palladio della libertà e della civiltà la stampa; guai a cui la tocca!
Ci si ruppero i denti principi grandi e teste da corona: cannoni Krupp,
mitragliatrici, schioppi _dreyse_, _remington_, _chassepot_, armi ed
armati che ci urtarono dentro ci s'infransero come onda fra gli scogli.
Da Dio e dalla nostra coscienza noi altri giornalisti abbiamo ricevuto
un mandato sacro; a noi, sacerdoti delle sorti umane, e non ad altri,
spetta il giudizio del come lo dobbiamo eseguire e del limite estremo
dove possiamo spingere il dileggio, il biasimo, la rampogna e l'accusa
per la tutela della pubblica virtù. Che se il privato cittadino si
arrogasse la facoltà di mettere i cancelli alle nostre prerogative, a
seconda dei fumi del suo orgoglio, dei ghiribizzi del suo amor proprio,
o del bisogno di tenere le sue colpe celate, allora potremmo sonare
l'agonia alla libera stampa. Queste sono le ragioni, che offro a te, e
se non ti garbano rincarami il fitto, e incaricandoti di presentarle
anco agli amici comuni aggiungerai che se si sentono far male si
scingano.
— Mi scusi, cavaliere, ma non mi quadra; ella ha troppo ingegno per non
comprendere che l'uomo non può costituirsi giudice e parte. La
giurisdizione che si arroga il giornalista sarebbe eccessiva, si figuri
un momento che io non ci volessi sottostare, allora?
— Io ti ho già chiarito: chi non la vuole la sputi.
— Ecco in questo caso mi parrebbe che la questione si avesse a definire
così: in libera stampa schiaffo libero.
E ratto levando la mano gli lasciò andare sopra la faccia il più solenne
musone che mai sia stato dato al mondo, dopo che ci nacquero una guancia
sinistra e una mano destra; subito al cavaliere si tumefece la gota,
sotto l'occhio il sangue gli diventò nero, e tinta in bel vermiglio
sopra la pelle gli rimase la impronta delle cinque dita: accecato di
rabbia e di vergogna, vinta su quel subito la paura, il Faina si avventò
al collo di Omobono, se non che questi prevenendolo, forte lo abbranca
pel petto, e con impeto irresistibile lo scaraventa contro la parete: il
cavaliere pubblicista fu visto, dimenando le braccia a guisa di ale,
correre presto presto sulle calcagna allo indietro, finchè perduto lo
equilibrio stramazzò supino al pavimento, dove scivolando sul dorso non
si ristette se prima non ebbe battuto una sconcia capata nel muro, con
danno irrimediabile del cappello preso a credenza, il quale gli si
rincalzò fino al mento.
Comecchè sbalordito dallo inopinato accidente, tuttavia aiutandosi con
le braccia si mise subito a sedere, tentando rabbiosamente tirarsi su il
cappello, ma o sia che lo facesse senza discrezione, o fosse debole la
stoffa, la tesa gli si strappò nelle mani e il cilindro gli rimase
sempre ficcato nel capo, e di più ardua estrazione. Fra i tanti che
sghignazzavano si trovò un pietoso il quale, desiderando che cotesto
strazio cessasse, si mise a cavalcione sul capo del Faina, e preso con
due mani il cilindro s'industriò a cavarlo fuori; in cotesto atto ei
presentava la figura del servo il quale, stretta fra le cosce la
bottiglia, si sforza ad estrarne il turacciolo; sicchè quando il Faina,
rimosso il cappello, _tornava a rivedere le stelle_, ovvero i lumi, udì
dintorno queste voci di scherno commiste alle risa universali: — Non lo
sturare, chè altro che veleno non ne può uscire....
— L'hai tu visto? Egli era proprio dodici once buon peso.
— Altro che dodici once! Per me lo giudico pesato sulla stadera
dell'Elba, che ha la prima tacca sul mille.
— A quest'ora il vangelo dei _cinque santi_ lo ha da sapere a mente; ne
porta impressa la effigie sul muso.
Sovvenuto, il Faina si rimise in piedi; il suo cuore zufolava di rabbia
peggio di un gruppo di vipere in amore, se accada che taluno con sasso,
o con bastone le disturbi: gli occhi aveva pregni di lacrime lì lì per
isgorgare, ma l'ira glie le teneva sospese, così talora la tramontana
impedisce alle nuvole ammassate dallo scirocco rovesciare sulla terra
l'acquazzone; ma uscito appena dal teatro egli pianse.
Che pianse egli mai? Pianse il cappello nuovo nabissato, pianse il
corpetto, la veste e la camicia ridotti in brandelli, e intanto più
amaramente pianse, quanto non avendoli pagati dubitò poterne ormai
sostituire altri a credenza; pianse i pranzi pericolanti e le cene che
dubitò perdute, e soprattutto pianse la cessata o per lo manco diminuita
facoltà di frecciare gli amici... insomma ogni cosa pianse eccetto
l'onore defunto; e a diritto, chè non avendo avuto occasione di
celebrarne il battesimo, nè meno poteva lamentarne i funerali.
Frattanto non trovando meglio a fare mandò giù un paio di ponci, e si
mise a letto.
— Magari! — esclamò svegliandosi di soprassalto il cavaliere Faina, il
quale sul far del giorno si era sognato come Omobono trito e contrito si
fosse recato a casa sua per chiedergli scusa, e profferirgli generoso
risarcimento dei danni: in sostanza se la fosse andata a finire così,
avrebbe raggiunto lo scopo propostosi, allorquando aveva preso a
spunzicchiarlo col giornale, con uno schiaffo di giunta, non previsto
nel programma; ma si sa, le faccende non riescono a pelo, e i prudenti
si contentano riceverle a taccio. Adesso vedremo se il fatto rispondesse
alle fantasie del cavaliere Faina.
La prima visita fu, spuntato appena il giorno, degli interessati nel
giornale il _Gingillino_, amicissimi suoi, i quali gli spiattellarono
crudamente come essi non lo potrebbero più oltre tenere collaboratore
nel giornale, dove egli non avesse vendicato lo insulto patito nella
sera antecedente; certo, poco loro premevano le bazzecole di
soddisfazione e di onore, e capivano che al Faina doveva importarne
anche meno, ma tanto egli quanto gli amici suoi non potevano rimanere
indifferenti alla certezza che, senza un giusto riparo il giornale
sarebbe caduto in tal discredito da non poterne vendere da ora in poi nè
manco una copia. Per queste ragioni fu deliberato che il Faina
manderebbe un cartello di sfida ad Omobono, e quanto più presto meglio,
affinchè nel pubblico si bociassero in un medesimo punto la ingiuria, e
il risarcimento, e s'imparasse da tutti che con gli scrittori del
_Gingillino_ non si giocava di noccioli. Il Faina con la guancia che
pareva una melanzana si lasciava fare, stillando ragioni nel suo
cervello per persuadersi che Omobono fosse un poltrone: gagliardo senza
dubbio egli era, e la sua gota ne sapeva qualche cosa; ma siamo giusti,
lo schiaffo a fin di conto glielo aveva dato a tradimento e dietro
provocazioni che avrebbero tratto fuori dai gangheri anco Giobbe, e
poichè gli tornava credere che Omobono si sarebbe mostrato di facile
contentatura, così lo credè.
Pertanto i suoi testimoni, o padrini, o secondi che si abbiano a
chiamare, si condussero a casa di Omobono, il quale, udito appena chi
fossero e perchè venuti, disse loro:
— Sta bene; fra un'ora i miei amici verranno a conferire con le signorie
vostre. — E senz'altre parole li accomiatò; senonchè sul punto che essi
stavano per uscire li interrogava:
— Chiedo perdono, signori, ma dove i miei testimoni avranno l'onore di
trovarli fra un'ora?
— All'uffizio del nostro giornale.
— Davvero, avrebbero potuto indicarmi luogo meno indecente; ma non fa
caso, a rivederci fra un'ora.
I padrini sentirono la trafitta, ma riputarono conveniente dissimularla,
per non accendere una seconda querela. Non che un'ora, ma appena n'era
trascorsa mezza, che eglino videro comparirsi davanti il marchese
Sagrati, colonnello di cavalleria riposato, e il contino Anafesti,
ambedue in fama di solenni amatori di simili scontri; dalla quale cosa i
testimoni del Faina non trassero favorevole augurio. Ricambiatisi i
saluti, più che con le parole col capo, gli uni contro gli altri
piegandolo a modo dei montoni, che si accingano a cozzare fra loro, il
signor Pancrazio, come il più anziano dei secondi del Faina, pigliandola
alla larga per iscoprire marina, incominciò a deplorare la barbara
costumanza del duello, alla quale è forza, che anco il buon cittadino si
sottoponga come a giogo odiatissimo per colpa di non avere o voluto, o
saputo, o potuto fin qui istituire un tribunale di onore, che possedesse
tale reputazione da fare regola nel mondo; e via e via sopra questo
metro sciorinando tutti gli argomenti, i quali per essere stati detti e
ridetti hanno messo la barba bianca; e i padrini di Omobono zitti.
Allora il signor Pancrazio, che la pretendeva a sottile, si provò a
stringere il cerchio aggiungendo: che gli andava proprio il sangue a
catinelle, nel considerare come si trovassero al cimento di tagliarsi la
gola due egregi cittadini, fiori di galantuomo, l'uno _pubblicista_, che
tanti servigi ha resi, e potrebbe tuttavia rendere alla causa della
_libertà_ e della _civiltà_, nonchè della _umanità_, padre di famiglia,
servizievole, letizia delle liete brigate; l'altro giovane erede
d'immense ricchezze, alacre, solerte, stoffa da cavarne un finanziere
coi fiocchi, destinato a sostenere una _brillante carriera in Società_;
e «come a me cuoce il presagio di tanto guaio, vado persuaso, che
cuocerà anche ad altri»; ed i padrini di Omobono duri.
E poichè, tastato il terreno il signor cav. Pancrazio Luridi (che tale
aveva nome e cognome il padrino del Faina, ed era cavaliere anch'egli),
conobbe come bisognasse venire addirittura a mezzo ferro, onde non senza
un qualche impeto esclamò:
— Debito sacrosanto dei padrini, imposto non solo dalla religione, ma
eziandio da ogni norma del vivere onesto, è procurare con ogni estremo
conato, comporre gli screzi ed impedire lo spargimento del sangue e la
perturbazione delle famiglie. Tale almeno fu sempre lo scopo che si
proposero tutti quelli che si vituperano col soprannome ignominioso di
moderati, epperò non dubitare che i democratici volessero rimanersi da
seguitarli sopra questo sentiero..... ma come dic'egli il proverbio?
Alla svolta ti provo.
— Questa è una botta diritta per noi — masticò fra i denti il giovane
conte, e si accingeva a rendergli pan per focaccia, quando il compagno
lo trattenne osservandogli che a lui come più attempato stava
rispondere: e ciò fece con bellissimo garbo, levatasi prima una carta di
tasca:
— Voi dite unicamente, cavaliere Luridi, e tanto io partecipo i vostri
degni sensi che nel presagio, che o da voi o dal vostro egregio compagno
mi sarebbero tenuti siffatti propositi, aveva preparato un _bocconcino_
di dichiarazione, la quale, dove il vostro signor primo non trovi
difficoltà a sottoscrivere, darà di un tratto sopita ogni querela.
— Sentiamo, sentiamo, e quando sia osservato il decoro...... la
convenienza del mio signor primo, non mi tirerò certamente indietro
dallo adoperarmi perchè venga da lui accettata.
Così il Luridi cavaliere e l'altro secondo, che non era cavaliere, ma
meritava esserlo, ribadivano il chiodo:
— Certo s'intende, salvo onore del nostro signor primo, e senza
pregiudizio delle dovute riparazioni.
— «Io sottoscritto (dopo avere spiegato il foglio, lesse pacato il
Sagrati) cavaliere Luigi.....» Credo?
— Appunto, Luigi.
— Figlio?
— Di Ambrogio.
— Morto, o vivo?
— Morto.
— «... del fu Ambrogio Faina, nella mia qualità di _gerente
responsabile_ del giornale intitolato il _Gingillino_, di mia certa
scienza, e libera volontà, dichiaro avere ingiuriato villanamente, ed a
torto, il signor Omobono, del vivente Marcello Onesti, e sua famiglia
con disegni e scritti nel mentovato giornale più volte; lo prego a
volermi perdonare come cristiano e come cittadino, e lo supplico
inoltre, nonostante la mia provocazione, di mandare a monte il mio
cartello di sfida, considerandolo come non avvenuto ad ogni effetto di
ragione. Milano questo dì, ecc......» — Dopo che voi, signori, lo avrete
fatto segnare da lui.....
— Basta, basta, che ce n'è d'avanzo. Comprendo, signor colonnello, che a
voi è piaciuto divertirvi alle nostre spalle.
— Mi maraviglio di voi, signor cavaliere; io non ho la pessima usanza di
pigliarmi gioco di chicchessia, massime in occasioni tanto solenni. E
poichè vi abbiate pegno che io parlo da senno, vi accerto addirittura,
che non sarò mai per accettare dichiarazione, la quale anche di una sola
virgola differisse da questa.
— Com'è così andiamo innanzi: rimane inteso, che al mio primo appartiene
la scelta delle armi.
— Adagio, chè ho fretta, cavaliere — soggiunse il colonnello — la scelta
delle armi al contrario spetta al mio.
— Oh! quanto a questo poi non cedo.... — esclamò vivacemente il Luridi,
lieto nella speranza gli si parasse davanti un attaccagnolo, onde
uscirne pel rotto della cuffia, e l'altro:
— La è chiara come l'acqua. O scusi, chi provocò il primo? Chi toccava
il cavaliere Faina? Chi gli badava? O non dettò egli le ingiurie? O non
consentì egli che l'infame disegno nel suo giornale si pubblicasse?
— Questo non è provato, mentre lo schiaffo è chiaro e lampante; inoltre
se le cose allegate costituiscano o no ingiuria vorrebbesi discutere e
provare, mentre lo schiaffo è schiaffo in tutte le cinque parti del
mondo.
— Eh! in coscienza non potrei dire diversamente, ma tanto è, la
provocazione mosse dal cavaliere Faina, tutto al più potrei, sebbene a
malincuore, convenire per la parte del mio primo esservi corso eccesso;
ora voi, signor cavaliere Luridi, che siete versatissimo in questa
maniera negozi, voi sapete come si proceda in simili casi; se ne rimette
la scelta alla sorte.
— No davvero, qui non ci cade dubbio; la scelta dell'arme va _de jure_
al mio primo.
— Cavaliere, pigliate un granchio.
— Marchese, prendete un marrone.
— Io insisto.
— Ed io non mi ricredo.
— Io pure — aggiunse facendo bordone il compagno del cavaliere Luridi.
Allora il contino Anafesti, impetrata licenza di parlare, disse:
— Per commissione speciale del mio primo, cedo all'avversario la
elezione dell'arme.
— Dunque la spada.
— E la spada sia.
— A tutto sangue; — rincalza il Luridi — importa che una buona volta si
sappia che i duelli per burla si hanno a smettere.
— Voi avete un sacco ed una sporta di ragioni; tale fu la usanza dei
nostri vecchi, e perciò essi nei duelli facevano portare le bare.
— I riposi poi....
— Che riposi? Di riposi non si ha neanche a parlare.... finchè hanno
fiato stieno col ferro in mano.
— Pure se volessero sostare....
— A che pro? Tanto il duello non è all'ultimo sangue? — Più presto si
ammazzano, e più presto finisce la storia.
— Ma gli è di rubrica....
— Non si stia a confondere, tanto alle prime botte s'infilano ambedue,
come succede fra quelli che non sanno maneggiare la spada....
— Non sa maneggiare la spada? Avverta bene, marchese, che il cavaliere
Faina ha fatto stare al canapo anco il Parise di Napoli....
— Tanto meglio; ammazzerà più presto il suo avversario. Dunque lo
scontro a domani....
— Domani è troppo presto....
— Le cose lunghe diventano sempre serpi; e lo indugio piglia sempre
vizio.
— Domani è presto; vogliano rammentare che il cavaliere Faina giace
tuttora infermo a letto.
— A cagione dello schiaffo?
— A cagione dello schiaffo, che in breve, non dubitino, sarà lavato col
sangue....
— Potrei sbagliare, veh! ma per mio giudizio, — osservava il colonnello,
gli farebbe meglio uno empiastro di semi di lino. Basta, fissiamo
senz'altro sabato mattina: allo spuntare del giorno, se me lo
permettete, manderò la mia carrozza a pigliarvi, e lo credo prudente,
per non mettere tanti a parte del segreto: noi staremo ad aspettarvi
fuori di porta Ludovica. Le armi troveremo nella villa dello amico il
quale ce la presta volentieri per terminare la contesa; procurerò ci si
trovi anco un cerusico, e se volete condurne un altro di vostra fiducia
anche voi, padroni. Sta bene così?
— Approviamo.
— A rivederci a sabato.
*
— Maledetta questa vita da cane! — esclamò il questore cavaliere
Speroni, svegliato innanzi l'alba dal suo cameriere, e pieno di rovello
gli domandò:
— Che ci è egli di nuovo?
— Ecci un signore che ha il nastro di cavaliere sul petto ed uno
empiastro al viso, il quale fa istanza per parlare a vostra signoria per
cosa di grandissima premura; da questa carta vedrà di che si tratta.
— Ho capito — soggiunse il questore, gettato appena l'occhio sulla
carta, la quale per ogni buona cautela era stata posta dentro una
bolgetta sigillata; — digli che passi.
— O cavaliere, siete voi? Che novità ci portate? Accomodatevi e
informatemi presto di che cosa si tratti.
Qui il Faina prese ad esporre a modo suo il caso successogli con
Omobono, ed il questore, che già lo sapeva a mena dito, gli diede spago
e lo lasciò dire. Quanto la calunnia sa immaginare di più sfrontato nei
suoi parossismi di rabbia, e la perfidia di maligno il Faina s'ingegnò
insinuare nell'animo del questore a danno di Omobono e dei suoi secondi:
si chiamò vittima d'infame tranello; i suoi padrini soperchiati avere
dovuto accettare per arme la spada, nel maneggio della quale andava
celebre il rompicollo del suo avversario: così tramato il suo
assassinio, dov'egli non ci avesse posto riparo, avrebbe avuto il suo
compimento.
Allora il questore, senz'altre parole, preso il suo stratto segnò dietro
dettatura del cavaliere Faina: «sabato.... all'alba.... porta
Ludovica.... carrozza.» Scritto ch'egli ebbe, aggiunse:
— Vedete, cavaliere, per riconoscere meglio la carrozza, procurate
abbassare le tendine da ambe le parti; sarebbe bene, che portaste con
voi qualche arme, così piglierebbe più colore il negozio, e porgerebbe
ragionevole appiglio alla polizia per procedere allo arresto: andate e
vivete tranquillo, che alle mie mani non succederanno guai: però da
quello amico che mi professo esservi vi avviso a temperare la vostra
penna; il troppo stroppia, e il Governo va servito discretamente; ecco
voi avete preteso farmi apparire i signori dei quali testè mi favellaste
come demagoghi e sovvertitori della monarchia, mentre questo non è ed io
li so indifferenti, e a noi ci basta: intanto da parecchie settimane mi
avevate promesso mettermi in mano la trama di una setta repubblicana, e
fin qui menate il can per l'aia, esponendomi al rischio di scomparire
col prefetto e col ministro.
— Eh! caro mio, io l'ho da fare con merli accivettati; però sto lì lì
per gettare il giacchio, e farne una retata.
— Orsù via sbrigatevi, che ben per noi; comecchè questi benedetti
deputati sembra che vogliano rubare agli ebrei il mestiere di tosare le
monete, pure i _fondi segreti_ bastano sempre a ricompensare i servizi
importanti. Ed ora, cavaliere, lasciatemi riposare un altro poco, che
stanotte non ho chiuso un occhio. Addio, cavaliere.
— Cavaliere, addio.
*
Nel riferire, che i testimoni fecero ad Omobono il successo e i patti
del duello, i quali furono da lui facilmente approvati, tanto non si
potè tenere Ludovico, che non gli dicesse:
— Sentimi, amico, Dio sa se ti abbiamo servito e ti serviremo di cuore,
ma a favellarti aperto ci tormenta un rimorso, ed è di avere accettato
con troppa correntezza la spada per arma della sfida, perchè
micidialissima se la tratta il coraggio, e peggio se la paura: spinta
dal braccio e abbrivata dal moto della persona trapassa come ago, e poco
ferro nel cavo del corpo basta ad operarvi ferite insanabili: ora per
nostra quiete dimmi, a parare ti senti capace?
— Tra bene e male spererei. Un dì mi dilettai a tirare, e il maestro
Filippo mi assicurava trovarmici disposto, ma il maestro, come capisci,
era interessato a che non ismettessi; pure, che io deva avere
disimparato affatto non crederei.
— Proviamo un po' se ti piace; hai in casa i fioretti?
Omobono andò pei fioretti, e ritornato ne presentò uno a Ludovico, il
quale con elegante prestanza si pose in guardia aspettando lo assalto;
ma Omobono avendogli giustamente osservato che, se voleva provarlo alle
parate, toccava a lui essere assalito, non già assalitore, Ludovico
prese ad investirlo con impeto. Le industrie del gioco egli adoperò
tutte; anzi un cotal poco stizzito per incontrare maggiore contrasto che
non aspettava, raddoppiò di solerzia, e di ardore: però invano, tantochè
rifinito di forza voltò la punta del fioretto a terra esclamando:
— Ma siamo a cavallo, laudato Dio tu sei un Marte..... un professore
proprio di cartello.
— O non potrebbe darsi, scusa ve' Ludovico — osservò il marchese Sagrati
— che a te ne avessero insegnato di molto, ma tu ne avessi appreso poco?
— Bene, fa una cosa, lascialo riposare e poi prova tu?
— Oh! io non mi sento stanco — disse Omobono, ponendosi nuovamente in
guardia. — Colonnello, ai vostri ordini.
Ma il colonnello si era dimenticato dei suoi anni, mentre questi non si
erano punto dimenticati di lui; però in breve soffiava come un mantice,
e si sentiva bagnato fino alla camicia; comecchè dallo assalto passasse
con molta disinvoltura alle parate, pure in un bacchio baleno fu toccato
due volte.
— _Jam fuimus Troës!_ — tra sorridente e mesto disse il dabbene uomo,
abbassando il fioretto — però ti esorto ad esercitarti con Ludovico fino
a sabato; e se allora il Faina non manca, vivi tranquillo, che tu gli
darai la giunta della derrata.
— Come, colonnello, — interrogò Omobono — dubitereste voi che egli
venisse?
— Eh! caro mio, a questi lumi di luna non per nulla si è cavaliere.
*
Il tempo, di cui il _bulimo_ non si attuta mai, divorato appena il
venerdì, si era messo in tavola il sabato, ed a stento un po' di bruzzo
faceva capolino dalla parte di oriente, quando la carrozza, giusta il
convenuto, si fermò all'uffizio del _Gingillino_; salirono in essa il
Faina (nonostante ogni dimostrazione degli amici, carico di un fascio di
spade e di sciabole avute in presto dalla questura) e i suoi padrini:
prima cura del pro' cavaliere fu abbassare le stoie, e ciò fu notato
anco dal cocchiere, il quale col capo accennò di approvare; chiuso lo
sportello, via a corsa. Adesso parve al Faina, che s'ingegnava sbirciare
gli oggetti dalle tendine scostate, di essere giunto alla porta, e si
apponeva in questo, che ad una porta egli era, sicchè con un gran
battere di cuore aspettava la fermata, la intimazione dello arresto _et
reliqua_: pareva a lui cotesto suo tiro magnifico, come quello che lo
cavava fuori dallo impiccio anco con onore agli occhi dei suoi
testimoni, tenuti al buio di quella tale sua visita al questore.
— Carrozza Sagrati! — gridò il cocchiere passando di tutta corsa sotto
la porta.
— Lascia passare, — rispondeva lo ispettore dal casotto delle guardie
doganali: e il cocchiere fasciando di una brava frustata il collo dei
cavalli, proseguiva più veloce che mai.
— Come! Come! Come! — guaiava il Faina. — Che tradimento è questo?....
non dovevano fermare la carrozza? Non frugarla? Massime così di mattino?
Ed il Luridi a posta sua osservava:
— Certo, fa specie anche a me, ma lo ispettore sarà stato imbeccato dal
marchese.
— Non si doveva lasciare imbeccare: qui sotto gatta ci cova: gli ordini
erano precisi..... m'informerò bene io dello ispettore..... lo
perseguiterò a morte nel giornale e fuori, e giuro a Dio non mi fermerò
finchè non lo abbia ridotto ad accattare insieme alla sua famiglia.
— Lascia stare il cane che dorme; come sai, danno del pubblico non ce
n'è stato, chè roba da gabella non portiamo noi; e badiamo a non farci
altre stincature, — parlava il Luridi, fiutando l'aria, ormai ritroso di
spencolarsi più oltre pel Faina; il quale si coperse con le mani la
faccia bagnata di freddo sudore, e maligno com'era incominciò a
sospettare della fede dei compagni: — Poveri (egli abbacava nel suo
cervello) crivellati da debiti, _essi_ si vendono per necessità, ed anco
per boria di comparire, però che _essi_ si sentano così abbietti, che
quando taluno li ricerca in compra, se ne tengano come di onore. Ah! li
disegnava a pennello colui che disse: «Giuda vendè un Cristo per trenta
denari, ed _essi_ per un denaro solo venderebbero trenta Cristi: dove
mai salissero sur un fico, non ci monterebbero già, come Giuda, per
impiccarcisi, bensì per cogliervi i fichi maturi e mangiarseli.»
E così avrebbe chi sa per quanto continuato, se la coscienza, come il
cane da pastore insegue il lupo, non gli correva dietro gridando: e tu,
mascalzone, non sei dei loro?
*
— Bene arrivati! — disse il marchese facendosi allo sportello, il quale
aperto, ed aiutati i sopraggiunti a scendere, soggiunse: — Favoriscano
qui in casa; l'aria punge stamane, e penso non tornerà loro sgradevole
confortarsi lo stomaco con una refezioncella.