizia il patibolo addirittura,
ovvero il luogo dove si fa la festa ai condannati; e questa, a mio
parere, ha da essere la giustizia vera, imperciocchè i diversi
significati della giustizia si adattino maravigliosamente a simile
significato: così _giustiziare_ denota uccidere i condannati dalla
giustizia; _giustiziati_ gli uccisi dalla _giustizia_; _giustiziere_
quegli che uccide gli uomini giudicati dalla _giustizia_.
Dunque smetti l'ubbìa di cercare la giustizia nei tribunali; ella sta di
casa altrove; cercavi i giurati: di fatti e' ci sono: mira chiuso in
cotesto casotto quel branco di brave persone. Li vedi? Guardali bene,
sono i giurati, ovvero i giudici del fatto: a quale specie di animali
essi appartengano non è cosa facile dire: a quella dei feroci, no certo:
se le sembianze umane potessero significarsi a suono di musica direi,
che presentano una scala semitonata dalla faccia della pecora fino a
quella del montone; il demonio dello sbadiglio si è impossessato
dell'anima e del corpo loro; con la bocca senza requie, ora aperta ed
ora chiusa, raccontano la storia di tutte le forme dei mascheroni che
furono, e predicano la profezia di tutti i mascheroni da fontana che
saranno fino alla consumazione dei secoli: onesti tutti da ventiquattro
carati buon peso: veruno di loro diede mai agli avventori meno di undici
once per libbra: è calunnia del Giusti, che taluno di essi vendesse
zenzero per pepe buono, egli ci mise unicamente pane pesto, ed anche a
ciò indotto dallo scrupolo, che il pepe pretto accendesse troppo il
sangue dei padri di famiglia. Tutti, o quasi, pagarono le cambiali a
scadenza senza protesti o gravamenti; tutti conservarono salutare
terrore per la galera a vita ed anche pei lavori forzati a tempo.
Veramente, lo dico pel dovere di servire alla verità, e col rossore
sopra la faccia, qualcheduno di loro amò la donna altrui, ma diventata
vedova se la fece sposa, dando coda di sacramento al fatto che
incominciò col capo di peccato mortale; e qualche altro lasciò vincersi
dalla tentazione sotto l'aspetto di cameriera, ma non sì tosto se ne
accorse la pudica moglie si picchiò il petto, si rese in colpa, e
rimettendosi in carreggiata cacciò via la fantesca, alla quale, per non
mostrarsi da meno del patriarca Abramo quando licenziò Agar, donava
cento lire, dico cento in tanti _cinquini_ di argento, perchè facessero
più figura; e se ma' mai la pratica si lasciò dietro strascico
peccaminoso, alla _colpevole tentatrice_ fu liberale delle spese del
parto e del puerperio ordinate dalla legge, e pel prodotto ebbe cura che
saldo e ben condizionato lo deponessero nella ruota dei bastardi. Ciò
basta alla dignità del borghese _galantuomo_ e _moderato_, e ce n'è
d'avanzo.
Rispetto a dottrina, chi presumerà superare i miei droghieri nell'arte
di pesare a stadera, ovvero in quella di comporre un cartoccio bislungo
o a cono? Non tutti, chè non sarebbe vero, ma taluno di essi _temporibus
illis_, quando costumava moneta di metallo, per amore della teoria della
uguaglianza democratica, tosò gli scudi traboccanti: ora però, che
correvano biglietti di banca, se ne stava come Adamo sbandito su l'uscio
del paradiso terrestre a struggersi alla vista del frutto vietato,
peritandosi di andare a pigliarlo per propaginarlo nel proprio orto. Al
mio droghiere giurato non istate a contare dei Tristi di Ovidio o dei
Treni di Geremia, un conto di ritorno vince per lui il lamento di ogni
più pietoso _epicedio_; come di rimpetto ad un conto di netto ricavato,
che butta il pro di un cinquanta per cento, non gli rompano le scatole
con le odi di Pindaro e di Tirteo. Le cose del mondo non vanno, e non
andranno mai bene, finchè il padre eterno non provvederà a che sieno
tenute in regola a _partita doppia_.
Oltre i droghieri fanno parte del _Giurato_ alcuni medici, i quali
appartenendo alla setta dei controstimolisti non disperano della salute
della umanità, a patto che non si sopprima il salasso, e se Cesare
Beccaria sostenne il contrario, egli è perchè non fu medico, nè
chirurgo, e quindi nè manco potè essere legislatore compito e medico.
Diavolo! Come volete rimediare allo stimolo, se renunciate al taglio
della testa, che è il controstimolo?
E poi vengono gli ingegneri, i quali affermano la società difettare nei
fondamenti; e per giunta i muri essere tirati su fuori di piombo;
orribile comparire di aspetto come quella che va composta con un
guazzabuglio di ordini architettonici. Onesti ingegneri, voi pigliate un
granchio, le nostre società, quasi tutte monarchiche, furono inalzate su
fondamenti di ossa e murate con calcina spenta nel sangue dei popoli,
che fa cemento mirabile per simile maniera di fabbriche, a detta del
Guicciardino, che se ne intendeva: quanto ai muri a sghembo, ci si
provvede con puntelli di baionette: chi poteva tagliare la umanità tutta
da una pezza non lo volle fare, però bisogna pigliarla com'è e tirare di
lungo, senza andare a cercare il quinto piede al montone.
E gli avvocati dove me li lasci? Come si pongono di tratto in tratto
colonne per indicare la diritta via sopra i cammini pubblici, così gli
avvocati piovvero nel mondo per farcela smarrire. Costoro reputano
offesa personale la divisione operata dal creatore fra le tenebre e la
luce, e si affaticano ad abolirla. Il Dante impone silenzio a Ovidio ed
a Lucano per le trasformazioni da essi raccontate, ma gli avvocati fanno
dimenticare quelle di Dante; qual
serpentello
Livido e nero come gran di pepe[24]
può non che vincere, uguagliare la maligna virtù delle calunnie vendute
e delle ire date a nolo? Con lo intelletto guercio per sofismi e con
l'anima viziata dall'avarizia, o come giudicheranno essi? E pure essi
giudicano e condannano le colpe, che seminano a bocca di sacco
nell'umano consorzio.
[24] Dante, _Inferno_, c. XXV.
A questi e ad altri cosiffatti uomini la legge dà commissione di
penetrare nello spirito umano, indagare le più segrete scaturigini del
delitto, e poi conosciute le contingenze tutte, onde si forma la volontà
della creatura umana, confrontarle con le spinte esterne e gli urti del
temperamento individuale: perchè per moltissime cose l'uomo è tomo della
medesima opera, non iscompagnato, ma diverso dagli altri; poi vuole che
essi abbiano ad un punto la sapienza del Kant e del Cabanis per
assicurarsi, senza fallo, della spontanea intenzione dello agente,
ovvero, come dicono in termine del mestiere, _dello elemento
intenzionale_. Questa terribile Iside davanti cui Socrate piegherebbe
sgomento la faccia, ecco tutto giorno svelano sensali, droghieri e
merciaioli. E tuttavolta noi vivemmo nei tempi nei quali i giudici
ordinari pronunziavano sentenze alla stregua della prova; se piena la
prova, e piena era la pena; se no, un terzo, mezza e due terzi di pena.
Tenetevi pertanto caro il giurato nella medesima guisa che anteporreste
la scarlattina al vaiolo: per ora la scelta non può cascare che fra due
mali; più tardi vedremo: la via è lunga, me ne sono accorto anch'io, ma
la speranza ci conduce _gratis_, e lo fa volentieri; da poi che mondo è
mondo, questo è il suo mestiere, e lo sarà fino all'ultimo.
Dacchè la Felicità viene pian piano perchè ha i pedignoni, contentiamoci
della Speranza; cari miei, imitiamo la virtù di colui, che non potendo
comprarsi l'arrosto, si soddisfece coll'impregnare il pane del suo fumo.
L'oste ladro pretendeva dal povero uomo anco il pagamento del fumo, e il
giudice gli diede ragione, solo condannò il convenuto a pagarlo col
suono della moneta. Storie vecchie.
Oltre i giudici giurati, eccolo lì, il pubblico ministero, l'avvocato
fiscale, il procuratore del re, insomma colui che urla sempre:
_Crucifige_. Come il franco tenitore nel torneamento, egli tiene in
resta la lancia del sofisma per iscavalcare nemici, i quali vinti, egli
manderà alla dama dei suoi _pensieri, che è la forca_. In verità egli è
un tristo, ma tristo mestiere, peggiore di quello di cogliere finocchio
marino e masticarlo, come dice Amleto, peggiore di quello del ladrone da
strada, imperciocchè questi affatto ingeneroso non paia, potendo
incontrare contrasto e rimanere ucciso: l'avvocato fiscale assassina in
poltrona.
Di contro al difensore della legge siedono i difensori degli accusati:
anche questi decorano con vanti pomposi un mestiere assurdo ed ignobile:
assurdo però che per costoro sieno innocenti tutti, come se colpe e
colpevoli non esistessero al mondo: quindi la rôsa di pretendere ogni
accusato senza delitto, mentre non giova ai rei, nuoce ai giusti. Per me
vorrei che come pei crimini di lesa maestà si costuma nella Inghilterra,
lo imputato dovesse dichiarare se intenda sostenere la innocenza
assoluta ovvero la sua scusabilità; nel primo caso, dove non si
giustificasse intero, gli applicassero la pena a venti soldi per lira in
odio della temerarietà; nel secondo, gli si usasse misericordia, dacchè
i giudici dovrieno rammentarsi sempre che anche essi un giorno
tremeranno dubbiosi se verrà loro usata misericordia, ed avendola essi
adoperata con altrui, più agevolmente la otterranno per sè. Inoltre
ignobilissimo parmi il mestiere dello avvocato, però che ai giorni
nostri si pigli a nolo ad un tanto l'ora, come le vetture di piazza; e
quando ti fai pagare la coscienza a tariffa, oh! buffone, mi vuoi far
ridere quando favelli di convincimento. Presso i Romani la difesa, non
pagata per divieto della legge, induceva la gente a non discredere
simile convincimento; e i Greci una volta ordinarono che gli accusati da
per loro si difendessero; onde essi ricorrevano, è vero, alla opera
degli oratori, ma unicamente perchè le proprie arringhe dettassero,
mentre poi eglino o le leggevano, o, mandatele a memoria, le recitavano
nel tribunale. Di qui le bellissime orazioni di Lisia, succinte e
semplici, varie secondo l'indole dello incolpato e le qualità del
delitto: altri si compiaccia delle filippiche o delle orazioni per la
corona, che io mi contento della orazione dell'_obolo_ e del
_fratricida_.
*
Fabrizio aveva assunto la difesa della miserrima donna, per bontà di
cuore, non senza però qualche miscuglio di libidine di fama: sicchè in
fondo in fondo provvide più allo interesse proprio che allo altrui, onde
se un giorno egli si avviserà chiedere a Dio la ricompensa di cotesta
azione, dubito forte che egli non abbia a sentirsi rispondere:
_Recepisti mercedem tuam_, tu hai riscosso il tuo salario da un pezzo.
Il profeta nei tempi andati esclamò; «Voi che passate, vedete, se mai ci
fu dolore uguale al mio!» Queste pietose parole, dette già per
Gerusalemme, furono poi applicate alla madre di Gesù Cristo; e senza
dubbio non sembra che veruna angoscia possa superare quella della madre
che raccoglie in grembo il proprio figliuolo lacerato dalla bestiale ira
degli uomini, e pure si conosce spasimo fuori di misura superiore a
questo, ed è quello della madre che si mira davanti il figlio che ella
dubita ed altri l'accusa avere ucciso. Quando successe il pietoso caso,
ella si sentì del tutto tramutata, o piuttosto sè da se stessa divisa:
veruna parte del suo essere stette ormai più unita coll'altra: le sue
facoltà intellettuali, non che le sue membra, entrarono in urto fra
loro: gli occhi stirati verso le tempie, presero guardatura disforme;
con uno vedeva il pargolo saltellante e vivo, con l'altro immobile e
morto: delle orecchie in una udiva il vagito di cui piglia possesso
della vita, nell'altra il singhiozzo della morte; allora ella fuggiva
alla dirotta, mugolando, turandosi gli orecchi con le dita; indarno
però, che gli infesti suoni crescessero sempre e non provava refrigerio
alcuno nè dallo stopparsene i fori con le foglie, nè spingendovi dentro
i lembi di carne rovesciati in su a modo che si fa con le faldelle per
le ferite: si sotterrava la testa, ed era peggio: allora non sapendo a
qual partito appigliarsi, si acchiocciolava giù sul pavimento senza dare
in un gemito; di tratto in tratto lei scoprivano viva le convulse
palpitazioni del cuore. Se tu l'avessi sperata traverso al raggio della
luna, cotesto raggio le avrebbe passato il corpo, tanto era per lo
spasimo continuo diventato attrito e trasparente: i capelli in parte
rimasti neri, in parte diventati bianchi; taluni pieghevoli, altri irti
e ribelli ad ogni cura di pettine; delle mani, la manca, senza requie,
aperta e chiusa, pareva volesse grancire qualche cosa; la destra giù
inerte come morta. Come sudava piangeva; le lacrime, per così dire, non
piante, traboccandole dalle ciglia, in parte le gocciavano in bocca,
ahimè, quanto amare! Serbavano il sapore della colpa; parte cadevano in
terra e la terra, vindice anch'ella della natura oltraggiata,
mescolandole con la polvere le riduceva in fanghiglia; e più che tutto
terribile la bocca; fregandosi ella con moto perpetuo le labbra fino a
scorticarsele, queste presentavano sembianza di piaga insanguinata.