occorre raccontare nella guisa che mi riuscirà meglio succinta. Certa
sera al ritrovo, che con parola inglese chiamano _Club_, sebbene ei
fosse vago del gioco come il cane delle mazze, pure per non comparire
tigna, gittò una magnanima moneta di cento franchi, con la magnanima
effigie del magnanimo Carlo Alberto, sopra una carta del _Faraone_; nè
più pensandoci s'imbrancò nella compagnia di piacevoli gentiluomini
pigliando diletto dei loro ragionamenti. La carta puntata vinse una,
due, tre volte e sempre; ormai la copriva un mucchio d'oro, e i cupidi
giocatori, pure stringendosi alla vista della carta fortunata,
smaniavano conoscere il giocatore che, improvvido o temerario, non
sodisfatto di tanto favore, intendeva sperimentare le ultime prove.
Molti occhi dei seduti intorno alla tavola stavano fitti negli occhi del
banchiere, il quale sudava per la pena, dacchè forse, e senza forse,
cotesta insistente e nemica guardatura lo impedisse di pigliare ad un
tratto la fortuna per gli orecchi e rimetterla in carreggiata a favor
suo, ovvero scemare il banco facendo scomparire la moneta di tavola:
chiusa allo scampo ogni via: duello all'americana cotesto: e' bisognò
sbancare. Il banchiere era tedesco, barone e cavaliere non so nè manco
io di quanti ordini: uso a tenere banco nei ridotti di parecchi famosi
Bagni di Europa, o solo o in compagnia di altri baroni quanto lui, o più
di lui, non gli era occorsa mai disdetta pari a quella di cotesta sera:
vuolsi però aggiungere, che nè manco erasi trovato mai sottoposto a
vigilanza come cotesta sera. Forse la fortuna sentendosi libera di fare
a modo suo intese vendicare in una volta ben mille offese: breve, il
banchiere rimase sbancato: per conforto lo stropicciarono co' pettini da
lino, per viatico gli diedero un bicchier di acqua fresca, e con
inestimabile contentezza di tutta la brigata lo accompagnarono a casa
più morto che vivo.
*
— Ma chi ha vinto? Chi è il vincitore? Su via si manifesti per potercene
rallegrare con esso. — Così strepitavano da più lati, e tale levarono
schiamazzo, che Omobono fu alfine costretto a porgere loro attenzione:
udito il caso, placidamente favellò:
— La carta è mia.
E rinvenuto vero, i compagni gli si misero dintorno, astiandolo di sotto
al panciotto, e di sopra accarezzandolo a rotta di collo: ma egli a ciò
non badando, attese a raccogliere molto diligentemente la moneta, la
quale noverata trovò sommare a parecchie migliaia di lire. Allora, senza
rimoverla dalla tavola, vòlto ai circostanti con lieto viso li
interrogò:
— Ed ora, che cosa abbiamo a fare di questa moneta?
E gli altri: — E come entriamo noi nei fatti tuoi? Tu l'hai vinta e tu
goditela.
— No, non ha da esser così, — riprese Omobono — la farina del diavolo,
dicono, che va in crusca; miriamo un po' se fra tutti noi troviamo
maniera da cavarne un pane. Orsù, ognuno di voi dica la sua.
— Per me, — saltò su a parlare il cavaliere Faina, scrittore di un
giornale malignamente buffone, noleggiato dagli sguatteri di Corte, e
che però si chiamava _pubblicista_ per la medesima ragione per cui le
femmine di partito si dicono _pubbliche_ — fonderei o piuttosto
sussidierei un giornale, bene intesi del nostro partito.
Voi vedete da per voi quali orribili sdruci faccia ogni dì la demagogia
nel consorzio civile; ad ogni passo aumenta di forze: _vires acquirit
eundo_, giornali, e giornaletti pullulano su in maggior copia dei
ranocchi quando piove in estate. Voi beneficati dalla fortuna avete a
perdere più degli altri, legatevi pertanto, e con maggior concerto di
quello che abbiate fatto fin qui: la marea monta; o che attendete per
ripararvi, che ella vi sia arrivata alla gola? Noi pubblicisti mettiamo
veglie, ingegno, opera e pericolo, voi opulenti ponete un po' del vostro
superfluo per salvare il necessario: noi staremo sopra la breccia a
combattere fino all'ultimo fiato, ma voi somministrateci le munizioni
per durare nella battaglia.
— E i danari per giocare. Quanto hai perduto stasera al Faraone,
_pubblicista_ Faina? — si fece sentire una voce, ma prima che costui
avesse potuto conoscere da cui si fosse partita, un'altra disse:
— Per me la impiegherei a celebrare tante messe pontificali
nell'osteria.....
— No, marchese, meglio alla campagna, ci si mangia di migliore appetito.
— Accetto l'emenda, conte.
— O che le feste di ballo, hanno ad essere del tutto bandite? Badate
alle scomuniche delle figliuole di Eva — osservava un vecchio peccatore,
il quale per cagione di certe infermità, che si guariscono poco, e non
si dicono punto, calzava scarpe di panno.
— Giovanotti, udite un mio consiglio — levata la destra favellò
solennemente un senatore _sgranato di fresco_ — che so di certo tornerà
a tutti gradito, io per me destinerei cotesta somma a celebrare in
questo anno con magnificenza straordinaria il giorno onomastico di S. M.
il Re d'Italia: ed in memoria del fatto porrei una tavola marmorea sopra
le pareti di questa sala, e.....
— Come non si hanno a mangiare e bere, per me sto a rifornire il _Club_
di mobili e di tappeti nuovi — interruppe il devoto di _Como_.[16]
[16] _Como_, nella religione precedente alla nostra, era il dio
dei desinari. Se si fosse trattato della nostra santa religione
cattolica apostolica romana, avrei creduto fare ingiuria al
devoto lettore, se ricordando un santo lo avessi avvertito delle
sue giurisdizioni e prerogative, così nominato san Gaetano, non
avrei detto, che egli era _padre della divina provvidenza_; san
Niccola, _protettore dei ladri_; sant'Ivone, _degli avvocati_;
san Pasquale Baylon, _dei cuochi_; e via discorrendo; ma
trattandosi di una _religione smessa_, non ho creduto far cosa
inutile avvisando che intendeva parlare di un dio, non di una
città.
— Ed io propongo sovvenire il capocomico dell'Arena, perchè dia al
popolo un _corso_ di recite _gratis_, a patto che le sieno scelte per
educarlo nel rispetto della proprietà e di noi altri nobili — disse un
cavaliere, spiantato, protettore della prima donna che recitava
all'Arena.
— Tutta roba buona, signori miei, tutte pensate d'oro; certo non sarebbe
alle vostre proposte che si potrebbe applicare il proverbio dei polli di
mercato: tuttavolta, con vostra licenza.... se me lo permetteste, ecco
che cosa farei. — Narsete, — chiamò Omobono (che tale avea nome il
custode del ridotto) e gli disse: — da questa somma, che io vi consegno,
caverete lire cinquecento, e le verserete alla cassa di risparmio in
testa della vostra bambina Lucia, perchè le servano come un principio di
dote; domani me ne mostrerete il libretto. Delle rimanenti, mezze
porterete all'ufficio della Società Operaia, e mezze a quello degli
Asili infantili a nome del nostro _Club_ come una debole offerta fatta
da tutti i gentiluomini che lo compongono, e non se ne parli più. Miei
signori, io mi sono accorto, che voi parlavate per provarmi, e poi mi
avreste dato la baia; ho letto nei vostri cuori, e pongo pegno avere
letto bene. Quanto a lei cavaliere Faina — soggiunse volgendosi al
_pubblicista_ — la non si confonda, il modo praticato da me giova meglio
di un milione di giornali, che il popolo non sa o non può leggere, a
insinuargli il rispetto alle persone ed alle sostanze nostre: chè egli
più che non si crede compensa con infinita gratitudine un briciolo di
bene ed anco di buon viso che noi gli facciamo: d'altronde io, e se non
m'inganno anch'ella, signor cavaliere, appartenendo al popolo, è
naturale che nutriamo per lui simili sentimenti, e c'industriamo
persuaderli anche agli altri.
— Magnificenza di parole tonde! Ma sa ella, che se non modera l'abbrivo
mi diventa di punto in bianco un san Crisostomo, _aliter_ Bocca di oro?
— esclamò il _pubblicista_ Faina, allargando la bocca verso le orecchie:
voleva ridere e parve lo avessero comunicato con una fetta di limone.
A cose nuove uomini nuovi predicano da mezzogiorno a tramontana, e i
giornalisti sono novissimi, però mi raccomando spesso a Dio, che la più
parte di loro non invecchi: per ordinario tu li sperimenti leggeri,
pedanti e presuntuosi, e ciò per virtù degli scapestrati giudizi che ti
spippolano lì per lì a occhio e croce, e per lo ufficio, che si pigliano
di fare da aguzzini agli uomini politici, e da amostanti alle nazioni
della terra: tuttavia non sarebbe giusto affermare che tutti sieno
tristi, e ciò perchè taluni professano di buona fede i principii che
sostengono, ed in tali altri, essendo peranche giovani, la natura non fu
vinta dal costume; quelli però che si appellano umoristi, e fanno
mestieri di buffoni, tieni addirittura per maligni: i ghiottoni si sono
surrogati nella convivenza civile ai giullari di corte, i quali
campavano di rilievi e di calci; siccome all'_uomo che ride_ di Vittore
Hugo avevano foggiato, per via di terribili cincischi, la faccia a
perpetuo riso, così la nequizia deformò lo spirito del giornalista
buffone alla rabbia dello scherno. O sia che costui privo d'amore e di
sdegno contempli senza commoversi tanto gli eccelsi quanto i brutti
fatti, o sia, che invaso da itterizia morale tutto asti e derida, vuolsi
reputare sempre sozzo animale. Per me giudico i giornali _umoristi_
addirittura postriboli dove bordellano le arti divine: della miseria
della scrittura non tocco nemmeno, ma vi domando se vedeste mai della
nobilissima arte del disegno menare scempio più miserabile di quello che
si faccia in coteste carte? Poni per sicuro che il popolo dove più
cestisce cotesta mala pianta od è insanabile affatto nella sua
corruzione, o si trova lontanissimo dalla norma del vivere onesto. E se
vinto lo schifo tu ti accosterai a considerare i menanti di quelle
gazzette, troverai come la più parte di loro sia gente di scarriera,
senza arte nè parte; arcatori da disgradarne i Parti di frecciatrice
memoria; leccano e sgraffiano: fabbricanti di chiodi più che tutti i
chiodaioli di Pistoia.
Adesso vi dirò le generazioni le quali forniscono principalmente le
reclute della vituperosa milizia: i medici fuggiti più della morìa si
convertono in giornalisti buffoni; i cerusichi, che non seppero cavare
sangue senza stroppiare un uomo, giornalisti; i curiali, terrore dei
clienti e cilizio dei giudici, giornalisti; il padre diviso dalla figlia
per sospetto di libidine snaturata, giornalista; il marito cui tolsero
la moglie per salvarla da traffico infame, giornalista; spie austriache
che impararono dall'aquila, che servivano a divorare da due becchi;
repubblicani, che sostennero la dignità del carcere fino col rubare
l'olio del pubblico; garibaldini strenui espugnatori della cassa
militare, tutti giornalisti buffoni, incliti sostenitori a capriole
della monarchia costituzionale. — Uffici di giornali, magazzini di anime
a nolo, come di vestiti da maschera. Quante fette vuoi di coscienza? Te
le taglieranno sottili da disgradarne ogni fedele salsamentario
fiorentino. Perchè andate cercando fuori di voi le cause del miasmo? Vi
avete dentro lo avello.
Corrono ormai anni ben molti che noi flagelliamo queste infamie, e ce ne
seppero malgrado anche i nostri amici facili ad accendersi al primo
aspetto delle cose, e ci dicevano: essere la stampa l'arca
dell'alleanza; chi la tocca muore; e la esaltavano per le virtù, che
avrebbe dovuto avere, chiudendo gli occhi al fastidio che la rodeva fino
all'osso; e così del pari della milizia, della magistratura, del
sacerdozio, presidio un dì, oggi flagello. E certo io non sarei per
acconsentire giammai, che mano straniera pigliasse a maneggiarmi la
stampa: anco gli sparvieri coprono gli artigli co' guanti bianchi, anzi
oggi principalmente gli sparvieri; ma perchè ella non pensa da se
medesima a riformarsi? O piuttosto perchè non esercitano i cittadini
rigido sindacato non solo sopra i giornalisti, ma altresì su quelli, che
si versano nelle faccende politiche? Chi sei? Donde vieni? Quali i tuoi
intendimenti? Quale la vita? Le opere quali? Come campi?
Nella vita privata non si deve entrare; all'opposto mi preme entrarci e
ci entro. Deploro accettate nella società nostra certe regole, le quali
affermano persuase dalla onestà ed invece giunsero a cacciarvele dentro
i furfanti, necessitosi di avere una cappa comune con la gente dabbene:
ogni uomo è galantuomo in abito nero e in guanti bianchi, tanto ai
funerali quanto ai festini; e la gente dabbene si è lasciata fare. Il
pensiero ci fa sudare come il piumino sul letto nel mese di luglio; così
vero questo che paghiamo i giornalisti onde ogni giorno ci mandino a
casa un pensiero bello e fatto, strambo, o no, poco monta, purchè ci
ciottoli nel cranio, e ci suoni come il soldo nel bussolo al cieco,
tanto, che paia non averlo vuoto. Slegate dunque i fasci delle
bacchette, e tirate giù a scamatare di santa ragione deputati, senatori,
ministri e sopratutto i giornalisti, finchè dalle loro giubbe esca fino
l'ultimo scrupolo di polvere, per esaminare un po' di che qualità ella
sia. Anco a rischio di apparire sazievole, io lo vo' ridire; tu non puoi
essere ribaldo in casa e probo in curia. Senza libera accusa virtù
pubblica non prova: accusa non provata puniscasi come calunnia; va bene,
ma nei liberi reggimenti sia concesso, anzi sia lodato guardare in
faccia un uomo e dire ai cittadini: badate costui è barattiere!
Popolo e patria e' sono sonaglioli che si attaccano ai muli per
richiamare l'attenzione di cui passa; non date retta alla moltiplicità
dei partiti, che si dimenano nei Parlamenti: i partiti si ristringono a
due; quello che si è aggrappato alla pentola come Aiace Oileo allo
scoglio, e l'altro che spasima di supplantarlo, però chi s'impanca
guidaiolo non bada a qualità, cerca il numero; onde ti avviene sovente
trovarti con maraviglia e con ribrezzo a lato di tale che tu avevi
diritto di non patire per collega se non quando per crimini la giustizia
ti avesse condannato in galera.
Perano tutte le disuguaglianze fra gli uomini, eccetto quella fra gli
onesti e i furfanti.
Ma intanto che questo è di là da venire, perchè sopporti in casa i
giornalisti scimmiotti? Perchè siedono alla tua mensa? Perchè gli inviti
alle tue veglie?
Tu ti liberi in grazia di polveri insetticide dalla improntitudine delle
mosche, dal fastidio delle zanzare, dalle trafitture delle cimici, e
liberarti dai giornalisti scimmiotti[17] non puoi? — Non puoi, perchè
non vuoi; e non vuoi perchè essi dilettano il peggiore dei vizi che
guasta la parte femminina di casa tua, vo' dire la smania di malignare
alle spalle altrui, e tu pure ci ridi.
[17]
Uno scimiotto assai sudicio e brutto
Imitatore delle azioni umane,
Della bruttezza sua cogliendo il frutto,
Fece il buffon per guadagnarsi il pane.
PIGNOTTI.
Il giornalista _umoristico_, giullare in corte, sicario con la penna in
piazza, panegirista di bellezze di rado vere e, se fabbricate, anche
più, flamine delle foggie del vestire, storico delle pettinature,
Mercurio di amori a levante e a ponente, il giornalista giullare è
diventato la _trichina_[18] della società.
[18] Insetto delle carni di _porco_, che s'insinua nelle viscere
dell'uomo e le corrode.
Il cavaliere Faina giornalista buffone, deluso nella speranza che parte
della vincita fatta da Omobono scendesse, come rugiada al cespite
dell'erba inaridita, a rinfrescargli la tasca, e parendogli per giunta
essere stato scorbacchiato da lui, non si potè tenere da sfogare il suo
maltalento schizzandogli addosso il suo veleno: lì pronto il giornale, e
la occasione fa l'uomo ladro; quindi prese a straziarlo di straforo con
motteggi quanto perfidi altrettanto calunniosi: menò la frusta in tondo
contro il nonno, il padre e la madre, massime contro questa alterando
taluno episodio della onestissima avventura del suo matrimonio con
Marcello. Omobono, come colui che, eccetto la _Gazzetta di Milano_, non
leggeva giornali, non si dava per inteso di tutto quel tramestio del
cavaliere Faina, con inestimabile stizza di questo, che vieppiù
giudicavasi disprezzato da Omobono, e con la stizza e la fiducia
dell'impunità gli crebbe la insolenza, sicchè ormai passava il segno;
eppure non gli bastando la scrittura commise la sua rabbia al disegno.
La litografia che comparve nel giornale rappresentava una di coteste
chiatte, le quali dal servizio che prestano nei porti pigliano nome di
cavafanghi: per esse si cala giù a fittone una cucchiara di ferro
dentata, col mezzo di catene, la quale quando è piena di molticcio, per
via delle medesime catene dipanate sopra una ruota si riporta a fior
d'acqua; parecchi uomini pongono in giro la ruota, camminandoci dentro a
modo che si salgono le scale, e ciò in virtù di traverse su le quali
mettono i piedi: prepongonsi a questo travaglio i condannati alla
galera; ora fra i galeotti a girare si vedevano tratteggiati Omobono
nonno ed Omobono nipote, uno sopra, l'altro sotto, con la leggenda:
_Rinforzo alla vecchiezza_.
Dobbiamo confessarlo a lode del vero, di quanti videro a Milano la
infame litografia non ci fu alcuno che non la vituperasse, e non ne
rimanesse altamente indignato. Gli amici del giovane Omobono si
ristrinsero insieme per concertarsi su quello che si avesse a fare;
intanto di comune accordo bandirono il cav. Faina dal _Club_; poi a
Ludovico Anafesti, il quale fra gli altri giovani pareva che
prediligesse, commisero di tastare un po' l'amico intorno le
disposizioni dell'animo suo. Di fatti era così; appena Omobono e
Ludovico si erano conosciuti, uno s'innamorò dell'altro, secondo il
comune della gioventù, che subito accende e subito spegne amicizie e
fiammiferi: però talune durano, e questa pareva volere essere di quelle.
Pertanto, senza porre tempo fra mezzo, chè in queste materie lo indugio
piglia vizio, Ludovico si reca da Omobono, cui, avendo trovato affatto
inconscio della persecuzione del giullare giornalista, cerziorò per filo
e per segno, mettendogli per ultimo sott'occhio la litografia, che
chiamano _caricatura_. Omobono lesse e considerò i giornali; un lieve
pallore passò come ombra sopra le sue guancie, poi piegati con pacatezza
i giornali, Ludovico annuente, se li ripose in tasca.
— Ed ora che pesci abbiamo a pigliare con cotesto mascalzone?
— Ma.... lascio deciderlo a te; — rispose Ludovico — intanto sappi che i
tuoi amici hanno fatto il debito loro, cacciando via dal _Club_ cotesto
cattivo soggetto.
— Sarebbe stato meglio non ammetterlo mai. Adesso che lo abbiamo
accolto, e sopportato in nostra compagnia, sarebbe mestieri trattarlo da
gentiluomo dabbene, e a questo modo operando non lavo lui e mi insudicio
io.... e questo vedi, non è il più grave dei malanni, che ci porti la
usanza dei ribaldi. Basta ci penserò: ci rivedremo stasera al teatro.
— Bada, stasera vado alla Scala; ci è opera nuova; ne dicono mirabilia;
puoi figurarti che piena!
— E ci è caso incontrarci il cavaliere Faina.
— Anzi di sicuro, perchè egli scrive la cronaca teatrale in parecchi
giornali, e mi hanno assicurato, che talvolta nel medesimo giorno ha
levato a cielo o messo allo inferno la medesima cantante, secondo che lo
pagavano i suoi protettori o i suoi malevoli.
— Me ne dispiace, perchè io sono uomo di pace, e non vorrei che
nascessero scandali — disse Omobono con faccia e voce mansuete.
— Oh! quanto a questo sta di buon'animo, che io ed i tuoi amici ci
troveremo lì, e provvederemo al bisogno.
I due amici si strinsero le mani, e si dissero addio. Ma le ultime
parole di Omobono erano rimaste come una lisca in gola a Ludovico, molto
più che per le nequizie del Faina non lo aveva veduto andare nei mazzi
come pure si aspettava; sicchè un pensiero molesto prese a trottargli
per la testa: sarebbe vile Omobono?
CAPITOLO VI.
IL GIORNALISTA.
Immensa folla si accalca alla porta del teatro della Scala, dentro e
fuori folgoreggiante di lumi; il fiore di quanto Milano in sè raccoglie
di nobilea e di eleganza si vede stipato nell'atrio, e diviso in due ale
nel cui mezzo le donne leggiadre ed anche le non leggiadre hanno a
passare per sostenere il bersaglio delle occhiate ardenti, delle parole
accese o mordaci; imitatrici profane di quel gran santo che fu San
Pietro Igneo, il quale traversò due cataste di legna infiammate senza
che paresse fatto suo, anzi, si dice, che giunto a mezzo, aprisse la
scatola e pigliasse una presa di tabacco.
Sospiri tagliati co' denti non anco finiti di nascere, ammicchi
concordevoli o concordati, la famiglia infinita dei sorrisi, o tutti
agri, o tutti dolci, ovvero agrodolci e la non meno infinita famiglia
degli sguardi quale foggiato a punto interrogativo e quale ad
esclamativo; insomma di quanto ci aveva da essere non ci mancava nulla.
Allo aspetto di tanta giocondità avresti giurato che Venere ci avesse
portato non già il suo cinto, bensì sovvenuta dalle tre Grazie, una
balla dei suoi doni, ed ora ognuna di esse preso il pellicino ce lo
scotesse fino all'ultimo vezzo. Delizie, venustà, lusinghe,
allettamenti, carezze turbinavano insieme confusi, come gli atomi
traverso i raggi del sole.
Tra gli spettatori primeggia il cav. Faina, messo di tutto punto; abito
nero, guanti perlati, panciotto bianco come la sua coscienza e cappello
nuovo di zecca: ogni cosa a credenza, e così gli stivali inverniciati, e
le calze, e la camicia altresì: costui coccoveggiava allungandosi,
ripiegandosi, facendo lazzi, saltetti e smorfie a modo di civetta quando
chiama le lodole sul vergone: questo appellava per nome, quell'altro
stringeva pel braccio, a tutti dava del tu, usava ed abusava della
pazienza altrui ostentando una familiarità alla quale egli non aveva
certamente diritto, sfacciato come.... un giornalista sfacciato (che più
in là non si può ire). Nello apogeo della sua gloria, ecco, pari allo
spettro della maga di Endor al Re Saulle, sorgergli davanti improvviso
Omobono, il quale aveva potuto giungere inosservato fin presso a lui,
nascosto dietro un sacramento di matrimonio diviso in due grossi volumi,
moglie e marito. Egli primo, stese la mano ad Omobono, gli augurò la
buona sera e gli chiese:
— Come stai? — e qui gli diede un colpetto sulla pancia, e sorridente
soggiunse: — _Non ti si vede mai._ O che saresti innamorato? Caso mi
apponessi, _confidati allo amico, che Tito nol saprà_; ti servirò di
coppa e di coltello: tu sai, che io con gli amici non bado a buttarmi
nel fuoco.
— È vero, _natura il fece e poi ruppe la stampa_; giusto, avevo bisogno
di confidarle qualche cosa.
— Eccomi qua ai tuoi comandi.
E così favellando entrambi si fecero fuori della folla. Allora Omobono,
con voce mite ed umile sembianza, cominciò a dire:
— Caro mio, non più tardi di stamani gli amici miei mi hanno fatto
conoscere come la S. V. da un pezzo in qua si pigli il capriccio di
lacerare a morsi la mia reputazione e, non contento della mia, laceri
quella di tali che per dovere e per amore a me premono troppo più di me.
— Tattere! Tattere! amico mio.
— Tali non paiono agli amici, e veramente nè manco a me, nè credo che la
madre mia ed io possiamo averle somministrato motivo di conciarci come
ella fa.
— Ma qui non c'entra nè morso, nè strazio. Noi altri _pubblicisti_
possediamo a titolo di arte gli universi dominii del cielo e della
terra, ed anco dello inferno: o che vuoi tu mettere i confini al pianto
ed al riso? Noi ridiamo di tutto, noi facciamo ridere di tutto, e voi, o
squallidi mortali, esaltateci, imperciocchè, senza di noi, voi
fiottereste perpetuamente come bambini sculacciati.
— E di questo disegno, signor cavaliere, che avrei io da pensare?
— Prima di tutto ch'egli è un disegno, e poi o che ti frullerebbe il
grillo d'immaginare che fosse stato fatto per te? Già le persone
disegnate non rassomigliano punto te, nè il tuo onorevole avo, al quale
prego presentare i miei cordiali saluti, e dire che domani o posdomani
passerò da lui per proporgli un negozio.... un negozio grosso da
piantarci in mezzo la forchetta ritta.... come nel _rosbiffe_, che si
ammirava l'altra sera al _buffet_ del principe Parpaglione.... Che
festa! caro mio, che festa! E tu non c'eri.... caro mio... dove diavolo
ti ficchi? Tu bello, tu ricco, nato vestito per _far furore_, ma _non ti
si vede mai_....
— Signor cavaliere, andiamo al grano, come diceva l'ebreo Marini, di
questo disegno che cosa devo pensare?
— O non te l'ho detto, che tu sia santo; il disegno non fu fatto per te;
non ti rassomiglia per nulla; se taluno te lo afferma, ti dà la baia; e
_puta_ il caso che qualche rassomiglianza ci fosse, sarà tutto per
accidente.... O non ti basta? A sorte saresti di quelli che vogliono la
botte piena e la moglie briaca?
— Per me, la si figuri, sarebbe proprio un gusto rimettermene al suo
savio parere, ma gli amici miei non la intendono a questa maniera;
guardi un po' se le sovvenisse qualche ragione di quelle buone che
valesse a persuaderli, che io ho un diavolo per capello, e darei a patto
una mano per uscire da questo ginestraio; — e tutto ciò Omobono
profferiva ad occhi dimessi, e con voce tremante.
L'altro, pensando averla a fare con un giovane dal sangue di piattola,
rispondeva smargiasso: