poi sopra un prato dietro la villa. Il Faina ed i compagni suoi non si
diedero altramente pensiero delle armi che avevano seco loro portate,
onde il colonnello si trasse innanzi con un mazzo di fioretti senza
bottoni, forbiti e nuovi, affinchè i testimoni scegliessero o facessero
scegliere al Faina; scelsero essi, che costui se ne stava come una cosa
balorda; poi uniti insieme esaminarono il pratello cosparso di uno
strato di finissima sabbia; e comecchè ogni sassolino ne fosse stato
remosso, pure ne scansarono qualche altro che parve loro male sopra gli
altri sporgente: ancora si condussero in certa stanza terrena per
assicurarsi se il cerusico si fosse ammannito per ogni evento, e
trovarono com'egli avesse disteso sopra una tavola il suo
_armamentario_, sarracchi, seghe, di più maniere coltelli, pinzette e
_pistorini_[19] di varie dimensioni, viti da comprimere, fila, fasce,
cerotti, in un catino apparecchiato il diaccio, in un ramino acqua
calda; insomma ogni cosa in punto da morire nelle regole per le mani del
cerusico, caso mai non avesse stecchito il duellante sul colpo una botta
diritta.
Lieta commedia presentava in cotesto momento il Faina, ora ritirando la
gamba destra ed ora la sinistra, quasi avesse sotto i piedi carboni
accesi; apriva e chiudeva a vicenda l'uno e l'altro occhio, con le mani
annaspava, contorcevasi in atti convulsi, per modo tu lo avresti
reputato colto dal male di san Vito.
I padrini di ciò non si accorsero, o, come credo, piuttosto non se ne
vollero accorgere, e molto gravemente si condussero sul campo: non
tirava un alito; il muro della villa, volto ad occidente, rimaneva
parato dal sole che allora spuntava, sicchè non ci era da far quistione
sul giusto reparto di vento e di luce; Omobono ed il Faina furono posti
una ventina di passi distanti fra loro; il primo con una pace da mettere
il ribrezzo della quartana addosso al suo avversario, cavatosi il
cappello, la veste e il corpetto, ripiegò tutto per bene; il Faina
intirizzito non aveva balìa di moversi; solo ad ogni tratto sbadigliava.
Allora il Luridi gli si fece da lato, e non senza durezza gli disse:
— Ed ora che gingilli? Sbrigati a buttare giù i panni e vieni a
batterti.
[19] Quegli arnesi che si chiamano _bistourì_ si hanno a dire
_pistorini_, perchè prima inventati e fabbricati a Pistoia.
— Io non mi batto.... non mi vo' battere.... — borbottava fra i denti il
Faina come invaso da improvviso furore. — Birboni!... traditori!... lo
vedo bene che m'avete tratto alla mazza.... per invidia.... perchè non
vi sentite, quanti siete capaci di legarmi le scarpe....
— Per Dio! sei ammattito Faina.... abbassa la voce.... Oh! che
vergogna.... che vergogna!....
— Che credete, che io non abbia capito? Voi mi volete arraffare il
giornale.... voi ci volete rimanere soli per beccarvi il mensuale delle
_spese segrete_.... soli a godervi le mance del prefetto.... soli, i
toccamano del ministro....
— Ma Faina.... via.... senti.... ormai ci siamo tutti per la pelle....
calmati.... piglia il fioretto in mano, dopo due botte o tre, confidati
in me, io ti prometto di fare in modo di aggiustare il negozio....
Diavolo! o ch'egli ti abbia ad ammazzare alle prime quattro o sei
stoccate!
— Quattro.... o sei! — continuava a digrignare fra i denti il Faina —
alla prima mi passa da parte a parte... Io non mi batto... non mi voglio
battere... Sono un vile.... datemi del poltrone, non me ne importa un
accidente....
E qui un profluvio di altre parole turpemente smaniose.
Il Luridi, tuttochè luridissimo fosse, stomacato della abiezione di
costui, gli ordinò con mal piglio di tacere, e quindi s'incamminava
verso i secondi di Omobono per tentare di mettere uno _empiastro_
qualunque sopra tanta bruttezza. Di vero, chiesta ed impetrata nuova
conferenza, propose che i duellanti si toccassero la mano, e così
s'intendesse senza altro da entrambe le parti rimessa ogni ingiuria:
venne scartato il partito; allora il Luridi uscì fuori con un'altra
composizione; lasciassero andare il Faina pei fatti suoi, e chi ha avuto
ha avuto.
— Che sono tutte queste giammengole? — proruppe il colonnello con una
faccia, che parea Longino. — Qui non si fila, nè si tesse; voi sapete il
debito vostro, o costringete il vostro primo a battersi, od uno di voi,
o, se volete, ambedue, padrini del Faina, disponetevi a battervi con noi
altri, padrini di Omobono.... a meno che, come già vi dichiarai, il
querelante non sottoscriva senza tanti gingilli la scusa che io vi
lessi.
— E non cred'ella, signor marchese, nella sua generosità, che non avanzi
altra via per assettare meno ignominiosamente questa faccenda.
— Veruna.
— E non consentirebbe a modificare in parte i termini della
dichiarazione?
— Se si muta una virgola, mi chiamo sciolto da qualunque impegno.
Allora il Luridi, non dandosi per inteso di quella parte del discorso
del Sagrati che chiamava i secondi del Faina a sostenere la sua querela,
rispose:
— Questi signori ci vorranno essere cortesi di dispensarci dal
presentare noi la loro formula di dichiarazione al Faina.
— Volentieri lo faremmo, ma noi non possiamo. Noi non lo conosciamo, e
nè lo vogliamo conoscere: voi accettaste il suo mandato, e non vi è
concesso ricusarne le conseguenze: chiamatelo voi, ed al cospetto nostro
ditegli il patto col quale gli consentiamo il recesso dalla querela.
— Faina, venite qua — disse il Luridi vòlto a cotesto sciagurato — udite
a quali condizioni questi signori renunziano a mandare innanzi il
duello.... voi avreste a sottoscrivere questa dichiarazione. E qui gli
pose in mano il foglio, che gli aveva dato il marchese, il quale con mal
piglio gli ordinò:
— Leggete forte, che possano sentire tutti.
E il cavaliere Faina lesse tutto di un fiato, senza stringere ciglio, il
terribile scritto.
— Ebbene, siete voi disposto a segnarlo?
— Sì, solo vi supplico di una grazia, signori, promettetemi di non
pubblicarlo; sarei rovinato, pensate che ho famiglia.
— Noi non promettiamo nulla, anzi protestiamo di volerci valere di
questo documento nel modo che ci parrà più vantaggioso agli interessi
del nostro signor primo.
Allora il Faina si strinse nello spalle e segnò.
— Potete andare. — E con queste parole e più col cenno il marchese gli
fece capire, che si doveva immediatamente levare loro dinanzi. Al Faina
pertanto toccò tornarsene pedestre in città; le strade erano tutte
motose per una pioggerella caduta nella notte, ed egli diguazzava nel
fango inzaccherandosi dietro fino al codione: a vederlo trottare in
mezzo alla melma, concio in cotesta maniera, borbottante, gesticolante
come matto, i villani, che dal contado venivano in città al mercato, lo
straziavano con motti uno più pungente dell'altro.
Il marchese dopo avere trattenuto certo spazio di tempo il Luridi e il
suo compagno, porse loro (per volere espresso di Omobono) la
dichiarazione sottoscritta dal Faina, ammonendoli severamente:
— Signori, prendete, queste sono carte le quali recano infamia, e molta,
a cui le fa, ma non apportano onore a chi le riceve; e noi non ci
gioviamo a valercene. Permettete però che io vi avverta di procedere
un'altra volta più cauti prima di prendere queste gatte a pelare. A noi
non piacque insistere perchè da voi si adempisse il debito assunto di
dare fine colla vostra persona alla sfida, e da questo lato voi siete
fuori di pericolo, ma a noi non istà salvarvi dal discredito che vi
siete tirato addosso col sostenere le parti di soggetto sì indegno.
Ringraziarono, scusaronsi, e inchinandosi con tutte le curve
immaginabili, cotesti secondi, che valevano il loro primo, uscirono di
casa dove li attendeva la carrozza: invitati a salire da un servo,
salirono, nè ebbero scorso gran tratto di cammino che scopersero da
lontano il Faina in contrasto con la belletta; quanto più poterono si
trassero indietro nascondendosi per non essere obbligati, almeno per
convenienza, ad accoglierlo in carrozza: egli però, che andava come cane
arrabbiato privo di lume, non li scorse, e fu ventura, chè altrimenti
chi sa che razza di maledizioni avrebbe avventato contro di loro.
Quando Omobono e gli amici suoi tornarono in città non si ricambiarono
una sola parola, molto più che videro il colonnello immerso in profonda
meditazione, e per quanto pareva, ad argomentarne dai segni esterni,
penosa: sul punto di separarsi però, sembrando ad Omobono poterlo fare
senza indiscretezza, gli domandò se si sentisse indisposto; alla quale
interrogazione il colonnello rispose:
— Di spirito, sì, imperciocchè io pensassi: se tu scarpicci uno
scorpione tutti ti battono le mani e dicono: _bravo_! Mentre se tu
avessi scarpicciato il cavaliere Faina, a questa ora magistrati e sbirri
ti correrebbero dietro, come cani da caccia, per agguantarti e conciarti
pel dì delle feste. Pensava altresì che se tu ammazzavi il Faina forse
ti aspettava la medesima pena che se tu avessi levato dal mondo Cesare
Beccaria. Su quale fondamento sputiamo sentenze noi? E sentenze che
importano fama, vita e sostanze? Se giudichiamo pel danno che sente la
società dalla morte di un suo membro, ci hanno casi nei quali il
municipio avrebbe a instituire un premio a cui li leva di mezzo, come fa
con gli uccisori del lupo; se invece pigliamo a norma della sentenza la
intenzione dell'agente, io davvero sarei lieto di sapere in grazia di
quali arnesi un uomo mi apre il cuore e vi legge dentro. Questa nostra
società è una campana fessa; così non può andare.
*
I nostri gentiluomini tacquero, interrogati, risposero ambigui come
quelli che andavano convinti davvero veruna gloria venire ad essi da
cotesta avventura, e tuttavolta non potè rimanere occulta; troppe le
persone che ci avevano preso parte. All'osso dalli addosso: il Faina
bandirono da ogni casa, da ogni ritrovo; lo sfuggirono i buoni ed i
tristi: i buoni per naturale repugnanza, che volentieri rendono
manifesta quante volte lo possano fare senza fastidio e senza pericoli;
i tristi perchè la società loro è società di lupi; finchè sani si
aiutano, feriti si mangiano. Ma costui, fasciato, anzi corazzato di
sfrontatezza, non lasciava presa; a mo' che una pianta vecchia
schiantata dal torrente, si drizza talora in mezzo del fiume, e par che
sfidi le acque grosse che la strascinano, così egli presumeva
atteggiarsi a Capaneo della opinione pubblica, e male gl'incolse,
ch'egli ebbe a patire le ultime ingiurie per parte dei monelli di
piazza, terribili giustizieri di tutte quelle sentenze di morte, le
quali invece che con la mannaia si eseguiscono co' torsoli di cavolo.
Non ne potendo proprio più, il cavaliere Faina si raccomandò al
questore, perchè lo allontanasse da Milano, e quegli gli rispose come
gli antichi baroni agli ospiti, passati i giorni di corte bandita, cioè
che stava in potestà sua l'andare e lo stare; ma l'altro diceva:
— E come camperò io, dopo che per servire il Governo mi sono chiusa la
via di presentarmi ai galantuomini?
Il questore, consultati in proposito i suoi superiori, gli offerse
mandarlo a Trapani guardia di sicurezza.
— A me cavaliere questo oltraggio sanguinoso? — urlò il Faina, guaì,
disse cose da chiodi, minacciò darsi al disperato, avrebbe scoperto gli
altarini; teneva buono in mano per far conoscere a insinuazione di cui
aveva calunniato Tizio e messo in mala voce Sempronio. Fatto un po' di
riscontro di cassa, giudicarono prudente evitare gli scandali; quindi
gli proposero mandarlo vice-direttore in un penitenziario; anche qui il
Faina andò sui mazzi, o finse; taluno gli bisbigliò negli orecchi:
ricordasse colui, che per troppo volere, ebbe un carpiccio di bastonate;
il Faina si consolò con lo esempio di Scipione, e nel ridursi in un
angolo remoto d'Italia a rodere quella crosta di pane esclamò a sua
posta: _ingrata patria, non avrai le mie ossa!_
Gli altri proprietari collaboratori del _Gingillino_, per quanto si
affannassero, tanto non poterono fare che il contagio del Faina anco
sopra di loro non si appiccasse. Giornale non letto è ranocchia crepata;
il _Gingillino_ uscito dalla mota ritornò nella mota: ma senza pro della
morale pubblica, chè di simili giornali non ci ha penuria mai; fecondati
dalla malignità umana, come l'ortica nascono, pungono e muoiono per
riprodursi più fitti.
CAPITOLO VII.
ADULTERI A TARIFFA.
I giovani credono troppo, ed i vecchi troppo poco. Di cui la colpa? Di
nessuno. Nei primi anni della vita abbondano il volere e il potere,
negli ultimi fa difetto il potere. L'uomo quando si pone davanti la sua
giovinezza come un'anfora colma del vino di Opimio, ben può affogare in
quello e mente e cuore, imbestiandosi turpemente nella ubbriachezza; ma
questo egli non fa, o di rado fa, ed invece vi attinge le care fantasie
dall'ale di farfalla, folleggianti intorno alle rose e i capricciosi
ghiribizzi che si rincorrono perpetuamente sopra una ruota composta dei
colori dell'iride: nel vino tinge, quanto dece, le fiorite guance
Venere; nel vino, dicono, che spenga i suoi strali Amore, quando li cava
ardenti fuori della fornace; nel vino talora l'eroe pesca i suoi
entusiasmi di patria; la morte stessa talora si è spruzzata il teschio
col vino.... e valga il vero, Leonida dove ordinò che andassero i suoi
trecento innanzi che s'immolassero ai Geni della Libertà? Li mandò a
desinare, perchè quanto alla cena, li aspettava allo inferno. Ora va pei
suoi piedi che se li mandò a mangiare, li mandò altresì a bere, perchè
il bere sta al mangiare come alla messa il prete, e ci è da giocare il
triregno contro un laveggio di Pistoia, che novantanove su cento
bevessero vino. Gli uomini da secoli arrangolano per trovare la verità
sulla terra, e non la trovano; in chiesa non ci bazzica più per paura
delle scottature; in Corte nè manco, dacchè un ciambellano traditore le
diede il gambetto al sommo di una scala facendogliela ruzzolare fino
all'ultimo scalino; dai Parlamenti la cacciarono via a furia di
granatate; nella curia gli avvocati l'accecarono col fumo di paglia
bagnata, cioè con le loro parole: in campagna i contadini le aizzarono
alle gambe i cani da pagliaio, in città i cittadini le appiccarono la
coda dietro, come i monelli costumano a mezza quaresima: perseguitata a
morte, la verità si tuffò dentro un tino di vino e quivi chi la vuole
vada a trovarla. _In vino veritas_, ha bandito lo Spirito Santo,
personaggio dabbene ed incapace di profferire bugie.
Ma quando poi l'uomo vede innanzi a sè la vecchiezza sotto la forma
dell'anfora vuota, sicuramente che non ci si potrà inebriare; bella
forza! non ci è più vino. Il vizio non può più correre; lo ha attrappato
la gotta: i peccati mortali e non mortali vorrebbero pure (tanto per non
poltrire nell'ozio) esercitarsi in qualche consueto lavoro; ma, ahimè!
frugando per tutta la bottega non trovano più arnesi. La vecchiezza
comparisce ravviata, positiva, unita come il suo cranio calvo; le
illusioni non l'abbindolano più, la tentazione anco solleticandola con
una penna di passero nelle narici non varrà a farla prorompere in uno
starnuto; in compenso di tutto questo perduto, ella acquistò una qualità
solenne, una qualità da mettersi sopra gli altari ed accenderlesi i
moccoli ai piedi, da farla diventare nera in tre mesi a furia di
suffumigi d'incenso.... la _esperienza_. Peccato! che questa matrona ti
venga a casa in compagnia del falegname per pigliarti la misura della
cassa da morto.
Il nostro Omobono pertanto come giovane credeva, e gli giovava credere,
in moltissime cose: alle parole delle donne; quanto alle lacrime, non se
ne discorre neppure.
*
Ma prima di proseguire, torno un passo indietro; e veruno ci trovi a
ridire, perchè senza passi indietro io non lessi mai storia, nè la udii
raccontare.
Omobono dunque per le due avventure da me riferite, diventò il _Saracino
di piazza_, o, come oggi si dice, il _Lione_. La fama, volando, portava
il suo nome di bocca in bocca, senza stancarsi mai, anzi ci prendeva
balìa per volare più lontano; l'avo Omobono ne andava in visibilio, o ne
faceva le viste; voglioso poi che il figliuolo della sua predilezione
non iscomparisse rimpetto agli altri giovani incliti per censo o per
lignaggio, volle che il nipote accettasse eleganti carrozzini e cavalli
magnifici, così da tiro, come da sella, il _groom_ e il _tigre_ insieme
alle altre diavolerie con le quali la dissipazione insapona le scale al
fallimento: e per dire il vero, non ebbe a insistere troppo presso al
nipote, ond'ei si lasciasse fare, chè la vanità ha il sonno più leggero
della lepre, che per poco stormire di frasca si risveglia; e se l'avo si
mostrava disposto a largire con una mano, l'altro era lì pronto ad
agguantare con due.
Se si conoscessero tutti i danni e i fastidi che partorisce la
celebrità, io per me credo che non vi sarebbe uomo al mondo, il quale
incontrandola per la via non fuggisse peggio di un cane arrabbiato.
Ognuno sa dove gli fa male la scarpa. La fama è una croce come le altre,
e chi l'ha sulle spalle deve portarla fino al sommo del monte. Adesso
continuiamo a raccontare di Omobono.
Certa sera, mentre egli se ne tornava placidamente a casa, ecco sente
toccarsi sopra una spalla; si volta risoluto e vede davanti a sè una
donna aitante, di forme egregie di corpo, velata così da non lasciare
conoscere la sua sembianza nè anco se fosse stato di giorno, figuratevi
se di notte! Costei gli mette in mano un foglio e va via; e poichè egli,
come era naturale, pigliò subito a perseguitarla, ella che se ne
accorse, si volse a mezzo con la persona e con tale un gesto, che parve
preghiera, ma che poteva ancora esser comando, gli intimò che cessasse
ed egli obbedì, quantunque il suo cervello cominciasse a fermentare.
Riprese dunque il cammino di casa col passo consueto, deliberato di
aprire il foglio in camera sua; ma la curiosità crescendo mano a mano
che diminuiva la via, accelerava il passo, sempre fermo però di leggere
il foglio a casa; però il_ vino di Opimio_, che gli lavorava dentro non
lo permise, sicchè il solletico della curiosità diventato
insopportabile, egli ebbe ad accostarsi ad un muro, e quivi raccogliendo
quanto più potè della luce di un lampione, spiegò la carta e si mise a
leggere. Elegante tutto, inviluppo, carta, scrittura; il foglio dettato,
già s'intende, in idioma francese esponeva: _come qualmente_ una
infelice femmina, di condizione contessa, di nazione lituana, _vittima_
di un _mostro_ (il mostro, va da sè, era il marito) che dopo essere
stato da lei sposato ed arricchito con immense possessioni poste in
Lituania, Posnania, e in _altri siti_ (la Guascogna ai giorni nostri,
mutato polo, andò in Lituania) adesso, allegando per pretesto la sua
infecondità, pretendesse ch'ella testasse, e lui di ogni suo avere
instituisse erede; questo repugnare alla sua religione, alla sua
coscienza ed al rispetto della propria famiglia, _eccetera_; il marito
di lei, furibondo per siffatto contrasto, non lasciarle pace, nè quiete,
ed ultimamente essere trasceso ad atti violenti, temere di peggio: allo
improvviso, ed allo scopo di venire a capo dei suoi fini, egli averla
trasferita a Milano, dove ella non conosceva anima viva: qui trovarsi da
tre giorni, e qui avere il marito reiterato le istanze, e con le istanze
le minaccie ond'ella facesse il testamento: per le quali ragioni, ella
gittarsi nelle sue braccia, affinchè le procurasse la protezione della
magistratura del paese; chè, una volta posta in sicuro, troverebbe ella
modo per informare S. M. l'imperatore di tutte le Russie, il quale,
andava più che sicura, stante la nobiltà ed i molti meriti di casa sua,
l'avrebbe liberata per sempre dal predetto mostro di suo marito.
Rivolgersi a lui come a banchiere, che per onesto premio s'incarica
curare gli interessi altrui, e perchè la fama glielo aveva dipinto
(veramente la fama non maneggia pennelli, ma la lettera diceva
_dipinto_) giovane discreto, quanto animoso, nato di madre esperta della
sventura, di uomo illustre, _eccetera_; e qui dàgli la soia a bocca di
barile: confidare pertanto, non essersi rivolta a lui invano: ispirarla
Dio; nè le sue ispirazioni averla delusa mai nelle avversità della vita.
Si recasse il dì seguente dopo l'una ora di notte al palazzo ***, e
quivi senz'altro chiedesse del conte Kranoski; lo introdurrebbe una
fidata cameriera: allora lo metterebbe a parte di ogni particolare e gli
consegnerebbe le carte necessarie.
La lettera, la quale incominciava con la sua brava corona di _perle_,
emblema di contea, finiva con la firma di contessa Dorliska Lubowmiska
Kranoski.
O vanità, trasformati in Ebe e mesci due, quattro e dieci bicchieri del
_vino di Opimio_ al nostro giovine, levato di punto in bianco alla
dignità di servire di materia alle ispirazioni di Dio. Vedeste traverso
il microscopio solare una stilla di acqua del Tevere? Se l'avete veduta,
avrete notato altresì come miriadi di serpi nascano, scoppino per
rinascere e scoppiare di nuovo con vicenda perpetua; così fantasmi sopra
fantasmi pullulavano nel cervello di Omobono, sicchè al tramonto del
giorno che successe a quello dello incontro con la contessa se lo
sentiva tutto indolenzito. E sì, che nel canestro dei fiori l'aspide ci
era, e si sentiva nella dichiarazione di essersi la contessa rivolta ad
Omobono come banchiere, il quale dopo reso il servizio si paga, e chi ha
avuto ha avuto: ma, si sa, nobili, preti e soldati vogliono sempre
sgraffiare: colpa non loro, ma delle unghie appuntate di che li armò o
la natura o l'arte.
Nella sera assegnata il martello batteva il primo tocco dell'un'ora di
notte all'orologio del Duomo, ed Omobono poneva il piede sul primo
gradino della scala del palazzo ***. Andò su franco, non senza il
_consueto_ comporsi con la mano i capelli e i baffi; bussò discreto, e
subito apertosi pianamente l'uscio s'incontrò nella faccia di un cosacco
riposato, vestito da femmina.
— Si comincia male! — disse fra sè Omobono; nè il presagio mentì, chè la
vecchia megera in lingua francese (il lettore avrà notato come le brutte
cose si sieno fatte fin qui in idioma francese, aspettando che in breve
le si facciano in tedesco) gli disse come _monsieur le comte_, contro la
sua abitudine, per quella sera non era ancora uscito di casa; essere
_madame fâchée_, anzi disse propriamente _désolée_ del contrattempo;
supplicarlo a scusarla. _Mon Dieu! ce n'était pas sa faute_; sarebbe di
sicuro per domani sera; con altre più parole ortatorie, alle quali il
nostro giovine rispose: Stesse madama di buon animo, che ciò non
montava; assicurasse madama la _comtesse_ della sua perfetta buona
volontà, e addio per la stessa ora a domani.
In onta però alle belle parole, Omobono aveva un diavolo per capello,
perchè i giovani sentono brulicarsi il mercurio nelle vene, e spettano
per natura alla setta di coloro che dicono: _pochi ma subito_. Andando
giù in fretta ed alla spensierata avvenne che di uno sconcio spintone
urtasse nella spalla destra di un che saliva.
— _Que diable_! si esclamò da una parte: — _Pardon, monsieur_,
dall'altra. — Ma tanto presto non potè comporsi cotesta faccenda, che
urtante ed urtato non avessero agio di considerarsi bene al lume del
lampione.
Omobono vide un cosaccio mal tagliato, creatura da _caserma_, fatto a
tacche col coltello; di colore del vino puro, co' pomelli delle gote
rilevati a mo' del _cane da presa_, e il naso in su come _cane da
fermo_, il quale fiuti per l'aria l'onore militare: difatti cotesta
attitudine gli veniva dal collare rigido ed alto, il quale costumano
cani e soldati; gli enormi baffi su ritti per le guancie parevano due
granatini di stipa, e la barbetta una coda di cavallo da barroccio
cresciutagli sul mento, gli occhi tondi e strabuzzanti da destare nei
bambini una sedizione di vermini: insomma un orco. Vestiva soprabito,
secondo il costume soldatesco, abbottonato fino alla gola, dall'ultimo
occhiello del quale un nastro rosso, forse per la vergogna, si
affacciava peritoso quasi dicesse fra sè: _Mi mostro, o non mi mostro_?
Di vero egli era, a modo della testuggine, destinato a uscire dal guscio
ovvero a ritirarcisi dentro: però a lode del nastro vuolsi confessare
come egli non si affacciasse mai spontaneo, bensì costretto di obbedire
alla potente spinta, che gli dava per di dietro il dito pollice del
cavaliere.