levò, camminò e andò a letto, mentre Omobono, puntuale quanto _lui_, al
tocco dell'una ora di notte, era sull'uscio della contessa Dorliska
Lubowmiska Kranoski. Gli aperse la solita megera, lo salutò sommesso, e
senza altre parole lo mise dentro ad una camera oscura; non già che
fosse buia affatto, ma poco ci si vedeva, e ciò perchè il lume del
candelabro andasse avvolto di un fitto velo increspato: mobili molti a
catafascio; in confuso ogni cosa, come chi o non ebbe tempo di ordinare
la casa, o non la voglia ordinare, deliberato a farvi breve soggiorno:
in mezzo un lettuccio magnifico, e sopra esso, quello che premeva di
più, la donna. Costei mollemente adagiata, si faceva _al capo colonna_
del braccio ignudo, a perfezione tornito e bianco, e giù dal capo le
pioveva pel seno e per le spalle una vera cascata di capelli lucidi e
neri più dello asfalto; la persona intera ella teneva avvolta dentro
un'ampia zimarra di velluto nero, orlata e forse foderata di martora
zibellina.
Dopo brevi istanti di silenzio, ella con voce che a tutti gli altri
sarebbe parsa maschile, ma che Omobono giudicò divina, incominciò a
sciorinare ringraziamenti, complimenti e caccabaldole di ogni maniera;
invitato a sedere, il giovane prese una seggiola e si assettò
pudicamente a piè del lettuccio, conforme l'uso, che vuole s'incominci
in _bemolle_ per giungere di rincorsa al _cisolfautte_. Allora la
contessa esormò con moltissimi particolari la storia della quale ella
aveva presentato lo epitome nella sua lettera; mentre stava per
conchiudere, Omobono la vide di un tratto balzare di sul lettuccio e
recarsi a certo stipo, che aperse mercè una chiave tirata fuori con
precauzione dalle pieghe della zimarra: quivi prese parecchie carte
condizionate ottimamente, e le depositò sopra una tavola dove stavano
ammanniti carta, penne e calamaio.
— Ed ora, mio signore, fatevi avanti ed esaminate meco le carte, che io
vi verrò mano a mano porgendo, onde vediate se bastino a indurre il
magistrato a pigliarmi sotto la sua tutela.
— Non è caso, madama, ciò menerebbe troppo a lungo, ed io non dubito
punto che questi fogli non confermino ampiamente la verità delle cose
esposte da vostra signoria.
— Sia come volete — riprese la contessa levando la faccia verso la porta
donde era entrato Omobono; poi domandò: — Che ora fa?
Ed Omobono, consultato il suo magnifico orologio, rispose: — Un'ora e
mezza di notte.
— E vi va bene?
— Oh! quanto a questo poi....
La contessa sorrise alquanto e proseguì: — Tuttavia permettetemi,
signore, che io vi accenni la importanza di questi fogli: questo è il
testamento di mio padre, conte Daniele Casimiro Lubowmiski, aiutante di
S. M. l'imperatore Niccolò; — e glie lo porse.
Omobono, a cui non premeva il testamento più di un bottone da camicia,
attese alla mano e la rinvenne nobilesca affatto, classica nei contorni,
lunghetta alquanto e nel mezzo del dorso quanto conviene carnosa; non vi
eccedeva nodo, le vene un po' troppo turchine, segno che non vi correva
rapido, come un giorno, il sangue della gioventù: candida la pelle, ma
raggrinzita in faccette romboidali, segno anche questo che i muscoli,
dopo essere stati tesi al massimo grado, ora principiavano a rilassarsi.
Tale diversità gli artefici industri rinvennero _ab antiquo_ fra il
marmo pario ed il pentelico: quello serrato in grani uniti e con
superficie uniforme, rappresenta meglio la gioventù; questo, screziato
in minutissime mollecole la età che declina: prevalse il primo, e da
quello gli eccellenti scultori ricavarono le più mirabili statue
dell'antichità.
Certo la è una grande cosa la mano: tutti i poeti lo hanno detto in
rima, ed ancora io lo dico in prosa; ma ad Omobono tardava contemplare
in pieno la faccia di cotesta donna, la quale per istrano accidente fin
lì rimasta fuori della zona luminosa, non si svelò quale era. Di un
tratto con terribile fracasso, pari a quello che don Alfonso fece alla
porta della camera di donna Giulia,[20] uguale a quello che mossero e
moveranno tutti i mariti, quando chiappano o fingono chiappare le mogli
in _flagranti_ (e qui, dicano quello che vogliono i grammatici, la
parola _in flagranti_ cade a pennello, perchè denota i ferri arroventati
al più alto punto d'incandescenza) ed un coso rosso e scarduffato casca
in mezzo della stanza, come bomba in fortezza nemica. Appena Omobono lo
fissò in viso lo riconobbe per quel desso, in cui aveva dato dentro la
sera precedente, sicchè di un lampo ei venne in chiaro come egli avesse
avuto il puleggio, non già perchè costui si trovasse in casa, bensì
all'opposto, perchè non ci si trovasse. La donna, dopo avere mandato il
_solito_ grido, era caduta nel _solito_ svenimento resupina sul _solito_
letto; la zimarra apertasi davanti lasciò vedere com'ella vestisse sotto
la semplice camicia, donde diffondevasi, anco troppo, la così detta
_copia di gigli e di rose_: alla rovescia di Anna Bolena, la quale prima
di mettere il collo sul ceppo, attese con pudore mirabile ad
invilupparsi bene le gambe nel lembo della veste, onde nella convulsione
della morte violenta non rimanesse disonestata, caso fosse, o consiglio,
la nostra contessa mostrava le gambe fino al ginocchio; ma nella
scompostezza dei moti, cadde il velo dal lume, che percotendo in pieno
sul volto di costei, lo rivelò intero. Potenze e dominazioni del cielo!
Quale disinganno, Omobono, fu il tuo! Non sacerdotessa, bensì diacona e
archimandrita[21] colei di Venere Pafia; il corpo suo, stadio dove
l'Amore aveva corso più palii, che non tutti i cavalli della Sicilia e
della Grecia nell'ippodromo olimpico; nè Venere solo ed Amore, ma
eziandio Bacco ci si era messo in terzo, avendo lasciato la traccia del
suo passaggio pel corpo della contessa, con molte rose di colore
amaranto sul viso di lei.
[20] Byron, _Don Giovanni_, c. I.
[21] I diaconi erano i gestori dei negozi ecclesiastici,
archimandrita propriamente significa _capo della mandra_.
La coscienza, la quale nel nostro fòro interno sostiene le parti di
procuratore del re, così rivolse la sua allocuzione ad Omobono: «Un
pezzo di asino grosso come te, o figlio mio, non si vide fin qui in
tutta la cristianità: un tonno, non che altri, avrebbe evitato la rete
nella quale sei caduto tu; ma ormai che la frittata è fatta, occhio alla
penna per uscirne pulito. Arme non hai, e questa dovevi portare; invece
ti trovi addosso il portafogli con di molta moneta dentro, e questo non
dovevi portare. Ma neanche l'arme ti gioverebbe; come uccidere, così
potresti rimanere ucciso; pure parrebbe più facile che la peggio avesse
a toccare a te; caso tu campassi la pelle, lo scandalo da un lato, la
melensaggine stupenda della quale desti prova dall'altro, ti farebbero
perdere in un attimo la riputazione acquistata; dunque senno _adesso_,
che di quel _del poi_ ne vanno piene le fosse, e sopra tutto bada a non
lasciarti chiudere la coda fra l'uscio e il muro».
Tutti questi successi e tutte queste considerazioni furono compiti, già
s'intende, in meno che non si dice _amen_. Tuttavia il conte marito
aveva già messo mano alla sua terribile catilinaria, accompagnandola di
_temerari_ pugni nel _capo_ e con frequenti _comment se fait-il_? Come
se fossero cose nuove, nel suo discorso ricorreva frequente il _mon
Dieu_! che di simili faccende se n'è sempre lavato le mani, all'usanza
di Pilato. Insomma egli gridava che _ce misérable_ da gran tempo
insidiava _l'honneur_ di casa sua, tentando con arti _diaboliques_
sedurre la _faiblesse de sa femme_, ed esserci, a quanto pareva,
riuscito pur troppo! _Oh rage!_
— Creda, _monsieur le comte_, — rispondeva Omobono tutto contrito —
ch'ella proprio s'inganna; creda in _onore_ che io ebbi l'_onore_ di
conoscere la sua rispettabile dama unicamente da ieri l'altro sera,
avendomi fatto l'_onore_ d'invitarmi.....
— _Tais-toi, misérable! Point de justifications avec moi..... sacré
non....._
— Ma senta, signor conte, non s'inquieti; la si lasci persuadere; miri
qua..... veda: questo è giusto il biglietto che la sua signora mi mise
in mano ieri l'altro verso l'un'ora di notte.
— _Tais-toi encore une fois, lâche!_ Tu mi hai strappato il cuore dal
petto, ed ora che farò io al mondo? _Parbleu_! ammazzerò prima, e dopo
mi ammazzerò sopra un _tas_ di cadaveri..... esempio memorabile al mondo
ai traditori che fanno professione di contaminare i talami altrui.
E qui frugatosi in tasca, ne cavava un pugnale e due _rivoltelle_ da sei
colpi l'una. Ci era da ammazzare un battaglione di soldati; e sì, che in
tutti, compreso lui, si riducevano a tre.
Omobono, che aveva capito la ragia, con ingenua malizia aggiungeva:
— _In primis_, senta, signor conte, ella fa torto e torto grave alla
virtù della sua signora, ch'è svenuta là..... e poi, o come può ella
credere sul serio che io, giovane di ventidue anni, abbia perso di un
tratto il lume degli occhi per le bellezze postume di una donna di
quaranta sonati?
— _Tais-toi! Tonnerre....._
— Bellezze certo un dì da galleria, ma oggi da bottega di rigattiere.
La vanità mise la mano alla gola al delitto, e per un momento se lo
cacciò di sotto, imperciocchè dalla parte dove stava giacente la donna
s'intese un grugnito di rabbia, che il conte si affrettò ad interrompere
urlando:
— _C'est fini! Ta dernière heure....._
— _A sonné! Connu, mon cher comte, connu....._ Or via, veniamo al sodo.
Voi mi avete attirato qua per taglieggiarmi: ho dato del capo nella
ragna. Pazienza! Chi non ha giudizio paghi di borsa. Da banda parolone e
minacce: qui perdiamo tempo senza conclusione: voi volete il mio danaro,
non il mio sangue: quanto dunque ha da costarmi questa pretesa
seduzione?
— _Vous avez, monsieur, une manière d'envisager les choses..... mais
c'est égal....._ la seduzione, _allons donc_, è pur troppo consumata, il
mio onore _à jamais_ perduto..... io non uso mercanteggiare, e vi
propongo di un tratto una onorevole composizione _au plus grand
rebais_.....
— Ebbene?
— Cinquecentomila franchi. _Mon Dieu! C'est presque pour rien._
— E parlate sul serio?
— _Mais certainement, prix fixe._
— Caro conte, io non costo tanto. E come la pigliate tanto alta, io vi
dichiaro aperto che voi non buscherete nè manco un centesimo: voi volete
godervi co' miei danari, non già farvi tagliare la testa a Milano.
Aggiustatela come volete, che io non intendo darvi nulla.
E qui si mise a sedere, con le mani sotto le ascelle, in atto
napoleonico.
— _Mon cher jeunne homme, ne vous fâchez pas: il y a des
arrangements.... on négocie...._ e quanto pretendereste pagarmi per
refezione di danni e interessi?
— Capisco che mi toccherà darvi più di quello che costate. Andiamo alle
corte.... io vi darò diecimila franchi.... _c'est à prendre, ou à
laisser_.
— _Mais y songez vous?_ E non sapete che qui, in Milano, abbiamo debiti
_tout justement_ più del doppio?
— O che ve l'ho detto io che voi facciate tanti debiti?
— Questa non pretendo che fosse la vostra parte; la vostra parte è
quella di pagarceli.... Orsù tagliamo la differenza in mezzo; ne
pagherete soltanto la metà.... duecentocinquantamila.
— Venite qua, accomodatevi anche voi, e ragioniamo. La somma che mi
estorcete ha da pagare il mio signor nonno, perchè io davvero non la
possiedo, e voi lo dovreste sapere. Ora date spesa al vostro cervello:
se il mio biglietto sarà presentato alla cassa O. Buoncompagni ascenderà
a somma non eccessiva, sarà pagato senza osservazioni; al contrario, se
soverchia, il cassiere entrerà in sospetto, ed è naturale che vada a
informarsi dal nonno come sta questa faccenda: questi a volta sua ne
chiederà a me.... e voi capite che simili affari non amano le soglie dei
tribunali.... le soglie dei tribunali, _mon cher monsieur_, voi lo
avreste a sapere, sono come i carboni, o tingono o scottano.
— Ma il cassiere siete voi, mio caro giovane....
— No, io amministro la cassa, ma non faccio i pagamenti; a quest'ufficio
è preposto il signor Nassoli.... uomo di naso lungo.
— Ebbene sarà pensiero vostro avvertire questo _monsieur_ Nassoli di
pagare senza difficoltà, _tout de suite, à la présentation de votre
billet de change_.
— Questo sarà debito mio fare, quando saremo andati d'accordo, e avrò
firmato il pagherò.... Il banchiere che non onora la propria firma è
perduto.
— Certo è cosa _très grave_, molto più che io girerò subito il pagherò a
terzi, per mettermi al coperto di ogni eccezione personale.
— _Pardon, monsieur_, ma si vede chiaro che il diavolo a voi altri
signori insegna fare le pentole, ma non i testi. E a chi volete voi,
siate benedetto, girare il mio pagherò? A Isacco Levi? A Giacò Coen? A
Sacerdoti e C., o ad altri cotali? Ma questi, intendete bene, non vi
pagheranno la valuta, se prima non l'abbiano incassata. Lo girerete ad
un _barabba_? Screditate la operazione, e, in caso di lite, basta
l'odore della truffa a mettere sopra le traccie il procuratore del re; e
poi correte il rischio che il _barabba_, riscossa la somma, vi
appiccichi una coltellata per pagamento. Se rimanete a Milano, la girata
ad un terzo non ci casca; o che siete mercante voi? Di questa maniera
recapiti si riscuotono da sè. Dove al contrario giudichiate spediente
partire, vi sarà mestieri confidarvi in altrui, e correrete sempre il
pericolo di non vedere del sacco le corde. Se fossi nei vostri piedi, mi
contenterei dell'_onesto_; dividerei i pagherò in quattro scadenze di
mese in mese, onde io possa estinguerli coi miei, e senza che veruno
della casa si accorga della ragia. E per finirla una volta, io mi
obbligherò di pagarvi ventimila franchi; diecimila franchi per visita,
mi sembra pagare da imperatore.
Il conte fischiò, la contessa grugnì, ed Omobono si accorse di volo che
non bastavano, onde, per non istare sui bisticci, vedendo bene
incamminata la cosa, soggiunse:
— Mi penetro dei vostri bisogni: ebbene io vi darò tante volte mille
franchi quanti anni ho già assegnato alla signora, la quale io pregherei
a smettere lo svenimento ed a coprirsi meglio per timore del fresco:
finita la commedia, si tira giù il sipario.
— Madama la contessa non conta già, _mon cher_, quarant'anni, come voi
avete avuto la bontà di assegnarle, bensì quarantacinque; ora, supposto
che anche io mi piegassi ad accettare la vostra spilorcissima profferta,
vedete che non quaranta, bensì quarantacinquemila franchi sarebbero
quelli che voi dovreste pagare.
E qui da capo la vanità, mettendosi sotto i piedi il delitto, costrinse
la contessa, che aveva cessato lo svenimento, a gridare:
— Come puoi tu mentire così? Non ti ricordi che io nacqui al tempo che
regnava in Francia Luigi Filippo? Ben io mi ricordo del giorno della mia
nascita, come se fosse adesso: per me dichiaro che se arrivo a
trentatrè, gli è quel più che possa concedere.
— Dunque defalchiamo — soggiunse Omobono.
— No davvero, — rimbeccò la contessa — anzi aumentiamo: diecimila si
aumentino per la vostra insolenza, diecimila per l'audacia,
diecimila.....
— Silenzio, femmina. Ebbene divideremo le lire quarantamila in quattro
pezzi; uno di ventimila pagabile fra cinque giorni, e gli altri tre di
lire seimilaseicentosettanta in capo a ognuno dei tre mesi successivi.
— Non così..... non così potrei accettare; il primo sia di diecimila
lire a cinque giorni data, e per questo mese basta; gli altri di lire
diecimila l'uno, a trenta, sessanta e novanta giorni di data, come porta
l'uso del commercio e la consuetudine della piazza.
— È impossibile; fate il secondo almeno a quindici giorni, _mon cher_.
— Sentite, al punto in cui siamo, vostro principale interesse è che i
pagherò vengano puntualmente pagati: ora io non posso in modo diverso da
quello che vi ho detto..... badate: a chi troppo tira, la corda si
strappa.
— _Je tiens, mon cher_, a conservare la vostra amicizia, però _brisons
là_, e facciamo come desiderate.
— Permettete adesso che vada pei pagherò — disse Omobono con aria da
disgradarne san Luigi Gonzaga.
E l'altro con non meno semplicità:
— Oh! vi pare? Pigliarvi questo disturbo.
— Ebbene, andate voi.
— Neppure. Ecco qua i fogli pei pagherò.
— E i bolli? Altrimenti i biglietti non avrebbero valore.
— Abbiamo avvertito anche a questo: ecco i bolli.
— Va bene: incominciamo.
Omobono si tirò innanzi al tavolino: il conte gli pose sotto mano il
necessario per iscrivere. Omobono, con mirabile disinvoltura intinse la
penna nel calamaio, e il conte, con le lenti sul naso, gli si mise in
piedi dietro la seggiola per vigilare quello che egli andava scrivendo.
Omobono, come se dettasse a se medesimo, principiava:
— Milano, tre marzo milleottocentosessantasei. Buono per lire 10,000. A
cinque giorni data pagherò.....
— No, _mon cher_, a questo modo non cammina.
— O perchè non cammina? — interrogò Omobono, deponendo la penna.
— Perchè ha da dire _pagheremo_, e voi dovete sottoscrivere in nome
della ragione bancaria O. Buoncompagni e C.
— E vi pare egli che io deva..... che io possa obbligare la rispettabile
casa del mio signor nonno in questa razza di negozi?
— Dovete, perchè lo voglio..... potete, perchè fino dal primo gennaio
del presente anno il vostro signor nonno vi ha dato la _firma_ della sua
ragione, come resulta dalla circolare del medesimo giorno, depositata
nella Cancelleria del Tribunale di Commercio il due del medesimo mese, e
comparsa tre volte nella _Gazzetta Officiale_.
— Permettete che io vi faccia umilmente di berretta: voi vi siete
corazzato fino ai denti. Che cosa volete? Io vi ammiro.....
— Eh! _mon cher_, procuro esercitare la mia professione con coscienza e
puntualità.
— Voi meritate una corona d'alloro; dunque _pagheremo_ all'ordine del
signor....?
— Conte Adamo Kamieski.
— Come! O non vi chiamate Kranoski?
— E chi vi ha detto Kranoski? Io mi chiamo Kamieski.
— Oh! credeva..... ma non fa caso..... Kamieski, lire diecimila.
— Aggiungete in oro.
— In oro..... e la valuta come l'ho da mettere?
— Per altrettante somministrateci in contanti e in oro.
— Contanti.... oro. Buono...
— Avvertite segnare la somma in tutte lettere, articolo 273 del Codice
di commercio.
— Omobono Buoncompagni e C., eccovi soddisfatto.
E così senz'altro accidente fu continuato fino al quarto biglietto,
compiuto il quale, Omobono piacevolmente favellò:
— Adesso parmi di poter dire: _Ite missa est._
— Sicuro, adesso voi potete andare: in ricompensa dei tanti e tanto savi
avvertimenti che mi avete dato, permettete che vi consigli a tenere
acqua in bocca; io non sono solo.... adoperate prudenza e vivrete.
— Lasciate fare a me — e si alzava per andarsene.
Ma la contessa osservò:
— Finchè mi duri la vita mi gioverà tener presente la memoria di
quest'ora nella quale un breve errore mi traviò fuori dei miei doveri di
sposa; epperò, signore, non vi sia grave lasciarmi il vostro orologio,
dove mi sia dato contemplare quest'ora.... ahimè! di rimorso e altresì
di desiderio....
— Di desiderio può darsi; quanto a rimorso, io protesto solennemente,
che quanto a me il peccato non si affacciò nemmeno nei dominii della
tentazione.... mia bella donna.... eccovi l'orologio.
— Oh! a proposito — esclamò il conte quasi punto da emulazione — e i
bolli ce l'ho a rimettere io?
— Eccovi il borsellino — disse Omobono frugandosi prestamente in tasca,
e presolo in mano l'offerse al nobile conte, aggiungendo poi
piacevolmente: — Conte Adamo, richiamo poi la vostra attenzione, che se
la vostra amabile signora e voi non ponete termine a queste gare, io
corro rischio di ridurmi a casa col vestito di Adamo nostro padre
comune, e vostro protettore speciale.
— Eppure alleggerirlo di qualche altro arnese non sarebbe male — osservò
la donna rapace.
— _Ça suffit! femme_; il troppo stroppia; gli è un caro giovane, ed a me
preme conservare con lui la buona amicizia.... ed ora _s'il vous plaît_,
beviamo _un coup_.
— _Merci_, — rispose Omobono — già si fa tardi, e dove non possa
servirvi in altro vi leverei lo incomodo.
— _À votre aise_ — disse il conte, e si atteggiò ad accompagnarlo. La
donna proterva nel dargli licenza gli porse la mano favellando:
— _Sans rancune_, e a rivederci in migliori occasioni.
— Così spero anch'io.
Omobono voleva con bel modo dispensare il conte da tenergli compagnia,
ma siccome costui insisteva, egli non giudicò prudente mostrargli
diffidenza: giunti pertanto sopra la soglia della porta di casa,
rinnovati alla lesta i complimenti, si separarono.
Un pezzo andò il nostro giovane provando di tirare un occhio quanto più
poteva a destra ed un altro a mancina, per sospetto che non gli
capitasse qualche altra faldella; nè in veruna occasione (come egli ebbe
a dire poi) desiderò mai avere un altro paio di occhi per metterseli di
dietro e guardarsi le spalle. Il polso gli batteva a colpi di maglio: a
mano a mano che rinasceva la sicurezza, quetavasi; all'ultimo allentò il
passo, e quando gli parve essere affatto fuori di pericolo si pose a
sedere sul primo muricciolo gli occorse davanti, e quivi sciolse un
sospirone proprio dal cuore.
— Io l'ho scappata bella; — diceva ragionando seco — il pericolo non è
stato certo di lieve momento.... eppure non so, se mi proponessero
ricominciare quasi.... quasi accetterei — e qui si fregava le mani come
il conte Cavour quando aveva dato a bere una balena all'onorevole
Parlamento subalpino, trasformato più tardi in italiano. — Omobono di
tratto in tratto prorompeva in uno scoppio di riso.... povero giovane!
Gli si fossero spigionate le soffitte? Basti per ora sapere che egli se
ne andò diritto al teatro, dove gli amici suoi nol videro mai allegro e
contento come in cotesta serata.
*
È il giorno della scadenza del primo pagherò, otto marzo, e il conte
Kamieski, il quale non estimandosi Giulio Cesare nè aspettava, nè temeva
gli idi di questo mese sinistro, s'incamminava, con la contegnosa
compostezza del gentiluomo di vecchia razza, verso il Banco
Buoncompagni; sbirciando argutamente se alcuna cosa occorresse capace di
dargli sospetto; niente apparisce mutato nè per di dentro nè per di
fuori: la medesima frequenza di cui entra e di cui esce: i commessi
intenti tutti alle proprie occupazioni. Omobono alla cassa: lo assiste
il Nassoli, misurato come il pendolo; forse due scritturali, che gli
siedono al fianco, non paiono _ortodossi_ affatto..... non sembrava
fossero troppo vaghi di cotesti esercizi; anzi tu li avresti giudicati,
più che a menare la penna, capaci di trattare il remo.... ma le saranno
state ubbie.
— Il cassiere — chiede il conte arrivato alle paratie dei commessi, con
voce che studiava fare burbanzosa.
— Favorisca — risponde il Nassoli, invitandolo col cenno della mano a
passare dentro il bugigattolo della cassa.
Omobono, visto il conte, lo salutò graziosamente con un inchino del
capo, accompagnato col più gentile dei suoi sorrisi; il conte da parte
sua, col volto corazzato, gli rispose con un saluto di protezione.
— Comandi? — riprese il Nassoli.
E il conte:
— Vengo ad esigere un pagherò di diecimila lire, che scade oggi.
— Si compiaccia presentarmelo per vedere s'è in regola.
— In regolissima: eccolo....
Il Nassoli si tira su gli occhiali a mezza fronte, e, secondo il suo
costume, accosta così il foglio alle palpebre, da parere ch'ei volesse
co' peli cancellarne le cifre; poi imperturbato lo rende con queste
parole:
— È in regola.
— Ebbene lo paga?
— Che dubbio? Sarà pagato.
— Dunque lo paghi.
— Dunque non pago.
— Perchè non lo paga?
— O bella, perchè non è ancora scaduto.
— Come! non iscaduto? Oggi non abbiamo l'otto di marzo?
— Certo.
— O dunque?
— Signor conte, io non ho tempo da perdere; il biglietto ha da pagarsi
un otto marzo, ma non quello di questo anno.
— Come! Come sta questa faccenda?
— Tal è qual è, come dice il cane quando lecca l'acqua; la si
chiarifichi da sè; venga si accomodi, che lo potrà fare ad agio.
Il conte, che ormai aveva gli occhi tra i peli, leggeva e rileggeva e
non si addava; il sangue gli era salito al capo, sicchè delle lettere
del pagherò, parte gli sembravano scritte di rosso e parte di fuoco.
Allora il Nassoli, pensando, che dai ma' passi, quanto più presto si
esce, e meglio egli è, notò:
— Osservandissimo padrone mio, favorisca leggere bene il millesimo, miri
(e ci metteva il dito sopra) ci sta scritto tre marzo _millenovecento
sessantasei_, la quale cosa, come vostra signoria può insegnarmi,
significa, che se si compiacerà ripassare alla cassa da qui a _cento
anni_, in questo giorno otto marzo, ella verrà puntualmente pagato....
— Ma questo è tradimento.... questo si chiama assassinare la gente....
io voglio il mio denaro.... il mio denaro: — e qui voltosi furibondo ad
Omobono, continuava: — e voi signore, che me lo avete carpito, non dite
nulla? Vi costringerò a parlare bene io, vi schiafferò in piazza.... vi
strapperò il cuore dal petto e ve lo sbatterò in faccia....